Veronica di Roberto Di Marco

 

Veronica aveva 11 anni, frequentava la prima F della scuola media Leopardi, capì immediatamente che quegli uomini erano lì per lei.
Nulla quella mattina lasciava presagire cosa sarebbe accaduto. Si era svegliata quando sua mamma Laura, premurosamente, aveva alzato di due dita la tapparella della sua cameretta, quel tanto per far filtrare un timido raggio di sole e destare dolcemente uno dei suoi due angioletti.
Aveva incontrato il caldo sorriso di sua madre che seduta sul letto le accarezzava i capelli lunghi e neri disordinatamente sparpagliati sul cuscino. Appena giù dal letto era corsa in bagno, come ogni mattina non avrebbe potuto resistere un minuto di più senza rischiare di farsela addosso, sorrise pensando alla perfezione del corpo umano adesso che da tempo non bagnava più il letto. Si era lavata le mani e come d’abitudine era passata nella cameretta del piccolo Matteo.
Adorava guardarlo dormire, le metteva serenità, pace, calma. Aveva solo due anni il piccolino e lei lo amava tantissimo. Gli rimboccò la copertina di lana cercando di non svegliarlo, con delicatezza gli diede un bacio sulla fronte e scese a far colazione.
La tazza di latte fumante l’aspettava sul tavolino della cucina. La mamma aveva un foulard al collo, per il mal di gola diceva lei, ma Veronica sapeva bene che non era così. Guardò fuori dalla finestra, era una bella giornata ma sicuramente fredda, i vetri erano appannati ma non riuscivano a fermare i raggi del sole che disegnavano giochi  di colori all’interno della cucina.
Quella mattina sua madre aveva una luce diversa negli occhi, la notò subito quando le sedette vicino per dirle che al suo ritorno avrebbero fatto un discorso da donna a donna. Le piacque quella frase che la fece sentire grande, sorrise. Capì qualche anno dopo cos’era quella luce che aveva visto negli occhi di sua madre quel giorno, era la luce di chi ha deciso, di chi finalmente si sta togliendo un macigno, di chi si lascia qualcosa d’importante e doloroso alla spalle per poter tornare a vivere.
La sera prima aveva lavato i capelli che adesso necessitavano decisamente delle cure della mamma. Era uno di quei momenti che amava così tanto Veronica. Mise la sedia davanti alla finestra e si accomodò. Laura iniziò a spazzolarle la folta chioma mentre lei, col lato delle mani, faceva scendere la condensa dal vetro e assisteva divertita alla corsa tra le gocce d’acqua. Era un momento tutto loro quello, rilassante, caldo, a volte rimanevano in silenzio ognuna persa nei propri pensieri, a volte parlavano di scuola, dei nuovi amichetti e quando la mamma le chiedeva se ci fosse qualcuno in particolare lei sentiva infuocarsi le gote e non riusciva a parlare. Era tipico di quella età, di quando inizi a scoprire qualcosa che fino ad allora non ti è mai appartenuto e non riesci a comprendere. Qualcosa che ti fa stare bene, ti scombussola, a volte fa male come se fosse un dolore fisico.
Lei negava e la mamma non insisteva, a volte la prendeva in giro e finivano sempre per abbracciarsi e ridere insieme, era il loro momento ed era speciale.
La fermata dello scuolabus era proprio davanti casa, Laura accompagnava Veronica alla porta e rimaneva lì a guardarla fin quando l’autobus non partiva. Quella mattina la bimba aveva percorso quasi tutto il vialetto pensando all’argomento che avrebbe discusso con la mamma al ritorno, in cuor suo lo immaginava, sperava che fosse quello a cui lei stesse pensando, si fermò e si voltò.
Tornò indietro di corsa facendo sobbalzare quello zaino troppo grande per una bambina così piccola, la mamma pensò che avesse dimenticato qualcosa ma lei semplicemente l’abbracciò forte.
“Ti voglio bene mamma!”
Rimasta sola Laura aveva rassettato la cucina con calma, poi si era seduta al tavolino e per l’ennesima volta aveva ripassato mentalmente il suo copione. Era tutta la notte che pensava alle parole che avrebbe usato, una notte insonne, di frustrazione, dolore, incredulità per quello che era accaduto la sera prima.
Qualcosa si era definitivamente rotto quella sera o semplicemente si era resa conto di aver toccato il fondo, di essere arrivata ad un punto di non ritorno. Troppe volte aveva fatto finto di nulla, troppe volte si era detta che se l’era meritato, troppe volte si era presa colpe che non aveva, troppe volte aveva perdonato. La molla che però aveva fatto scattare quella sua presa di posizione irrevocabile era stata un’altra, proprio sua figlia Veronica.
