Feminasa de Planargia di Anton.Francesco Milicia

Lorena.
Quella mattina il maestrale bussò alla porta della stanza di Lorena senza farsi presentare, come un ospite sgradito e senza invito; entrò nella camera con l’alito appesantito dalla salsedine, gli abiti fradici e le scarpe infangate. Senza nessun riguardo spalancò con violenza la porta della sua mente persa facendo scricchiolare le sue vertebre malandate. Portava l’eco dei suoi peggiori ricordi, che le ritornarono impetuosamente dentro spinti da quel vento con la stessa foga dei tanti stupri subiti dal marito.
Era un vento violento e maledetto, che parlava la lingua ruvida e impastata di sale dell’antica Provenza; forte e impetuoso come uno sbarco alleato, trovava nel mare e nella pioggia i suoi complici perfetti per schiaffeggiare le coste sarde con le sue veementi raffiche.
Era un vento ruggente che quando alzava la testa e sollevava i pugni prometteva botte.
Oh sì! Picchiava duro.
Ma quel vento si intendeva a meraviglia con Lorena, perché i ricordi più tristi nella sua vita le erano stati cuciti addosso nelle notti spazzate da quelle folate rabbiose con l’ago delle botte e il filo sibilante del maestrale. Tuttavia, per quanto dolorose, le botte la facevano sentire viva: mentre le assorbiva sulla sua pelle urlante e anche dopo, quando il suo corpo assuefatto le rigurgitava.
Questo era prima, questo era allora, questo era quando… quando le botte e le violenze quotidiane facevano da lugubre sinfonia alle sue giornate tutte uguali, e le rendevano vivo, viola e pulsante ogni centimetro del suo infelice corpo.
Adesso invece… adesso che da due anni si trovava inchiodata su questo letto dimenticato, ormai nessuno la picchiava più: nessuno più la picchiava, ma non era un sollievo, perché ciò significava che viva non era più, che non era buona neanche per essere picchiata. Significava che stava per morire, insomma, perché anche il dolore possiede il suo controvalore.
Era diventata un relitto umano sballottato dai flutti della sua coscienza devastata.
Amara equazione senza più incognite ma lineare al punto giusto.
Solita storia sbagliata la sua, tanto banale da non trovare voglia neanche di ricordarla.
Nata a Bosa, un paese della Planargia malamente incastonato tra i paralleli sbagliati che segano la costa occidentale della Sardegna; incontro sbagliato col principe bello e dannato dall’ingannevole nome Giovanni Battista, tutto miele, fiori e sorrisi prima di incatenarla; matrimonio celebrato in un giorno in cui l’impetuoso maestrale carico di pioggia scuoteva le vetrate colorate della chiesa, quasi volesse arrogarsi il ruolo di un nocchiero intemperante per sancire l’inizio della sua futura odissea.
Il marito, dapprima luminoso e abbagliante come un volo di falena, si era rivelato troppo presto un evanescente narcisista, rabbioso, innamorato soltanto di sé stesso e con gusti sessuali spinti fino alla perversione. Quei gusti che trovavano il massimo sfogo quando si ubriacava e la aggrediva per un’inezia, quelle volte in cui la sua perversione si spostava dolorosamente dietro di lei, e le sue voglie proibite prendevano la via sbagliata dentro il suo corpo, lasciandole segni indelebili.
E poi i suoi figli, frutto delle continue violenze ma quantomeno portatori di tregua, perché Giovanni Battista non si era rivelato cosi vigliacco da picchiarla anche durante le sue gravidanze. Lui sapeva aspettare in quei casi, e covava la sua rabbia con soddisfazione, sapendo che avrebbe potuto utilizzare i figli per seppellirla definitivamente dentro la sua prigione.
E in mezzo botte, botte e botte.
Tante botte.
