Torneranno ancora le cicale di Giovanna Avignoni

Silenzio, niente altro che un doloroso silenzio.
Ho sempre cercato uno spazio tutto mio dove poter ascoltare le parole sussurrate durante la quiete, quei suoni sommessi e delicati, soffocati dal rumore della quotidianità distratta delle azioni umane.
Amavo stare in disparte ad ascoltare le cicale, gonfie di estate, raccontare al mondo la loro gioia di vivere.
Ero felice.
Sognavo giornate tranquille, senza pretendere troppo.
Volevo esser soltanto me stessa e condurre una vita normale.
Distesa in questo letto, in questa prigione orizzontale, ascolto il ronzio che scandisce il mio tempo immobile.
Sempre uguale, sempre lo stesso. Il medesimo ritmo che dà la spinta al mio cuore chiuso in una gabbia toracica ricoperta di sola pelle, denudata di tutto.
Nuda in questo letto, in balìa della Vecchia Atropo, colei che decide la lunghezza del filo al quale è legato l’inevitabile destino dell’essere umano .
Non è l’aria condizionata che sfiora la mia pelle, lo so bene che il freddo che sento non può essere frutto di invenzione dell’uomo.
La mia epidermide è costantemente sfiorata dall’alito gelido della morte che, con pazienza inumana, aspetta il momento opportuno per recidere il filo a me destinato.
Sono sola, nessuno ha idea di quanto io combatta per  evitare che la più potente delle tre Parche, con le sue antiche cesoie, tagli il filamento sottile che mi lega alla vita.
Soltanto io riesco a scorgere il suo sguardo arcigno, la piega spietata delle sue labbra sottili, l’espressione dura del suo viso impassibile.
Sola: lei, io e nessun altro in mia difesa.
Sono sicura che il filo legato alla mia esistenza terrena sia molto più lungo e che tornerà a essere robusto come corda intrecciata da abili mani.
Sono certa che la mia vita non possa terminare in una camera asettica della terapia intensiva di un ospedale.
Non riesco a rassegnarmi e combatto.
Per me stessa prevedo un gomitolo più ricco, dovrò arrotolarne a lungo il filo prima di arrivare al capo finale.
Non permetterò alla morte di intromettersi con il lavoro della tessitrice alla quale sono stata affidata in sorte.
Combatto contro la nera Signora una battaglia solitaria e senza armi.
Non ho a mia disposizione che la speranza di vincere a mani nude contro uno dei mostri che spaventa ogni uomo vivente sul pianeta Terra.
Non ci sono più le cicale a parlarmi di sogni, a cantarmi di vita futura, a narrarmi una favola antica.
Non c’è più il fruscio delle foglie né l’ombra dell’arancio odoroso a proteggere la mia pelle dal sole cocente dell’estate.
La mia pelle bianca e delicata, che emanava vita.
Quel sottile strato di epidermide che fungeva da confine tra me e il mondo esterno.
Un tessuto morbido e liscio che avvolgeva la mia anima come trama preziosa, arazzo intessuto con perizia da una natura esperta.
Il ronzio che, ora, tormenta le mie orecchie è sempre uguale.
Monocorde.
Trovo fantastico il fatto che ancora io riesca a ricordare parole forbite come quella che ho appena attribuito allo scandire del tempo, al passaggio lento dei miei giorni.
Mio padre sarebbe orgoglioso di me, se solo mi potesse sentire.
Ci teneva tanto che io imparassi a esprimermi bene, che utilizzassi termini anche desueti, che mi discostassi dall’uniformità, che evitassi di conformarmi agli altri, rinunciando alla mia individualità.
Mi guarderebbe con occhi negli occhi e mi parlerebbe attraverso il suo sguardo vivo.
Non servivano parole tra lui e me, non c’erano discorsi e neanche discussioni.
Semplicemente ci parlavamo attraverso il contatto visivo.
Era l’unica persona che riusciva a comunicare in quel modo il proprio punto di vista, il proprio dissenso o la sua approvazione nei confronti delle mie azioni.
Infatti continua a farlo ancora adesso che sono costretta all’immobilità.
Lo sento quando, senza strusciare i piedi, si avvicina al mio corpo disteso, riconosco i suoi passi e quelli di chiunque altro entri nella stanza.
