Eva di Mauro Valentini

«Ragazzi io vado!» Non le era mai piaciuto uscire di casa senza salutare i suoi figli. Eva lo sa, ormai sono grandi, se ne sorprende ogni volta che si alzano assonnati la mattina, loro così alti, figli di una donna così minuta. Ma a parte l’altezza, per il resto sono la sua fotocopia, glielo dicono tutti. Le somigliano tanto, anche emotivamente questi due figli forti nel carattere.

Una forza che le hanno dimostrato in questi ultimi due anni, da quando tutto era cominciato. Da quella mattina di settembre, quando li aveva svegliati per dirgli che lei, la loro mamma tutta casa e lavoro, si era innamorata di un altro uomo. Le era successo così, quasi senza accorgersene, dopo vent’anni di matrimonio in cui non si era neanche chiesta se fosse felice e appagata, con quel marito rigoroso e ammirato da tutti, a cui si rivolgeva con un inchino perfino sua madre che non si era chinata mai davanti a nessuno nella vita. Ma poi, nell’ufficio a fianco dove lavorava aveva affittato dei locali lo “studio  legale Ciaravolo”. Erano arrivati in tre, giovani e in carriera che benché si fossero mostrati da subito molto simpatici nei loro confronti erano stati bollati come babbei. Bollati dalle sue colleghe, perché a lei invece quei tre ragazzi sempre vestiti come se andassero ad un matrimonio, che erano i primi ad arrivare e gli ultimi ad andare via le stavano simpatici.
«Complimenti signora, che bell’abbronzatura che ha.» Avevano rotto il ghiaccio così, con una delle frasi più banali con cui un uomo cerca di attaccar bottone con una donna. Erano in tre quegli avvocati, ma lei sorrideva sempre a lui, a Mario, gentile nell’attenderla all’ascensore o nel darle precedenza al portoncino. La macchinetta automatica del caffè era stato il loro punto d’incontro. Prima occasionale, poi predeterminato. Cercato. Due volte al giorno, la mattina e il pomeriggio, parlando di pratiche legali, di cinema e di vacanze da sognare. «Ci vediamo per pranzo?» Si era fatto audace Mario, Eva si era guardata intorno per capire se qualcuna delle sue colleghe li stava ascoltando. E aveva accettato. Del resto l’invito a pranzo non è compromettente, si era detta tra se e se. Ed invece…
Ed era stato amore.
Un giorno di ferie insieme, al mare, aveva sancito quel legame che sembrava impossibile. «Possibile» – si diceva Eva allo specchio – «possibile che di colpo tutto il mio passato si è sgretolato negli occhi di quest’uomo dieci anni più giovane di me?»
Si, non solo era possibile, ma giorno dopo giorno tutto questo amore non le sembrava più impossibile. Era un turbine non un sentimento. Eva aveva scoperto a 45 anni il suo essere donna, di saper arrivare a picchi di piacere e di abbandono che non credeva possibili. La scoperta del sesso e del trasporto era spiazzante e insopportabilmente irresistibile. Si era fidanzata con suo marito Cataldo a soli 16 anni, a 20 si era sposata, i figli uno dietro l’altro subito dopo, credeva fosse quello l’amore e la passione, ora dopo 25 anni aveva scoperto che no, l’amore per lei era altro. Era Mario.
Poi Mario, quattro mesi dopo era stato traferito a duecento chilometri di distanza. Il titolare dello studio, il professor Ciaravolo gli aveva chiesto, per meglio dire ordinato di gestire il nuovo ufficio nel capoluogo di regione: «ho scelto te per due motivi, caro Mario, perché sei capace e perché non hai famiglia.»
