Quel giorno d’estate di Antonella Cataldo

Però fa freddo qui.
Eppure avevo chiesto a Stefano di spegnere l’aria condizionata prima di andare a letto.
No è spenta. Allora perché fa così freddo?
Mi rendo conto di parlare da sola.
Non mi era mai successo prima.
Pensare che siamo in Agosto inoltrato e questa sensazione di brividi non è naturale.
Vado in bagno e prendo il termometro dall’armadietto dei farmaci, magari ho un po’ di temperatura. Passo davanti allo specchio, e torno indietro di scatto. Mi appoggio al lavabo per guardarmi
.Wow sono proprio pallida penso.
Ho lo sguardo spento avvicino la mano al viso per guardare meglio i miei occhi.
«Mio Dio!» lancio un grido
«Le mie mani!»
Esco di corsa guardandomi le mani insanguinate. Mi avvicino a Stefano che dorme beato e cerco di svegliarlo, ma nulla non mi sente.
Neanche io sento la mia voce come dovrei, è come ovattata. Abbasso lo sguardo avanzando come un automa nel corridoio, sono piena di sangue dalla pancia in giù. Non può essere mio, non sento dolore.
Mi dirigo in cucina e, terribile la scoperta, mia madre, mia sorella e mio cognato, sono tutti lì, in piena notte e piangono.
Mi avvicino a ognuno ma non mi sentono, non mi vedono.
Cosa accade?
Poi un flash.
Come un vortice tornando indietro nel tempo. Osservo il vetro della finestra aperta. Mi rimanda immagini come se guardassi un film.
…Sono io che mi preparo per il mare. Cerco di essere presentabile come piace ad Alex. Spesso mi ha fatto notare che non ama io mi trascuri. Spero torni in tempo dal suo giro in città alla ricerca di un lavoro, così non faremo tardi.
I ragazzi sono quasi pronti ormai.
«Mamma! Che ne pensi sto bene così?» Carlotta mi si avvicina col suo costumino nuovo.
L’ho preso in saldo, un piccolo sacrificio, il mio lavoro non rende tantissimo ma non ci manca nulla.
Le sorrido e le accarezzo il viso «Stai benissimo tesoro! L’arancio ti dona molto. Hai meritato il tuo piccolo regalo dopo il bel risultato in pagella»
Era stata proprio brava. Il prossimo anno andrà in quarta elementare, come crescono in fretta, penso mentre preparo i panini e l’acqua da mettere nelle borse frigo.
Guardo l’orologio ma Alex ancora non si vede. Si farà tardi.
Sospiro.
«Mamma! Ma papà non è ancora tornato? Faremo tardi! Sai che i miei amici poi si avviano senza di me al campo di beach volley»
«Lo so Stefano. Vedrai che arriverà presto. Aveva una commissione importante da fare stamattina»
Cerco di tenerlo tranquillo, ma non è facile badare a un ragazzo di quattordici anni smanioso di trascorrere la giornata con gli amici.
Vado alla finestra e guardo la gente che passa. Viviamo un po’ in periferia, non potevamo permetterci il fitto dell’appartamento in città, Alex lavora saltuariamente da due anni ormai.
Rifletto che litighiamo spesso, a volte anche in maniera accesa. Sì lo so qualche schiaffo è volato. Non lo aveva mai fatto prima. Ogni volta lo giustifico perché è teso per la mancanza di lavoro stabile. Immagino il suo orgoglio ferito.
Anche del tempo si lamenta sempre o del cibo. Riflettendo non gli sta bene nulla negli ultimi tempi.
«Mi hai rovinato la vita» lo dice spesso.
Sono certa non lo pensi.
Guardandomi allo specchio rivedo i segni, ormai quasi spariti, degli schiaffi di una settimana prima.
Era ora di cena e, Alex aveva da replicare e lamentarsi, sempre quando eravamo tutti a tavola, quando speri in un momento di pace e di confronto. Stavolta la pasta al tonno era salata. A me non era parso.
Prese il piatto e lo vuotò nella pattumiera.