I suoi, però, sono inconfondibili.
Arriva come se volasse, quasi fosse la sua anima a trasportarlo verso di me.
Da quando sono qui, non mi ha mai detto una parola.
Semplicemente ha continuato a guardare i miei occhi chiusi, tentando  di scorgere un passaggio che gli permettesse di penetrare al di sotto delle  mie palpebre immobili, ferme come il pesante sipario impolverato di un teatro abbandonato.
Vi si è intrufolato e, come sempre, si è calato nel profondo della mia anima.
Secondo me è l’unico che ha capito che io sono in grado di percepire ogni cosa, che riesco a sentire ogni minimo movimento, che tento di memorizzare il diverso incedere di ogni persona per capire chi ci sia nella stanza.
Non ha mai perso la speranza.
Perdere le battaglie non è da lui.
Del resto, mio padre, è il mio eroe, colui che mi ha insegnato a non demordere mai, a cercare la soluzione fino all’ultimo, a non abbattermi davanti agli insuccessi e a non reclinare il capo di fronte a chi mi vorrebbe vedere sconfitta.
Mi ha insegnato che i draghi si combattono e si possono anche sconfiggere.
Mi ha fatto sentire la sua principessa, ma mi ha sempre detto che le principesse, quelle vere, non aspettano il salvatore per liberarsi dal pericolo.
Le principesse combattono e vincono.
Escono vincitrici e a testa alta da una battaglia, trovano la soluzione, si salvano da sole, perché sono forti e nessuno può far loro del male.
Le principesse vivono una vita felice accanto all’amore della loro vita e sorridono guardando verso il futuro.
Io ero la sua principessa, la sua bambina adorata e mai, avrebbe pensato di vedermi ridotta così.
Non riesco ancora a capire come sia stato possibile.
Mai avrei pensato di dover essere prigioniera del mio corpo.
Bozzolo di una farfalla priva di ali, larva indifesa, bisognosa di tutto.
Eppure sono qui, inchiodata a questo letto.
I fili e i tubi sono propaggini del mia stessa materia, estensioni di me stessa resa quasi una macchina, appesa a un sì o a un no di chi può decidere della mia vita o della mia fine, di chi ha il potere di staccare la spina una volta per tutte.
Ripensare a ciò che è successo mi addolora e, forse, proprio per questo non ho un ricordo netto di quanto mi sia accaduto.
So soltanto che la testa era compressa sotto un peso insopportabile, schiacciata a terra, calpestata come gomma americana divenuta ormai insapore, mentre l’addome e le gambe erano stati trafitti in più punti dal coltello da cucina che stavo usando per affettare il dolce che avevo preparato per festeggiare il nostro secondo anniversario.
Lo avevo decorato con delle roselline rosse e farcito di crema al limone.
Non ho fatto in tempo a gustarne il sapore.
Una furia cieca, che non conoscevo, si è scatenata su di me.
Un uomo senza occhi né cuore ha preso il posto del mio amore.
Aveva le sue stesse sembianze ma non era lui.
Non poteva essere lo stesso ragazzo gentile e delicato con il quale ho convissuto per due anni.
Oppure sì.
La persona cieca, che si rifiutava di vedere ciò che era evidente agli occhi degli altri, ero io.
Avrei dovuto capire fin dall’inizio che la menzogna e la cattiveria fossero parte del suo essere, che fossero il suo credo.
Avrei dovuto comprendere che  la violenza fosse il solo linguaggio con cui riusciva a esprimersi.
Mentivo a me stessa, ero io stessa parte della sua bugia.
Mi autoconvincevo della marginale importanza dei suoi scatti d’ira, dei suoi repentini cambi d’umore, del suo sbatter di porte.
Tali comportamenti risultavano ai miei occhi debolezze e niente altro, quasi fossero un problema transitorio, al quale non dare troppo peso.
Non riuscivo a guardare oltre, a capire che, la sua, non era altro che mancanza di rispetto nei miei confronti, che mi usava come un oggetto.
Ero cera nelle sue mani.
Mani abili che plasmavano la mia pelle giovane e trasfiguravano con maestria le sue sembianze mostruose.
