Glossario di un amore farlocco di Chiara Pellicoro

 


Donna: dal latino domina, signora.
Essere umano adulto di sesso femminile.
 Non ci riesco. Proprio non ci riesco, a sentirmi diversa dai maschi.
Non mi sono mai sentita oggetto, tanto meno sessuale.
Non mi sono mai imbrattata la faccia per sembrare diversa da quella che ero.
Non ho mai imparato a camminare sui tacchi alti e ho sempre sorriso poco.
Non ho avuto molte storie, e quelle poche solo con uomini intelligenti.
Poi ti ho incontrato, verme.
Compagna. Moglie. Donna amata (specialmente preceduta dall’aggettivo possessivo mia).
Aggettivo possessivo: bella fregatura. Quante volte te l’ho sentito dire? Al principio, quando siamo andati a convivere, folli di passione, ubriachi di sesso. Mi presentavi, fiero, tronfio, quasi superbo: “la mia compagna”, dicevi. Incurante del mio dissenso, dei miei sguardi furenti, dei pizzicotti con cui stringevo il tuo fianco. Perché mi abbracciavi e ti abbracciavo. Che coppia felice, dicevano tutti.
 Eppure tante volte ti avevo ripetuto che avevo un nome, e bastava quello per presentarmi ai tuoi amici altolocati del cazzo.
Sara, mi chiamo Sara. Ci voleva tanto a dire vi presento Sara? Ci voleva tanto a evitare quel tono da conquistatore spagnolo, che ha visto l’oro e lo vuole tutto?
E tutta mi avevi, senza remore, senza veli, senza pregiudizi, senza difesa. Ecco l’errore. Aver abbassato le difese.
Poi. Ragioni di convenienza sociale: è così che mi hai convinto a sposarti.
E io che non credevo al matrimonio, non credevo ai legami forti, non credevo ai legami ufficializzati con una firma in fondo a un foglio, davanti a un sindaco o a un prete. Per me era lo stesso. Mi ero inventata le scuse più inverosimili. E tu ovviamente non ci credevi. Che significa dire non mi posso sposare, c’ho la partita iva? Che stronzata è? Mi dicevi. Ma lo sapevi dire con tanta dolcezza, con tanto ardore. Mi irretivi nelle notti e nei giorni in cui esistevamo solo noi, il nostro sesso senza limiti, senza veli, senza pregiudizi, senza difesa. Approfittando della debolezza del mio corpo che ti voleva, ogni momento del giorno e della notte ti voleva, continuavi a ripetere il mantra: sposami, sposiamoci.
Scegliere il ventuno marzo, primo giorno di primavera, voleva essere l’omaggio all’idea di qualcosa che fiorisce. Noi dovevamo fiorire.
Ed era esattamente quella l’immagine che davamo, quel giorno. Due boccioli pronti a fiorire, ad aprirsi, petali lucenti. Tu nel tuo completo grigio perla, seta pura, le scarpe di vernice, il gelsomino sul risvolto, i gemelli di diamanti ai polsini. I tuoi capelli biondi, lunghi, quel ciuffo ingannatore come i tuoi occhi.
Io con il mio abito bianco, semplice e prezioso, lo scollo sulla schiena, gli orecchini di  diamanti, il bouquet di gelsomini e peonie.
La torta di tre piani, perché siamo d’accordo che cinque è da cafoni.
E di nuovo quell’odioso aggettivo possessivo a far da tramite tra me stessa, il ruolo sociale acquisito di moglie, e le tue manie di possesso.
Perché, perché non ti ho lasciato andare? Perché non sono scappata a gambe levate, perché non ti ho lanciato in faccia quello stupido bouquet?
Ero ancora in tempo a evitare che ricominciassi con quell’odioso “mia moglie”.
Che poi normalmente non è che sia così strano o vergognoso, sentir dire al tuo uomo “mia moglie”. È il tono, è lo sguardo, è il braccio che mi serra la vita come la fede mi serra l’anulare. Il primo anello della catena che mi avrebbe portato qui, dove sono adesso. Oggi.
Donna amata: e quando mai hai amato qualcuno oltre te stesso? Due giorni, due soli, semplici giorni dopo il rientro dal viaggio di nozze, e tutto cominciò a essermi chiaro.
