Carla e il suo dolore di Salvatore Barbaro

 

La bottiglia di birra è vuota sul tavolo. Tre bicchieri di vetro di colori differenti giacciono nel lavabo in attesa d’esser lavati, una pentola sporca di sugo è poggiata sul piccolo cucinino sporco del caffè fuoriuscito dalla caffettiera, fatta funzionare il giorno prima. Nell’aria un odore misto a umido, borotalco, silenzio, angoscia e paura. Il corridoio lungo e buio, le finestre chiuse, i raggi del sole che filtrano tra i buchi delle persiane e s’infrangono sulle pareti e sui quadri come a creare un disegno picassiano e raro. Sul parquet, in bella mostra, ci sono i peli di Luna, un cocker nero che sonnecchia steso in un angolo della casa nella sua cuccia ricavata da una vecchia poltrona di paglia. L’afa è terribile, non fa respirare, rende il paese inerme e vuoto. Vuoto come il cuore di Carla, stesa sul letto con il viso pieno di lividi, i capelli neri lunghi sudati e macchiati del suo stesso sangue. Immobile guarda il soffitto. Il letto sporco, lo sguardo spento, la pala del ventilatore emette un finto benessere di fresco. Le lacrime scendono dalle tempie per poi bagnare il cuscino sporco di saliva, sperma e sangue. -Cosa ho fatto per meritarmi questo- ripete la donna ad alta voce mentre un dolore lancinante allo stomaco la costringe a non respirare. La tv accesa che dà ininterrottamente televendite di pentole e materassi. Le dieci del mattino, ma sembra mezzanotte. Carla a fatica si alza appoggiandosi alla testata del letto. Si tocca il viso con la mano. La porta del bagno è quasi vicina, la apre, poi si siede sulla tazza del water. Uno sguardo rapido alla cintura dell’accappatoio. Nella mente un solo pensiero, ormai i bei ricordi sono una chimera.

