Nessuno di Jenny Brunelli

Chi sono io?
Il mio nome non ha nessuna importanza! Potrei essere un numero qualsiasi di un registro della centrale dei carabinieri: un dato. Mi sento come un deportato nei campi di concentramento: un corpo senza più identità, un involucro vuoto, come dicevo: un numero…un numero marchiato col fuoco sulla pelle, come le cicatrici che mi porto appresso, come la rabbia che mi brucia dentro.
Eppure non sono io la bestia.
Chi ero?
Questa domanda è più semplice, forse per questo volto spesso lo sguardo al passato, mentre il futuro incerto mi crea confusione e paura.
Vivevo in un paesino completamente dislocato sulle rive di un lago. I pini si specchiavano come narcisi sulla superficie lacustre perdendo centinaia di aghetti che speziavano il paese di un aroma di pinoli e menta.
Quando conobbi il mio aguzzino passeggiavo, assorta nei miei pensieri, con l’umidità che mi penetrava nelle ossa e il profumo della pineta che mi infondeva un inebriante piacere.
Ero poco più che ventenne e ogni mia cellula trasmetteva energia e vitalità. Il sentiero si inerpicava sulla collina e a tratti i pini nascondevano la vista del lago. Fu proprio in uno di quei tratti che inciampai sulla radice di un ramo, cadendo a terra con un tonfo sordo. La speranza di non avere avuto spettatori fu subito vanificata dall’arrivo di un bellissimo uomo, alto e nerboruto, che mi tese una mano per aiutarmi a rialzarmi.
“Tutto bene? Ti sei fatta male?” mi chiese con voce forte e decisa, ma al tempo stesso dolce e gentile.
Credo di essere arrossita fino alla cute dei capelli. Mi rialzai goffamente e mi pulii i pantaloni che si erano riempiti di aghi di pino.
“Tutto ok, grazie. Sono la solita distratta!” risi, guardandomi le scarpe per evitare il suo sguardo.
“Hai un ginocchio ferito!” mi fece notare.
Alzai lo sguardo e incrociai gli occhi più belli che avessi mai visto nella mia vita: grandi e di un blu intenso. Ebbi l’impressione che con uno sguardo sapesse leggermi dentro.
“Piacere, io sono Sebastiano!” si presentò.
“Io mi chiamo Sofia. Grazie dell’aiuto!” sorrisi, tamponando il ginocchio ferito con un fazzolettino di carta.
“Figurati Sofia, è stato un piacere aiutare una così bella ragazza!”
Feci per avviarmi verso casa, quando Sebastiano mi richiamò.
“Hey ti è caduto questo!”
Mi girai e vidi che aveva tra le mani il mio cellulare. Che sbadata! Una figuraccia dopo l’altra, non era proprio giornata.
“Oh grazie Sebastiano!”
“Chiamami pure Seba!” mi fece l’occhiolino. “Perché non mi lasci il tuo numero, così mi accerto se arrivi a casa sana e salva!”
Risi imbarazzata.
“Dico davvero!” riprese serio. “Mi piacerebbe invitarti a prendere un caffè uno di questi giorni se non sei impegnata!”
“Non sono impegnata!” affermai ritrovando il controllo e scrutando meglio i suoi occhi.
Tirai fuori dal mio portafoglio un biglietto da visita della libreria che mi avevano lasciato in eredità i miei genitori e della quale mi occupavo da un paio d’anni.
“Grazie Sofia! Arrivederci allora!” girò sui tacchi e sparì dalla mia vista. Rimasi imbambolata un minuto buono, poi respirai a pieni polmoni l’aria mattutina, pronta per iniziare una nuova giornata.
Il mattino dopo, percorrendo lo stesso sentiero, mi chiesi più volte se davvero avrebbe richiamato e nel mentre mi guardavo in giro, nella segreta speranza di rincontrarlo.
Era un pomeriggio molto caldo, nonostante fosse già settembre inoltrato. Nella libreria accoglievo i clienti in un piccolo salottino offrendo loro caffè e biscottini fatti in casa. Stavo parlando con una signora sulla cinquantina di un autore emergente che aveva pubblicato un libro con una nuova casa editrice, ottenendo il successo di entrambe le parti in causa.
“C’è nessuno?” sentii chiedere dall’ingresso.
“Buona sera!” esordii affacciandomi. Non mi sarei mai aspettata di vedere proprio lui: Sebastiano. Era passato ormai un mese da quando ci eravamo incontrati sulle rive del lago e inutile dire che mi ero quasi scordata di lui…quasi appunto!