Già, non aveva famiglia lui, a differenza dei suoi due colleghi. Ma aveva un amore. Clandestino ma pur sempre un amore. Ad Eva ne aveva parlato dopo aver fatto l’amore, con il solito trasporto, come al solito il giovedì pomeriggio, quando Eva avrebbe dovuto frequentare un corso di yoga, chiaramente inventato. Ed Eva aveva ascoltato, in silenzio. E poi aveva sentenziato: «io non ti lascio. Io voglio stare con te. Tu mi vuoi?» Lui aveva annuito pensando senza speranza ad un gesto di estremo romanticismo che si sarebbe scontrato con la realtà della sua situazione. E aveva detto: «si.» Eva aveva sorriso, e senza guardarlo aveva semplicemente detto: «la prossima volta che faremo l’amore, sarò una donna libera. Te lo prometto.»
E così era stato.
Quella sera stessa era tornata a casa con il sorriso stampato sul volto di chi ha la consapevolezza della decisione ineluttabile. Fermato la macchina nello spazio tra le aiuole della villetta che aveva tanto curato e sognato e che ora le sembrava senza senso. Aveva atteso che i ragazzi uscissero per una pizza con gli amici e glielo aveva detto. Semplicemente, senza troppi giri di parole. Non lo amava più, amava un altro. Non voleva più vivere nell’ombra questo amore e non poteva lasciarlo andare a 200 km di distanza senza poterlo raggiungere quando voleva e poteva. Aveva reagito come reagiscono tutti gli uomini, tutti. Chi è, da quanto tempo, perché? cosa ho fatto? Eva a queste domande non voleva rispondere, e non avrebbe mai risposto. «Cosa importa Cataldo. È così che mi sento. Non c’è altro da dire.» La mattina dopo lo aveva detto ai ragazzi, con la stessa semplicità con cui l’aveva detto al loro papà. I ragazzi avevano ascoltato muti, poi senza dire nulla. Erano usciti di casa con un bacio e un sorriso che a lei era sembrato un regalo prezioso.
Cataldo invece non poteva accettarlo. Erano state due settimane d’inferno, aveva coinvolto i ragazzi, li aveva costretti con ogni mezzo anche il più umiliante, a chiedere alla mamma di cambiare idea. Eva era stata in silenzio, la sua scelta era inappellabile e senza appello. Ai ragazzi sorrideva e gli accarezzava quelle barbe incolte da quasi uomini, a Cataldo lo pregava di non umiliarsi, di dimostrare a tutti, soprattutto a se stesso che era un uomo forte. Poi, era arrivato un sms di Mario: “ho trovato un appartamentino bellissimo in centro. C’è tutto Eva, ma è vuoto se non ci sei tu”.
Ed Eva, il giorno dopo aveva lasciato un biglietto sul tavolo della cucina dove aveva apparecchiato per la colazione. Un biglietto semplice, chiarissimo: “parto. Sarò fuori fino a domenica sera. Ho lasciato delle cose pronte in frigo. Abbiate cura di voi. Vi abbraccio”. Aveva preso il treno e spento il telefono. Dalla stazione erano cinque minuti a piedi e Mario aveva aperto la porta in pigiama ed era rimasto a guardarla sorpreso, sorridendole per un tempo interminabile. «Mi fai entrare o mi lasci qui fuori? Sai, devo mantenere una promessa.»
Quando era tornata, la domenica sera, aveva trovato i ragazzi davanti la tv a guardare Inter – Juventus e l’armadio di Cataldo vuoto.
Era cominciata una nuova vita, non senza fatica si era dovuta accordare con il padre dei suoi figli e sottostare ai suoi pianti, alle sue recriminazioni e alle sue minacce di farla finita. Si, Cataldo le diceva appena erano soli: «mi uccido, così i nostri figli non ti perdoneranno mai quello che hai fatto.» Ma lei aveva tirato dritto, non sentiva nessuna colpa nell’amare un altro. E Cataldo alla fine non si era suicidato, almeno fino ad ora. Capiva il dolore di quell’uomo tutto d’un pezzo, imprenditore di un’azienda agricola di grande successo, abituato a tener tutto sotto controllo, i conti dell’azienda, i dipendenti, gli alberi da frutto che curava personalmente e la moglie. Che ora non gli ubbidiva più. «Ma mica gliela puoi far passare liscia così. Devi dare una lezione a quel figlio di puttana. Sapeva che Eva era sposata eppure…» aveva sentito quel dialogo dentro casa dei suoceri, era andata lì a prendere i ragazzi dopo il pranzo coi nonni. Suo cognato, il fratello di Cataldo si era interrotto di colpo vedendola ma in negli occhi di quei due fratelli che la guardavano sorpresi aveva letto un odio atavico, innaturale. Culturale.