Fino a lesionarle una vertebra e spingerla a un filo dalla paralisi.
Là un po’ il bastardo s’era calmato, ma non per molto. Aveva trovato altre parti più sicure da colpire nel suo corpo ormai sformato da anni di vessazioni. Era stata bella da ragazza, ancora aveva qualche foto. Quanti sogni, quante illusioni. Quante lacrime ci aveva versato di nascosto su quelle foto guardandole, fino a stingerle nel nero.
Non ci volle molto però, e alla fine quell’ultimo sottile diaframma cedette. In un sabato qualunque tormentato dal maestrale, all’ennesima bottiglia di vino mal digerito dal mostro, la sua schiena crollò e smise di fare il suo sventurato dovere, lasciandola immobile nel pavimento a guardarsi le gambe gonfie, spente e senza più vita, a piangere lacrime disperate, mentre lui la copriva di insulti, come per seppellirla definitivamente sotto una colata di bestemmie.
Il calvario che era seguito era storia di più che ordinaria follia spacciata per tragica fatalità, e le sentenze mediche erano state tutte irrevocabili. Truffando l’assicurazione con una polizza stipulata a poche centinaia di euro l’anno per aiutare un cugino assicuratore, il marito era riuscito pure a guadagnarci una collinetta di soldi.
Soldi che adesso servivano in parte al suo confezionamento definitivo in quella clinica per cure palliative dal nome ingannevole “Grandi speranze”, visto che a seguito dei traumi ricevuti si era poi ammalata di qualcosa di ben più grave, somatizzando.
Così avevano detto, che a dirla sembra una bella parola, ma di fatto resta una colossale fregatura. Il tumore del sangue che ci aveva guadagnato infine, aveva un nome strano e complicato, ma offriva in cambio la chiarezza di un evidente destino a orologeria.
E così, a quel punto senza ritorno della sua schiacciata parabola di vita, divorata dai dolori e col conforto illusorio della morfina, le restava dentro un solo desiderio: incandescente, torbido e inconfessabile. Un altro grande conforto lo trovava nel confidarsi con Mela, una anziana infermiera col volto profondamente segnato dalle rughe, che ormai conosceva bene quali fossero i suoi tormenti non solo fisici.
Ma qualche giorno prima era accaduto che Mela le avesse rivolto una domanda tra le più insperate: «Qual è il tuo ultimo desiderio, Lorena? Il tuo più grande rimpianto?» Lorena era rimasta un attimo silenziosa e immobile nel suo letto-prigione, quasi incredula per l’idea che si era fatta spazio nella sua mente in caduta libera, subito centrifugata da un ciclone di emozioni.
«Davvero mi aiuteresti a realizzare il mio desiderio?»
«Sì Lorena, se posso.»
«Qualunque esso sia?»
«Se sarà nelle mie possibilità, lo farò. Te lo prometto, Lory.»
Lei, Lorena, dopo un comprensibile tormento interiore, non aveva infine saputo trattenersi dal rivelarle quale fosse il suo ultimo desiderio, pur cosciente che il semplice fatto di farla partecipe del suo segreto anelito avrebbe segnato un punto di non ritorno nel rapporto di forte empatia che si era instaurato fra di loro. E infatti con le parole che faticosamente riuscì a dire da quel letto di dolore, stringendo tra le mani un rosario di lucenti grani rossi, colpì profondamente quella anziana ma ancora energica infermiera, risvegliando in lei i fantasmi di un passato che aveva da tempo rimosso.
Come si sarebbe comportata Mela di fronte a quella richiesta? Era questo il dilemma di Lorena, quella mattina, inchiodata dal maestrale sul suo letto dimenticato.
Mela.
Soffiando e fischiando sotto la cappa di una densa coltre di nubi plumbee, quella mattina il maestrale si era presentato con il suo carico di pioggia, depositando il suo lugubre lamento negli interstizi del vetusto edificio adagiato sulle colline alle spalle di Bosa.