“Ciao Sofia! Passavo di qua per caso e ho pensato di entrare a vedere come stavi!”
Aveva un completo sportivo blu che gli donava moltissimo e capelli neri rasati quasi a zero.
“Sto bene, grazie.” sorrisi, sperando non notasse gli aloni di sudore sulla mia maglietta bianca.
“Vieni avanti! Ti presento il mio mondo!” dissi, contenta di poter condividere con lui la mia più grande passione.
“Carino questo posto, è tutto tuo?” chiese guardandosi in giro.
“Già…lo so, sono fortunata! Che genere di libri ti piacciono?”
“Non saprei, non leggo molto se devo essere sincero.”
“Oh…non importa, dimmi che interessi hai e troverò ciò che fa al caso tuo!”
“…il calcio mi piace!”
“Mmm fammi pensare…”
“Non pensare troppo, fa male alla salute!” disse avvicinandosi e baciandomi sulle labbra.
Rimasi confusa un secondo, poi i miei ormoni impazzirono all’unisono lasciandosi trascinare tra le sue braccia.
“Sofia torno domani!” sentii la cinquantenne affermare.
“Mi hai fatto perdere un affare!” bisbigliai.
Scoppiammo a ridere entrambi, poi presi le chiavi della libreria e chiusi in anticipo.
Tre settimane dopo Sebastiano si presentò a casa mia con una valigia rossa e molto capiente.
“Hey dove te ne vai con quella valigia? Parti?” chiesi lasciandolo entrare.
“No, mi hanno buttato fuori di casa. I proprietari hanno deciso di vendere e mi hanno chiesto se me ne potevo andare subito.”
“Così su due piedi?” chiesi stupita.
“Già…per fortuna non sono solo, pensavo che sarebbe carino approfittare di questa cosa per cominciare la nostra vita insieme!” disse inginocchiandosi e baciandomi la mano.
Il mio cuore prese a battere fortissimo per questa sua rivelazione, anche se non ero certa di essere pronta a condividere la mia vita in modo totale con qualcuno.
Non mi diede comunque tempo per pensare, come potevo lasciarlo in mezzo a una strada?
UN MESE DOPO
La giornata al lavoro era stata lunga e intensa, non vedevo l’ora di rientrare a casa. La nostra vita insieme funzionava meglio di quanto pensassi: la mattina mi alzavo sempre prima di Sebastiano e preparavo la colazione per entrambi aspettandolo in cucina. Vederlo appena sveglio mi dava una gioia in più per cominciare la giornata. La sera però era il momento che preferivo: dopo una giornata lontani ci accoccolavamo sul divano in un caldo intrico di piedi e gambe, guardando un film e sgranocchiando qualche schifezza appiccicosa ma gustosa.
Quella sera quando aprii la porta non era in salotto ad accogliermi come al solito, così lanciai la borsa sul divano e salii al piano di sopra per farmi un bagno rilassante. Dopo aver preparato la vasca con oli essenziali alla vaniglia misi un piede dopo l’altro nell’acqua, ma sentii la porta di sotto sbattere violentemente.
“Sebaaaa sono in bagno!” urlai e infilai tutto il corpo nell’acqua profumata.
Non feci in tempo a stendermi che Sebastiano entrò senza troppe cerimonie e con un’espressione furente in volto.
“Che succede?” chiesi preoccupata.
“Sei una puttana!” mi sputò addosso.
“Che dici? Sei impazzito?” chiesi stizzita.
“Ah questa è la tua tecnica vero? Farmi sentire pazzo per poterti scopare tranquillamente tutto il paese?”
“Ma di cosa stai parlando? Io non scopo proprio nessuno!”
“Ed ora neghi ovviamente. Peccato che ti ho vista con i miei occhi oggi con quel tizio davanti alla libreria!”
“Ora smettila Sebastiano e lasciami fare il bagno in pace!”
“Brutta puttana psicopatica credi di poterti prendere gioco di me così facilmente!” sbraitò prendendomi per un braccio e trascinandomi di forza fuori dalla vasca da bagno.
“Mi stai facendo male, smettila!”
“Non ti azzardare a dirmi quello che devo fare!” urlò mentre caricava il pugno che mi avrebbe rotto il naso. Caddi a terra sanguinante e piangendo mi rannicchiai nell’angolo più lontano da lui, che mi sputò addosso e se ne andò ringhiandomi quanto schifo gli facessi.