«Manco questo sai fare! Mi chiedo a cosa servi!»
Non risposi ma, il mio sguardo rivolto ai ragazzi era eloquente.
«Mamma possiamo alzarci e andare in camera?» disse Carlotta.
Io annuii.
Aspettai di sentire la porta della loro stanza richiudersi.
«Ti ho chiesto tante volte di non dare in escandescenze di fronte ai nostri figli!»
«Nostri? Tuoi vorrai dire! Non hai neanche saputo educarli. Non mi rispettano. Come te del resto. O credi che non mi sia accorto che porti più denaro? Dove lo prendi puttana?»
«Ma sei matto? Mi hanno dato un piccolo aumento. Lo avevo chiesto dopo il tuo licenziamento. Quando abbiamo avuto tante difficoltà. Il mio datore di lavoro me lo ha accordato»
«Sì certo come no! Con questi tempi difficili a te accordano l’aumento e a me mi licenziano. Sì ci credo! Avrà avuto qualcosa in cambio il tuo capo. Magari lo ottiene ancora vero troia?»
Sentii solo la mano atterrare sul mio viso, e poi il sapore del sangue in bocca.
«Come ti viene in mente? Come puoi pensare una cosa simile!».
In collera me ne andai in camera.
Non lo avessi mai fatto. Oggi, col senno di poi, mi rendo conto che, forse, avrei potuto agire diversamente.
Alex mi raggiunse dopo poco. Non volevo farmi trovare in lacrime, così finsi di dormire.
Mi si accostò di spalle e, quasi di peso , mi fece voltare.
«Almeno fai il tuo dovere. Io sono tuo marito. Fammi vedere se vali l’aumento di stipendio»
Cercavo di ribellarmi ma era più forte di me e mi diede un altro schiaffo.
«Fai quel che vuoi, ma almeno non gridare»
Subii. Non era la prima volta.
Fece quello che doveva poi mi disse «La tua amica Lorenza è molto più brava di te!»
Mi gelai.
Si alzò andando in bagno a lavarsi. Io lo seguii. Volevo sapere.
«Che vuol dire?»
«Quello che ho detto! È anche più curata di te. E molto più pratica te lo assicuro» disse, con un sorriso beffardo, facendomi scostare dalla porta dove ero appoggiata andandosene a dormire.
«Lo dici solo per ferirmi» esclamai.
Restai in bagno e mi guardai .
Forse era vero. Ero sciatta ultimamente. Poi con i capelli in disordine adesso e quel labbro gonfio di certo non ero appetibile.
Non tornai più sull’argomento.
Forse avrei dovuto affrontare il tutto.
Forse sarei dovuta andare via, sì e dove?
Forse se fossi stata più di polso fermo, e avessi pensato più al mio apparire, invece che a risparmiare, tutto questo non sarebbe accaduto. Non ancora almeno.
Mi rendo conto adesso, riguardando quel film che mi passa davanti, che ho giustificato troppe volte. Troppi “forse”, troppi tentennamenti. Io , però, avevo fatto una scelta sedici anni prima, ed ero convinta nel volerla portare avanti e difenderla,. Nonostante tutto. La responsabilità dei nostri figli era troppo forte per me per buttare tutto a mare. Presto avrebbe trovato un lavoro stabile e si sarebbe sentito di nuovo completo.
Tutto sarebbe tornato come prima.
E il tradimento? pensai.
Ma dai , alla fine potevo passarci sopra, di certo mi aveva mentito.
Ma, le parole di mio figlio Stefano furono un macigno per me. La mattina, dopo l’accaduto, mentre faceva colazione, mi disse «Mamma troppo spesso sul tuo viso vedo segni che non mi piacciono. Anche se tenti di nasconderli col trucco io non sono stupido. Mamma non è giusto papà ti tratti in questa maniera. Pensi che io non senta dalla mia camera? Discutete troppo spesso e la cosa dilaga. Anche Carlotta mi ha fatto strane domande. Mamma ti prego prendi una posizione, io potrei aiutarti se vuoi»
Le sue parole avevano un peso non indifferente. Si alzò e venne ad abbracciarmi con forza e trasporto. Non so come se dovesse essere l’ultimo abbraccio.