Quel vento che non era mai piaciuto a Mela, che da anni trascinava stancamente la sua vita, dosando oculatamente i ricordi di una effimera infanzia spensierata per non far traboccare la sua solitudine troppo più su del colmo.
Quella mattina Mela era entrata nella stanza salutando Lorena con il solito affetto che riservava alle vittime della malvagità umana, bestia famelica e spietata che lei conosceva molto bene.
Lorena era rimasta immobile, ma i suoi occhi tradivano l’irrequietezza del suo animo.
La domanda muta che quegli occhi lanciavano pesava greve nel piccolo spazio che separava le due donne di Planargia.
«Buongiorno Lorena, come ti senti oggi?»
«Buongiorno Mela… mi sento come un vecchio lenzuolo appeso al buio, sbattuto dal maestrale.»
«Già… lo senti anche tu da qua dentro che è arrivato
«Si… mi ha sempre portato male questo vento…»
Lorena respirò pesantemente prima di continuare a parlare, per affrontare l’argomento che le stava più a cuore.
«Hai pensato a quello che ti ho detto qualche giorno fa… Mela?»
«Si Lorena, ma ho smesso da anni di fare quella cosa lì…»
Silenzio a quelle parole. Lo sguardo di Lorena “parlava” con tacita eloquenza.
«Hai promesso!»
«Si… ho promesso… ma…»
«Faresti soltanto del bene accontentandomi.»
«Forse… ma il bene che mi chiedi ha un prezzo alto adesso, Lorena.»
«Non è forse più alto il prezzo che sto pagando io?»
Mela non sapeva cosa risponderle. Ma quello che Lorena le aveva chiesto la faceva ripiombare nel suo passato oscuro, quello in cui era stata una femina accabadora, colei che finisce… una terminatrice di involucri umani minati dal male ed ancora percorsi da scosse inutili di vita. Quanti ne aveva finiti? Li colpiva in testa con un bastone di ulivo – su mazzolu –  per volere dei familiari, ma a volte anche di loro stessi, stremati dai dolori insopportabili.
Lorena voleva smettere di aspettare che la morte facesse il suo dovere, preferiva vincere la sua battaglia anticipandola, decidendo al posto suo. Quasi un modo per beffarla… prima di essere beffata.
E perché si realizzasse questo suo desiderio aveva chiesto a Mela una piccola “partecipazione straordinaria”, senza molti sottintesi.
«Tu sei stata una femina accabadora… hai terminato decine di persone, ed ora sei anche un’infermiera, quindi sai come devi fare senza lasciare tracce.» le disse. E aggiunse: «Fallo ancora! Prima che cada il maestrale.»
Il tono perentorio di Lorena, e la forza che riusciva a trasmettere con quei suoi occhi infiammati dal maestrale non ammettevano repliche; forse anche per questo Mela non riuscì a dirle subito di no, e a malincuore le promise di pensarci.
Femina accabadora.
Mela aveva rimosso quasi tutto, tagliato via la fetta più abbondante della sua esistenza per evitare l’assedio dei troppi ricordi dolorosi, e si era costruita la sua infelice tomba in vita.
Ma dove l’aveva nascosto?
Mela cercava di rammentare in quale oscuro magazzino della memoria avesse abbandonato su mazzolu. Erano passati troppi anni da quando l’aveva usato per terminare l’ultimo di loro, non voleva ricordare neanche a chi fosse toccato.
Loro… i terminati. Qualche volta le era capitato di sognarli. Li vedeva sempre senza occhi nei suoi incubi. Al loro posto buie cavità dalle quali fuoriuscivano lentamente grosse mosche che si spargevano per tutto il loro viso raggrinzito, fino a nasconderlo completamente. I loro volti immobili si vestivano così di una nera maschera brulicante che dava l’effimera illusione di riaccendervi un’ultima scintilla di vita.