Una mia amica ci aveva invitati alla sua festa: era una scrittrice e aveva venduto le prime centomila copie del suo libro. Era giusto che volesse festeggiare. Volevo indossare il mio abito lungo, era una festa elegante. A te piacevano le feste eleganti. Soprattutto ti piaceva vedermi addosso quel vestito. Così diverso da me, dal mio stile minimal. Allora ti ho detto per favore, mi prendi gli orecchini? E tu di rimando: quali orecchini? Come quali orecchini, i diamanti, sono nel… Ah, quelli, hai detto, sai … Non lo sapevo? Non mi ero accorta? Non avevo visto? Il tuo vizio. Il poker. I soldi che non ti bastavano mai. E i miei orecchini di diamanti, il mio primo investimento. Il tuo primo furto.
Donna di servizio: domestica, collaboratrice familiare.
Quanto fumo negli occhi. Nei miei, in quelli dei tuoi amici altolocati del cazzo.
Era questo che ti interessava: la posizione sociale. La rivincita sulla sorte che ti aveva fatto nascere in una famiglia dove tutto era distorto. Dove tuo padre non faceva che urlare comandi e parolacce volgari e tua madre non faceva che subire.
È da lì che è cominciata la tua pazzia? Forse. In un certo senso, sia pure solo apparente, ce l’avevi fatta. Almeno così ti ho conosciuto. Profumato e griffato. Il tuo modo di incantare. Se solo avessi immaginato il motivo per cui avevi insistito tanto per sposarci. Ti serviva davvero tanto aggiungere un’altra proprietà da esibire? O era solo perché ti servivano le mie firme, prima ancora dei miei soldi.
Ogni settimana un foglio da firmare. Ma di fretta eh, che non avessi tempo di leggere quello che sottoscrivevo.
“Non ti preoccupare – dicevi – il commercialista ha detto che così risparmiamo sulle tasse”. Io firmavo.
“Non è niente – dicevi – un piccolo investimento, di quelli che rendono veloci”. Io firmavo.
“Un’occasione unica – dicevi -non ce la possiamo perdere”. Io firmavo.
Quando il castello è crollato, non è rimasto nulla. Tu non avevi più nulla, io non avevo più nulla, nemmeno il lavoro.
“Dai – mi avevi detto – a che ti serve? Che ti manca?” Già, cosa mi mancava?
Ora manca tutto. Ora siamo confinati in queste quattro pareti da pochi soldi: lavo, stiro, pulisco, cucino. Una cenerentola senza speranza e senza futuro. Senza principe azzurro.
Tu urli. Io subisco. Replica perfetta di ciò che conoscevi. Devo dire che sei stato bravo.
Titolo di riguardo che si antepone al nome delle nobildonne: nell’Italia meridionale viene attribuito anche a donne di modesta condizione.
Quando nessuno aveva osato considerarmi una proprietà, cioè sempre prima di te, i miei amici mi chiamavano donna Sara. In verità il primo che mi aveva affibbiato il titolo era stato l’ingegnere presso cui avevo iniziato a far pratica. Era un uomo anziano, pieno di gentilezza, di un savoir faire antico. Era uno di quegli uomini che ti aprono lo sportello dell’auto, ti fanno accomodare, lo richiudono con delicatezza, guidano piano e con attenzione. Donna Sara, che fine hai fatto.
Ora mi guardo allo specchio e mi faccio brutti film.
Signora: titolo di cortesia e di rispetto con cui ci si rivolge a una donna sposata, premesso sia al cognome, sia, con maggiore familiarità, al nome.
Da quanto tempo sono la signora C.? Troppo a considerare quanto siamo caduti in basso. Ieri sera, per esempio. Sono tornata dall’ennesimo giro in cerca di un lavoro, qualcosa che ci faccia uscire da questo incubo in cui ci ha cacciati la tua follia.
C’è la crisi, mi hanno risposto tutti. C’è saturazione del mercato. C’è poco lavoro, gli studi soffrono. Perché non prova in qualche agenzia immobiliare? Ma avevo i piedi distrutti, non ce la facevo più. Ci riprovo domani, mi sono detta. Ho gli indirizzi, i numeri di telefono. Magari come diceva Rossella O’Hara: domani è un altro giorno.
 Poi ho aperto la porta: avevi sentito i passi su per le scale? Perché appena ho aperto una furia mi si è gettata addosso, non ho visto più niente, solo il rosso del sangue che colava dal naso. Un pugno alla tempia e non ho visto quasi più nulla. Non ho visto ma ho sentito che le mani mi stringevano il collo.
