Davide Rocco Colacrai


Janis (a Janis Joplin)

 

(Avete mai visto la luna
quando imbocca il dolore?)

Le voci del dolore sono infinitesimali in una donna
che assorbe il mondo tutto a sé
e confonde la morte
con i capricci di un silenzio
che imbianca la sua solitudine di rossetto.

Ogni voce racchiude virgole di vita
a decomporre il peso di un corpo incendiato dalla sua croce
in acini indefiniti del cuore,
umido ognuno di sogni
in un oroscopo d’aria in tasca

resta uno spazio vuoto o quasi
a corteggiare la morte
in uno sfiorarsi appena parallelo
in girotondi esausti di ombre
a tracciare trincee a guardia della sua impronta

è la sorte che non decide a rivelarsi
e si cela in una sospensione
che sposa un dolore limato dalle ceneri
ad una supplica d’amore
per tramutare tutto in ossessione.

Cadono sul silenzio del mondo, le voci del dolore,
e si amalgamano all’eco di Dio
in un impasto di dadi in falsetto che si alternano
a definire gli anni di una donna
nel solco bruciato della sua semina.

(Due bicchieri e un ricordo,
e il suo nome ad affogare leggero
a strapiombo su seni esausti)

Caterina è in città

 

Ha il cuore stretto nella virgola di una città scritta a mano, Caterina,
il suo orizzonte spalmato lungo i muri
a forgiare l’azzurro almanacco di un sogno
per un’alcova dal corpo di donna all’apice della luna

accumula i suoi anni in un ventre di velluto a coste,
la sua ombra una preghiera
che il cemento inghiottisce
dove la cenere di una sigaretta in croce prima del nulla.

È l’intonaco color piombo della città a impedire il ricordo, a Caterina,
il volo obliquo del nibbio,
l’infinito in un adesso,
una resurrezione,
il respiro,
e si centellina da ogni goccia di pioggia il seno del cielo.

Ha una treccia a proteggere il suo nome, Caterina, e con esso il suo tempo,
il dolore della radice sul cuscino,
il canto del padre in un dialetto sottovoce,
l’odore della legna, la malinconia nel ripetersi dei gesti, il focolare in controluce,
l’alfabeto scalzo dell’addio,
e tutto nel buongiorno madre di una terra che non dimentica nel cuore.

È forse Santa Rita ad ammettere nel perimetro senza eco della città un florilegio d’infanzia?

È una donna che gioca a scacchi con il buio, Caterina, di pane e di marea,
in un silenzio a cerchi d’ape,
tra le linee della mano e il suo destino.

 

 

La colpa di Alice (Alice’s sin)

 

Alice non parla,
se ne sta zitta come un’ombra di margherita in attesa
con la bocca in una linea frastagliata d’orizzonte
ad impastare un quarto di luna
tra dita a ventaglio
come a fissare, quasi cesellare, il suo nome
nel sovrapporsi incontenibile delle parole.

Alice ha un segreto,
non le interessa ricomporlo e mostrarlo,
lascia a ognuno il suo significato
con il suo essere ferma e inafferrabile come la vita
dai polsi sul cuore
a salvaguardare, quasi definire, i suoi sogni
nel formarsi rapida di una dimensione d’avanzo.

Alice non conta i giorni che mancano,
preferisce gli spazi tra un sasso e l’altro,
meno il girovagare di una foglia,
un po’ di più nascondersi nel grano,
meno i rumori dell’uomo che saturano il contorno,
e sempre l’odore che preannuncia la pioggia.

Alice ascolta,
non si ravvicina, non parla ma sente e ascolta
proprio come fa la notte.

Il più piccolo poro del nostro respiro la sua terra, la sua àncora, la sua solitudine.

La contraddizione di una felicità (a Sylvia Plath)

Ci vorrebbe una vita intera
per fare di una conclusione di donna
il suo inizio.