Questo accadeva solo nella sua mente; forse i loro occhi la perseguitavano perché erano l’ultima cosa che lei guardava prima di colpirli. Non era facile dare una morte certa e rapida. Un colpo solo, nel punto esatto, ma aveva la mano giusta. La chiamavano da tutta la Planargia, fino anche dal Sassarese e dal Campidano de Oristano.
Una volta dovette andare perfino in Gallura.   
Il ricordo la fulminò mentre era stesa sul letto solitario nella casa in cui abitava da sempre, in attesa di spegnere i pensieri e addormentarsi. Dovette alzarsi risoluta per andare a prenderlo. L’aveva nascosto nel cassettone dell’avvolgibile. Salì faticosamente su una sedia e con difficoltà fece scivolare il pannello frontale del vecchio cassone di compensato.
Eccolo lì, proprio dove lo aveva riposto. La polvere non riusciva a velare completamente la lucida superficie scura del legno d’ulivo, che rifletté la fioca luce della lampada.
Su mazzolu: il lungo bastone, con una estremità a “T”  dalla vaga forma di un martello.
Ripulì con la manica consunta del pigiama il legno liscio e vi ritrovò l’antico splendore delle venature brunite dell’ulivo. Lo aveva ereditato dalla madre. La madre a sua volta da sua nonna. Anche loro come lei… s’accabadora.
E come se avesse strofinato la lampada di Aladino, invece che il genio da quel bastone uscirono i ricordi, che una volta fuori dalla nebulosa in cui li aveva congelati anni prima tornarono a diventare nitidi.
Ricordò. Mio Dio!… Ricordò. Ecco chi era stato l’ultimo… anzi. L’ultima.
Proprio sua madre.
Si era soltanto illusa di aver dimenticato, ma non si finisce mai di essere una femina accabadora, neanche dimenticandolo.
Il suo spirito fluttuò nella stanza, le parole che le risuonarono da dentro si mischiarono coi ricordi, ed ebbero il sapore di una rivelazione.
Le assimilò come sue, recitandole meccanicamente come un lungo mantra:
“Sono una femina accabadora… colei che “finisce”; il mio non è il gesto di un’assassina per la nostra gente, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta un anima a trovare la pace, di chi aiuta il destino a compiere il suo percorso. Noi non siamo donne comuni, siamo anime che sanno vedere oltre il velo oscuro della morte, siamo angeli che portano dentro il fardello della responsabilità. Ci guardano con orrore i foresti, vedono in noi dei mostri, delle streghe assassine che tolgono la vita senza alcuna pietà; non sanno quanto amore ci vuole per trovare il coraggio, non sanno quanto difficile sia essere una dispensatrice della buona morte. Ho iniziato presto, ero solo una bambina, mi hanno costretta a imparare, ad assumere un ruolo che non ho scelto ma che è diventato parte di me. Una notte mia madre e mia nonna mi hanno portata con loro, era un uomo, era un anziano consumato dalla malattia, che doveva morire. Ne sono rimasta sconvolta: nulla nella vita è come dare la morte, a volte perfino a un bambino, perché, sì, ci capita anche questo. Ci occupiamo di vita e di morte, siamo levatrici e alleviamo le sofferenze dei moribondi, siamo donne e abbiamo il dono della vita, forse per questo ci occupiamo anche della morte, forse anche per questo gli uomini in realtà ci temono e ci fanno del male. Quella notte ho visto morire un uomo buono, la accabadora era tutta vestita di nero, le immagini sacre erano state tolte dalla camera da letto, i parenti fatti uscire. Io tenevo per mano mia madre mentre mia nonna recitava le preghiere. Ricordo gli occhi di quell’uomo, erano terrorizzati, in silenzio e fissando il soffitto piangeva, chissà quanti pensieri e ricordi stava rivivendo. In quella stanza ho compreso che cos’è la pietà e una parte di me è morta quella notte. Quando mia nonna lo ha colpito mi sono voltata e li ho capito quale crudele destino mi attendeva. Ho tolto la vita a tante persone, anziani, donne, bambini… nessuno era lì per colpa, ma solo per un destino non voluto. La morte prende tutti, i più fortunati non soffrono altri devono patire pene indicibili. Tornare a esserlo per l’ultima volta, forse, mi libererà dalla tomba che mi porto dentro da tutta la vita.”