Biascicavi parole incomprensibili. E colpivi. La mia colpa? Nessuna, ovviamente. Non era mia la colpa del disastro che aveva prosciugato ogni riserva, fino agli ultimi spiccioli del mio conto corrente. Il tuo era chiuso da mesi. No, non era mia la colpa se avevi trovato il frigo vuoto, il forno vuoto. Persino il cesto del pane era vuoto.
Avevo qualche spicciolo in borsa e pensa un po’? ti avevo comprato una pizza.
Lo sapevo che prima o poi lo avresti fatto. Solo che pensavo di fare in tempo ad andare via, prima che la follia ti prendesse del tutto. Tu sei pazzo, tu sei impazzito molto tempo fa, il giorno in cui tuo padre ha fatto a pezzi tua madre e poi si è impiccato. Doveva succedere, lo sapevo. Ormai lo sapevo. Come si dice? Buon sangue non mente.
Donna di classe. Educata. Raffinata nei modi e nei gusti.
Lo ero un tempo. C’era una volta una donna di classe, con un bel lavoro, con le sue soddisfazioni, le sue amicizie. Mi piaceva vestire elegante e semplice, in stile esistenzialista, diceva quel mio caro amico che non mi ha rivolto più la parola da quando sono venuta a vivere con te.
L’ingegnere anziano e gran signore mi disse:” donna Sara, è un vero peccato, sei sicura di voler lasciare il lavoro? “
Ma ora che sono? Una bambola di pezza tutta ammaccata e piena di lividi.
No, non finirà così. Ci penso e la trovo, una soluzione. Stanne certo. Troverò il modo di schiacciarti, di farti capire una volta per tutte che la tua vera natura è una sola: sei un invertebrato. Un verme, un millepiedi che lascia una scia fetida ovunque passi.
Denuncio
Con l’occhio tumefatto, i segni sul collo, il naso gonfio, nonostante il ghiaccio e il disinfettante che quell’anima buona di Teresa la mia vicina mi ha messo dopo avermi accolta e probabilmente salvata, ho pianto. Non l’ho mai fatto volentieri in vita mia, non mi piace proprio, ma dovevo sfogare. Oltre il dolore, la rabbia. Perché donna Sara non si arrende facilmente.
Ho chiesto a Teresa se mi dava un passaggio. Non avevo la faccia giusta per prendere il tram o l’autobus. La mia auto è andata da tempo in pagamento di uno dei tuoi stramaledetti debiti di gioco. Quelli per cui una volta per poco non ti ho infilzato con il coltello con cui stavo tagliando la cipolla. Ti eri avvicinato tutto sorridente e gioviale, e io penso ah meno male, stavolta ha vinto. Invece mi hai afferrata per la vita, mi hai baciato sul collo e che mi hai detto? Mio dio che vergogna. Nell’orecchio, come se qualcuno potesse ascoltare, mi dici che hai perso di nuovo, e che, ecco, ci sarebbe che avevi giocato con quel tipo, Pirrotti Pellotti o come cazzo si chiama. E quello ti aveva detto che se vinceva non voleva soldi. E insomma, mi fai, hai capito? Ti ho piazzato il coltello sotto la gola e ti ho urlato di andartene, di andarti a cercare una puttana e presentargliela come tua moglie. Che tu questo eri, un pappone maledetto.
Teresa mi ha accompagnato fin dentro la caserma. Che carina, temeva che cambiassi idea. Ma no, le ho detto, stai tranquilla. E lei:  tanto devo aspettarti, mica puoi tornare a casa in autobus conciata così? Ok, è andato tutto bene, ho firmato la denuncia, e ora mi servirà un avvocato.
Ci penso io, ha detto di nuovo Teresa, so dove sta l’associazione, non devi pagare niente, fanno tutto i loro avvocati. Tranquilla eh? Ce la farai.
Una mia parente si è trovata bene, sono bravi, ormai esperti. Sai, con tutte le storie che si sentono.
Quante volte, quante volte le avevo sentite, quelle brutte storie delle donne maltrattate, delle donne picchiate, delle donne uccise. Tutte, tutte dal proprio uomo. Che poi, uomo. Verme assassino, tigna schifosa. E loro? Le donne? Tiravo una linea con l’aerografo e pensavo, ma quanto sono stupide? Perché non vanno via? Perché pensano che le botte siano manifestazione di amore? Non le capisco.
