L’uomo che rubava i sogni di Nadia Toffanello

Me ne sto seduta rigidamente sulla sedia. Accanto a me, sul palco, ci sono altre quattro donne. Sono tutte quante vittime, proprio come me. Odio profondamente quella parola. Vittima. Non rende appieno l’idea ed è al contempo svilente. Ha una strana accezione per me, è come se sottolineasse che non ho reagito. Come se qualcosa mi si fosse abbattuto addosso all’improvviso e io non avessi potuto farci nulla. Invece qualcosa ho fatto, però non subito. In parte mi sento persino complice, anche se so che non dovrei pensarlo. Eppure se torno a quei giorni con la mente tutti i miei “e se invece avessi…” sembrano frustate.
Un’altra di noi sta parlando al microfono, rivolta alla platea. Il pubblico ascolta in silenzio, la sala è piena zeppa, ci sono persino persone in piedi sul fondo. Alcuni ogni tanto abbassano gli occhi di fronte alle parole che li urtano. Conosco la sensazione.
Quando l’Associazione mi aveva chiesto di venire qui a raccontare la mia storia di violenza avevo detto di no. Non volevo parlare dinanzi a un pubblico. Non mi importava di sensibilizzare qualche estraneo, volevo solo starmene in pace, a leccarmi le ferite lontano da tutto e da tutti. E poi quegli sguardi che ti lanciano quando racconti le cose più brutte sono terribili. Compassione, pietà, talvolta anche disapprovazione. È una sorta di violenza anche quella, per me. Perché se non ci sei passato non puoi capire davvero. E anche se ci sei passato è difficile farlo, perché ogni situazione è diversa. Nessuna parola può spiegare le sensazioni che hai provato. Per ognuna di noi è diverso, ne sono convinta. Non sono solo le percosse, le ferite, i lividi, non è solo la pelle, non è solo il sangue, c’è di più. È quella botta che senti allo stomaco quando ripensi a come ti sentivi. È quel dolore sordo e profondo che ti ha cambiato irrimediabilmente. Non esistono cerotti o punti di sutura per i sentimenti, per il cuore.
Però alla fine ho accettato, ma non mi sento un’eroina. Ho accettato solo perché hanno insistito tanto e so anche perché lo hanno fatto: sono carina. È di grande impatto vedere i segni della violenza su qualcuno giovane e carino. Ho ventisette anni e me ne sento sessanta, sono invecchiata. Dentro. Però fuori dimostro la mia età e in un certo qual modo sono ancora carina, seppure mutilata. Mi hanno chiesto di raccogliere i capelli in alto. Una crocchia bionda che metta in evidenza che il mio ex compagno mi ha mozzato un orecchio. I lividi sono spariti da un pezzo, anche le cicatrici ora sono meno evidenti. Però il male che mi ha fatto mi resterà dentro per sempre. È un compagno al quale oramai mi sono affezionata. Fa parte di me. Quel dolore adesso sono io.
Laura, la donna che sta parlando, si terge una lacrima con il dorso della mano, la voce le trema. E io devo scacciare tutta la mia empatia per non piangere. Stringo i denti. Iniziano le domande e in platea si solleva qualche mano. Laura risponde con la voce spezzata. Credo sia la parte peggiore. Le persone chiedono e tu rispondi. Siamo qui per questo eppure sembra così barbaro. È come se le nostre ferite fossero uno spettacolo, una sorta di Freak Show.
Fra poco toccherà a me. Non ho preparato un discorso e ora me ne pento. Non so neanche bene cosa dire. Potrei partire da dove tutto è iniziato: dall’amore. Sì perché io amavo quel bastardo che mi ha trasformato nella donna insicura e ferita che sono ora. Che mi ha picchiato così forte da farmi dimenticare chi sono. Chi ero. Che mi ha lasciato addosso un velo di paura, una specie di livido impalpabile.
Mi mordo un labbro. Forse non è una buona idea. Probabilmente dovrei dire tutte le cose che mi ripetono continuamente: che l’errore più grave è sottovalutare la situazione. Che bisogna reagire. Denunciare, insistere, chiedere aiuto. Magari dovrei elencare tutti i miei sbagli, in modo che le donne in platea non li commettano mai. O forse dovrei raccontare tutta la mia storia, senza alcun commento personale. Lì, dura e cruda, nella sua agghiacciante semplicità. Così simile a quelle delle altre da sembrare banale. L’amavo, credevo mi amasse, all’inizio era una persona diversa, poi tutto è cambiato, mi ha picchiata, percossa, distrutta, mi ha lesionato la milza, mozzato un orecchio con le cesoie da giardino e fatto a pezzi l’anima. Però il mio amore non s’è dissipato al primo schiaffo… forse questa è la parte più imbarazzante.  Quella che dovrebbero sentire, quella che non voglio dire a nessuno.