TRE GIORNI PRIMA
Raul beveva il suo caffè leggendo un quotidiano sportivo seduto al tavolo non curante della persona che aveva di fronte. Carla lo guardava, osservava con attenzione l’uomo che dieci anni prima aveva sposato. Aveva abbandonato la sua famiglia di origine per lui, un ragazzo semplice, un po’ bigotto e volgare, ma tenero all’apparenza. Una storia alle spalle turbolenta, orfanotrofio, solitudine, ma con la voglia di lavorare e metter su famiglia. Negli anni poi la sua indole violenta e volgare s’era fatta vedere e soprattutto sentire.
Raul ingerì l’ultimo sorso, piegò il giornale e fissò Carla per qualche secondo con ribrezzo e indifferenza. Si alzò, posò la tazzina nel lavabo. La donna aveva paura, d’istinto si tirò indietro con la sedia. L’uomo sorrise beffardo e soddisfatto. Godeva vederla tremare. A suo modo era come se si vendicasse di tutte le violenze subìte da bambino. In orfanotrofio veniva picchiato e umiliato ogni giorno dai ragazzi più grandi. Era solo come un cane, senza ricevere aiuto e protezione da nessuno.
-Oggi che è sabato e non lavoro vorrei riposarmi e godermi la giornata. Vado al bar, tornerò per pranzo e vorrei essere lasciato in santa pace!
Si girò di scatto e andò via sbattendo la porta di casa con violenza. Carla restò ferma sulla sedia. Tirò un sospiro di sollievo perché questa volta il “suo” Raul l’aveva risparmiata. Intanto Luna le si avvicinò scodinzolando, si appoggiò sulle sue gambe. -Ok, Luna, andiamo, ti porto fuori!
La piazza era vuota, l’arrivo del caldo e dell’estate faceva sparire i pochi abitanti del paese. Esodo d’inizio estate, fuga nei posti di mare, abbandono completo di quel triste posto. Gli ultimi esercizi rimasti aperti prima delle ferie erano il solito salumiere e il “sempre aperto” bar della zona, frequentato dagli stessi eterni personaggi. Tra loro Raul, odiosamente sorridente, con l’aperitivo stretto tra le mani, sghignazzava e urlava parlando di calcio, culi e stronzate varie. I suoi amici ridevano, ubriachi come lui già alle undici del mattino. Erano seduti al tavolino proprio sotto il condizionatore che emanava un benessere di fresco unico e piacevole. C’era Antonio, sorridente e sempre zitto, ascoltava ciò che dicevano gli altri senza mai intervenire, dando ragione a tutti indistintamente. Era considerato da tutti un po’ come lo “scemo del villaggio”. Non era brutto, anzi. Abbastanza alto, palestrato, capello castano sempre curato. Amava lo sport e anche le donne. Non ne aveva avute tante, ma spesso non disdegnava di recarsi da qualche giovane prostituta del paese, per soddisfare a pieno i suoi desideri più profondi e nascosti. Amava i piedi e le calze a rete nere. Un carattere debole, un’infanzia passata sempre a subire la personalità degli altri, da un padre che lo sovrastava in ogni suo gesto fino agli amici che lo sbeffeggiavano in ogni cosa che faceva. S’era ritagliato comunque uno spazio nella società, aveva studiato ed era riuscito a diventare un infermiere professionale.
Raul spiegava come e quando organizzare il FANTACALCIO. Sembrava un re. Gesticolava e dettava ordini e regole. -Allora, stasera da me. Il coglione di Enzo c’è, mentre i due fratelli Baffoni non hanno un cazzo da fare quindi ok. Sergio va bene, Luca anche, beh, come al solito chi dà problemi? Antonio! Allora idiota, stasera ci sei?
Il silenzio calò nel bar. Tutti rivolsero lo sguardo al povero Antonio che, paonazzo e imbarazzato esclamò, -Io? Stasera? beh, ho il turno di notte, ma, ok, ok, cambio turno e ci sono! Tranquilli ragazzi, ci sono!
Raul applaudì e con scherno disse, -Bravo coglione! Meglio non darci buca sennò…- e fece il gesto con il pollice della mano destra come a volerlo sgozzare. Tutti scoppiarono in una fragorosa risata, brindarono e urlarono contro Antonio, -Scemo, scemo, scemo!
Raul diede un ultimo sorso all’aperitivo e disse, -Io vado a casa! Allora ci vediamo da me stasera, ok ragazzi?
Tutti in coro risposero -Ok-, compreso Antonio, che con un sorriso falso pensava alla telefonata che doveva fare per cambiare il turno di lavoro.