Se mi vergogno, di quei pensieri? No, mi vergogno di me stessa. Mi vergogno di essere caduta in una fossa di sabbie mobili, anzi, di essermici tuffata come fosse il mare cristallino e trasparente che circonda certe isole greche. Mi vergogno di aver insultato la mia intelligenza.
Divorzio
Che liberazione. La mia vita è cambiata.
Ho testimoniato al processo per i maltrattamenti. Mi guardavi di sottecchi, con il tuo solito sguardo obliquo, quello di quando stavi maturando qualche pensiero osceno. Lo sguardo da serpente. Ti odio e lo sai.
Ho avuto la separazione e ti hanno condannato a versarmi il mantenimento. Non hai pagato e ti ho denunciato. Un’altra condanna. Continuo a odiarti.
La crisi si è attenuata e ho trovato un lavoro in un’agenzia immobiliare. Dove mi chiamano donna Sara.
Rinascita: ripresa di vitalità da parte di un organismo.
Ci vuole tempo e pazienza. Perché i segni che rimangono sono di quelli brutti. Ho   iniziato a scansare gli uomini. Vade retro satana. Anche quel mio amico tanto gentile, che ha tentato in tutti i modi di convincermi che la vita, la mia vita, è mia e posso farne quello che voglio. Nella specie, imparare ad amare di nuovo. Perché non lui? Perché no?  See, gli ho risposto, non credo proprio. La vita è mia? Sì. Posso farne quello che voglio? Sì. Infatti posso cantare, a casa mia. Anche in quei giorni in cui ho provato a far decantare il dolore e l’odio. A farli allontanare da me, a vederli spegnersi come una cicca in un posacenere, a vederli scivolare nel tubo di scarico della doccia. La feccia è dura da decantare. Tu, sei stato la feccia nella mia vita. Ma io canto. Il mio periodo di riflessione, la fermentazione secondaria delle emozioni, il tempo dell’avanti e indietro mille passi nel corridoio. Avanti e indietro, fermentando e cercando soluzioni. Non sei tu amico mio, la soluzione. Andiamo avanti.
Riapparizione. Ricomparsa. Ritorno.
Come hai fatto, maledetto? Come hai potuto? In città non si parla d’altro, da un po’ di tempo. Di te. Di come ti sei disintossicato dal gioco, del libro che hai scritto, del film che stanno per ricavarne. Dei soldi che ti piovono addosso come coriandoli di carnevale. Del tuo matrimonio.
Non è possibile, mi dico, non è possibile. Ho ancora le cicatrici, quelle reali e quelle virtuali. Ormai ho capito che non vanno più via. Che non puoi sentire la mano che ti stringe il collo, che ti manca il respiro e pensi che ti manca poco, e poi continuare a vivere come se niente fosse. Se non niente, almeno qualcosa. Non puoi non rivedere in ogni frammento rosso, il petalo di una rosa, un angolo di bandiera, un vestito in una vetrina, il sangue che sgorgava dal tuo naso rotto e dal tuo sopracciglio massacrato. E tu domani ti sposi?
La rabbia è risalita. Non ci posso fare niente, mi sovrasta e mi sommerge. Mi incalza e mi interroga. Ma davvero vuoi stare a guardare? No, ci mancherebbe altro.
Ho fatto le mie mosse. Mi sono mimetizzata, contorta e sarò presente.
Non mi vedrai subito. Deciderò io il momento.
 All’uscita della chiesa mi unirò al coro. AUGURI, AUGURI, baci e abbracci. Lei, la tua sposa novella, sarà benevola e carina, si farà abbracciare e ricambierà l’abbraccio. Scommetto che non sa nemmeno che io sia esistita, prima di lei nella tua vita. Assaporerò ogni pietanza del menù sofisticato che avrai curato in ogni dettaglio. Brinderemo agli sposi con lo champagne. Arriverà la torta. Tutti si alzeranno in piedi, distratti dalla foga di applaudire il capolavoro a tre piani. Cinque è sempre da cafoni.
Quello sarà il momento. Un colpo, un colpo solo. Lo champagne ti si bloccherà in gola.
PROSIT, stronzo. Non lo sapevi? La pelle non dimentica.