A volte mi sveglio in piena notte e mi sembra ancora di percepire il suo respiro accanto a me. Trattengo sempre il fiato – terrorizzata – prima di voltarmi e accertarmi di essere sola. Poi arrivano le lacrime. A volte lui mi manca. Avvampo alla sola idea. Non mi manca l’uomo che mi ha fatto del male. Mi manca quell’altro, la versione di lui che un tempo credevo di conoscere.
Non so se riuscirò a spiegare queste cose a tutti quegli estranei che mi vedono come la donna-con-un-orecchio-solo.
Finiscono le domande. Laura ringrazia e scatta un applauso contenuto. Ne meriterebbe uno molto più sentito, un’ovazione. Non per avere parlato con tanta schiettezza e nemmeno per avere risposto alle domande più imbarazzanti, neanche per avere mostrato i segni delle bruciature di sigaretta sul ventre, bensì per essere sopravvissuta. Per esserne uscita.
Il presentatore mi fa cenno di avvicinarmi al leggio. Deglutisco. Tutti i miei sbagli vengono a farmi compagnia e per un attimo credo che anche essere qui lo sia. Io non sono forte come Laura, e neanche quanto Alessia che ha raccontato la propria storia prima di lei. Io sono solo Diana. Diana che non vuole ammettere di essere una vittima. Il mio primo sbaglio.
Mi alzo, ogni mio passo sembra pesante, come se camminassi in un pantano. Perché ho accettato di sottopormi a questa ulteriore prova? Oramai però sono qui. Ci sono dentro. Non posso scappare. Quante volte l’ho pensato. Il bello è che ogni volta che l’ho pensato avrei potuto farlo, se solo l’avessi davvero voluto. Però stavolta è diverso: ora non voglio farlo. Se lo facessi mi sentirei peggio. Mi sentirei nuovamente vigliacca, però stavolta sarebbe vero.
Arrivo al microfono, lo regolo all’altezza della mia bocca. Emette un suono stridulo. Mi sfugge un sorriso imbarazzato. Appoggio le mani sul legno del leggio e mi schiarisco la voce. Un pacato applauso d’incoraggiamento. Deglutisco.
«Mi chiamo Diana» riesco a pronunciare prima che tutto ciò che vorrei dire mi si incastri in gola. I volti delle persone in sala sembrano ondeggiare, mi manca il fiato, e sento il cuore rullarmi nel petto. È l’inizio di uno dei miei ormai classici attacchi di panico. Un regalino d’addio della mia storia sbagliata.
«Scusate io…» Scusami amore, non volevo bruciare la frittata, scusami non volevo fare tardi, scusami non intendevo risponderti male, scusami se sono stata troppo al telefono, scusami se ho sorriso al cassiere del supermercato, scusami se ho dimenticato di comprare il pane, scusami se ho messo troppo ghiaccio nel tuo drink, scusami se non sono stata simpatica con il tuo capo, scusami, scusami, scusami. Ma le botte arrivavano lo stesso.
«No. Basta chiedere scusa!» esclamo. La mia voce suona strana. Alcune persone fra il pubblico si muovono a disagio sulle loro poltroncine imbottite. Il ronzio che sento all’orecchio sinistro, quello mutilato, sembra farsi più intenso. Un’ondata di imbarazzo mi travolge ma poi si ritira, come la marea e come il principio di attacco di panico che ho sentito prima. Ora mi sento forte, un po’ come mi sono sentita quando finalmente ho reagito. Credo che gli animali braccati, che alla fine attaccano, si sentano proprio così. Quando sei alle strette o ti arrendi o combatti, io ho combattuto ecco perché odio quella parola, vittima, svilisce la mia reazione, seppure tardiva.
«Ho chiesto scusa al mio ex compagno tante volte. E lui mi ha picchiato il doppio di quelle. Quindi non voglio più scusarmi»  mormoro a mo’ di spiegazione.
Alcuni annuiscono, mia madre in terza fila mi sorride. Quel suo sorriso d’incoraggiamento che tanto amo. Le evidenzia le gote e la fa sembrare più giovane.
«Sono stata invitata qui per raccontare la mia storia, una storia di violenza ma anche d’amore.» Sento un brivido fra le scapole. È vergogna. Mi vergogno di averlo amato, eppure per fare in modo che chi non ci è passato capisca davvero cosa ho vissuto, è essenziale dirlo.
«Ho conosciuto Alberto quando avevo ventiquattro anni. Ora ne no ventisette e l’ho denunciato da più di un anno.»
È difficile proseguire. Le parole sembrano perdere di significato e non mi vengono in mente quelle giuste. Le cerco come un’assetato cercherebbe dell’acqua nel deserto. «Lo amavo. Ero profondamente innamorata di lui. Amavo i suoi occhi scuri, il modo in cui sorrideva e come mi faceva sentire: importante, amata, desiderata, compresa, protetta.» Faccio una pausa per calmarmi. «Solo quando tutto è finito ho capito che mi aveva scelto perché ero remissiva. Non mi ha scelto perché ero simpatica o intelligente o carina, certo forse anche un pochino per quello… ma è stato il mio carattere a destare il suo interesse malato.» Ora il deserto ce l’ho in gola.