Il pranzo del sabato a casa di Carla e Raul era come sempre lo stesso, monotono, nauseante. A tavola nessuna parola tra i due, nessuno sguardo e figuriamoci una carezza. L’uomo, capelli rasati e naso a patata, si scolava una bottiglia di rosso intera, dopo aver fatto anche il pieno al bar. Era operaio in un’azienda metalmeccanica della zona, quarantacinque anni portati male, lo stomaco gonfio e più della metà della sua vita passata in quella triste fabbrica. Mangiava in modo orrendo, la bocca spalancata a far vedere i residui di cibo e il cellulare tra le mani a guardare cazzate dalla mattina alla sera. Interrompeva il suo rituale con un enorme e possente rutto. Carla a stento mangiava. Fingeva di sorridere per rendere sereno il marito. Lo voleva vedere contento e soddisfatto. Nel piatto della donna c’era una pastasciutta al sugo ormai scotta e divenuta secca. Raul alzò lo sguardo dal telefonino e esordì, -Stasera vengono i ragazzi qui a casa a fare il FANTACALCIO! Prepara qualcosa di buono da mangiare, non questa schifezza che hai fatto oggi!
Prese il piatto e lo scaraventò su quello di Carla. La donna fece un grosso sussulto spostandosi leggermente indietro con la sedia. Raul bevve il vino e disse, -Ora voglio scopare!
Lo sguardo allucinato dell’uomo incuteva paura. -Voglio farlo qui in cucina!
Carla restò immobile sulla sedia. La sua mente era un turbinio di pensieri ed emozioni. La sua bocca non emetteva nessun suono e nessuna parola. Era succube di quell’uomo, non riusciva a liberarsene, a scappare via da quella situazione. Credeva di amarlo, lo voleva tutto per sé, lo vedeva come un bambino capriccioso da assecondare in tutti i modi. -Ok Raul, però fai piano! La donna tremava, la voce rauca e strozzata. L’uomo sorrideva fiero. Iniziò a slacciarsi i pantaloni in modo goffo e impacciato. Aveva la canottiera macchiata di pomodoro e vino, era sudato e ubriaco. Carla si alzò lentamente e pian piano si tolse le mutandine. Aveva un vestitino estivo colorato, la gonna leggermente larga che arrivava alle ginocchia. Non era male, anzi. Bruna, capelli folti ricci, non tanto alta, il sedere sodo e il seno prosperoso. Due grandi occhi verdi e il viso con lineamenti delicati.
L’animale fu in un secondo sulla preda e con ingordigia tentò in tutti modi di possederla. Usava le mani in modo pesante non coordinando affatto i movimenti e a stento si reggeva in piedi. Il suo membro faceva fatica ad alzarsi. -Porca troia, non sei buona nemmeno a farmelo venire su! Sei una nullità!
Raul si staccò da lei velocissimo e senza pensarci su due volte la colpì con uno schiaffo sul viso. La donna cadde a terra andando a sbattere con la spalla sulla sedia. L’uomo finì il suo sfogo con una serie di altri schiaffi. Poi si calmò, il sudore gli rigava il viso e il petto. -Vado a dormire! Pulisci a terra!
Si voltò, raccattò la sua roba e si diresse in camera da letto. Carla aveva il volto rivolto al parquet. Le lacrime le uscivano copiose, la spalla le faceva male insieme allo stomaco e a tutto il resto.
-Finirà prima o poi! Si calmerà e saremo di nuovo una coppia felice!
Si alzò lentamente e iniziò a pulire.
Erano quasi le otto di sera. Carla era in cucina che terminava gli ultimi preparativi per la serata con gli amici di Raul. Fece qualche tartina di tonno, dei panini farciti, apparecchiò il tavolo nel salotto e mise in fresco le birre. Voleva dimostrare al suo uomo d’essere in gamba, la donna sicura di sé che aveva sposato anni fa e non la nullità di adesso. Nascondeva il dolore alla spalla imbottendosi di antidolorifici.
Raul uscì dal bagno tutto profumato, attraversò il corridoio e piombò sulla porta del salotto. Carla era girata di spalle mentre puliva la cucina. -Senti, noi stasera non vogliamo essere disturbati! Quindi stai buona qui e se mi serve qualcosa ti chiamo, ok?
-Si, Raul, ok!
Carla tremava ogni qualvolta che l’uomo si avvicinava. Un comportamento ambiguo e strano. Lo amava ma aveva paura di lui. Voleva renderlo felice ma allo stesso tempo era infelice. Carla si voltò e andò in cucina, prese quello che aveva preparato e lo portò in salotto. Luna correva per tutta casa annusando i vassoi e arrampicandosi sul tavolo per cercare di mangiare qualcosa. Scodinzolava e sbavava su tutto il pavimento.
Intanto i ragazzi erano arrivati. Iniziarono come al solito a far baldoria parlando e vociando come non mai. Carla era chiusa in cucina e guardava, nel piccolo televisore, un programma di scienze, interessante ma abbastanza noioso. Sentiva da dietro le mura le risate e le urla degli scalmanati. Era contenta perché il suo uomo era contento. Soddisfatta di aver preparato qualcosa di buono per lui.