Il bastone le cadde dalle mani e colpì il pavimento con un suono vibrante che la riscosse. Le parole si spensero nello stesso modo in cui si erano accese in un punto oscuro dentro di lei. Mela si chinò, riafferrò il bastone, e fu in quel momento che prese la folle decisione di accontentare Lorena, andasse come andasse.
La buona morte.
Mela sostava soprapensiero davanti alla porta della stanza di Lorena, trattenendo la mano ossuta sulla maniglia fredda, quasi a cercarvi la forza per entrare.
«Mela! Ciao cara… hai saputo?» la voce alle sue spalle la fece sussultare. Era Clarissa, un’altra delle infermiere. Si avvicinò a lei per parlarle con un espressione dispiaciuta dipinta nel bellissimo viso; aveva i capelli lunghi e chiarissimi, le labbra carnose color rosso sangue e gli occhi nero pece.
«Si… mi ha telefonato la figlia, è dovuta tornare di fretta dal continente.» ribatté laconicamente Mela.
«Che cosa orribile… poverina anche lei. Quanto mi dispiace.»
«Già. Scusami un attimo Clarissa…»
«Fai, fai… buona giornata Mela.»
Clarissa non conosceva il dramma di Lorena, che si era confidata soltanto con Mela in quella clinica.
L’anziana infermiera entrò e richiuse delicatamente la porta alle spalle.
La stanza era buia, sempre la stessa.
«Ci sei riuscita.» disse la voce nella penombra.
La donna sul letto aveva un sorriso come da tempo Mela non vedeva nel suo viso.
«Non è stato difficile, mi avevi detto tutto tu. Come entrare, come arrivare alla sua stanza.» disse Mela.
«Come è…?»
«Una iniezione. Esattamente nel cuore.»
«Non si noterà?»
«Il buco è poco più che una puntura di insetto…  per il resto sembrerà sia stato un infarto. Non ci sarà autopsia. Gli ho dato la “buona morte”.»
«Grazie Mela.» Lorena sembrava stesse per rinascere. «Ha sofferto?»
«Moltissimo. Il liquido che gli ho iniettato era paralizzante ad azione estesa, ma a diffusione molto lenta. Ha sofferto mille inferni per i crampi insopportabili in tutto il corpo, prima che il troppo dolore gli bloccasse il cuore, senza neanche poter gridare o contorcersi.»
«Proprio come desideravo io. Hai fatto la foto che ti ho chiesto?»
«Si. Eccoti la sua testa… fotografata un attimo prima che morisse.»
Mela prese dalla borsa il suo smartphone, scorse la galleria delle foto e lo porse alla donna stesa sul letto.
Come una moderna Erodiade, Lorena godette a fondo dell’espressione di insano terrore congelata negli occhi di quel moderno Giovanni Battista, immortalata in eterno nel magico turbinio di quei pixel colorati. Nessun rimorso: era lui la causa del suo male, lui che la stava portando inesorabilmente alla morte, e quindi era toccato a lui pagare il giusto prezzo.
S’accabadoraera tornata per lui.
L’essere umano non dimentica mai i torti subiti, anche quando tutte le sue leve sensoriali si abbassano dolcemente, fino ad appiattirsi sulla rassicurante linea del dolore, ma anzi: mentre soffre ha più tempo per pensare, capire cosa desidera veramente.
E Lorena lo aveva capito da tempo ciò che desiderava.
Una cosa semplicissima, anzi, due: vendetta e giustizia.
Dopo tre giorni il maestrale era infine calato, portando finalmente via con il suo soffio arrogante il responsabile dei suoi tanti tormenti.
FINE

