DIARIO DI UNA SPOSA di Izabella Teresa Kostka (Milano)

 

1. UN LUNEDÌ QUALSIASI  ore 6.03 
Ogni mattina raccolgo il corpo
dalla discarica piena delle tue frustrazioni,
ho la pelle sfregiata, di carta vetrata
usata per scrostare i sensi di colpa.
La lingua rifiutata dai carnali piaceri
lecca soltanto le gocce di sangue
strappate dalle labbra dagli schiaffi feroci
in nome dell’obbedienza e della punizione.
(Mi ricordo un mazzo di fiori
al primo incontro delle nostre mani)
All’alba le spine delle “rose – spose”
forano spietate le palpebre pesanti,
lasciano le stigmate della sofferenza
sul volto scavato da lacrime e botte.
Non riconosco me stessa nello specchio di oggi
frantumato dall’urlo del muto terrore.
2. MARTEDÌ ore  13.01
Soltanto un minuto,
un attimo di ritardo
e tu
hai deciso di incenerirmi al fuoco
zittendo le scuse con il segno della sigaretta,
sono crollata sul pavimento
come la salma sanguinante di una bruciata bistecca.
Non meritavo alcun perdono.
Sei uscito in fretta sbattendo la porta,
lasciandomi accucciata accanto al cane.
3. MERCOLEDÌ   ore 16.11
Ho visto tua madre
alla fermata della metropolitana,
incurvata dal peso dei sacchetti della spesa,
ci siamo guardate nel ventre di un tunnel
scambiando i pensieri nel forzato silenzio.
Due croci distanti sullo stesso Golgota.
Mi ricordo ancora le sue parole
bisbigliate sui gradini di un vecchio convoglio:
” È tutto suo padre
 ma è un buon ragazzo…”
Ho cercato nel buio quegli occhi assenti
coperti per l’apparenza da un paio di occhiali neri
(testimoni fedeli del suo Calvario).
4. GIOVEDÌ  1 GENNAIO  ore 00.05
Nessuno mi ha fatto gli auguri
in quella notte di vodka e brandy,
ti sei divertito prendendomi a calci
al ritmo di samba e dei fuochi d’artificio.
Stuprandomi
hai inseminato l’ultima Speranza,
una gemma crescente tra dolenti membra,
quel piccolo frutto pretendente l’amore
tra la tua folle rabbia e la mia dannazione.
Nessuno ha pianto per me
mentre suonavano le campane a festa.
5. VENERDÌ 14 FEBBRAIO  ore 7.45, LA BRINA
Si posa la brina sul mio corpo diafano
stroncato come un giglio all’apice della primavera,
in un gelido abbraccio accoglie le lacrime
scintillanti sulla nube dell’ultimo respiro.
Ero tua sposa
dal grembo accogliente come una calda dimora
profanata dall’ira del morboso amore,
dal viso segnato dai graffi, dai lividi,
da un nome assente sull’anonima lapide.
(All’eterno inverno confido la vita
mozzata al tempo della pazzia)
Ero la madre futura
di un discepolo mai nato,
rinchiuso nel seme
che non sboccerà mai più.
Pregate per la nostra pace eterna.

 

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Anonimo ha detto:

    (y)

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  2. Anonimo ha detto:

    Purtroppo molto vera, complimenti.

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  3. Danila Oppio ha detto:

    Meravigliosa…drammaticamente vera, rispecchia tanti casi di violenza sulle donne, da parte di quei mariti-fidanzati-amanti che non hanno la minima idea di cosa significhi amare!

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  4. Voti utili ai fini del concorso 3

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