Eravamo ancora in attesa del rientro di Alex. I ragazzi si aggiravano per casa con fare nervoso. Ormai il ghiaccio si era sciolto nelle borse.
«Ho capito! Farò meglio a cambiarmi e tornare al mio gioco» disse Stefano imbronciato, dirigendosi in camera, seguito da Carlotta che lo prese per mano.
Non avevo saputo replicare e di certo non sarebbe servito.
Alex aveva promesso ai ragazzi questa giornata da una settimana.  Non era giusto deluderli.
Ero nervosa.
Meglio rimettere tutto a posto e preparare da mangiare. Alex non è contento se al rientro non trova pronto.
Ma ne avremmo discusso. Stavolta non avrei sorvolato. Lo facevo da troppo tempo. Avrei esposto il mio punto di vista con calma.
Sì avremmo parlato della cosa.
Alex non tornò per pranzo.
Mille pensieri, ed ero anche preoccupata visto che al cellulare rispondeva la segreteria da ore ormai.
Rimuginavo tra me e me.
Cosa non gli piaceva di noi?
Cosa era sbagliato in me?
Se si è stancato perché non prendere una decisione. Siamo adulti e potevamo risolvere la cosa pacificamente. Io lo amo ma se non si sente completo sono pronta a lasciarlo libero.
No non posso parlare di questo, possessivo com’è “Tutto mio e solo mio”
Eppure io ormai mi sento in gabbia. Neanche il lavoro mi aiuta a uscire da questa apatia.
Penso sia solo colpa mia.
Ne ho parlato anche con mia sorella, non mi è stata di grande conforto dicendomi che la scelta era stata mia e adesso dovevo rispettare il giuramento. La nostra famiglia ci aveva insegnato così.
Troppi dubbi in così poco tempo passavano nella mia testa. Possibile io abbia tenuto dentro tutto questo?
Dovevo risolvere la situazione. Sì lo avrei fatto, e lo avrei fatto subito.
«Ragazzi perché non andate a far visita alla zia Flavia?!» dissi prendendo il telefono e chiamando la mia amica Flavia che viveva a cinquecento metri da noi.
«Flavia ciao, posso mandarti i ragazzi? Li terresti con te? Magari li passo a prendere domani»
«Sì certo, con piacere, non avevo impegni e adoro la loro compagnia. Ma è successo qualcosa?»
«No no tutto a posto, vorrei solo organizzare la serata per me e Alex. È tanto che non stiamo un po’ da soli»
Chiusi la telefonata, i ragazzi erano quasi pronti, uno zainetto ciascuno e via, erano contenti sapevo che Flavia li avrebbe viziati.
«Mamma per favore bada bene a quel che fai. Ti voglio tanto bene» disse Stefano stringendomi. Un bacio a Carlotta e mille raccomandazioni. Erano educati ma io ricordavo sempre loro come comportarsi.
Li seguii con lo sguardo. Poi mi preparai per la serata.
In poco tempo organizzai una bella tavola, apparecchiata con cura, accesi anche le candele. La cena era semplice ma i piatti che Alex gradiva, veloci e saporiti. Avevo messo in freddo una bottiglia di vino bianco e il dessert con lo sciroppo al cioccolato, lo amava molto.
Tutto pronto potevo prepararmi.
Una doccia curata.
La crema profumata.
Un filo di trucco.
Portai su i capelli lasciandone poche ciocche in disordine a incorniciare il viso.
Curai l’intimo e indossai un abito leggero con sandali alti.
Osservandomi allo specchio sorrisi. Ero ancora una bella donna, speravo proprio apprezzasse.
Misi su un leggero sottofondo musicale preparandomi ad attendere.
Non provai a cercarlo al cellulare, anche perché rispondeva la segreteria dal pomeriggio.
Confesso che un po’ ero preoccupata, ma a volte Alex aveva fatto così.
Erano le nove, il buio diventava più profondo, e l’acqua per la pasta bolliva da tempo.