Eppure tutto si era piano piano acquietato. «Anche dopo uno tsunami, il mare ritorna una tavola» le diceva Viola, la sua collega e amica che aveva visto nascere quell’amore e che era diventata complice delle fughe amorose di Eva. Una complicità che non serviva più adesso, adesso che Eva ogni week end prendeva il treno per perdersi e ritrovarsi tra le braccia e nei sensi di Mario.
«Ragazzi io vado!» Non le era mai piaciuto uscire di casa senza salutare i suoi figli. I ragazzi avevano accettato la nuova situazione e fatto da silenzioso baluardo alle intemperanze del padre e dei parenti. Due ragazzi esili e timidi che di colpo erano diventati due frangiflutti contro la tempesta. Una tempesta che dopo due anni era ormai soltanto un vecchio ricordo.
Eppure Eva da qualche settimana era di nuovo inquieta. Enzo, l’avvocato che aveva sostituito Mario nello studio difronte a quello dove lavora le stava togliendo la serenità faticosamente conquistata. All’inizio era stata gentile con lui come con gli altri, del resto si fidava anche perché i due ex colleghi di Mario l’avevano coinvolta simpaticamente in quei discorsi senza troppo costrutto, tipici da ufficio. Non aveva capito se loro sapessero della sua relazione con Mario, lui giurava che non l’aveva fatto trapelare ma si sa, tra colleghi…per questo si teneva a debita distanza. Anche se non si è sposati si può nascondere un amore. Si può esser riservati per carattere. E lei lo era.
Poi però qualche giorno dopo si era trovata da sola casualmente con Enzo, mentre guardava perplessa la macchinetta automatica, indecisa tra una porcheria salata ed una dolce.
Se lo era trovato improvvisamente dietro. Troppo dietro. Le era sembrato di aver sentito una mano sfiorarle la curva delle natiche. E si era girata di scatto. «Ciao, sei indecisa? Posso consigliarti io se vuoi. Sono un uomo esperto e goloso.» Ma no, forse si era sbagliata, sarà stato uno sfioramento involontario. Eva però, nel dubbio aveva fatto un passo indietro, anche se poi aveva accettato davanti alle insistenze di Enzo lo snack al cioccolato che le aveva offerto. Due minuti per pura cortesia, lì davanti, che le erano sembrati lunghi ore, tante le domande mirate che Enzo le aveva fatto. «Ah sei divorziata? Single si dice ora, chissà una donna bella come te cosa combinerà la notte. Sesso senza legami, il migliore. Magari ti piacciono gli uomini sposati dì la verità? Quelli che poi tornano dalle loro mogliettine.» Aveva provato disgusto per quelle parole e per quel sorrisino sornione. Aveva sentito un brivido scorrerle dentro e si era guardata intorno d’istinto. La sua collega Vittoria stava venendo verso di loro dal corridoio, Eva non l’aveva mai accolta con un sorriso sincero come quello che le era uscito, pieno di sollievo.
Da quel giorno, tutti i giorni lui la incrociava e le sorrideva ammiccante, come se fossero complici di qualcosa che lei non aveva affatto condiviso. Aveva evitato di parlarne con Mario quel week end. E se poi non avesse capito? E se avesse magari telefonato ai suoi colleghi, o proprio a Enzo investendolo di improperi che figura avrebbe fatto? E se poi Mario avesse pensato che lei in fondo avesse in qualche modo civettato con lui, incoraggiandolo alle avance e a quello sfioramento che l’aveva disgustata? No, meglio tacere. Si sarebbe risolta da sola, pensava tra se e se, perché rovinare il week end d’amore con queste sciocchezze, facendo preoccupare Mario che vivendo a 200 km di distanza si sentirebbe più fragile, più vulnerabile e impotente.