Avevo messo sul piatto della bilancia i pro e i contro della nostra relazione, senza guardare con attenzione dove pendesse la parte più pesante della stadera.
Eppure, il mio amore, diceva di amarmi.
Era bello e dolce mentre mi accarezzava i capelli e mi sfiorava le labbra con le sue.
Mi sussurrava all’orecchio che il mio sapore gli ricordava la brezza del mare di una mattina di inizio estate o il profumo della tenera erba primaverile e io ero pervasa da brividi.
Il caldo e il freddo si alternavano sul mio corpo mentre le carezze si facevano più profonde.
Perdevo me stessa nelle sue mani, diventavo sempre più fragile e informe come la cera della candela che lui teneva accesa e che presto avrebbe messo sotto un bicchiere soffocandone la fiamma per mancanza di ossigeno.
Una candela deprivata di aria e sorretta da una bugia spietata.
Diceva che mi amava perché ero fresca e allegra e adorava la mia risata frizzante, il mio modo buffo di muovere le mani mentre raccontavo le cose.
Non avevo occhi per nessuno se non per lui.
Ero sorda ai consigli di chi mi amava, alle suppliche di chi mi guardava oltre il mio sguardo, di chi aveva scoperto il mostro che si muoveva tra le lenzuola del mio letto.
Un animale che, ai miei giovani occhi, era un angelo sceso in terra.
Mi diceva che ero bella perché avevo lunghi capelli colore del grano maturo e occhi di acqua, chiari e limpidi.
Fili di paglia ispidi, grano mai raccolto, piccoli chicchi senza sostanza, maturati su un terreno arido e sprezzante della vita, divennero, presto, i miei capelli e gli occhi, di un azzurro trasparente, ospitarono clandestinamente delle lacrime mute.
Vivevo ormai da due anni, troppi, con un uomo che diceva di amarmi ma che mi rubava i soldi per ubriacarsi.
Quando era ubriaco mi violentava senza pietà e, dopo aver abusato del mio corpo, ancora appagato da quel piacere che pervade l’uomo dopo l’amore, mi ammazzava  di botte.
Ho perso il mio bambino a causa delle ripetute violenze subite, a forza dei pugni e dei calci sferrati con forza sulla mia pancia gonfia.
Anche quella volta, come accadeva ormai da tempo, ho mentito ai miei genitori, ho detto loro che ero caduta per le scale inciampando su quel gradino sbeccato che nessuno aveva ancora riparato malgrado ne avessi segnalato la pericolosità.
Ho dovuto mentire anche al medico del pronto soccorso che non ha bevuto la menzogna.
Gli ho urlato, tra le lacrime, che ero caduta per le scale per colpa di un maledetto scalino.
Ho gridato al mondo e a me stessa che un gradino aveva ucciso il mio bambino.
Il mio uomo diceva di amarmi ma mi stava uccidendo pian piano.
Avevo appena venti anni.
Ero bella, giovane e forte, ma la mia forza non era tale tanto da salvarmi.
Schiava del mio amore che, dopo avermi massacrata di botte, mi giurava piangendo che non lo avrebbe più fatto, come se lui fosse stato la vittima e lui soltanto avesse avuto il diritto di piangere e di soffrire.
Non ero forte abbastanza per denunciare il mio uomo.
Quando non era ubriaco sembrava tornare a essere il ragazzo dagli occhi buoni del quale mi ero innamorata quando ancora ero poco più che una bambina.
Non me la sentivo di tradire il mio amore che, malgrado tutto, amavo ancora e che dopo ogni violenza, piangeva con lacrime di bimbo,  implorandomi di perdonarlo mentre lo stringevo tra le braccia livide e doloranti.
Non ce la facevo a denunciarlo né riuscivo a fuggire da quella situazione.
I miei genitori e mia sorella iniziarono a sospettare qualcosa.
Venivano spesso a casa mia con la scusa che le verdure dell’orto erano abbondanti e che non potevano andare sprecate.
Ogni giorno si presentavano e, a turno, entravano nella mia casa perfetta dove iniziavano a scaricare ortaggi e frutta di ogni tipo.
Riempivano il frigorifero, preparavano vasetti di verdure sottolio e marmellate gustose.
Impastavano e stendevano sfoglie di pastafrolla.