 

48 commenti Aggiungi il tuo

  1. Anna Cassano ha detto:

    Glossario di storie che purtroppo si ripetono troppo spesso, e questa volta nel silenzio. Se magari finissero tutte così, e non si dovesse invece sempre più spesso leggere sui giornali storie con protagoniste citate al passato, storie di dolore, soprusi e umiliazioni finite nel sangue…

    "Mi piace"

  2. Cristina Battilega ha detto:

    Mi ha realmente travolto. La schiettezza ad il “verismo” di questo squarcio sulle parole che disegnano un anello che si spezza.

    "Mi piace"

  3. Vincenzo Liguori ha detto:

    Vero. Amaramente vero. Amaramente divertente come solo la verità sa essere.L'amarezza del dolore e della rabbia e la sapidità delle lacrime molto spesso ingoiate.Dolore, rabbia e lacrime che generano riscatto. Ripeto, vero e bello come la verità.

    "Mi piace"

  4. Sara Milano ha detto:

    Ritratto lucido degli algidi moti del cuore di una donna fiera, eppure ferita e umiliata nel corpo e nell'anima. Vittima e carnefice ,nei fatti e nel pensiero. Triste realtà di sempre,gravissima piaga sociale di oggi. Glossario amaramente noto a molte donne. La pulizia dello stile,il suo mirare dritto allo stomaco,senza troppo giri, senza filtri, scandaglia e restituisce al lettore una dignità violata e assetata di riscatto,di vendetta,che tuttavia mai potranno colmare il dolore, mai potranno cicatrizzare ferite tanto profonde.Mai potranno restituire libertà.
    Complimenti.