Spensi la fiamma sotto la pentola e mi rimisi a sedere in attesa.
Le dieci, sentii la chiave nella serratura.
«Ciao, bentornato!» dissi avvicinandomi per accoglierlo.
«Cos’è una festa che sei tutta in ghingheri?» mi disse in modo secco rispondendo al mio saluto.
«È quasi pronto metto la pasta! Volevo passare un po’ di tempo con te. I ragazzi sono andati da Flavia, tornano domani. Una serata per noi»
Non mi guardò nemmeno, andò dritto in bagno a farsi una doccia. Volutamente non feci domande, non volevo innervosirlo, non so sentivo qualcosa. Mi tremavano le mani.
Tornò.
«Allora sta cena? Sono stanco.» disse sedendosi.
Presi i bicchieri versando un po’ di vino.
«Dai la pasta  è pronta a minuti. Rilassati un attimo» dissi porgendogli il suo e accostandomi delicatamente. Bevve d’un fiato senza neanche alzare gli occhi.
Nel frattempo avevo mantecato gli spaghetti al basilico e servito in tavola.
Silenzio.
«I ragazzi sono rimasti delusi perché non sono potuti andare la mare. Ma io gli ho spiegato che la giornata era solo rimandata» dissi rompendo quel muro silenzioso.
«Sì certo. Pensano solo alle loro cose» non alzò la testa dal piatto per rispondermi.
«Sono ragazzi. Di certo non possiamo lamentarci, sono bravi».
«Dici sempre così. Li giustifichi per ogni cosa». Aveva uno sguardo strano.
«Senti Alex io so che la situazione non è facile ma sono certa  che supereremo. Abbiamo avuto tanti momenti neri ma siamo stati forti. Ho fiducia in te e vedrai che tutto si sistemerà»
«Certo come no! E gli asini volano!» mi disse con tono austero.
«Ma davvero non capisci? Possibile tu non ci sia arrivata? Mi stai stretta! Tutto mi sta stretto! Ho di meglio a cui pensare».
Sgranai lo sguardo.
«Ma che dici?»
«Possibile tu sia così ottusa? Io non ho bisogno di un lavoro e tu sei una palla al piede. Ti tengo con me perché mi fai comodo e sei roba mia»
Sentendo ciò la rabbia montava.
La delusione montava.
Sensazioni che forse dentro me esistevano già ma che non avevo voluto vedere e ricacciato nel profondo del mio essere.
Mi passarono davanti tutti i nostri bei momenti. Tutti i ricordi affiorarono. Poi i sacrifici fatti per mantenere la calma e una situazione stabile per i ragazzi e per noi. Tutte le bugie, le difficoltà, le notti insonni a pensare come poterlo aiutare perché credevo nel suo male interiore.
Tutto finto?
Tutte menzogne?
Come potevo non essermi accorta di nulla.
Un attimo e mi trovai con in mano il coltello da bistecca preso sulla tavola senza neanche rendermi conto.
Tutte le umiliazioni subite sul lavoro per guadagnare di più. Anche un minimo era comodo.
Dopo tutto questo tu mi menti?
Le botte, le litigate e le violenze. Solo colpa mia.
Cieca, sono stata cieca.
Un tumulto di pensieri e il coltello si avvicinava al mio petto, mi graffiavo ma non sentivo nulla.
«Smetti di fare le tue scene madri. Non serve. Ormai ho deciso e se non ti sta bene dovrai fartelo piacere.»
Non avevo voce per rispondere, ma sentivo il caldo del sangue scorrere lungo le dita dai polsi.
Notai il suo scatto repentino verso di me.
D’impulso gli puntai il coltello.
«Non avvicinarti animale! Tutto quello che abbiamo vissuto. Tutta la nostra vita. Era tutto finto. Perché non sei andato via? Perché umiliarmi così? Perché lasciare che io sperassi ancora?»
Tremavo con la mano che teneva il coltello ma non accennavo ad abbassarlo, non avevo paura, era solo lo sdegno più profondo.
Volevo sapere.
Non abbassavo lo sguardo dai suoi occhi e il sangue continuava a gocciolare sulla tovaglia.