Il tavolo in salotto era di quelli banali, un sei posti bianco. Raul troneggiava a capo tavola, alla sua destra i fratelli Baffoni, uno grasso e basso, l’altro secco e alto. Poi a seguire c’era Sergio, capello biondo platino e orecchino all’orecchio destro, Luca il tatuato palestrato, Enzo l’intellettuale della situazione, detto “il sappi”, e infine Antonio. Quest’ultimo rideva sempre. Dava ragione a tutti indistintamente. Raul lo guardava fisso. Un pensiero balenò per caso nella sua mente. Un’idea strana ma per lui davvero “divertente”. Tra un acquisto di un difensore, una bestemmia, un rutto e un peto, la serata passò veloce. Erano quasi le una di notte quando gli amici del bar se ne andarono. Raul salutò per ultimo Antonio, -Antonio, senti, ci vediamo al bar domani pomeriggio verso le due, che ne pensi? Ho da dirti una cosa!
Antonio meravigliato disse, -Ok, va bene!
Si salutarono e Raul chiuse la porta.
Attraversò il corridoio, andò in cucina, aprì la porta e trovò Carla che dormiva sulla sedia.
-Svegliati! Ti sei addormentata, oh, sveglia!
La strattonò per una spalla. Carla sbandò e aprì gli occhi. -Mi sono addormentata come una pera cotta- disse strofinandosi il viso con le mani. Fece per alzarsi ma l’uomo la bloccò.
-Dobbiamo continuare quello che abbiamo iniziato oggi a pranzo!
L’uomo prese per un braccio la donna e la portò in camera da letto. Luna dormiva nella sua cuccia. Ogni tanto sbadigliava e ronfava.
-Piano Raul, per favore, piano!
In un attimo i due furono sul letto. Carla sotto il possente e pesante fisico di Raul. Uno schiaffo, un morso, una penetrazione violenta. Carla come sempre subiva immobile, mentre Raul godeva come un maiale.
Antonio intanto era arrivato a casa sua. Un modesto monolocale, una piccola stanza dove c’era un piccolo letto e un cucinino dove a stento poteva farsi il caffè. Il bagno piccolo e stretto. Si stese sul letto e iniziò a pensare a Raul. -Che vorrà da me? Che intenzioni ha?
Guardava il soffitto e intanto si massaggiava le parti intime. Aprì il cassetto del comodino e prese un paio di calze nere da donna. Se le mise sotto il naso e iniziò a odorarle. La mano partì con la mente.
Erano le due e un quarto di pomeriggio e Raul ancora non arrivava. Antonio nervosamente si mangiava le unghie e muoveva con ossessione la gamba destra. Guardava con ossessione la porta del bar. Era seduto ad un tavolino e faceva finta di leggere un giornale. Finalmente arrivò Raul sorridente, sicuro di sé e fresco come una rosa. -Ciao Antonio! Scusa se ti ho fatto aspettare ma ho portato Luna a fare i bisogni! Che scassa cazzi che è! Tra lui e Carla, guarda, non mi danno tregua!
Antonio annuiva e sorrideva come un ebete guardando fisso il suo interlocutore. -Veniamo a noi Antonio! A proposito di Carla, ti piace?
Antonio restò fermo senza dire una parola. Era una statua di cera.
-Oh, allora, sveglia! Ti piace o no?
-Si, si, è carina, ma che ci posso fare io?
Antonio sudava. Raul lo guardava sorridendo.
-Come che ci puoi fare! Te la vorresti scopare?
-Sei sempre il solito burlone Raul! Antonio rideva mentre Raul smise di sorridere e divenne improvvisamente serio.
-Burlone un cazzo Antonio! Vuoi scoparti mia moglie si o no? Rispondimi si oppure no!
Calò il silenzio. Lo interruppe Antonio dicendo, -Raul stai scherzando? Se dico sì poi mi ammazzi di botte, vero?
-Assolutamente no! Te la faccio scopare per duecento euro! Tu sei abituato a pagare per fare l’amore no? E allora per te non è un problema! Duecento euro e Carla è tua per una notte!
Il bar era vuoto a quell’ora del pomeriggio, come del resto il paese. Faceva caldo e la gente preferiva andare al mare piuttosto che sbollire in paese. Antonio guardava fisso Raul.
-Allora Antonio, pensaci e stasera mi fai sapere, ok? Non scherzo!
Antonio annuì. Raul andò via salutando il ragazzo con un cenno della testa.
