Segni permanenti di Franco Patonico

Con un piccolo rigagnolo di sangue che colava dal labbro inferiore e che tamponava con un fazzoletto di carta, Double U Di Jei, Walter Di Giovanni era il suo nome che veniva storpiato da un inglesismo di casa nostra, stava facendo ritorno dalla discoteca alle sei del mattino, dopo aver sedato una lite tra ragazzi alticci e probabilmente impasticcati, che si erano azzuffati all’uscita del locale.

Walter aveva rimediato da uno dei litiganti una gomitata in bocca, ma era riuscito comunque e separarli e a costringerli a fare ritorno alle loro abitazioni, verso Fano per una parte e, a Marina, per gli altri contendenti.Contendenti di cosa? Forse della disponibilità di alcune ragazzine anch’esse uscite non proprio nel pieno delle loro facoltà dopo una nottata trascorsa tra il frastuono di una musica “disco” che aveva loro martellato le orecchie dalla mezzanotte precedente. O forse per qualche dose non pagata o distribuita da un rivale non ammesso nel giro dello spaccio. Sì, perché tutti lo sapevano e si guardavano bene dal denunciare i responsabili perché poi qualcuno gliel’avrebbe fatta comunque pagare.
La polizia, quando non si limitava al solito giro di prevenzione, ogni tanto interveniva nei confronti di chi veniva sorpreso con qualche dose di troppo, non giustificabile come uso personale, ma il più delle volte, trattandosi di un minorenne, questi veniva rilasciato dopo breve tempo.
Double U, ma è meglio che continui a chiamarlo per il suo vero nome Walter, era il disk-jockey del locale dove lavorava dal venerdì notte alla domenica mattina. Ogni sera, all’ingresso del locale c’era anche il buttafuori, un palestrato, una montagna di muscoli che si faceva rispettare solo con lo sguardo e con qualche deciso richiamo rivolto a chi voleva entrare mostrando un comportamento che lui, Tony, riteneva di disturbo.In qualche caso bastava un cenno con un dito per dissuadere l’esagitato dall’entrare in discoteca e fargli scegliere una strada diversa. Tony però restava fino alle tre poi tornava a casa perché il giorno successivo si sarebbe dovuto presentare al secondo lavoro nella palestra sotto casa.
Walter così restava fino alla chiusura e quella mattina aveva fatto gli straordinari per non far intervenire la polizia che avrebbe anche potuto, in caso di disordine, sospendere la licenza di esercizio.
Il lunedì successivo, con il labbro ancora gonfio, si recò come il solito nel negozio di musica di Marianna, che insieme ai dischi vendeva o affittava anche una ricca collezione dei video più richiesti. Qui la ragazza, della stessa età di Walter, stava sistemando il negozio approfittando della giornata di chiusura per riposo settimanale. Insieme sarebbero poi andati a pranzare nel bar-pizzeria-ristorante di fronte dove erano clienti abituali.
Le frequentazioni dei due giovani si erano consolidate tanto che convivevano ormai da qualche mese in un piccolo appartamento di proprietà  di Walter, acquistato dal padre qualche anno prima per rendere il figlio indipendente. Una relazione che si può definire normale, una convivenza tranquilla che aveva ormai assunto la caratteristica di una vita di coppia, lungi però dall’essere trasformata nel legame certificato, visto che entrambi consideravano il matrimonio come la più banale delle soluzioni. Non erano sposati, ma neanche semplici compagni dalle fugaci intese, sessualmente parlando, in quanto convivevano da un po’ di tempo, proprio come due sposi. Era destino quindi che, pur non avendolo preventivato, Marianna rimanesse incinta e ambedue, per quanto preoccupati dall’idea di diventare presto i genitori del nascituro e dopo un primo momento di apprensione, non tardarono a considerare la nuova situazione come un fatto assolutamente normale.
Nacque Cristian e così la vita di coppia subì una decisa svolta che li costrinse a modificare le abitudini, per dedicarsi ovviamente al bambino. Mentre i genitori di Walter lo presero come un evento provvidenziale che avrebbe portato magari a quel matrimonio tanto sperato, ma che rimaneva purtroppo tra le ipotesi meno probabili, quelli di Marianna mostrarono alquanto freddi, anzi fu addirittura giudicato come un fatto che non si sarebbe mai dovuto verificare. Loro non hanno mai visto di buon occhio Walter e la sua famiglia e speravano che Marianna avesse scelto un professionista dalle solite basi finanziarie, e non un disk-jockey a tempo determinato e poi, essendo una famiglia campagnola e per questo legata maggiormente alle tradizioni, non tolleravano più di tanto che la loro figlia mantenesse una relazione diversa da quella matrimoniale.