    "Mi piace"

  5. Wow! E ho detto tutto.

    "Mi piace"

  6. Sara Pavone ha detto:

    Letto d'un fiato, scorrendo le immagini di una pellicola possibile, quella di tante storie, di tanti drammi, relazioni in cui il possesso supera il sentimento, diviene egoismo, sopraffazione, violenza e orrore.. Realtà che sfociano spesso, purtroppo, nella tragedia e nel soccombere della donna. Questo racconto ha in sé, invece, la dolorosa rivincita di colei che pur segnata da indelebili e profonde cicatrici riemerge dalle “sabbie mobili”, riaffermando se stessa e la sua “intelligenza” …una storia che, ci auguriamo, diventi una realtà per tante , che denuncino sempre una qualsivoglia forma di violenza, superando quella “vergogna” che altro non è che la miseria di chi ha perso la ragione e il rispetto per sè e per gli altri e deve essere CURATO! Complimenti zia e…ottima scelta del nome!!����

    "Mi piace"

  7. Katia Balbo ha detto:

    Ritratto dettagliato dell'escalation di emozioni negative e distruttive che accompagnano una donna tradita,ferita,illusa ,privata della sua dignità e identità.
    Scrittura conivolgente dal ritmo incalzante,permette al lettore di identificarsi con Sara e combattere con lei,desiderare il suo riscatto. Compimenti!

    "Mi piace"

  8. Marina Maselli ha detto:

    Amaro e beffardo questo racconto contiene le tracce delle possibili vie d'uscita. Magari fosse sempre così.
    Ogni storia meriterebbe di avere il suo lieto fine..

    "Mi piace"

  9. gabriele22429 ha detto:

    Semplicemente stupendo, molto espressivo e incredibilmente scorrevole !

    "Mi piace"

  10. Marida Ronco ha detto:

    Bello, amaro, vero.

    "Mi piace"

  11. Etto Basciano ha detto:

    In bocca al lupo!

    "Mi piace"

  12. Unknown ha detto:

    Un racconto che rimane impresso nella mente. La scelta di usare un “glossario” come fil rouge della storia di Sara la trovo brillante. Complimenti.

    "Mi piace"

  13. Francesca Larenza ha detto:

    Tutte le donne dovrebbero avere il coraggio di ribellarsi e la forza di ricominciare. Ricominciare a volersi bene. Complimenti per il racconto. In bocca al lupo

    "Mi piace"

  14. Raffaella Pastore ha detto:

    Crudo, angosciante, ma sin troppo vero. I toni drammatici, e a volte sarcastici, propri di una scrittrice che “lotta” con le parole come con i suoi simili, denotano si tanta forza, ma anche la voglia di credere che ognuno possa e debba cambiare, invertire la rotta di un percorso quasi ineluttabile. Grazie, Chiara! Dietro la protagonista, Sarà, ci siamo noi, con le nostre amarezze, le nostre speranze e i nostri sogni spesso infranti…

    "Mi piace"

  15. Unknown ha detto:

    Molto bello, mi ha davvero scossa. Complimenti.

    "Mi piace"

  16. Margherita Laera ha detto:

    Un bellissimo racconto letto tutto d'un fiato!
    Peccato che ci siano storie come questa!
    Complimenti Chiara!!! Sei grande!

    "Mi piace"

  17. Cristina Battilega ha detto:

    Mi ha realmente travolto. La schiettezza ad il “verismo” di questo squarcio sulle parole che disegnano un anello che si spezza.

    "Mi piace"

  18. Jonny Schwed ha detto:

    Cara autrice
    So che la vita presenta situazioni in cui pare essere necessario uno scatto; e questo veloce movimento, (il cui carburante è la forza di volontà), in un modo o nell'altro, ci dà l'idea di dovere essere fatto; ma non sempre è così. Prima di trattare temi tanto sentiti e diffusi (soprattutto in questo periodo), è necessaria una sedimentazione, una comprensione di quello che si vuole, dove ci si chiede se ciò che facciamo, aiuti realmente noi stessi a far nascere il frutto, che a sua volta dovrà aiutare i fruitori, a varcare soglie ancora inesplorate; e solo in caso di una risposta completamente positiva a questo quesito introspettivo, si crea, si scrive, si genera. Lei se lo è mai posto?