Ma la situazione non era migliorata, anzi. Enzo l’aveva aspettata all’uscita sotto l’ufficio, l’aveva seguita, lei a piedi lui nella macchina, invitandola per un aperitivo. «Devo andare a casa mi aspettano i miei figli» aveva abbozzato nervosa, ma lui aveva riso di lei: «certo poveri piccolini! Va bene sarà per un’altra volta, prima o poi succederà.» e passandole vicino con l’auto aveva allungato una mano e le aveva sfiorato lentamente il braccio, la mano, il fianco, la coscia, il sedere. Era rimasta senza fiato, di stucco. Alla fermata dell’autobus che l’avrebbe riportata a casa le era venuto da piangere per la rabbia.
«Signorina si sente bene?» Quel ragazzino pieno di brufoli e con un ciuffo spavaldo separato dalle cuffie l’aveva vista evidentemente in difficoltà. «Grazie, sei gentile. Tutto bene ho avuto solo una brutta giornata.» Quel gesto premuroso del ragazzo le aveva di colpo ridonato il sorriso. A casa con i ragazzi avevano riso tantissimo quando aveva raccontato di quell’incontro alla fermata dell’autobus. Aveva raccontato solo quello chiaramente, non il resto. «Mamma ti ha chiamato signorina, era miope forse?» Quei due figli erano una benedizione, era felice con loro. E allora, nel bel mezzo degli sberleffi reciproci, gliel’aveva annunciato: «ragazzi, sabato prossimo verrà a cena qui da noi Mario. Vorrei cucinarvi qualcosa di buono a tutti e tre, insieme.» Loro si erano ammutoliti di colpo. Per un tempo che le era sembrato infinito. Ma poi si erano guardati complici e erano scoppiati a ridere: «era ora mamma! Almeno si mangerà come Dio comanda questo sabato. Meno male che hai scelto questo sabato perché l’Inter gioca di domenica.» L’avevano abbracciata all’unisono come facevano sempre da bambini, quando uno dei due di colpo, gridava all’altro il comando di: «abbraccio collettivo» per poi partire all’assalto di quelle braccia e di quel corpo piccolo, materno e morbido.
Ma il giorno dopo, al lavoro, la stessa cosa. Enzo era lì ad aspettarla sotto il portone d’ingresso, con un sorriso che ormai ad Eva appariva perverso. «Oh eccoti, ma allora non ti piaccio proprio. Eppure sono convinto che se provassi i miei cocktail speciali che preparo a casa ti ricrederesti» Non lo aveva degnato di uno sguardo e si era infilata in ufficio senza girarsi, sistemandosi mentre saliva su per le scale il vestito un po’ più in giù, perché si era sentita i suoi occhi addosso, sulle gambe e sul sedere, appena lo aveva sorpassato.
Poi aveva chiamato Mario al telefono: «Sabato sarà un po’ come conoscerti un’altra volta amore mio, voglio vederti con quelle due pesti. Sono felice che abbiano accettato così serenamente di conoscerti lo sai? Sono adorabili. E mi raccomando non cominciare con la tua Juventus che finisce in lite!» Avevano riso insieme, ma Mario aveva carpito un velo di incertezza in quella risata. «Qualcosa non va Eva? C’è qualcosa che ti turba?» Lei aveva negato ma si era sorpresa di quella sensibilità, della sua capacità di ascolto e di come percepisse ormai di lei ogni sospiro. Ma non aveva detto niente, voleva risolversela da sola.