Il loro intento era cogliermi in fallo, scoprire le mie debolezze, capire se i loro sospetti fossero fondati.
Io non lasciavo trapelare il minimo disagio.
Mi muovevo con grazia tra i fornelli e cantavo con loro le nostre canzoni di sempre.
Avevo imparato a mentire bene.
Un buon maestro era riuscito a scolpire la menzogna persino nel mio cuore.
Ormai ero soltanto sua.
Una bambola di pezza che prendeva fuoco non appena il burattinaio la sfiorava.
Un calore che tentavo di spegnere ma che, ogni volta, era alimentato da una  passione che mi stava consumando.
Ricordo poco di quella sera, so soltanto che doveva essere una serata tutta per noi, per festeggiare il nostro amore malato che mi stava uccidendo.
So, dalle parole di mia madre che mi parla sul mio letto di morte, che mi trovarono a terra,  ai piedi del letto, immobile e quasi priva vita.
Ero completamente nuda e ricoperta di ecchimosi e ferite.
La testa schiacciata sotto la poltrona.
I capelli color del grano mi incorniciavano il viso, come per regalarmi ancora un’ultima carezza.
Gli occhi chiarissimi sembravano acqua.
Erano spalancati quasi come se volessero ancora cercare l’amore scomparso dentro quel mostro spietato.
Sembravo una bambola, immobile a terra, vestita soltanto della mia pelle martoriata.
Mia madre mi parla in continuazione, mi racconta cosa succede  a casa, cosa ha preparato per pranzo e che tempo c’è fuori.
Se il sole è forte o se la pioggia ha annaffiato l’orto.
I medici le hanno detto che per me non ci sono speranze, che vivo soltanto perché i macchinari mi permettono di farlo e la mia vita è simile a quella di un computer privo di ogni informazione.
Per i medici sono soltanto un involucro che racchiude organi interni.
Ho quasi la sensazione che non vedano l’ora che io muoia o che i miei genitori accettino di staccare la spina.
La legge di guerra prevede che i più gravi debbano essere lasciati al proprio destino per dare speranza di vita a chi ha ferite non mortali.
Ecco io sono un soldato non ancora morto in battaglia che attende di morire per poter salvare i propri amici.
Un soldato valoroso che non ha tradito il suo amore, che non ha parlato neanche sotto tortura.
Non sono ancora morta, ma quando lo sarò, i miei organi nobili continueranno a pulsare di linfa vitale e  potrebbero essere utili per sostituire quelli malati di altre persone appese al debole filo della speranza.
I miei familiari, però, non ne vogliono sapere di far staccare la famosa spina che mi permette di mantenere intatte quelle reliquie preziose.
Sono una teca sacra che custodisce tesori, sono un involucro di pelle trasparente che avvolge antichi gioielli.
Vorrei tanto che tutti i pensieri che si rincorrono nella mia testa, potessero uscire fuori e palesarmi, in tal modo, a chi sta intorno al mio capezzale.
Racconterei loro la storia di una principessa dai lunghi capelli colore del grano che era stata catturata da un terribile mostro vestito di luce.
Parlerei di un bambino mai nato al quale ho cantato ogni notte una ninna nanna silenziosa e griderei il mio dolore e la mia rabbia per tutte le urla  che ho dovuto soffocare nel cuscino che profumava di un amore perduto.
Respirerei con le mie narici l’aria pura del mattino, tipica del sole appena sorto.
Lancerei nel vuoto cosmico le cesoie della Parca più vecchia che ho sentito ansimare giorno e notte in attesa della mia fine.
Prenderei per mano mia madre e attraverserei la profondità dello sguardo di mio padre.
Piangerei con mia sorella e la stringerei con forza a me perché avrei paura di perderla ancora.
Ascolterei il frinire incessante delle cicale e danzerei trasportata dal loro gioioso ritmo.
Perché io sono una principessa e sono certa che presto inizierò a sbattere le palpebre dopo un lungo sonno, perché i draghi esistono ma la forza del mio amore per la vita sconfiggerà il mostro che mi incolla a questo letto.