Si sono lasciati contare, i giorni,
in un oroscopo infinito d’agrifoglio e nuvole
sopra un letto come una parola vuota
allo svanire lento del nome,
in fila le ombre caute di un’elemosina,
le corde vocali il nido della pioggia,
e mollica di donna, morbida come dattero, in addio alla sua verità in croce.

Ci stupisce, Dio, per nascondersi nelle più morbide calligrafie,
ognuna il desiderio di fare l’amore
un’ultima volta,
l’orlo argenteo dell’alba,
le rughe che fioriscono come capricci di libellula,
lo spasimare stanco di un angelo di mare,
il punto d’azzardo di questa vita
in una contraddizione
che lascia il corpo come un bicchiere bevuto d’un fiato,
l’eco delle cose non dette a dissolversi
in un neo del cuore,
e l’attesa che la felicità ritorni.

Non basterebbe una vita intera
per cambiare una conclusione di donna
in un inizio.

È molto più di una vita intera, il dolore, più dei sogni all’infranto,
lo spazio dopo l’uomo,
il tempo del naufrago a settembre,
l’esilio di un brivido buono.

C’è un mondo in una mezzanotte di donna, ovvero c’era.

Latitudine di una donna (in memoria di Mia Martini)

 

Sono una voce di foglia
che si nasconde nel sottoscala del suo cuore
dal cui oblò
prendono a recitare le prospettive del mondo
a microfono spento,
ogni centimetro di questo moto
è una vertigine d’esilio
che arrossa la pelle delle parole,
ogni parola asciutta
come un ramo senza foglia
nella dignità di essere un seme
che scivola nel ventre azzurro del vuoto,
vestito da sposa.

L’imminenza di una ruga
in cui s’infrange l’onda di questo confine
dopo la voce,
tende a far coincidere i punti a forma d’alito
di vita e morte
in una latitudine di donna
in cui l’abitudine nuda dal suo atollo
decreta il silenzio custode di ogni verginità
in un dialogo d’orizzonte
di una foglia con il suo ramo,
dopo essere scivolata come il segno della croce
in un amen.

Sono una voce di foglia
al culmine di un sogno da sposa azzurra che,
nell’amare troppo e mai abbastanza il proprio nome,
si esaurisce in un impasto
di carne e magia, di struggenti scaramanzie, di niente e così sia.

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Salvatore Barbaro ha detto:

    Allora parto dal presupposto, come detto giá in un commento, che la poesia assolutamente non è il mio campo. Rocco però in queste righe mi porta con la mente al dolore della donna e alla malvagità del genere umano fatto uomo.
    Brividi, emozioni rare e anche una leggera lacrima. Grazie e complimenti.

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  2. Valentina Meloni ha detto:

    Mi sento sorella ad ognuna di queste donne… Grazie per questi versi, mi portano nel loro mondo con delicatezza e mi ricompongono nel dolore dell'assenza. Sono il ricordo del non detto, del dolore che non so dire.
    “Sono una voce di foglia” è l'autunno dell'essere donna quando si cerca la perdita per ritrovarsi… hai tratteggiato un intero universo. Complimenti

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  3. anna luciani ha detto:

    Bellissime poesie, parole che lasciano il segno

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  4. Lilly C. Arcudi ha detto:

    “Non è da tutti
    intingere nel silenzio
    e vedere la luna
    quando imbocca il dolore.

    Non è da tutti
    cantare
    il finito e l’infinito
    nel cuore scolpito.

    Non è da tutti.

    Non è da tutti
    muovere le note
    della cetra
    dall’aedo al lettore.

    Non è da tutti
    fluire con gli occhi.
    e seguire il fiume
    al di là delle rive.

    Non è da tutti.

    Qui c’è tutto
    oltre il confine.”

    Lilly C. Arcudi
    28.10.2016

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  5. Mirko ha detto:

    Splendide

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  6. Voti utili ai fini del concorso 5

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