A pranzo lo aveva incontrato al bar, Enzo con i suoi colleghi ed Eva con le sue, si erano scambiati battute varie e lui sembrava quasi ignorarla, gentile e formale con le altre, indifferente a lei. Lo aveva spiato mentre flirtava con Vittoria, che gli aveva subito rifilato un sorrisino dei suoi, lusingata e divertita. “Ho fatto bene a non dire nulla a nessuno di questo scemo, sarà stata soltanto una prova da macho ma per fortuna vedo che gli è già passata” si era detta rasserenata mentre tornava alla scrivania.
E poi invece era successo.
Quella sera Eva era rimasta inchiodata in ufficio al telefono con un cliente che voleva l’assoluta certezza che quel ricorso in Cassazione, che stavano per presentare il giorno dopo, contenesse tutti i punti che lui aveva concordato due settimane prima. Eva glielo aveva riletto, lo aveva rassicurato, aveva fatto tardi, aveva perso l’autobus. Aveva sbattuto la cornetta furiosa, preso la borsa e uscita di corsa, chiudendo tutte le luci e mettendo l’allarme visto che, anche questa sera come al solito era l’ultima ad uscire. Non si era accorta scendendo le scale furiosamente che il portone era chiuso e che Enzo la stava aspettando, nascosto nella penombra di una luce troppo fioca. «Ciao ragazzi sto uscendo adesso ho perso l’autobus arriverò un po’ più tardi» aveva sussurrato dentro il telefono pigiando il tasto di registrazione audio nel gruppo di famiglia che aveva creato su Whatsapp.
«Hai fatto bene ad avvisare che non torni, perché faremo un po’ tardi stasera io e te.» Era rimasta in bilico sull’ultimo gradino, impietrita da quella voce che così come aveva risuonato nell’androne del palazzo non l’aveva mai sentita. Uno stridio acuto, diverso. Eccitato. L’aveva percepito subito, d’istinto, quell’attesa e quella penombra lo avevano reso pericoloso. Non aveva fatto in tempo a replicare che se l’era trovato addosso, lui aveva tentato di baciarla e lei si era ritratta sorpresa e impaurita.
«Smettila Enzo o mi metto ad urlare» aveva implorato più che minacciato. «Inutile che gridi Eva, non c’è più nessuno. E poi lo so che hai voglia, non fare la difficile, sei in astinenza chissà da quanto! Ci divertiamo e alla fine vedrai mi ringrazierai.» Quelle mani le erano piombate addosso, le aveva sentite sui glutei stringersi come una morsa, le aveva fatto male. Poi una mano aveva stretto il seno sinistro, l’altra si era insinuata tra le gambe alzandole il vestito e fermandosi a coppa nella sua parte più intima. La paura allora aveva lasciato in una frazione di secondo spazio al disprezzo, che le era salito di colpo come un conato di vomito trattenuto a stento. Gli aveva sbattuto la borsa in pieno volto, con una forza che non pensava di avere. E mentre si riprendeva dallo schifo per quelle mani e dallo stupore per la sua reazione Enzo l’aveva colpita. Un pugno così forte che le aveva fatto fare un giro completo per poi cadere sulle scale.
Era svenuta, ma si era quasi subito ripresa, in tempo per sentirlo ansimare dietro di lei e strapparle il vestito con una furia che non aveva più niente di umano. Più nulla di un uomo. Si era girata con fatica e lo aveva visto con i pantaloni calati alle caviglie, pronto a tutto. Le erano mancate di colpo le forze per reagire, stordita ancora da quel pugno feroce. Ma aveva resistito. Fino a che non aveva sentito quel sibilo e quel colpo secco sul fianco. Uno, due, tre volte, in rapida successione. Non aveva chiuso gli occhi, ipnotizzata com’era da quella lama che continuava a risalire davanti al suo sguardo per poi sparire violentemente conficcandosi nella sua carne.
Prima di lasciarsi andare le erano passati davanti gli occhi i volti dei ragazzi e il sorriso di Mario.
Eva aveva pensato a loro. Era una donna davvero fortunata. Tutto quell’amore tutto per lei.
Solo per lei.