Tutti mi guardano e io non li vedo nemmeno. So cosa pensano, che sto dicendo delle cose ovvie. Però per me è importante che escano dalla mia bocca e che tutti loro le ascoltino, anche il ragazzo che sta guardando il cellulare. So che più di tutto vorrebbero sapere come mi ha tagliato l’orecchio, come ho potuto permettere che prendesse delle cesoie e me lo mozzasse. Una morbosa curiosità che forse proverei anche io al loro posto. Sto valutando se attendere il momento delle Domande e Risposte per dirlo. Per vedere con la loro stessa morbosa curiosità chi di loro avrà il fegato di chiedermelo.
«Ma voi siete qui per sentire la mia storia. Potrei dirvi di tutte le volte che mi ha picchiato, oppure di come io lo giustificassi dentro di me, fino a nascondere quanto avveniva a casa nostra perfino alla mia famiglia, ai miei amici. Potrei dirvi che per me denunciarlo equivaleva a una sconfitta personale, di come lui mi facesse sentire inadatta, fallita, inetta. Oppure che le cose sono peggiorate poco a poco, di come mi ci ero quasi abituata. Ma credo che possiate immaginarlo tutti quanti.»
Qualcuno annuisce. «Però preferisco parlare di un’altra cosa ben più pericolosa della rabbia che lui sfogava su di me. E quella cosa è l’amore. Se un estraneo mi avesse picchiato mentre ero al parco, o al supermercato non avrei esitato a denunciarlo, ma quello era il mio compagno. Non avevo capito che l’estraneo era il mio stesso compagno e continuavo ad amarlo. Era difficile smettere, un po’ come una dipendenza. Ora non mi viene in mente niente di più pericoloso dell’amore.»
Il ragazzo che guardava il cellulare ora mi guarda in faccia e io annuisco. «Mi ha fatto male, mi ha lesionato la milza, riempita di lividi, spezzato un braccio e mozzato un orecchio.» Sento il ronzio farsi più forte ricordando quel momento. «Ora risparmio sugli orecchini» aggiungo con un mezzo sorriso. Qualcuno ride e una ragazza per un attimo applaude. Mi fa coraggio in qualche modo. «Una delle cose che non mi ha tolto è l’ironia.» Una donna mi grida «sei forte!» Prendo un respiro profondo. «È importante capire che una persona che ami può arrivare al punto di ucciderti… anche se ti sembra impossibile. Potrebbe. Può. Siete venuti qui per sentire questo, immagino.»
Il ragazzo che prima giocava con il cellulare è più attento che mai, adesso. È carino e io sento una fitta allo stomaco. È questo che intendo. Se Alberto non mi avesse fatto così tanto male probabilmente penserei a lui come a un ragazzo che mi piace, che potrebbe piacermi. Magari immaginerei, lì in quell’angolo recondito della mente dove vivono i sogni, che potrebbe chiedermi il numero di telefono alla fine della conferenza, che magari potremmo uscire. Alberto mi ha tolto queste pulsioni. Ora lo guardo e penso solo che è carino, quindi è meglio stargli alla larga, così come da tutti gli altri. Un po’ come quando ci si scotta con il fuoco.
«Nessuno è al sicuro. Credevo di conoscere bene il mio ex, il mio aguzzino, invece non lo conoscevo affatto. Credevo mi amasse e invece amava come lo facevo sentire: forte, potente, un dio. La mia storia è una storia d’amore. Un amore malato. La mia storia potrebbe essere anche la vostra, quindi non la racconterò, potete immaginarla come preferite.» Sento dei mormorii in sala, qualcuno pare deluso.
«Qualcuno vuole chiedermi come ha fatto a mozzarmi un orecchio?» domando fingendomi spigliata e allegra. Forte come la donna che vorrei disperatamente essere ora, e soprattutto essere stata un tempo.
Il ragazzo del cellulare solleva la mano. «Sì, dimmi» scandisco.
«Vorrei chiederti come hai reagito e quando» domanda.
«Quando mi ha mozzato l’orecchio!» rispondo con un sorriso; le mie parole riecheggiano nell’auditorium silenzioso. Lui ricambia e allora proseguo. «L’ha fatto dopo avermi stordita di pugni, mentre ero priva di sensi. E quando mi sono ripresa ho chiamato la polizia.» Sento un brivido sferzarmi lo stomaco. Ricordo il momento in cui mi sono risvegliata in una pozza di sangue, la paura, il cuore a mille, il mio viso lordo di sangue allo specchio una volta chiusa a chiave in bagno… e poi le mie dita che componevano il numero sul cellulare. Insanguinate ma sicure. Avevo perso un orecchio ma avevo finalmente trovato il coraggio.
«Lui dov’è?» chiede una donna bionda in prima fila.
