Pelle nuda di Loretta Fusco

 

 “Non rinunciare mai, Catherine. Hai tante cose dentro di te e la più nobile di tutte, il senso della felicità. Ma non aspettarti la vita da un uomo. Per questo tante donne s’ingannano.
Aspettala da te stessa.” Albert Camus
“Ci vediamo domani” aveva detto, mentre mi accarezzava il volto soffermandosi su quella voglia nera che spiccava sul collo come un marchio inconfondibile, appena nascosta da una cascata disordinata di capelli corvini.
Le lunghe dita affusolate, infilate  in quella massa di riccioli neri mi procuravano  un brivido di piacere e avrei voluto rimanessero aggrovigliate in quell’intrico ancora a lungo.
Le sentii allontanarsi invece e ora, distesa nella mia stanza, cercavo di riassaporare quelle sensazioni, per riviverle fino al prossimo incontro.
Maurizio mi piaceva e pregustavo già il momento in cui ci saremmo rivisti,  l’indomani, nel primo pomeriggio,  in quel baretto senza pretese dove l’avevo conosciuto il giorno in cui  mi ero fermata in attesa della corriera.
Faceva caldo e seduta al tavolino stavo bevendo una limonata ghiacciata sotto gli occhi incuriositi di Maurizio che osservando il mio abbigliamento dozzinale non riuscì a trattenere un sorrisino di scherno e mi disse:  “Ma che scarpe hai?” colpito dai mocassini che in quella caldissima giornata di giugno stridevano  con gli abiti leggeri.
Mi guardai le scarpe e arrossii sotto quello sguardo indagatore anche perché mi era sembrato indelicato farmelo notare.
Dovette accorgersene perché si avvicinò chiedendomi scusa. Era stato più forte di lui.
Ero imbarazzata ma lui estrasse dalla tasca una moneta,  si avvicinò al juke box e mi sussurrò all’orecchio: “Che disco vuoi?  No, no, non dirmelo. Voglio indovinare!”
La voce pastosa e roca di Otis Redding mi avvolse sin da subito e il mio fu un sorriso di pacificazione.
Iniziò così tra me e Maurizio, lui lavorava già nell’azienda paterna dopo che  l’improvvisa morte della mamma  lo costrinse  a interrompere gli studi e a rinunciare  a una dovuta spensieratezza.
Ci vedevamo quasi tutti i giorni e non finivamo mai di parlare.
Lui era attratto dalla mia semplicità, l’intensità del mio sguardo e quando, abbracciati,  camminavamo tra l’erba alta dei prati e ci fermavamo in perfetta sincronia attirati dal fruscio di quell’onda verde  o dagli uccelli in volo inconsapevoli  spettatori di quell’amore nascente, ci sentivamo padroni del mondo.
Era fidanzato ma non era convinto di quella storia, lei abitava a Milano e io avevo solo accelerato la sua decisione di chiudere.
Ero davanti al solito bar in anticipo, sperando che anche lui avesse avuto la stessa idea per poter stare insieme un po’ di più,  visto che di lì a poco sarei ritornata a casa per il fine settimana.
Guardavo l’orologio nervosamente.
Il tempo passava ma lui non arrivava.
Era trascorsa più di un’ora ma  di lui nessuna traccia.
Realizzai in quel momento che sapevo così poco di Maurizio, quasi niente.
Un perfetto sconosciuto!
Aspettai un’infinità di tempo.
A malincuore salii sulla corriera, cercavo di capire cosa potesse essere successo, poi spossata da quella tempesta di emozioni, finii per addormentarmi.
Arrivata a casa pensai che anche lui di me non sapeva quasi niente, il nostro legame era appeso a un esilissimo filo e mi prese una sorta di vertigine.
Facevo mille ipotesi ma nessuna che riuscisse a reggere alla luce della ragione.
Quella sera decisi di uscire con le amiche.
C’era sagra in paese e si ballava un po’ dappertutto.
Il vestito rosso vermiglio metteva in risalto la mia carnagione  ambrata e i capelli neri cascavano fluenti sulle spalle.
Sapevo di essere carina e  quella sera volevo solo divertirmi.
Mi sentivo ferita, tradita, non trovavo altre risposte a quanto era successo e  anche se cercavo ridicolmente lui nei volti  che incontravo, in piazza  ballai  e risi con tutti.