25 commenti Aggiungi il tuo

  1. Violetta Hibou ha detto:

    Bellissimo, completo come completa è la dimensione donna.

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  2. Anonimo ha detto:

    Da leggere tutto d'un fiato, coinvolgente,emozionante,dolce…seppure amaro!

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  3. Marcella Conte ha detto:

    Fa venire i brividi..��

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  4. Anonimo ha detto:

    Letto d'un fiato, scritto molto bene, ma quanta ferocia e crudezza.

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  5. Sara ha detto:

    Tristemente attuale. La tua sensibilitá e il tuo grande rispetto per l' universo femminile traspare in ogni riga.

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  6. suzanne ha detto:

    Davvero bello se bello si può definire un racconto di feminicidio.complimenti allo scrittore che é riuscito a rendere tutto reale e vero.un racconto che scorre,una riga tira l'altra e si legge incuriositi.peccato che non era più lungo 😊

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  7. cyan ha detto:

    Bellissimo!!!! Scritto così bene da far venire i brividi…

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  8. Maria ha detto:

    Racconto che, purtroppo, descrive molto bene una realtà a cui ci stiamo “abituando” sempre più…
    Bravo Mauro, dimostri di saper scrivere a 360°!

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  9. Simona B. ha detto:

    Bello il personaggio di Eva, donna e madre coraggiosa che sceglie l'onesta' e una nuova vita. Amaro il finale, la violenza senza motivo lascia senza parole. Complimenti Mauro.

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  10. Paola Piacentini ha detto:

    Tristemente meraviglioso.

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  11. Anonimo ha detto:

    Molto bello,avvincente nella sua crudele realtà complimenti all'autore .

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  12. Bravo Mauro, sai sempre come raccontare delicatamente anche una realtà così crudele. Peccato, ho sperato fino alla fine che finisse tutto in un solo “abbraccio collettivo”.

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  13. Mara ha detto:

    Mi piace molto Eva, una donna dei nostri giorni come del resto ,purtroppo, lo è la storia .

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  14. Anonimo ha detto:

    un racconto emozionante che parola dopo parola ti coinvolge, scritto molto bene, complimenti Mauro, sei riuscito a descrivere la donna per ciò che è in tutti i suoi aspetti!!

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  15. Susanna Berti ha detto:

    Ecco,questo è uno scrittore.E' riuscito a narrare di una donna,della violenza ,del dolore senza mai cadere nel morboso o nel compiacimento descrittivo da intellettuale distaccato.La capacità di identificarsi nel personaggio è il distinguo primo tra lo scrittore e chi vorrebbe esserlo

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  16. Barbara ha detto:

    complimenti all'autore!

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  17. A. ha detto:

    Crudele, ma bellissimo.

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  18. giorgio ha detto:

    Una triste realtà in un racconto coinvolgente. Complimenti Mauro, argomento delicato trattato con le giuste dosi di candore e ferocia.

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  19. Complimenti Mauro, Eva é stata descritta con grande sensibilità e delicatezza ed il racconto é fluido e profondo al tempo stesso. Mi é piaciuto!

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  20. Antonino Sferlazza ha detto:

    Un bellissimo racconto che tocca nel profondo del cuore,molto fluido e semplice da leggere,bello soprattutto ricordare che la donna sa essere forte difronte a tutte queste avversità…dovrebbero essere tutte così…complimenti Pier ottimo lavoro

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  21. Cristina ha detto:

    …un racconto scritto benissimo da leggere tutto d’un fiato, che ti cattura, che ti fa sognare e poi brutalmente di riporta con i piedi per terra…ad un finale che non ti aspetti e che ti lascia senza parole. Davvero complimenti…

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  22. Loretta Fusco ha detto:

    Povera Eva e il suo sogno d’amore durato troppo poco. Coinvolgente!

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  23. francesca mercurio ha detto:

    Emozionante… emozionante e struggente. Una vita da vivere finalmente con vero amore spazzata via da chi dell’amore non ha capito nulla. Bravo Mauro, un racconto breve ma intenso. I miei complimenti.

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  24. Silvia ha detto:

    Mi piace come è scritto. La sorpresa che non sia l’ex marito a vendicarsi ma una terza, viscida bestia infame. La tensione sale gradualmente non vedi l’ora di finirlo sperando che i buoni vincano sempre sui cattivi. Ecco, il finale mi ha fatto rimanere male. Speravo venisse salvata, o solo barbarame stuprata e lei col suo coraggio lo avrebbe denunciato. Ma la morte no, sono rimasta male.
    Bravo Mauro però!

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