«Non lo so. È scappato, ora è ricercato dalla polizia» rispondo evitando di dire che ho paura di ritrovarmelo davanti ogni volta che esco di casa, ogni volta che mi guardo attorno, anche adesso. Che dormo con una mazza da baseball sotto al letto anche se so che ogni arma ti si può ritorcere contro. Vedo i suoi occhi scuri in tutti i volti che incontro, per un attimo. E spesso mi chiedo se sarà sempre così.
«Scusa, Diana» dice qualcuno dal fondo. Mi faccio schermo con una mano per riuscire a vederlo attraverso il bagliore dei riflettori. È un uomo. Occhi scuri. Scaccio l’idea. «Dimmi» rispondo raggranellando quel poco coraggio che ho.
«Perché non lo hai denunciato prima?»
Eccola la domanda che temevo veramente. E la risposta mi solletica la gola, mi risale nella bocca, fino a rotolarmi fuori dalla lingua. «Perché lo amavo, tanto. L’amore per lui era più forte di quello per me stessa. Ed è stato così fino alla fine, a volte credo ancora di amarlo.» Avvampo. Vittima di me stessa.
Un mormorio attraversa la sala. La verità fa davvero schifo. Quasi mi pento di averla detta al microfono, o di averla pensata.
Mia madre si mette una mano davanti alla bocca. Distolgo lo sguardo. Poi la stessa ragazza che prima aveva azzardato un applauso rilancia e altri la seguono. Questa è un piccola ovazione. Mi rendo conto che stanno applaudendo perché ho avuto il coraggio di dire la pura verità. Mi sento forte. So che molte donne sopportano le percosse perché non hanno scelta, o almeno lo credono nel profondo anche se non amano il loro carnefice. Forse chi oggi ha ascoltato le mie parole ha capito che c’è sempre una scelta, che non dobbiamo permettere a nessuno di picchiarci, per nessun motivo. Nessun motivo è davvero valido. Nessun segnale deve essere sottovalutato.
Mi volto verso le altre donne, le altre “vittime”. Qualcuna annuisce, altre invece abbassano la testa. Le capisco tutte quante. Non esiste una sola verità, quella che ho detto era solo la mia. Esistono infinite storie e altrettante verità.
Il giudizio della gente era il mio nemico, il mio compagno era il mio nemico, io ero la mia nemica. Li ho affrontati tutti.
«So che spesso si teme il giudizio degli altri, ci si vergogna, si rifugge l’aiuto, si odia la pietà; altre volte invece si sottovaluta semplicemente la situazione. Sono tutti concetti che ci tengo a ribadirvi. Ma questa è la mia storia, si riduce tutto a quello a quanto io lo abbia amato, a quanto lui mi abbia ferito e non sarebbero i dettagli più scabrosi a colpirvi, quello più scabroso ve l’ho già confessato» dico quando la sala si acquieta. «Vorrei dirvi qualche frase motivazionale d’effetto, ma non ne ho.» Mi stringo nelle spalle. «So soltanto che l’uomo che ho amato più di me stessa mi ha rubato tutti i sogni. Mi ha tolto la voglia di sognare e di amare un altro uomo. E un po’ anche di essere felice. Mi ha mutilato i sentimenti.»
Qualcosa che ha il sapore salato delle lacrime mi solletica la gola e mi pizzica il naso.
«Altre domande?» riesco comunque a dire.
Silenzio.
«Parlate ad alta voce perché da questa parte ci sento poco!» azzardo a dire indicandomi l’orecchio sano. Seguono alcune risate.
«Scusami, Diana» dice una ragazza mora, alzando la mano. Le faccio un cenno con il capo.
«Credi che un giorno riuscirai a superare tutto quello che ti è successo? Riuscirai a… a sognare di nuovo, come dici tu?»
Il groppo in gola sembra ingigantirsi. No. Non credo. Penso di no. E se lui fosse lì da qualche parte, a sentirmi? Io non voglio più essere una vittima.
«Sì» dico, allora. «Non sarò mai più quella di un tempo, e le cicatrici me lo ricorderanno per sempre; non potrò mai dimenticare quello che ho passato, ma se smettessi di provare a essere felice lui avrebbe vinto. L’uomo che mi ha rubato i sogni non deve vincere. È solo un vigliacco.»
Il ragazzo del cellulare annuisce. Mi congedo. Ascolto il mio applauso. Me lo sono meritato. Sono sopravvissuta e continuerò a farlo.
L’uomo che rubava i sogni non sarà il centro della mia vita d’ora in poi, non più. La mia vita non si ridurrà a quanto ho vissuto con lui. Non so se parlare a un pubblico della mia vicenda abbia aiutato qualcuno o lo farà, ma di certo ha aiutato me. Ho capito che non devo vergognarmi di avere amato, non devo vergognarmi di come ero e di chi sono adesso. È il ladro dei miei sogni che si deve vergognare.
Immagino che quando lo arresteranno io lo guarderò in quei suoi occhi scuri senza paura, perché è lui il vigliacco non io. E ora è questo uno dei miei nuovi sogni.