A un tratto vidi avvicinarsi un uomo al di fuori della nostra compagnia. Si presentò  con un sorriso accattivante,  mi prese per mano e mi trascinò sulla pista. Davano un lento e non so se ci fu il suo zampino nella scelta del brano.
Parlò senza interruzione quasi temesse potessi sfuggirgli.
Nel giro di un ballo, due, mi raccontò tutto di sé.
C’era qualcosa di stonato in lui, in quella situazione, nella imperiosità del suo sguardo e della sua presa ma non riuscivo a sottrarmi a quegli occhi  prepotenti e indagatori.
Dormii fino a tardi quella domenica ma al risveglio, non so come, il mio letto era inondato da un cesto di rose.
Maurizio, pensai, ma la delusione fu grande quando lessi Lorenzo.
Fu asfissiante nelle attenzioni e nella presenza e io troppo debole per resistergli.
Mi stavo preparando all’esame  di maturità ed ero particolarmente vulnerabile in quel periodo.
Lorenzo si era insinuato nella mia vita in modo impetuoso. Non sapevo bene che mestiere facesse, lui diceva l’assicuratore ma i soldi erano troppi, era ricercato nel vestire e sfoggiava una macchina sportiva.
Sapevo di un suo ricovero in sanatorio, da ragazzo, e di una madre sola, tanto che era cresciuto tra pretese e attese.
Studi irregolari e cattive compagnie, la sua vita si svolgeva tra il bar, il biliardo e notti scatenate,  annebbiate dall’alcool e da lunghe scorribande in auto.
Cosa mi abbia spinta nelle sue braccia non so, un misto di  incoscienza, rabbia, rassegnazione, assimilati in quell’ambiente contadino dal quale provenivo e che in un processo di identificazione con mia madre, vittima sacrificale di una cultura maschilista mi vedeva ripercorrere gli stessi passi, un lungo tracciato fatto di silenzi e sopraffazioni senza mai un lamento.
Era generoso Lorenzo, sentiva di avermi in pugno, mancava poco alla resa finale.
Mi diplomai con un’ottima votazione e non tardai a trovare un impiego che si trasformò ben presto in un lavoro stabile accelerando  i tempi di un matrimonio che era nell’aria.
Quel giorno di novembre, avvolta in un vestito di raso bianco, la temperatura rigida dell’esterno aiutò a confondere il brivido di freddo che proveniva da dentro.
La sera stessa partimmo per un breve viaggio in giro per l’Italia.
I tre giorni a Roma furono una quasi segregazione in albergo a soddisfare voglie che consumate in maniera ossessiva erano diventate una punizione.
Iniziò allora quella specie di manipolazione in atto da tempo ma che con la consacrazione del matrimonio divenne  possesso a tutti gli effetti.
I giorni passavano tra lavoro, casa  e tensioni latenti.
Lorenzo era diventato sempre più scostante, nervoso e del suo impiego di assicuratore nessun accenno.
Diceva di aver trovato qualcosa di meglio, lauti guadagni e  minor impegno.
Al ritorno dal lavoro lo trovavo sbracato in casa,  avvolto in una nuvola di fumo, con l’immancabile bicchiere in mano.
Qualsiasi cosa dicessi era motivo di discussioni e imparai a tacere.
Non bastava, il mio fare remissivo lo infastidiva e allora era lui a provocarmi per smuovere quell’apparente tranquillità.
“Dove  sei stata fino adesso? Al lavoro… immagino! Bugiarda!…Scansafatiche!”
“Ma”…, non riuscivo a replicare perché m’investiva  d’improperi e minacce di ogni tipo.
Ero in ufficio, come sempre, quando una mia collega mi passò la chiamata di qualcuno che mi stava cercando.
Al telefono  rimasi per qualche secondo muta,  in cerca di una voce che non usciva: “Maurizio!”
Sentii girarmi la stanza attorno, la cornetta stava per sfuggirmi di mano, cercai di recuperare il fiato   e risposi automaticamente: “Sì… dopo… all’uscita.”
Ci guardammo fissi negli occhi, ognuno cercava di leggere il pensiero dell’altro.
“Perché?” Mi disse solo, con tono sconsolato.