    "Mi piace"

  19. marilisa maselli ha detto:

    Voce di chi non ha voce, perchè la violenza non deve mai passare sotto silenzio.
    Una grande scrittrice, un tema urgente.

    "Mi piace"

  20. alessia marinelli ha detto:

    Racconto crudo e coinvolgente.
    Mi piace pensare che un giorno tutte le Sare del mondo possano avere la forza della Sara del racconto, grazie soprattutto a chi dà loro voce.

    Piace a 1 persona

  21. Veronica Facco ha detto:

    Sciatto nella forma, povero nel contenuto: un racconto infarcito di cliché sensazionalistici che non rendono giustizia ad un fenomeno troppo delicato per essere trattato da una autrice che come unica abilità sfoggia l'essere donna.
    Qua si ignorano i concetti di “sistema di attaccamento”, ” dispositivo antropologico” e “eteronormatività”.
    Ricondurre tutto all'etichetta ” patriarcato” è un'operazione noiosa e fine a sé stessa, considerato che il problema principe della nostra società è l'essere completamente ritardati sul piano delle emozioni; popoliamo e reifichiamo un mondo schizofrenico, narcisistico, liquido ed esibizionista, in cui si corre ad ammassare la colpa (concetto cattolico che dovremmo superare) sul singolo o su una moltitudine invisibile, di cui nessuno fa mai parte e che tuttavia c'è.
    Non è essere donna che rende liberi, ma essere liberi che rende umani.

    "Mi piace"

  22. Ottima lezione di ? Bella sequela di parole. C'è altro?

    "Mi piace"

  23. Jonny Schwed ha detto:

    Noto una grande maturità da parte dell'autrice nell'accettare le critiche.

    "Mi piace"

  24. Stefano Digregorio ha detto:

    Un racconto semplice ma non banale, una vicenda credibile con una protagonista umana. Uno scorcio che rende la giusta idea della tematica che tratta.

    "Mi piace"

  25. Sara Pavone ha detto:

    Tematica coinvolgente, scrittura graffiante, che scava nel guazzabuglio delle emozioni e dei sentimenti umani. Grande è la voglia di vita e di riscatto! Congratulazioni! Tonia.

    "Mi piace"

  26. Sara Milano ha detto:

    Storia di un riscatto sofferto affidata ad una scrittura sobria e per questo incisiva. Colpisce nel segno stimolando la riflessione sulle varie sfaccettature che la tematica racchiude in sé.
    Complimenti, Chiara!
    Un abbraccio,Giulia.

    "Mi piace"

  27. Unknown ha detto:

    Un racconto in grado di descrivere in maniera coinvolgente una realtà (purtroppo) sempre più presente nel tessuto dell'odierna società, ma che, a maggior motivo, merita una rappresentazione. Complimenti 🙂

    "Mi piace"

  28. Le Mezzelane ha detto:

    Questo ultimo commento non vale per il punteggio.

    "Mi piace"

  29. Unknown ha detto:

    Bellissimo. .. trascinante, puro e realista.. da pelle d'oca e pugno allo stomaco allo stesso tempo. .. complimenti davvero.

    "Mi piace"

  30. Stefano De Palma ha detto:

    Travolgente, fluido, diretto e realistico. Denso di emozioni. Mi è piaciuto. Molto.
    Complimenti

    "Mi piace"

  31. Lidia Popolano ha detto:

    Uno stile lucido è vero come l'autrice ci ha abituato ad apprezzare. Il racconto procede scivolando lungo la china degli eventi, fino all'inevitabile epilogo. Prosit!