 

48 commenti Aggiungi il tuo

  1. Se immagino un incontro di Donne “sopravvissute” al lato cattivo dell'amore, non potrebbe essere diverso da ciò che ho letto.
    Molto ben scritto e, seppure di un argomento tanto duro, piacevole alla lettura! Complimenti Nadia

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  2. Michela Sanzone ha detto:

    Un messaggio che arriva dritto come un pugno e ti aiuta ad aprire gli occhi, per nulla banale. Un racconto breve ma ricco di emozioni che riesci a vivere sulla pelle….il dolore, la rabbia ed infine la speranza che nonostante tutto si possa tornare a vivere, a sognare! Bravissima Nadia un racconto magnifico!

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  3. Unknown ha detto:

    Un racconto toccante! In fondo ognuna di noi potrebbe esserne la protagonista. Io ho una figlia e se penso che un uomo si senta in diritto di rubare i suoi sogni sto male. Però è anche vero che reagire è un dovere, per non essere vittime per sempre! Brava Nadia

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  4. Fabrizio Bonati ha detto:

    Mi hai fatto piangere… a volte mi vergogno di essere maschio. Il momento in cui Diana dice “a volte credo ancora di amarlo” è la svolta. Complimenti, Nadia.

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  5. Cristina Miglietta ha detto:

    Nadia questo racconto è verità vera…hai scritto parole sensazioni pensieri che ho vissuto…qualcuno ha rubato i miei sogni…ma ho avuto la forza di averne dei nuovi ancora più belli ❤️

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  6. cristina maffei ha detto:

    Bellissimo, fantastico, molto toccante!!
    Brava Nadiaaaa sei SUPER❤️

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  7. Giuseppe Maffei ha detto:

    Brava Nadia, hai catturato lo stato d'animo non solo della protagonista del racconto, ma anche del pubblico che ascoltava. Scrivi molto bene… da sempre.

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  8. Roberto Leone ha detto:

    Veramente bello , molto toccante , complimenti

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  9. Elisabetta Fassone ha detto:

    Complimenti Nadia!

    Racconto coinvolgente…ricco di sensibilità

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  10. Davide Seccatore ha detto:

    Complimenti bellissimo racconto, si legge in modo scorrevole e soprattutto perché affronta un argomento molto diffuso nei giovani d'oggi! Brava Nadia complimenti

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  11. Unknown ha detto:

    molto toccante ….Brava Nadia !!!!