I due giovani, avevano invece un’altra mentalità, anche se continuavano a vivere a Senigallia che non è paragonabile ai grossi centri urbani. È pur vero che l’ambiente senigalliese si stava evolvendo sia per le opere pubbliche, che ne hanno cambiato il volto, che per l’aumento demografico, dovuto all’immigrazione che interessava ormai tutti i Comuni, ma restava ancora vivibile e a misura d’uomo.
Così, a parte alcuni episodi burrascosi che potevano capitare a Walter durante il suo lavoro in discoteca, per il resto alla giovane coppia, con il loro figlioletto, l’esistenza non sembrava che riservasse novità di rilievo. Tuttavia proprio questa situazione stava creando una prospettiva di futuro un po’ troppo sciatta, alquanto incerta, priva di entusiasmo, e dire che salute, energia e intelligenza non mancavano a nessuno dei due. Walter, con il suo lavoro non portava a casa un grosso stipendio, per cui era costretto ad arrotondarlo dando una mano all’attività del padre, artigiano nel settore degli infissi.
Il giovanotto, ormai più appropriato chiamarlo uomo, sembrava avesse perso la voglia di darsi una scrollata di dosso da ogni tipo di titubanza. Da persona sicura di sé, che si distingueva per il suo abbigliamento particolare, era diventato inquieto, come fosse alla continua ricerca di una nuova opportunità per migliorare la sua condizione.
Quel lavoro, non proprio tranquillo, cominciava a stargli stretto, soprattutto in questa città. Oltretutto stava trasformando il suo atteggiamento non sempre spontaneo, anzi spesso costruito per l’occasione, in una antipatica scontrosità. Era inoltre consapevole che un progetto che prevedesse qualche concreta soddisfazione, soprattutto economica, non era di certo realizzabile se fosse rimasto relegato a quegli ambienti provinciali.
Marianna invece aveva un carattere conciliante e si muoveva a suo agio nel negozio frequentato soprattutto da giovani in cerca di novità discografiche di video-music o film di successo. In questo quadro non proprio esaltante, anche il rapporto di coppia si stava affievolendo, anzi Walter stava mostrando sempre più un atteggiamento freddo e le effusioni amorose, in tutti i sensi, si erano diradate al punto di far pensare a qualche relazione diversa, extra famigliare. Il suo atteggiamento pian piano si stava dunque trasformando e passava da un momento di apatia a uno stato di ingiustificato nervosismo, da superficiale a geloso, forse per nascondere la perdita di quegli stimoli che in passato costituivano il collante in un rapporto che sembrava inossidabile.
Così il passo verso una violenza verbale divenne una diretta conseguenza. Le difficoltà relazionali erano anche accentuate da quelle finanziarie. Walter non voleva rinunciare a nulla di ciò che era stato da sempre il suo stile di vita, come il ricorso periodico al centro di benessere per la cura maniacale del proprio fisico.
Un’abitudine che manteneva non solo per mantenersi in forma, ma piuttosto per rimanere nell’ambiente da cui riceveva un effimero appagamento e qualche illusione di troppo.
Sempre peggio, finché un giorno non accadde l’increscioso episodio manesco nei confronti di Marianna che aveva già iniziato a manifestare preoccupazioni, non ancora trasferite fuori dall’ambito famigliare. Al primo schiaffo, che confermava una seria perdita della tranquillità, da parte di Walter, seguirono atteggiamenti altrettanto violenti e preoccupanti. A questo punto Marianna si confidò con la madre che non poteva tenersi tutto dentro e coinvolse nel problema il marito. Da quel momento fu tutto un susseguirsi di provocazioni: il fatto stesso che quell’unione non era mai stata ben digerita soprattutto dal padre di Marianna, acuì il reciproco livore che portò a un reciproco scambio di insulti.
Quando si dice che il male non viene mai da solo, al seguire di questi fatti sembrava che le difficoltà si presentassero maggiormente nei confronti della persona più debole e innocente, ossia del figlioletto.
In questa situazione trascorsero i primi due anni di Cristian. Questo bambino stava entrando nel suo terzo anno di età e su di lui avevano influito negativamente le vicende che coinvolgevano le due famiglie. La mamma, che ovviamente era quella che del bimbo conosceva ormai anche il minimo atteggiamento, notò nel figlio una serie di aspetti negativi come l’ansia, l’insicurezza e la paura.
Si accorse che mostrava atteggiamenti anormali: pur essendo fisicamente sano e libero, al contrario dei suoi coetanei, rimaneva chiuso, disinteressato verso il mondo che lo circondava. Marianna cominciava a essere seriamente preoccupata che il lieve ritardo psicofisico del figlio non fosse attribuibile ai sintomi riconducibili all’autismo. Sicuramente queste impressioni erano esagerate e scaturite dal timore che il figlio non venisse su come un bambino normale.