 

29 commenti Aggiungi il tuo

  1. Giovanna Avignoni ha detto:

    Non avevo dubbi. L'autore Anton Francesco Milicia sa come cucire i pezzi di esistenze lacere e come creare meraviglie. Onore al suo lavoro.

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  2. Rosalba Vangelista ha detto:

    Come ogni volta rimango incantata, Anton Francesco Milicia trasforma la morte in una lezione di vita, attraverso parole che tagliano come una lama affilata. È la poetica del disfacimento di cui lui è maestro. Complimenti.

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  3. Non mi sorprende né lo stile né la maestria con cui l'autore riesce a trasmettere emozioni, ma quello che non mi stancherò mai di ammirare sono i suoi “colpi di scena” sapientemente gestiti anche in un racconto in cui la sensibilità dovrebbe solo commuovere. Incredibile, come sempre

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  4. Jenny Brunelli ha detto:

    Devastante. Una pugnalata al cuore. Bravo Anton!

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  5. Figlia della Terra ha detto:

    Ho prestato il mio nome ad Anton Francesco. Il mio nome e non solo, in questo meraviglioso e incredibile racconto. Non credo ci siano altre persone capaci di farmi amare la morte nello stesso modo. Sono davvero onorata. Grazie, Anton

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  6. valentina meana ha detto:

    Geniale come sempre!!! Apprezzata molto l'idea di suddividere il racconto in sezioni che aiutano il lettore ad addentrarsi appieno nella psiche dei singoli personaggi e nel complesso della sinossi. Onirica la figura del vento maestrale che viene investito come ruolo di spettatore dell'intera vicenda. Spettacolare ed attuale in quanto spesso nella cronaca troviamo figure come Mela che si trasformano in angeli della Morte. Rinvenuto anche in questo scritto una caratteristica dell'autore nel descrivere con precisione il territorio dove la vicenda prende vita. Bravo Anton!!!

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  7. ZiaCielo ha detto:

    Complimenti ad Anton che, come in altri suoi scritti, riesce sempre a depistare il lettore per poi sorprenderlo con un inaspettato colpo di scena.
    Sofferenze e senso della pietà si intrecciano tra loro.
    Si placano poi grazie ad un vento non meteorologico che non alimenta il fuoco di quelle anime dannate per decisioni altrui, ma arriva a dar loro finalmente sollievo.

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  8. Roberto Fancellu ha detto:

    Complimenti, per lo stile e il testo. Ho apprezzato particolarmente anche l'ambientazione in terra sarda

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  9. Bel racconto, complimenti.

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  10. Lucio Mari ha detto:

    Bellissimo racconto ricco di particolari che permettono al lettore di sentirsi parte integrante della storia. Magistrale il colpo di scena finale ed il pathos che è il minimo comune denominatore di tutta la storia ed innesca nel lettore il desiderio e la curiosità di sapere come andrà a finire. Letto tutto d'un fiato. Che dire…complimenti all'autore

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  11. anna d'auria ha detto:

    Intenso. Forte. Coinvongente.
    Fa piacere che un uomo abbia saputo immedesimarsi così nel dolore di una donna, trovando un exitus così particolare.
    Complimenti.

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  12. Bellissima storia, tutta nel tuo stile..
    Complimenti Anton… Sei un grande

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  13. alice forelisa ha detto:

    Nonostante tu non appartenga al popolo sardo,sei riuscito ad estrapolare l'essenza delle nostre origini,delle nostre forze granitiche,della nostra pietas nei confronti di chi soffre ….Personaggio che elargiva “l'eutanasia” giusta o sbagliata che fosse…Grazie letto senza respirare in un solo sospiro. Comossa sino alle lacrime,Complimenti.

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  14. Claudia Mameli ha detto:

    Le parole prendono forma diventando immagini nitide che s'imprimono nella mente del lettore. Hai saputo creare una storia viva, fatta di pene e sangue che brucia. Bravissimo come sempre. Il maestrale, prima o poi, è destinato a calare.