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  12. Francesca Lafronza ha detto:

    Complimenti Nadia! Un racconto molto toccante e ricco di sensibilità!

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  13. unknown ha detto:

    Bellissimo. Toccante e coinvolgente come deve essere questo tipo di racconto. Voto!

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  14. Camillagalileo ha detto:

    L'autrice coglie due aspetti importanti : la vergogna di far sapere agli altri e la difficoltà nel vedere il proprio compagno per quello che è davvero. Racconto molto coinvolgente e tema trattato con delicatezza. Mi è piaciuto !

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  15. Bello. Analisi profonda delle motivazioni per le quali una donna può arrivare a farsi distruggere da un uomo.

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  16. Peggy ha detto:

    Bello, profondo, toccante e struggente. Bravissima Nadia, hai colto nel segno. Complimenti!

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  17. Rosanna Spadaccino ha detto:

    Brava Nadia! E' molto profondo e toccante.

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  18. cinzia ha detto:

    Che dire Nadia,bellissimo, toccante profondo molto vero. Complimenti!

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  19. Clarissa ha detto:

    Brava Nadia, veramente profondo e toccante. Complimenti!!!

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  20. paola pieretto ha detto:

    Bravissima Nadia!!!

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  21. monica bogetto ha detto:

    Bravissima, davvero molto profondo!!!

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  22. giuly bottaro ha detto:

    Davvero toccante!!!!! Bravissima Nadia!

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  23. Anonimo ha detto:

    Toccante e coinvolgente

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  24. Anonimo ha detto:

    speriamo che servino a quelle donne che ancora non hanno denunciato la violenza che subiscono.Questo fa capire che parlare ti aiuta.Brava Nadia Toffanello

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  25. Tatiana Bianchi ha detto:

    Racconto molto toccante! Nel leggerlo si ha la sensazione di essere presenti all'incontro! Spero che tutte le donne trovino la forza di reagire alla violenza! Complimenti Nadia!!!

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  26. Anonimo ha detto:

    Davvero brava Nadia! Sei una bravissima scrittrice!

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  27. Zack Hope ha detto:

    Bel racconto, si avverte molto la paura ma anche il notevole coraggio della donna per esporsi in quel modo e per rivelare che in qualche modo lo amava. Molto bello, brava!

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  28. Anonimo ha detto:

    Brava Nadia, bellissimo racconto. Complimenti sei veramente una brava scrittrice.

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  29. Anonimo ha detto:

    Complimenti Nadia! Racconto molto toccante e coinvolgente. Bravissima!

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  30. Anonimo ha detto:

    Brava Nadia ! Complimenti .. Bellissimo

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  31. Unknown ha detto:

    Congratulazioni e complimenti!!! Brava Nadia….molto bello!!!

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  32. Tiziano Lega ha detto:

    Brava Nadia….molto bello

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  33. Anonimo ha detto:

    Complimenti Nadia…. molto toccante e veritiero,e tu sei bravissima.

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  34. Anonimo ha detto:

    Bellissimo!!

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  35. Anonimo ha detto:

    Molto bello leggetelo….
    Bel racconto…

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  36. Anonimo ha detto:

    Fantastico…meraviglioso..il più bello

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  37. Anonimo ha detto:

    Bellissimo molto commovente brava Nadia

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  38. Lella Beretta ha detto:

    Molto bello ed emotivamente efficace..Brava Nadia..

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  39. Anonimo ha detto:

    Sembra di essere proprio lì su quel palco! grande Nadia!

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  40. Anonimo ha detto:

    Complimenti! Molto toccante!

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  41. Azzurra Vicari ha detto:

    Un racconto davvero bello che ci permette di riflettere su un tema attuale non facile da affrontare.
    Ne consiglio la lettura in quanto coinvolgente e scritto in modo eccellente.
    Complimenti!

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  42. Anonimo ha detto:

    Molto bello ,complimenti

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  43. Anonimo ha detto:

    Bel racconto

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  44. Gio1993 ha detto:

    Un tema molto delicato, hai colto ciò che davvero prova un vittima…
    Molto toccante.

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  45. Stefania Carisio ha detto:

    Bravissima Nadia, un racconto davvero stupendo

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  46. Complimenti hai dato voce a chi subisce in vivo l'interesse del lettore in un racconto scorrevole anche se di impatto. Bravissima.

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  47. Stella Bertin ha detto:

    Letto tutto d'un fiato…. con la pelle d'oca!!! Bravissima!!!

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  48. Voti utili ai fini del concorso 47

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