«Non capisci tu sei una mia proprietà. Sono io che decido per te. Vedi qui tutto è mio. Tu non eri nessuno. Solo una fallita persa dietro una scrivania del cazzo. Non hai saputo fare altro che crescere i figli, cucinare. Ho perso ogni interesse per te e per il resto. Manco la puttana hai saputo fare!»
Così dicendo si avvicinava sempre più ma lentamente.
Io avevo talmente gli occhi pieni di lacrime da non vederlo quasi più.
Forse approfittò di quel momento. Un gesto repentino e il coltello era tra le sue mani. Mi restava di fronte sventolandolo.
«Cosa cazzo credevi di fare stronza? Pensi davvero io te la faccia passare tanto facile? Figurati manco questo hai saputo portare a termine. Per poi arrivare a cosa? Pensi sia tanto semplice liberarti di me?»
Si ammutolì solo un istante, e io ancora lì ormai impietrita, notai il cambiamento nel suo sguardo.
Non era più disprezzo ma un lampo di cattiveria.
Tutto si fermò come per un’eternità ma furono solo pochi istanti.
-Che aspetti idiota? È il momento buono per liberarti di lei. Dirai che ha tentato di uccidersi. Che è una pazza furiosa. No… Dirai che voleva uccidere te e ti sei solo difeso-
Un movimento fluido, leggero ma veloce.
Sentii la lama all’altezza del mio stomaco percorrermi dentro.
Sgranai gli occhi come in preda a un momento di follia. Avrei voluto gridare ma la voce era bloccata in gola. Sentivo caldo e freddo assieme. Poi il suo volto attaccato al mio. I suoi occhi aperti ma vuoti. Occhi di follia. Tirò fuori il coltello dalle mie viscere e io restavo lì in piedi ma in bilico.
«Muori Troia!».
Ancora la lama dentro, ancora, ancora.
Il buio.
Ora il caldo lasciava il posto a un lento freddo che sentivo salire dal basso. Avvertivo l’appiccicaticcio del sangue che colava lungo le cosce. Il freddo intenso poi della morte.
Sapevo.
Sentivo.
Dal mio posto in prima fila in questo strano cinema adesso comprendo tutto.
Rivedo il suo volto trasfigurato dalla follia ma soddisfatto. Sento il suo sospiro come di sollievo, mentre vedo il mio corpo accasciarsi tra la sedia e il tavolo per poi stramazzare al suolo.
Le sue mani pregne del mio sangue, i suoi abiti. La sua soddisfazione.
Non so Alex dove sia adesso. Stefano e Carlotta dormono, forse esausti da tanto dolore. Le lacrime degli altri mi turbano ma non troppo. Ora, però, potrò vegliare sui miei ragazzi provando a proteggerli. Non sono mai stata molto credente. Un posto per me da qualche parte dovrà pur esserci, ma io preferisco restare qui con loro di nascosto.
Non può finire il mio compito. Ho sempre asserito che il bene dei miei figli avrebbe avuto la meglio anche sulla morte. Se mai un giorno dovessi avere una nuova opportunità vorrei essere forte ancora di più per non soccombere a causa dell’amore insano di qualcuno o del mio.
Non bisogna pagare per il troppo amore. Non bisogna pagare per l’incomprensibile e insana voglia di possesso. Amore non è violenza o imposizione. Un rapporto è fatto di dialogo per affrontare le difficoltà che sono pronte dietro l’angolo. Amore non è ossessione, è crescita interiore insieme. Se quel sentimento finisce si ha diritto di dirlo e decidere assieme per il bene comune. Amore non è tortura psicologica. Anche quella è violenza, quella più sottile e dolorosa che ti logora dentro lentamente e ti lascia segni che non vanno via come i lividi. Amarsi è vivere sullo stesso piano, nessuno migliore  dell’altro. Siamo uguali e soffriamo in modo diverso, ma dello stesso dolore. Ora lo so.
Ho solo confuso i tempi.
Tutto in un lontano giorno d’estate.
Finalmente libera.
Finalmente io.