    "Mi piace"

  32. deborah langmann ha detto:

    “C’è una sola cosa che si scrive solo per se stesso, ed è la lista della spesa. Serve a ricordarti che cosa devi comperare, e quando hai comperato puoi distruggerla perché non serve a nessun altro. Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno” con queste parole di
    Umberto Eco voglio ringraziare la scrittrice Chiara Pellicoro per avermi trasmesso, in quanto donna, un messaggio di speranza e di rivincita.
    Sono rimasta incollata al video finché non ho finito di leggere il suo scritto.
    Davvero grazie.

    Deborah Vittoria Langmann

    "Mi piace"

  33. Tonia ha detto:

    Un racconto che denuncia la cruda realtà di oggi, una realtà dalla quale è difficile uscire. ..
    Complimenti donna. ..

    "Mi piace"

  34. Unknown ha detto:

    Questo racconto mi ha colpito molto per la sua schiettezza e per la rabbia che traspare.
    Chissà quante donne si sono ritrovate in questa storia, quante donne hanno, vuoi per amore, ingenuità o altro, “abbassato le difese” di fronte a uomini che dicevano di amarle.
    Mi rattrista pensare che esistano uomini così malati e così perversi.
    Uomini che riescono in un batter d'occhio a rovinare la vita di una donna che l'unica colpa che ha è quella di aver creduto in lui e in quella facciata da bravo uomo.
    Un racconto che è come un pungo nello stomaco ma che infonde anche la speranza che non è mai tardi per dire basta, che si è sempre in tempo per riprendere in mano la propria vita e tornare ad amarsi.
    Complimenti per quel tocco graffiante che ha reso ancora più vera questa storia.
    Michela Castagna

    "Mi piace"

  35. Claudia Mameli ha detto:

    Leggendo questa storia mi viene in mente una sola parola: Orgoglio. Mai sminuirlo.

    "Mi piace"

  36. Lisa Cagnassi ha detto:

    Trovo il racconto molto reale, profondamente sentito. Vissuto da protagonista, sembrerebbe, per cui non mi permetto di dare giudizi chi lo ha fatto ha mancato di tatto nell'esprimerli. Trovo sia coinvolgente e sincero.
    Faccio i miei complimenti all'autrice, un racconto come questo non si può definire banale: “E' vita”.

    "Mi piace"

  37. tom lillo ha detto:

    Un tema attuale. Un esercizio di scrittura che merita approfondimento.

    "Mi piace"

  38. Giusy ha detto:

    Un racconto coinvolgente e a tratti ironico, nonostante il tema trattato. Mi piace!

    "Mi piace"

  39. Jonas ha detto:

    Amazing!

    "Mi piace"

  40. Gabriella Boeri ha detto:

    Originale l’impostazione, in sintonia con la brevità dello scritto, pur denso di fatti narrati. Uno stile incisivo. Complimenti e auguri!

    "Mi piace"

  41. Catia ha detto:

    Ho letto il tuo racconto Chiara, qualche giorno fa. L’ho riletto oggi e confermo di averlo trovato d’impatto e molto efficace. Il linguaggio usato, sebbene a tratti sia piuttosto forte, a mio avviso conferisce al testo un’impronta ancora più realistica. Molto intenso. Si legge in un soffio. Davvero bello. Complimenti.
    Catia

    "Mi piace"

  42. Anita ha detto:

    Diretto, travolgente , schietto crudo: complimenti , il racconto è davvero originale. Complimenti. Brava

    "Mi piace"

  43. tonia ha detto:

    chiara che dire…………bellissimo…….

    "Mi piace"

  44. Simona ha detto:

    Stupefacente

    "Mi piace"

  45. Davide Pellicoro ha detto:

    Emozionante e crudo quanto basta,brava zia!

    "Mi piace"

  46. Voti utili ai fini del concorso 46

    "Mi piace"

  47. delfilalu ha detto:

    Non so se sia storia vera autobiografica o solo stralci di storie vere di tante donne …o romanzo ispirato da storie vere…ma e’ bellissimo e scritto benissimo…Grazie.E’ lungo ma si legge tutto …e d’ un fiato…Brava …

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...