65 commenti Aggiungi il tuo

  1. Una scrittura potente che lascia il fiato corto e commuove. Una penna dal grande talento e dalla profonda sensibilità. Una sorpresa, immaginata. Complimenti!

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  2. Destinazione Libri ha detto:

    Quello di Giovanna Avignoni si dimostra essere un racconto non solo scritto con il cuore, ma un racconto attento e curato in ogni parte. I sentimenti si vivono con lo scorrere delle righe. Attenta ad ogni dettaglio, come solo un’artista completa ed una persona capace di insegnare l’amore sa fare. in ogni sua parte e questo è Lei. Destinazione Libri

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  3. thebookofwritercom ha detto:

    Bellissimo racconto, mi sono anche emozionata a leggerlo ☺

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  4. Serena ha detto:

    Che dire … Ogni volta che finisco di leggere un tuo romanzo o racconto … Un brivido mi attraversa la schiena, questo per me vale più di mille parole!

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  5. Antonella Bellabona ha detto:

    Complimenti Giovanna, non avevo ancora letto niente di tuo ed è stata una gradevole sorpresa! Scritto con mano lieve e precisa con la capacità di sviscerare i sentimenti nel profondo! Toccante e molto efficace.

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  6. Silvia Di Casola ha detto:

    Possano le emozioni che le tue parole trasmettono toccare il cuore di tutte le donne e donare loro il coraggio di denunciare. In bocca al lupo Giovanna perché la forza delle tue parole migliorerà il mondo

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  7. giada a. lugli ha detto:

    Bellissimo e toccante, grazie

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  8. Santina ha detto:

    Bellissimo emozionante e realistico, purtroppo! Trattare argomenti di questo tipo con delicatezza e ma anche profondità non è facile, ma tu lo riesci a fare.

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  9. Francesca ha detto:

    Un racconto intenso e straziante narrato con lo stile delicato e inconfondibile di Giovanna. Bello, come tutti i suoi altri lavori.

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  10. Rossana ha detto:

    Un bel racconto.
    Che sentimento indescrivibile (tristezza, rabbia, impotenza, …) per la vita di questa ragazza imprigionata prima nel suo bisogno d’amore e poi in un corpo che faticosamente tenta di nascere di nuovo.

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  11. Eufemia ha detto:

    Hai sempre la capacità di entrare nel cuore delle persone, di ammaliarle e farle scendere tra le righe delle tue storie. Tempo fa lessi un tuo bellissimo romanzo, (ricorderai?) e rimasi senza parole, mentre le lacrime rigavano il mio volto. Questa tua innata capacità di tessere emozioni, la ritrovo anche nei tuoi racconti. Brava Giovanna, mi piace questo racconto che si apre alla speranza. Bello anche il titolo.

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  12. Anna Costantini ha detto:

    Complimenti cara Giovanna.. bellissimo racconto..leggerò i tuoi libri quanto prima… ora sono davvero curiosa😊! Ti abbraccio

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  13. Alessandro ha detto:

    Di certo scorrevole ed emotivamente coinvolgente. Riesce a descrivere efficientemente un punto di vista doloroso anche solo da immaginare, scegliendo sempre il termine giusto.
    In bocca al lupo!

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  14. Chiara ha detto:

    Questo racconto potrebbe rappresentare la voce di una di quelle povere anime che subiscono un destino simile tutti i giorni nel mondo. Uno specchio della debolezza umana che facciamo tanto presto a giudicare ma che potrebbe essere la nostra. Uno straziante invito a non voltarsi dall’altra parte esemplificato in una tenera introspezione.
    Brava Giovanna.

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  15. Voti utili ai fini del concorso 64

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