“Sei sparito quel giorno…ti ho aspettato tanto…”
“Volevo farti una sorpresa” aggiunse.
“Lo so…ho sbagliato… dovevo dirtelo…”
“Ero andato a Milano per chiudere con Giulia…”
“Io ho creduto non ti importasse niente di me…sei svanito nel nulla…”
“Eppure ti ho cercato. Ci sono stati dei contrattempi ma finalmente  sono riuscito a rintracciarti…”
In quel momento avrei voluto scappare, lasciarmi andare a un pianto irrefrenabile.
Maurizio …non avevo capito niente…mi stava comunicando che era lì per me.
Rividi in un attimo i nostri volti sorridenti e poi sovrapposto quello estraneo, lontano di Lorenzo.
Sentivo di essermi fatta male da sola, era colpa mia.
Risentii nelle orecchie le  parole di mia madre: “il matrimonio te lo porti nella tomba figlia mia”, ripetute fino allo sfinimento, mi sembravano profetiche  e riuscii a dirgli soltanto:
“Si vede che doveva andare così” mentre cercavo di recuperare un filo di voce.
Nella mia mente la lontananza di Maurizio doveva continuare ad assumere   le vesti dell’abbandono per lasciare spazio e giustificare il segreto impulso che mi aveva spinto a rinnovare la devastante esperienza  vissuta da mia madre.
Lo baciai in fronte, sugli occhi, sulle guance, sulle labbra, per ricordarmi tutto di lui e gli dissi soltanto, svincolandomi dalle sue mani: “Non cercarmi più.”
Gli voltai le spalle e mi allontanai.
Quel pomeriggio mi fu impossibile concentrarmi sul lavoro, il pensiero era altrove ma arrivata a casa trovai mio marito già ubriaco che imprecava come al solito.
Voleva mangiare subito, tuonò,  perché aveva un torneo di biliardo quella sera.
Gli dissi che poteva pensarci lui.
Gli eventi della giornata, la stanchezza, la tensione mi avevano fatto perdere quel minimo di prudenza che generalmente usavo per evitare il peggio ed il peggio in effetti arrivò sotto forma di  un potente, inaspettato ceffone.
Non era ancora successo ma potevo prevederlo.
Ultimamente non riuscivo a nascondere il mio disappunto e si notava dall’aria insofferente, sospiri, espressioni più che eloquenti.
Lorenzo  non sopportava che gli facessi musi e soprattutto che lo contraddicessi.
Portai la mano alla guancia e mi sentii morire dal dolore e dalla vergogna.
Lui, impassibile, occhi  lucidi e bocca impastata dall’alcool uscì di casa di lì a poco.
Rientrò a tarda notte e accese tutte le luci.
Sentivo dalla goffaggine dei movimenti che non si reggeva in piedi e pregai perché quella notte avesse fine.
Lo sentii avvicinarsi, cercarmi e avventarsi sul mio corpo come un animale in calore mentre io, inerme, soggiacevo a quella violenza inaudita. Bestemmiava e mugolava mentre si dimenava in una danza sudicia e insulsa per poi finire in un rantolo di piacere  che sconfinò quasi subito in un disgustoso sonno a bocca aperta.
Andai sul divano e  al mattino non mi sentì neanche uscire.
Vivevo in una sorta di abulia, anestetizzata dal dolore che neanche più sentivo.
In alcuni periodi, pochi e brevi, barlumi  di vita normale facevano affiorare quell’io calpestato, nascosto frantumato come i cocci di un bicchiere.
Mi guardavo allo specchio e vedevo riflessa una marionetta alla quale avevano tagliato i fili.
La vedevo afflosciarsi, inerte, in un silenzio assordante.
Passarono i mesi, gli anni e anche se tutti sapevano nessuno osava intervenire, o forse ero io che non volevo. Le poche amiche che avevo evitavano il discorso ed ero brava a spazzare via ogni dubbio d’insofferenza e infelicità. Parlavo di tutto fuorché della mia vita privata e ad ogni minimo accenno  cambiavo discorso.
Nel delirio nel quale mi ero ingabbiata non c’era margine di speranza, avevo preso quel treno e non c’erano fermate.
Vivevamo in una vecchia casa, un po’ distante dal centro, lasciatagli dalla nonna alla sua morte.