Curva sul tavolino con la testa tra le mani e le lacrime che le rigavano il viso ripensò alla sua vita. Aveva incontrato Francesco quando frequentava il quarto anno di scuola superiore ed era stato il classico colpo di fulmine. Più che un incontro il loro era stato uno scontro vero e proprio. Una mattina Laura, come sempre in ritardo, aveva attraversato la strada che separava la fermata del bus e l’entrata di scuola senza guardare.
Aveva avuto solamente il tempo di sentire lo stridere delle ruote sull’asfalto e poi quella botta tremenda, il mondo si era capovolto velocemente, confuso, poi il buio. Quando aveva riaperto gli occhi aveva incontrato i suoi, dolci e spaventati ma finalmente sollevati nel vederla riprendere i sensi.
Avrebbe voluto rialzarsi e nascondersi per la vergogna di quella sua sbadataggine cronica, ma il dolore alla gamba era insopportabile. Lui premurosamente le aveva messo il giubbetto sotto la testa come fosse un cuscino rimanendo in maglietta nonostante l’aria fosse molto frizzante quella mattina. Avevano atteso l’arrivo dell’ambulanza e lui aveva fatto di tutto per farla sorridere e non pensare al dolore, poi era salito con lei sul mezzo e l’aveva accompagnata in ospedale.
Tornata a casa i due continuarono a frequentarsi. Francesco era più grande di cinque anni, lavorava in un’officina meccanica da quando aveva abbandonato la scuola. A casa di lui la situazione non era idilliaca, il padre era alcolizzato ed ogni pretesto era buono per alzare le mani sulla mamma e su di lui.
Quanto lo aveva odiato! In quei giorni, nella sua cameretta, gli occhi gonfi dal pianto e dalla rabbia, si era sempre promesso che prima o poi l’avrebbe pagata e soprattutto che lui sarebbe stato un uomo diverso.
I genitori di Laura non vedevano di buon occhio la situazione ma le cose erano evolute velocemente quando Laura, a metà dell’ultimo anno di scuola, era rimasta incinta.
Quel giorno lo ricordavano tutti. Una sera come tante i due ragazzi erano in camera, all’improvviso si erano udite delle urla, parole pesanti di lui che l’apostrofava in malo modo e le dava la colpa di quella gravidanza inaspettata. Suo padre aveva dovuto sfondare la porta perché nessuno apriva e aveva trovato la sua bambina rannicchiata in un angolo a piangere con le mani sul viso. Aveva messo alla porta Francesco e poi abbracciato forte la sua bambina che aveva ancora sul viso i segni delle percosse.
Decise di tenere il bambino e quando Francesco sembrava solo un brutto ricordo, quello era tornato alla carica. Era chiaramente succube di lui, non le sembrava vero che fosse tornato da lei. Si era scusato mille volte, era pentito, aveva reagito così in preda al panico, non lo avrebbe fatto più, glielo giurò. Laura volle credere alle sue scuse e i due cominciarono a vedersi di nuovo, prima di nascosto, poi facendolo sapere anche ai genitori di lei. Si scusò anche con loro Francesco ma non riscosse gli stessi risultati. Diplomatasi a pieni voti e partorito una bella bambina, la ragazza decise di andare a vivere con il suo uomo dato che la convivenza tra lui e suo padre era impossibile.
Iniziò così una nuova vita, lontano dai suoi affetti più cari. Quegli schiaffi erano solo un ricordo lontano, un brutto episodio che la sua mente aveva oramai rimosso, ma purtroppo per lei non furono gli ultimi.
Vivendo con Francesco iniziò a conoscerlo veramente, vide quei lati che lui era riuscito a nasconderle, iniziò a convivere con la sua gelosia asfissiante. Le controllava il telefono, la sorvegliava, l’accompagnava e andava a riprenderla a lavoro e non le permetteva d’intrattenersi nemmeno un minuto con colleghi al di fuori dell’orario di lavoro. Ogni occasione era buona per una scenata e per alzare le mani.
La sua vita si stava trasformando in un incubo e lei si era riavvicinata a sua madre, l’unica alla quale confidava i suoi problemi. Più volte lei le disse di lasciare quell’uomo ma ogni volta c’erano le scuse di lui e quella sudditanza psicologica ed emotiva che Laura aveva nei confronti di Francesco, la facevano sempre rimanere ancorata a quella vita.
Aveva sopportato Laura, per tanti anni si era data colpe non sue e finalmente la sera prima il meccanismo perverso nel quale era rimasta intrappolata si era rotto e le aveva fatto prendere quella decisione che avrebbe comunicato di lì a poco a Francesco..
Era rientrato alle 20 quella sera e visto che staccava dal lavoro intorno alle 18 lei semplicemente preoccupata gli aveva chiesto se fosse accaduto qualcosa. Lui, visibilmente alticcio, l’aveva presa a male parole e le aveva stretto le mani sul collo con forza. Veronica impaurita si era messa tra loro cercando di fermare il papà e lui aveva reagito colpendola con uno schiaffo così forte da farla cadere.