Marianna stava dunque perdendo la consapevolezza delle proprie forze, e cominciava a credere davvero che la sfortuna la stesse perseguitando. Credere agli influssi malefici è da superstiziosi, ma quando tutto si accanisce contro una o più persone l’immaginazione lascia il posto al dubbio e le impressioni assumono consistenza e diventano ossessive. La cappa grigia sulla vita di chi viene colto dalla depressione, rende opaca anche la speranza di poter godere un giorno del diritto alla felicità e attenua tutti i bei colori che sa offrire una vita normale.      Non confidò mai il suo stato d’animo a Walter che, sempre più distaccato dai problemi famigliari, non solo non si era accorto di nulla, ma si preoccupava del figlio giusto quel tanto per rivendicarne la paternità, saltuariamente e molto frettolosamente.
Ottobre aveva già manifestato i primi segni di un cambiamento repentino del clima. Fino a qualche giorno prima il sole stava illudendo i senigalliesi nel prosieguo dell’estate; il giorno dopo, un vero e proprio nubifragio aveva costretto i pochi passanti a indossare indumenti invernali.
Quel pomeriggio, dopo il temporale, la pioggia più fine che stava cessando, aveva creato le condizioni per un arcobaleno stampato sullo sfondo di un cielo carico di nubi nere verso il mare aperto. Lo stesso sole del giorno precedente tornò poi ad asciugare la strada e il giardino davanti a casa dove Marianna e Cristian si erano concessi le prime ore della sera all’aria aperta. La via, poco trafficata, era in quel momento occupata dalle auto in sosta, qualcuna messa anche di traverso.
Mentre la mamma era intenta con il telefonino, Cristian si allontanò di qualche metro, poi senza fiatare, come attirato da un interesse che immaginava aldilà della strada, iniziò ad attraversarla senza fare attenzione.
In quell’attimo un ciclomotore, proveniente dal senso unico a una velocità non eccessiva, ma tale da rendere impossibile la frenata utile a evitare l’investimento, colpì violentemente il bambino.
Il ciclomotorista carambolò per qualche metro e cadde in terra mentre il mezzo fece altri metri scarrocciando sull’asfalto fino a fermarsi. Marianna alzò subito lo sguardo verso la strada e, con un urlo generato dallo spavento,  si getto sul piccolo rimasto esanime in terra.
L’ambulanza, chiamata dai vicini, arrivò dopo qualche minuto ed il bimbo fu ricoverato in pediatria dove rimase in osservazione per qualche giorno e poi dimesso, per fortuna, senza ulteriori conseguenze a seguito del forte trauma subito.
Questo fatto accrebbe le preoccupazioni di Marianna e la fissa che le lasciava immaginare la tendenza del figlioletto agli atteggiamenti autistici le stava togliendo i pochi momenti di serenità di cui aveva sicuramente bisogno.
Decise allora di ricorrere al medico di famiglia per un consulto più psicologico che altro, ma il pediatra, non aveva ravvisato quegli atteggiamenti che la madre gli aveva così dettagliatamente descritto. Le disse, infatti, che era bene tenere il bambino sotto controllo e farlo vedere, con i relativi esami diagnostici anche da un bravo psicologo. Le consigliò infine di stare tranquilla e di non farsi diagnosi avventate.
“Non c’è cosa più sbagliata” – le disse – “di dare troppo peso alle impressioni, senza averne fondati motivi e poi”- le consigliò ancora il professionista – “sarà utile per lei, ma soprattutto per il bambino, cambiare ambiente, si conceda un periodo di vacanza”.
Consiglio che Marianna prese alla lettera e partì con il bimbo per qualche settimana da trascorrere in una località dell’entroterra, dopo aver mandato un breve messaggio telefonico al padre, per avvisarlo della decisione presa.
Quando dopo tre settimane i due ritornarono a casa, gli effetti favorevoli della evasione dall’ambiente originario si fecero evidenti al punto Cristian sembrava addirittura cresciuto fisicamente.
Anche noi, come il medico pediatra di Cristian, siamo convinti che una creatura, quantunque venuta al mondo da poco tempo, risenta degli umori o degli atteggiamenti negativi o positivi di chi gli sta attorno. La serenità è senza dubbio la panacea dei mali reali o immaginari che siano e non è detto che lo stesso bambino non abbia preso la forza di uscire dal suo disagio psichico proprio dal fatto di aver superato con serenità il forte trauma a seguito dell’incidente. Qui insieme alla medicina  tradizionale un ruolo fondamentale lo gioca indubbiamente la psicanalisi. Chi è credente, invece, tende a interpretare vicende del genere come se dietro ci fosse un intervento divino.  Chissà se non fosse stato davvero il suo angelo custode ad assisterlo in quei momenti difficili e a infondergli quella serenità di cui aveva bisogno per tornare a sorridere alla vita!