Antonio tutto il pomeriggio pensò alle parole di Raul. Un diabolico gioco di un essere spregevole e malvagio. Ma Carla era bella, appetibile, una donna prosperosa che ad Antonio da sempre aveva fatto gola. Quando la vedeva in paese si arrapava come un animale. Aveva dei seni provocanti e un corpo tutto da possedere. La mente diceva di mandare a quel paese Raul, mentre il suo membro era allettato all’idea di avere una donna così. Ma Carla era consenziente? Voleva far parte di questo gioco? Era consapevole dell’idea del marito? Antonio pensava, camminava nervosamente e si stendeva sul letto a pensare. Erano quasi le otto di sera, Antonio prese il cellulare e inviò un messaggio a Raul con scritto un semplice -ok!
La risposta di Raul fu immediata e repentina. -Domani alle nove a casa mia!
Antonio per un attimo sorrise, si abbassò i pantaloncini di raso bianco e iniziò a masturbarsi pensando a Carla.
-Stasera viene Antonio a cena!
Raul esordì così mentre mangiava a pranzo con Carla. L’uomo stranamente era gentile e premuroso con lei. Le faceva i complimenti per il merluzzo al forno che aveva cucinato. Poi la conversazione cadde su Antonio.
-Carla, che ne pensi di Antonio? Ti piace?
-Ma che domande mi fai? Che posso rispondere?
-Rispondimi se ti piace o no! Dimmi se te lo faresti oppure no!
Carla diventò rossa. Imbarazzata e con un filo di voce disse, -Beh Raul, Antonio è un bel ragazzo, bravo e buono!
-Allora, te lo faresti o no?
Il tono della voce e l’espressione di Raul cambiarono. Carla rispose, -Se non avessi te, si! Si, me lo farei!
Raul sorrise, si alzò, baciò sulla fronte la donna e disse, -Vado a riposare, sono stanco perché stamattina il turno di lavoro è stato massacrante! A dopo Carla!
La donna annuì restando come al solito sola nei suoi più bui pensieri. -Che c’entra Antonio? Perché questa domanda del cavolo?
Carla si alzò e iniziò a sparecchiare.
Antonio era elegante. Camicia di lino color jeans, pantaloni beige leggeri e ai piedi scarpe di tela nere. Profumato alle otto e trenta di sera era sotto il portone di Raul. Fece un grosso sospirone e citofonò. Rispose Raul, -Vieni Antonio, sali!
Il ragazzo fece le scale a due a due. Entrò in casa. Carla e Raul sembravano la coppia perfetta, la classica famiglia del Mulino Bianco, con il cane che scodinzolava felice. -Buona sera Carla- disse Antonio facendole un occhiolino. La donna imbarazzata rispose con un semplice –Ciao!
La cena fu semplice, per certi tratti imbarazzante e molto silenziosa. Antonio come suo solito assecondava Raul in ogni stupidaggine che diceva. Ormai era giunto ad un livello di ubriachezza estrema. Passò velocemente il tempo, Raul si alzò dal tavolo e disse ridendo, -Carla lo sai che Antonio vorrebbe scoparti?
Silenzio.
-Ma che dici- rispose Carla meravigliata. Non fece in tempo a finire la frase che le arrivò un cazzotto in testa. La donna cadde a terra semisvenuta.
-Ma che hai fatto- chiese Antonio.
-Muoviti imbecille, è il tuo momento!
Antonio assecondò l’amico, presero di peso la donna e la misero sul letto. La spogliarono nuda infilandole solo delle calze a rete nere, il desiderio che espresse Antonio.
-Ora la scopi mentre io vi riprendo col telefono e mi masturbo!
Antonio annuì e impacciato iniziò la sua prestazione. Erano quasi le undici di sera e lo show continuò per tutta la notte.
La porta del bagno è chiusa. Dietro, il corpo di Carla penzoloni. Il cappio al collo fatto con la cintura dell’accappatoio. Per lei l’unico modo per fuggire da quell’incubo.

108 commenti Aggiungi il tuo

  1. May ha detto:

    Narrazione suggestiva e particolareggiata, racconta un episodio al limite, che purtroppo accade anche nella realtà

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  2. Ezio ha detto:

    Bravo Salvo!!!

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  3. Daniele ha detto:

    Wowww, bravissimo!!!

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  4. pasqualina ha detto:

    Racconto coinvolgente e curato nei dettagli putroppo tratta un tema reale .congratulazioni allo scrittore

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  5. roby ha detto:

    Racconto molto crudo ma toccante perché tratta una dura realtà.
    bravo Salvatore

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  6. Voti utili ai fini del concorso 105

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  7. Edoardo ha detto:

    Bravo Salvatore!!! Una descrizione lucida e toccante di una triste realtà purtroppo esistente. Un ottimo racconto, da non perdere

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