Quando rientrò due ore dopo ero ancora immobile nello stesso angolo, con un fazzoletto premuto sul naso dolorante e sanguinante. Non avevo più lacrime da versare, era come se il mio corpo fosse diventato un deserto di sentimenti. Provavo un’immobilità mai provata.
“Alzati!” mi disse severo, ma non più adirato.
“Dobbiamo parlare!” insistette.
Non riuscivo a muovermi. Non so se per paura, in realtà non provavo nulla, per cui nemmeno paura.
Sebastiano si avvicinò dolcemente e mi aiutò a sollevarmi. Si prese cura del mio naso e  mi guardò per un po’ in silenzio.
“Non volevo farti male, scusami! Ma credo che tu mi debba una spiegazione. Non ti pare?”
Io lo guardai cercando di capire a cosa si riferisse.
“Chi era quel ragazzo con il cappotto nero alla libreria?”
Un flash passò nella mia mente. Ora era tutto chiaro!
“Quello?” chiesi sbalordita. “E’ un mio cugino che non vedevo da molti anni.”
“Mi stai mentendo Sofia? Perché tu non mi conosci, non sono uno a cui si possa mentire!”
“E’ ovvio!”
“Che cosa è ovvio?”
“Che non ti conosco!”
“Non sfidarmi Sofia, non ti conviene!”
“Non voglio sfidarti, ma forse avremmo dovuto conoscerci meglio prima di vivere insieme!”
“Mi stai mandando via?” mi chiese sfidandomi.
Silenzio.
“Rispondi Sofia! Vuoi che me ne vada? Al primo litigio, al primo problema molli! Dicevi di amarmi…”
“Anche tu!” risposi con le lacrime agli occhi.
“Io infatti ti amo! Se mi avessi spiegato prima non sarebbe successo niente di tutto ciò! Io non voglio perderti, per questo mi sono arrabbiato tanto.”
“Tu mi hai picchiata Seba!”
“Sofia ti ho colpita una volta sola, è stato un raptus del momento, non intendevo farti male, ti giuro che non succederà più! Non mi lasciare solo…non posso più stare senza di te.”
Ero combattuta, non sapevo cosa fare, se dargli una seconda opportunità oppure no. Non capivo se davvero era anche colpa mia, se lo avevo portato io a tanto.
Mentre pensavo decise lui per me.
“Stanotte dormo sul divano, così puoi pensarci su!”
Lo vidi prepararsi un giaciglio sul divano, in silenzio e senza far rumore. Mi stupii a provare pena per lui, ma non me la sentivo ad averlo accanto a me quella notte e così lo lasciai fare.
Il giorno dopo quando mi alzai aveva già preparato la colazione e messo un bicchiere con i fiori al centro della tavola.
QUARANTA GIORNI DOPO
Quella sera avevamo una cena importante. La prima cena importante in coppia. Sebastiano lavorava all’ospedale di una città a circa cinquanta chilometri da casa e la cena in questione poteva valere un trasferimento nell’ospedale più vicino a casa. Il primario del reparto di ortopedia dove lavorava ci aveva invitati a cena fuori per presentarci la sua nuova compagna: Silvia, una fotomodella mora dalle labbra rifatte e forse non solo. Lo ammetto, non fu certo amore a prima vista, tra l’altro non fece altro che snobbare il mio lavoro da libraia, il che mi faceva salire a fior di pelle un certo nervosismo.
“Quindi Sofia tu nella vita leggi e basta?” mi chiese ad un certo punto.
“No!” risposi stizzita “Consiglio e vendo libri a persone interessanti!”
Il primario scoppiò in una sonora risata.
“Ha carattere la ragazza!” disse rivolgendosi a Sebastiano.
“Già…” fece lui imbarazzato, “…dovrei cominciare a metterle un po’ a freno la lingua!” proseguì guardandomi in cagnesco.
“Ma no, Seba, hai una ragazza affascinante invece!”
Io gli sorrisi, soddisfatta del complimento, arrivato proprio dopo la battutaccia di cattivo gusto di Sebastiano.
La serata proseguì liscia tra una battuta e l’altra, tra un bicchiere di vino e l’altro.
Tornando a casa, in macchina scese un silenzio glaciale. Io ero molto stanca e anche scocciata per la frase detta da Sebastiano durante la cena. Chi si credeva di essere per volermi chiudere la bocca? Non era quello il Sebastiano che amavo. Chi era davvero l’uomo che avevo accanto?
Appena entrai in casa mi stupì spingendomi sul divano.