L’unica volta che rimasi incinta durò troppo poco la gioia di diventare madre, una notte  mi svegliai in un bagno di sangue. Lorenzo  non c’era.
Abortii, credevo in Dio ma  forse era Lui che aveva deciso per me.
Per quanto cercassi di sviare l’attenzione da me stessa per non dover fare i conti con un io che lottava per mettere fine a quella finzione massacrante, non potevo sopprimere le  voci interne che mi spingevano alla ribellione.
Non c’era alcuna differenza tra me e lui.
Lui si  era impossessato della mia vita perché io glielo avevo permesso, lui  aveva fatto scempio dei miei sentimenti, della mia dignità, del mio essere donna perché io non avevo mai reagito, lui viveva con i mostri partoriti dalla sua mente  disturbata, io con gli incubi  della mia infanzia.
Quel pomeriggio, uscita dall’ufficio, non volevo tornare a casa.
Mi misi a passeggiare, mani in tasca, offrendomi  al vento leggero che mi scompigliava i capelli.
Camminavo senza una meta precisa  ma i miei passi mi stavano guidando verso luoghi conosciuti, in un borgo  non  troppo distante  da dove abitavo.
Il greto del fiume! C’era  ancora il sasso sul quale mi ergevo per  gettare nell’acqua piccole pietre in una gara a chi riusciva a creare cerchi più grossi.
E l’albero, la quercia che aveva visto le mie corse lungo i prati, i miei saltelli tra l’erba alta,  e il vociare allegro dei nostri giochi di bambini.
Mi stavo avvicinando alla casa che fu dei miei genitori.
Quando era stata l’ultima volta?
Tanto, tanto tempo prima, non avevo più voluto tornarci dopo che venuti a mancare, sistemate le cose, mi ero chiusa la porta dietro in un tentativo di cancellare il passato.
I vetri delle finestre sembravano tanti occhi che mi guardavano, i muri sbrecciati e scrostati mostravano l’incuria e le ferite del tempo. Erba alta e incolta tutt’intorno.
Il cancello arrugginito era appena accostato. Lo toccai e il cigolio ruppe l’innaturale silenzio.
Mi avvicinai alla casa gettando lo sguardo al cortile. L’orto, non c’era più, al suo posto erbacce  e pietre  laddove prima la terra, faticosamente lavorata, mostrava le  file di insalata, pomodori, verze… interrotte da piccoli cespugli di odorose erbe aromatiche.
Quello era il regno di mia mamma, dove si rifugiava per obbligo e diletto, tra oche starnazzanti e un zampettio di galline  quasi a  simboleggiare  la sua vita contadina.
La vidi, minuta, china, raccogliere verdura, travolta dalle urla e le bestemmie di mio padre, che la raggiungevano in ogni dove perché nelle frequenti giornate di sbronza lei costituiva la sua valvola di sfogo e a lei addossava tutte le sue frustrazioni   e fallimenti personali.
Con me era stranamente tollerante, anche se non ci fu uno sguardo, una carezza  degna di essere ricordata.
Avevo assimilato il comportamento remissivo di mia madre che  si era insinuato in ogni anfratto del mio essere tanto da diventare la mia carta d’identità dalla quale non mi ero più separata.
Stavo pian piano prendendo coscienza, le immagini scorrevano ininterrotte davanti ai miei occhi, dilatandosi, gonfiandosi fino a che un’ insopprimibile tensione s’impossessò di me pronta a scoppiare.
Cominciai a tremare, sentivo la vita esplodermi dentro, il pianto bloccato da una rabbia antica, inespressa che aveva finalmente trovato sbocco.
L’urlo che stava uscendo non partiva dalla gola ma da più giù, dal punto più profondo del mio essere, lo sentivo, si  allargava fino a inghiottire tutta la mia vita devastata dalla solitudine e dal silenzio.
Urlavo e sentivo l’eco del mio grido che mi restituiva  il significato di quel niente che avevo vissuto  e che stava per annullarsi in quell’atto liberatorio.
Piansi, finalmente! E  fu un pianto leggero, una nenia sempre più sottile fino ad esaurirsi.
Uscii dal cancello, un cielo rosseggiante annunciava il tramonto, la fine della giornata.