Aveva cercato di scusarsi per l’ennesima volta, ma quella sera era rimasto da solo. Laura si era chiusa in camera con le sue due creature e aveva meditato tutta la notte. Finalmente aveva preso la sua decisione.
Si asciugò le lacrime e andò a prendere Matteo nella sua cameretta, lo portò in cucina e lo mise sul seggiolone pronto per la pappa. Iniziò a scaldare il latte e sentì i passi avvicinarsi alla cucina.
Veronica era intenta a seguire la professoressa d’Italiano. Si udirono delle voci nel corridoio, poi vide attraverso il quadratino in vetro della porta dell’aula le sagome di due uomini. Il cuore le si fermò di colpo, poi accelerò velocemente come se volesse uscirle dal petto. Capì che dovevano essere delle forze dell’ordine dalla forma del berretto, capì che erano lì per lei, se lo sentiva, rimase impietrita.
Quando la porta si aprì i due uomini entrarono, erano poliziotti, dietro di loro una donna, il viso sconvolto dal dolore con in braccio un bambino che le stava avvinghiato con le piccole manine strette al suo collo, Veronica li guardò e scoppiò a piangere rompendo il silenzio irreale dell’aula.
Sua zia corse da lei e la strinse forte, aveva già capito tutto Veronica.
Molti anni dopo
La donna entrò nell’aula magna e il brusio cessò di colpo. Tutti la conoscevano, era uno dei più noti ed importanti avvocati del paese. Da quando sua madre molti anni prima era stata uccisa da suo marito, si era ripromessa di fare l’impossibile affinché nessun’altra bambina avesse dovuto rivivere e passare quello che era capitato a lei. Nessuna donna avrebbe dovuto più morire per un gesto insensato di un uomo debole e malato. Mai più violenza, mai più vittime, questo era il suo obiettivo che portava avanti attraverso la sua fondazione “Stop al Femminicidio”.
Fece un lungo discorso denso di testimonianze, foto, indagini, coinvolse il pubblico presente, rispose a mille domande senza mai un’incertezza e alla fine lesse una lettera:
“Ho freddo e ti guardo, distesa sul pavimento, i vestiti lacerati da qualcosa che non riesco a comprendere. E vorrei farti tante domande, cercare di capire, ma il sangue m’impedisce anche di respirare, ne sento il sapore ferroso in bocca. E ti guardo, ti guardo e non ti riconosco, non avevo mai visto quello sguardo nei tuoi occhi. Ho sete e sono stanca, sento la vita scorrere via e vorrei lottare, vorrei fare qualcosa per resistere a questo dolore che si affievolisce insieme al battito del mio cuore, ai miei respiri. Perché? E’ questo che vorrei chiederti, perché?
Ricordo le parole di mamma, quanto vorrei fosse qui adesso, vorrei che mi tenesse la testa sulle gambe come faceva quando ero piccolina e piangevo e lei mi coccolava e mi prometteva che tutto sarebbe andato bene mentre con dolcezza infinita mi lisciava i capelli. Vorrei che fosse qui ad accompagnarmi in questo mio ultimo viaggio, mi spaventa morire da sola e non voglio che tu sia l’ultima cosa che vedrò di questo mondo che tanto ho amato, con le sue delusioni e i suoi miracoli.
Mamma tu avevi capito tutto il giorno che ti ho raccontato di quello schiaffo, ma io non ho voluto vedere, ho continuato a difendere quello che oggi è il mio carnefice contro tutto e tutti, ero convinta che mi amasse, quel giorno aveva pianto come un bambino scusandosi mille volte, facendo promesse, vergognandosi per quel gesto almeno così diceva lui.
Non ho mai chiesto niente, sono stata una brava mamma e una buona moglie, fedele, accondiscendente, ho cercato di soddisfarti sempre, in tutto. Ti ho appoggiato nelle tue decisioni, anche quando non le condividevo, ma mi sono fidata di te e sono stata sempre presente, al tuo fianco anche quando le cose non andavano bene, con la convinzione che il nostro amore ci avrebbe fatto superare ogni difficoltà che la vita ci poneva davanti. E allora adesso che sono qui distesa ai tuoi piedi, con le ferite dell’anima che fanno più male di quelle corporee e ti vedo immobile, lo sguardo perso nel vuoto mentre attendi che la mia agonia finisca per soddisfare il tuo ego malato, cerco di capire dove ho sbagliato.