“Cosa fai?”
“Ti scopo ragazza affascinante, perché sei la mia ragazza affascinante, non lo dimenticare!”
“Non mi va Seba, sono stanca!” cercai di protestare. Probabilmente era la prima volta che mi rifiutavo di far l’amore con lui e vidi un lampo di delusione sul suo volto.
“Mi spiace, non mi va…” ripetei, rialzandomi dal divano.
Ma appena il mio viso fu di fronte al suo e i miei occhi penetrarono i suoi magnetici occhi blu, mi schiaffeggiò con forza. Rimasi a bocca aperta senza capire. Mi rispinse sul divano e cominciò a spogliarmi, strappandomi i vestiti di dosso. Opposi una scarsa resistenza, in quanto la paura mi ridusse le forze al minimo e quando lo sentii gemere di piacere piansi in silenzio senza riuscire più a muovermi. I miei sentimenti sparirono nuovamente, lasciando il mio corpo un’ involucro vuoto, senza forza e senza volontà, come un palloncino che si lascia trascinare dal vento.
“Tu sei mia!” disse dolcemente e brutalmente allo stesso tempo, o almeno così mi parve.
“La prossima volta ti conviene tenere la bocca chiusa, la tua stupidità fa solo guai! Non mi daranno mai la trasferta…per causa tua!”
Non risposi. Lo guardai soltanto cercando di capire per quale motivo amavo quell’uomo che non conoscevo affatto.
“Ah e quei sorrisini da puttanella tienili solo per me, te ne sarei grato!”
Il mattino dopo, quando lui uscì per andare al lavoro, io ero ancora sul divano, inerme, come svuotata dalla vita.
Quando ritornò avevo fatto cambiare la serratura e lasciato fuori dalla porta la sua valigia rossa con tutte le sue cose. Non sarebbe dovuta finire così, ma non mi potevo più fidare di lui, non volevo dargli una terza occasione.
Non la prese bene. Picchiò i pugni violentemente contro la porta urlando di aprire e urlando anche altri insulti di ogni tipo.
“Vai via Seba, è finita!”, ma lui continuava imperterrito. Mi chiedevo come mai i vicini non dicessero né facessero niente.
“Se non te ne vai chiamo i carabinieri!”
A quelle parole si bloccò un attimo, per poi picchiare l’ultimo colpo urlando:
“Me la pagherai schifosa puttanella! Non finisce qui!”
DUE MESI DOPO
I due mesi successivi furono un inferno: continue telefonate e sms carichi di vezzeggiativi poco carini e minacce. Arrivarono anche un paio di lettere dello stesso tipo. Ogni volta che uscivo mi ritrovavo a guardarmi in giro per la paura che lui fosse appostato da qualche parte pronto a tendermi un agguato. Un giorno non ne potei più e lo denunciai per stalking.
Forse fu la goccia che fece traboccare il vaso.
L’agguato me lo tese durante una passeggiata sul lago. La denuncia aveva portato soltanto ad incattivirlo ulteriormente, non furono prese misure di sicurezza per me.
Il sole stava tramontando e ormai non c’era più molta gente a passeggio. Uscì come un cane randagio da un cespuglio, saltandomi addosso e riempendomi di calci e pugni in ogni parte del corpo, tanto che non capivo più dove mi aveva colpito e dove no. Il dolore mi percorreva in ogni cellula facendomi mancare il fiato. Il sole si oscurò del tutto e il buio mi avvolse totalmente.
DUE GIORNI DOPO
Mi svegliai in un letto d’ospedale: una dolce infermiera dagli occhi color smeraldo mi raccontò che due uomini che passavano per il nostro sentiero interruppero Sebastiano nel suo intento, costringendolo alla fuga. Io non provai niente: non avevo più paura, non ero più triste, non provavo più amore e nemmeno più felicità. Ero rimasta un corpo vuoto, un corpo che mi trascinavo dietro nel quotidiano vivere…o nel quotidiano morire.
OGGI
Le lettere con annesse minacce continuarono ad arrivare, per questo decisi di trasferirmi in un posto sconosciuto ai più senza dir niente a nessuno. Lasciai il mio lavoro e da sola me ne andai. Chi sono io oggi? Solo un corpo, senza vita, senza un nome. Sono nessuno, eppure non sono ancora al sicuro: questa mattina una lettera piena di minacce è stata lasciata sotto alla porta di casa mia.