 

Per me era il giorno che nasceva.

16 commenti Aggiungi il tuo

  1. Costanza Brusutti ha detto:

    attuale e bellissimo !

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  2. Lo lessi e subito ne rimasi colpito per la forza del linguaggio.
    Una storia che nasce da un equivoco, una donna che accetta la rassegnazione consegnandosi allo squallore di una vita subita.
    La scrittura scorre con una fluidità semplice e continua, lo si legge fino alla apnea tanto è l' immedesimazione con la protagonista e con la sua angoscia che monta in un crescendo uniforme. Brava a pitturare le emozioni della donna e ancor più nel riuscire a fotografare spietatamente bene anche la parte al maschile. E poi la chicca, quel disco di Otis che anche senza sapere il titolo dà quel tocco di classe all'atmosfera. Brava

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  3. Isabel Archer ha detto:

    Un racconto profondo ed emozionante. Mi piacerebbe che lo leggessero tante ragazze e giovani donne che si lasciano catturare dalla ragnatela delle relazioni maltrattanti, spesso ripercorrendo antichi traumi familiari.

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  4. eugenia1820 ha detto:

    Coinvolgente ed emozionante

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  5. Giovanna Venneri ha detto:

    Complimenti per il racconto, molto fluido e capace di trasmettere emozioni a chi lo legge. E'un piacere per gli occhi e per la mente. Il tema trattato ha certamente un forte bisgno di eco. Ci sono troppe donne che subiscono e tacciono per paura dei loro carnefici e per la vergogna di fronte al loro paese perchè ritenute responsabili. Tutto ciò si è verificato a causa di una chiusura in senso mentale provocando allo stesso tempo dolore e talvolta morte. Il tuo è certamente un racconto esemplare, insito di coraggio e forza, tutto ciò che noi auguriamo alle donne in quella medesima situazione.

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  6. Enia Boscarato ha detto:

    Sembra un racconto realistico, ambientato nel periodo post-bellico della seconda guerra mondiale, laddove regnava povertà, ignoranza, spirito di adattamento e mancanza di alta moralità.
    Purtroppo possiamo dire che situazioni analoghe si ritrovano tutt'oggi, anche in forme addirittura più violente.
    Per fortuna non é sempre così.
    Ho letto con grande interesse.
    Complimenti.!!

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  7. Enia Boscarato ha detto:

    Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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  8. Elvira Fusco ha detto:

    Bello, bellissimo questo racconto. Si intuisce fin dalle prime righe che scrivi dell'animo umano con estrema lucidità e profondità….. continuare a sopportare, soccombere, rassegnarsi oppure ribellarsi e cambiare …..

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  9. Vichi konti ha detto:

    Un racconto bellissimo che racchiude tutte le storie di ragazze che hanno vissuto delle relazioni con uomini violenti.
    L'ho letto e riletto tante volte per assaporare meglio il contenuto.
    La ragazza voleva fuggire da un passato terribile in cui la madre era una vittima sottomessa ad un padre violento.
    Inconsapevole, si aggrappa ad un uomo come se stesse per annegare, sperando che possa essere il suo salvatore.
    Ma alla fine, ritornando indietro e guardando le rovine della casa familiare, diventa finalmente consapevole e, prendendo in mano la sua vita, cerca la rinascita liberandosi del passato.
    I miei Complimenti Loretta

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  10. Rosalba Margherita ha detto:

    …. E finalmente …. Ci ha messo un po' troppo tempo a decidere di provare ad essere felice …. Brava Loretta bella chiusa

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  11. anna d'auria ha detto:

    Storia intensa e ben raccontata. Il finale apre alla speranza. Brava.

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  12. Anonimo ha detto:

    Tradurre in parole i sentimenti, le sensazioni, le dinamiche mentali, il perpetuarsi di situazioni dalle quali non si riesce a venire fuori, non è da tutti! Sembra di essere protagonisti della storia tanto è coinvolgente! Bellissimo il linguaggio, la citazione iniziale di Camus molto saggia e vera. Anche se il racconto è ambientato in un' epoca che appare lontana è quanto mai attuale. Complimenti Loretta!!!

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  13. Claudia Mameli ha detto:

    Avere il coraggio di dire basta è forse più facile del capire che lo si deve fare. Bellissimo racconto.

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  14. Benedetta Vidussoni ha detto:

    Molto emozionante e coinvolgente! E molto apprezzato il finale, che lascia uno spiraglio di speranza e rinascita.
    Brava Loretta…intensa!

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  15. Lucia ha detto:

    Racconto attualissimo, sentimenti messi a nudo in modo profondo, lettura scorrevole ed appassionante. Brava Loretta continua così!

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  16. Voti utili ai fini del concorso 15

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