Non fu purtroppo così favorevole l’incontro con Walter che durante quei quindici giorni aveva rimuginato dentro di sé chissà quali pensieri negativi, sentendosi così estraniato dal contesto famigliare.
Era entrato in casa nella tarda mattinata, mentre Marianna stava preparando il pranzo per sé e per il bambino. Scuro in volto, come se fosse in  procinto di scoppiare per quel torto che riteneva di aver subito, cioè del mancato accordo preventivo della partenza e quindi della sua esclusione dalla vacanza. Era inoltre tormentato dal pensiero che Marianna, dopo l’allontanamento affettivo, fosse in cerca magari di un’altra compagnia maschile.  Iniziò subito con una invettiva contro la donna, con parole grosse, proferite ad alta voce con toni minacciosi e poco rispettosi anche della presenza del bambino.
La donna fece due passi indietro, tenendo stretto il bimbo fra le braccia, poi prese coraggio e gli urlò:
“Walter non ci provare, altrimenti come è vero Iddio ti faccio passare guai seri. Ora non vado alla polizia per denunciarti, ma non è detto che non lo farò e adesso levati dalle scatole e stai lontano da Cristian”.
Non fu un semplice colpo, ma una vera e propria mazzata che Walter non prevedeva come reazione immediata da parte di Marianna.
– “ No, non era previsto che finisse così!” – urlò Walter, scansando le cose che si frapponevano fra lui e la donna – “tu mi hai relegato in questo misera esistenza, per te sono rimasto in questo buco e ora mi vorresti scaricare?”
Poi strattonò il bimbo cercando di toglierlo dalle braccia della madre e mentre il figlioletto scoppiava in un pianto convulso, sferrò un colpò violento al viso di Marianna che, per proteggere il bimbo, perse l’equilibrio e cadde in terra.
Tutta si svolte in un attimo di follia incontrollabile: la rabbia, la dissennata reazione di Walter fece temere a
Marianna per l’incolumità sua e di Cristian il cui pianto veniva ora coperto dalle sue grida. A questo punto, forse per quel briciolo di lucidità, che si era fatto spazio tra le idee strampalate di un uomo ormai vittima della sua stessa arroganza, Walter, quel Walter irriconoscibile, si ritirò.
Uscì sbattendo la porta e a passi svelti si allontanò dalla casa mentre a Marianna non restava che alzarsi, calmare il bambino e rifugiarsi in camera. Qui si sdraiò con il bambino fra le braccia, abbandonandosi in un pianto liberatorio. Dopo qualche ora, cercando di recuperare la sua capacità di ponderazione, si cambiò d’abito e con un trucco leggero, giusto per nascondere il livido sul volto, si recò al commissariato di polizia. Si fermò al primo dei quattro gradini che davano al pianerottolo davanti all’ingresso dell’ufficio, finse di cercare qualcosa nella borsetta, poi con fare disinvolto ritornò sui suoi passi. La paura, la vergogna o quel senso di vuoto che le dava un grande sgomento, la fecero riflettere e preferì non cedere al sentimento di odio nei confronti del compagno. Tirò fuori lo specchietto dalla borsa, si controllò il viso e ripassando con il fard più scuro lo zigomo arrossato, ripose il tutto e tornò dal suo bambino.
Di Walter non ebbe più notizie per molto tempo finché non apprese del suo espatrio.
Aveva in qualche modo realizzato un vecchio progetto, pensato diversi anni fa, prima di conoscere Marianna e si stabilì in Croazia dove aveva riallacciato i rapporti con una sua vecchia fiamma e grazie al suo aiuto ebbe l’opportunità di continuare a impegnarsi nel lavoro di disk- jockey.

 

Il giro di amicizie frequentato dalla ragazza croata, non si sa quanto affidabili, accolse anche Walter che si ambientò immediatamente tanto che il suo recente passato in Italia si era trasferito velocemente nel passato remoto. Probabilmente ha dovuto ridimensionare i suoi precedenti atteggiamenti, ma la nuova condizione non gli avrebbe fatto cancellare del tutto il pensiero di quel fallimento che lo portò definitivamente fuori dal contesto famigliare che, per le sue ambizioni fino a quel momento accantonate, gli avrebbe assicurato soltanto una vita normale.

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