72 commenti Aggiungi il tuo

  1. Ezia ha detto:

    Sembra di averla davanti agli occhi…sembra di essere lei..
    Grazie Jenny,bravissima tu,bruttissime storie vere..

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  2. Simona ha detto:

    Complimenti

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  3. Sara ha detto:

    Una storia d’amore che inizia come tante altre…e finisce nel peggiore dei modi. Probabilmente la salvezza sta nello scappare il prima possibile, al primo accenno di mancanza di rispetto. Il nostro benessere vale molto più di due begli occhi blu…e Jenny mettendoci tutto nero su bianco, ci apre gli occhi, (che a volte sono accecati dall’amore)! Brava Jenny!!!

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  4. Giuliana Guzzon ha detto:

    Complimenti Jenny 🙂

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  5. giada alessia lugli ha detto:

    Molto reale, molto vero… purtroppo, brava.

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  6. Elisabetta ha detto:

    Brava!

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  7. Mary Bruni ha detto:

    Brava continua così ,non mollare mai .

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  8. rosalba ha detto:

    Il testo è ben scritto , ho provato una grande emozione e rabbia, l’ uomo apparentemente un signore gentile, poi si è rivelato una persona sicuramente piena di problemi e complessità. La prima percezione è quella giusta non dare altre possibilità, non fidarsi troppo la ragazza è stata frettolosa si , ma non poteva sapere di avere incontrato un diavolo.

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  9. Stefano ha detto:

    Bravissima Jenny,
    Scrivi davvero bene!

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  10. Massimo ha detto:

    Brava Jenny!Brava davvero!

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  11. Miria zaghi ha detto:

    Complimenti

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  12. Fiorella ha detto:

    Una triste realtà…..che purtroppo è all’ordine del giorno….e non si riesce a fermare l’importante è non arrendersi mai…..parlarne…gridare ad alta voce senza paura….complimenti Jenny….bravissima….avanti tutta….in bocca al lupo….e che tu possa arrivare a un traguardo importante…ben meritato 👏🏼✌🏼🍀🔝

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  13. teresa ha detto:

    Molto bello originale

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  14. mafalda ha detto:

    Mi piace molto.

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  15. Ganassali Daniela ha detto:

    Il corpo rimane vuoto a seguito del primo colpo , quello che uccide l’anima tanto innamorata di un perfetto sconosciuto su cui si sono riposte fiducia e felicità…. È come cadere improvvisamente nel vuoto. Mai dare una seconda opportunità ma bisogna avere coraggio di affrontare la dura realtà..subito!!!!Brava Jenny…

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  16. Rosalba ha detto:

    Brava Jenny, il racconto è ben scritto, piacevole lettura , mi ha trasmesso una emozione forte, certo che è vero che bisogna dare una seconda opportunità a tutti , ma nel rapporto uomo donna questo non funziona. Che tristezza.

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  17. Mauro Sala ha detto:

    Brava Jenny. Intenso e reale, purtroppo.

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  18. Janna Carru ha detto:

    … la descrizione perfetta della fine di ciò che qualcuno chiama “amore”, senza capire bene cosa l’amore rappresenti!

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  19. bruna ha detto:

    Purtroppo la violenza degli uomini sta diventando una piaga, sfogano la sua immaturità con l’unica arma che hanno; la forza fisica. Il triste è che non sai mai chi hai di fronte, e in che cosa si può trasformare quello che tu credi un compagno di vita..l’agnello che si trasforma in lupo. Complimenti Jenny

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  20. GiancarloGesualdo ha detto:

    Ottimo racconto stile scorrevole mi associo ai complimenti degli altri brava continua così

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  21. Angelica Saggia ha detto:

    Molto toccante, Jenny hai trovato delle parole giuste per una ragazza sensibile come te

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  22. Voti utili ai fini del concorso 71

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