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  15. Janna Carru ha detto:

    La terra di Sardegna e il suo vento di maestrale che soffia rimescolando la vita degli uomini, quasi come un destino irrevocabile.
    Vento che bussa con forza, portando con se odori lontani e dimenticati,
    spalancando la porta dei ricordi, duri come le violenze subite.
    … e donne antiche che danno e tolgono la vita.
    Il maestrale, così come è arrivato, con un breve soffio scompare, portando con se tutti i peggiori tormenti.
    Bello, bellissimo, il maestrale porta emozioni!

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  16. Dario milicia ha detto:

    Perverso e apocalittico… scrittura geniale da una penna che sa catturare il male del mondo e vomitarlo in faccia al lettore

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  17. mariateresa ha detto:

    Inquietante, fortemente evocativo, fortemente visivo. Il maestrale ha forma, vita, pensieri, sentire. Bellissimo racconto. Un altro tassello dell'horror firmato Milicia.

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  18. Antonella Cataldo ha detto:

    Ho sempre amato il maestrale perchè da casa mia posso sentirlo arrivare, montare e goderne odori, sapori e piacere.
    Questo racconto non si discosta dallo stile perversamente vicino al sangue che cola di Anton.
    Il sangue che si rapprende ma non in tempo per salvarti.
    Il finale?
    Beh quello resta il mio di piacere.
    Ottimo Anton

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  19. Pino Campo ha detto:

    Non è davvero il tipo di racconti che piacciono a me, ma questo mi è entrato dentro con la stessa forza dirompente del maestrale che evoca il destino amaro di una donna abusata. La capacità dell’autore di calarsi nei sentimenti di una donna e nel descriverli, è mostruosa.
    “Invidio” il suo stile.
    Il finale è inaspettato, ma permea benissimo il sentimento di quanti odiano la violenza perpetrata contro qualunque genere di vittima – in questo caso una donna – e che anelano una giustizia giusta.
    A volte, la vendetta potrebbe rivelarsi una giustizia adeguata… anche se non riuscirà mai a restituire il mal tolto.

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  20. francesca andrianò ha detto:

    E’ sempre un piacere leggere i suoi scritti, ti catapulta subito dentro la scena. Leggi e ci sei dentro, come in un ottimo film. Essenziale e immediato, mi piace!

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  21. Tatiana Sabina Meloni ha detto:

    Un racconto che mesce folclore, inquietudine e orrore grazie a una penna assai sapiente. Un lavoro magistrale.

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  22. daniela di domenico ha detto:

    Racconto duro, violento, travolgente come il vento che evoca. E come il vento porta odori diversi e contrastanti, persino quello inaspettato della poesia.

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  23. Marta Paiano ha detto:

    Sconvolgente…

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  24. Salvatore Barbaro ha detto:

    Beh che dire Anton sa sempre incantate e stupire il lettore

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  25. Focolini Isabella Rita ha detto:

    Che dire?? Tratteggiata a meraviglia la figura dell’ infermiera e della sua battaglia interiore. Un racconto da brividi. Mi piace l’ idea della vendetta. Come sempre Anton è un maestro della penna.

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  26. LOREDANA PREDA ha detto:

    Mela altro non è che il Male che si contorce dietro e che morde con prepotenza fino a fermare il cuore di colui che di male si è nutrito per anni.
    Bello e intenso questo tuo racconto, come ci hai abituati. Ha un sapore “antico”, di segreti e cose non dette, di vendete ordite nel silenzio degli anni… e se l’uomo è il male, la vendetta è femmina.
    Non aggiungo altro. Bravo!

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  27. Marta ha detto:

    Non trovo le parole : una scrittura sublime , una capacità di rapire la mente e di avvolgere dentro il racconto. Non mi sento spettatrice , mentre ti leggo, ma attrice tra le righe. Mi succede con pochi altri scrittori. Bravissimo.

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  28. Vincenza Imbruglia ha detto:

    Anch’io avrei gustato una vendetta così. Perfetto Anton. Bellissimo

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  29. Voti utili ai fini del concorso 28

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