23 commenti Aggiungi il tuo

  1. Semplici parole che toccano il cuore.

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  2. ZiaCielo ha detto:

    La storia, che sarebbe dovuta andare diversamente, di una donna.
    Sono stati resi incredibilmente bene i suoi pensieri e le sue paure.

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  3. Anonimo ha detto:

    Amore, rispetto. Parole, parole, parole.
    E la vita di una donna che va via così, senza motivo apparente.

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  4. Rosalba Vangelista ha detto:

    Sto piangendo… Crudele e così vera, perchè purtroppo nella maggior parte dei casi è così che va a finire. Mi hai emozionata, Antonella.
    Complimenti.

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  5. Troppo vera, purtroppo. La storia si fa leggere, ma lascia l'amaro in bocca.

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  6. Claudia Mameli ha detto:

    È un orrendo circolo vizioso che non cesserà mai… La storia raccontata da un anfratto angolo di memoria fa porre tante domande, prima fra tutte: Perché?

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  7. Jenny Brunelli ha detto:

    Che rabbia creano questi racconti, che purtroppo rispecchiano delle realtà. Brava!

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  8. Emanuel d'Avalos ha detto:

    Testo scorrevole, storia che taglia il cuore in due ma che ripropone la reale realtà di un tema che tinge di rosso le colonne della cronaca e le lacrime di chi piange i propri affetti strappati con violenza alla vita. I miei migliori “non complimenti”.
    Emanuel

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  9. Giovanna ha detto:

    Bello, crudo e diretto. Brava Antonella.

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  10. Zargon ha detto:

    Brividi!

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  11. Marta Paiano ha detto:

    Complimenti!

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  12. Elena ha detto:

    mi hai tolto il fiato, un crudo spaccato di molte, troppe vite famigliari, uomini incapaci di prendere in mano i problemi, donne che per paura e troppo amore non vedono in che baratro stanno scivolando. L’amore dovrebbe essere vita e non violenza e morte. Grazie per averci dato un altra possibiltà di riflettere su un argomento tanto attuale ma sempre troppo poco urlato

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  13. Ana Rose ha detto:

    Molto triste… Decisamente triste, crudo, reale.
    Non si poteva descrivere meglio una situazione tanto orrenda.
    L’ho trovato bello ma agghiacciante allo stesso tempo.
    Bello davvero.

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  14. LOREDANA PREDA ha detto:

    Un testo toccante…

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  15. Tatiana Sabina Meloni ha detto:

    Uno scritto semplice, che sa far rabbrividire il lettore. Crudo e veritiero. Brava.

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  16. Anna Maria Lamberti ha detto:

    E fa freddo, fa freddo nella stanza, fa freddo nel cuore, fa freddo nell’anima.
    Un mondo freddo che respinge. Un freddo che consola.

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  17. Pietro ha detto:

    Ho sentito sulla mia pelle il dolore dell’anima e il bruciore della lama nel mio corpo…ma ho anche respirato l’aria di libertà che avrà provato la vittima, nel momento del suo ultimo respiro…Sebbene non abbia mai vissuto esperienze simili, sei riuscita a farmi entrare e immedesimarmi nella sofferenza di certe brutte realtà…complimenti

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  18. Rita ha detto:

    Storie fi ordinaria follia, di un amore malato storie di donne lacerate da un sentimento non corrisposto. Purtroppo storie tinte di rosso che ogni giorno siamo costrette a sentire nei programmi televisivi. Questa storia mi ha toccato profondamente. Complimenti all’autrice che con garbo e delicatezza ci ha raccontato l’ennesima storia di femminicidio.

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  19. anna ha detto:

    Un racconto, scritto in maniera eccelsa, complimenti mi hai emozionato, commosso e stupito un bacio

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  20. Patrizia ha detto:

    Come sempre riesci a stupire e tenere con gli occhi incollati al racconto fino alla fine….. bravissima

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  21. Vincenza Imbruglia ha detto:

    Bello. Altra novella di Antonella Cataldo che emoziona. Lascia il segno.

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  22. Antonella Bellabona ha detto:

    Intenso ed efficace! E mi domando perché si debba arrivare a subire così tanto e a lungo, che dolore…brava Antonella

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  23. Voti utili per il concorso 22

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