Ho sbagliato nell’aver voluto difendere la mia identità di donna, ho sbagliato per aver voluto lavorare e perché sono stata in grado di realizzarmi professionalmente, ho sbagliato per essermi curata, per essermi tenuta in forma, per aver amato me stessa. Ho sbagliato perché secondo te eri l’unico che dovevo amare, ho sbagliato perché io dovevo restare a casa, non avere amicizie, ho sbagliato perché il mio unico compito doveva essere quello di servirti e riverirti in tutto e per tutto, ho sbagliato perché ho creduto di essere libera, di essere una persona, mentre per te ero solo un oggetto, una schiava.
Ma allora non ho sbagliato nulla, forse sei tu quello che sbaglia, forse sei tu che nella tua insicurezza, nella tua fragilità, nel tuo non essere uomo, nella tua paranoia di essere inutile, nelle tue folli e deliranti idee e convinzioni malate, hai creduto di frenare le tue paure incatenandomi e togliendomi la mia dignità e non riuscendolo a fare hai trovato l’unico modo per fermarmi, per punirmi, ora ti senti un uomo? Ora sei soddisfatto? Ora pensi che io resterò per sempre tua? Beh ti sbagli!!!
Oggi non uccidi soltanto me, uccidi tua madre e tuo padre che dovranno portarsi dietro per il resto dei loro giorni questo peso ingombrante, uccidi i miei genitori, quelle pugnalate date a me fanno sanguinare anche loro, i miei familiari, i nostri amici e soprattutto uccidi il futuro dei nostri bimbi che dovranno convivere per sempre con questa tragedia e con l’ombra del tuo gesto sulle sue spalle fragili e dovrà farlo da solo, senza una mamma e senza un papà. A voi figli miei rivolgo il mio ultimo pensiero, spero che il tempo possa alleviare il vostro dolore, spero che voi cresciate circondati dall’amore di persone care che v’insegnino i valori della vita, l’importanza del rispetto e della dignità delle persone, spero che voi possiate crescere in un mondo privo di diversità perché siamo tutti uguali, abbiamo tutti diritto a vivere una vita dignitosa indipendentemente dal colore della pelle o da chi amiamo. Spero che voi troviate l’amore, quello vero, che capiate che amare qualcuno non significa possederlo e che a volte amare è saper lasciare andare, anche se fa male. L’amore non è qualcosa che si ottiene con le catene o con la forza, l’amore è libertà di scelta e di azione.
Domani sarò un’altra immagine sui televisori di tanta gente e allora a voi donne dico di non fare mai il mio stesso errore, denunciate, denunciate senza paura, denunciate fin quando siete ancora in grado di farlo, nessuno può permettersi di essere padrone della vostra vita.
Amare non è possedere!!”
Riprese la parola con gli occhi lucidi.
“Ho immaginato che questi possano essere stati gli ultimi pensieri di mia madre e i suoi ultimi accorati consigli per tante donne che come lei si sono trovate in una situazione del genere. Vi prego, non fate l’errore di mia madre, certe cose non possono essere perdonate, non possono essere un segno d’amore”.
Finì di parlare e fu travolta da uno scrosciante applauso, lasciò l’aula con la consapevolezza che la strada era ancora lunga, che tanto andava fatto ma che nulla le avrebbe impedito di continuare il suo lungo viaggio. Dopo essersi intrattenuta per alcuni minuti col rettore dell’Ateneo, che la ringraziò per quanto stava facendo, percorse a passo deciso i lunghi corridoi dello stabile.
Si avvicinò ad una grande finestra e col lato della mano fece scendere la condensa e rimase lì a fissarla, come tanti anni prima. Quando guardò fuori lì vide, bussò al vetro attirando la loro attenzione e lì salutò. Fece le scale quasi di corsa, poi uscì all’aria aperta, il sole finalmente iniziava a scaldare quella fredda giornata. La bambina gli corse in contro e gli saltò in braccio, lei la tenne stretta a se. Poi si avvicinò suo marito, i due si abbracciarono e si baciarono, un bacio lungo e intenso, pieno d’amore, quello vero.
Quell’uomo le aveva cambiato la vita, le aveva permesso di tornare a fidarsi, le era stato vicino nei momenti più bui, le aveva riportato il sorriso sulle labbra, con pazienza, attenzione, dolcezza. Ma due erano le cose meravigliose che aveva fatto per lei: innanzitutto l’aveva amata, con tutto se stesso, rispettando i suoi tempi, le sue paure, dandole i suoi spazi, non l’aveva mai soffocata ma soprattutto quando lei si era sentita impotente di fronte a tutti i brutti avvenimenti che colpivano le donne, com’era successo tanti anni prima a sua madre e lei si sentiva impotente e frustrata, l’aveva spinta in quel progetto ambizioso. Gli sarebbe stata grata per tutta la vita.
Le sorrise e la guardò dritto negli occhi:
“Tua madre sarebbe orgogliosa di te!”
L’amore è una cosa meravigliosa, a volte fa soffrire, ma non può e non deve mai diventare una scusa per fare del male.

 

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