Come il soffitto di Mattia Santato

 

Raggruppò le gambe contro il petto, fasciandole con le braccia e bloccandole intrecciando le dita. Fuori, un perfetto mercoledì estivo riscaldava decine di figure che si muovevano, ridevano, giocavano, o solo passavano lente con le loro auto che trattenevano una temperatura artificiale molto più gradevole. Anche quella della sua stanza non era male, ma era comunque la sua stanza, troppo lontana da là sotto.
Vedeva coppie passeggiare assieme, bambini colmi di vitalità naturale giocare a inseguirsi inciampando sulla sabbia attorno allo scivolo, vecchietti risposare su panchine che ormai dovevano portare il loro nome. Persone passare di fianco alla siepe che circondava lo spazio quadrato, osservando e continuando a camminare.
Distolse lo sguardo. Le pareti della camera erano decorate con decine e decine di farfalle disegnate a mano, da quelle piccole come un pollice a quelle grandi come due mani. Tranne il soffitto. Bianco, immacolato. Avrebbe voluto essere come lui.
Il sole era calato, lo stomaco brontolava come al solito. Il cibo disgustoso che davano lì dentro non aiutava molto il suo già scarso appetito, colpa di Carla, che stava passando un brutto momento e lo ripercuoteva sulla sua cucina. Stava ancora osservando il soffitto, distesa sul letto, sotto al lenzuolo perché le dava un senso di sicurezza. Era un po’ come quando si aveva paura che di notte i mostri ti rapissero se non eri protetta dal mitico lenzuolo, solo che per lei quella paura durava anche durante il giorno. Si sporse oltre, verso il comodino, e infilò una mano tra il materasso e la rete. Ne estrasse una barretta di cioccolato che iniziò a dividere in tocchetti. Paola diceva che ne mangiava troppa, che le faceva male ai denti e cose così; se fosse stata per lei si sarebbe già dimenticata quel gusto irrinunciabile. Chiuse bene la confezione, ormai a metà, su se stessa e la ripose di nuovo al sicuro. La mano nel farlo strusciò troppo contro il ruvido materasso, il contatto con la pelle le fece salire un brivido amaro.
La ritrasse, massaggiandola. Sul polso un segno rosso, dolorante, lo circondava. Si raggomitolò sotto il lenzuolo, lasciando il climatizzatore in funzione per tutta la notte.
Erano le tre, ma non riusciva a dormire. I pensieri erano tornati a farle visita, malvagi, dolorosi, malati. Non poteva scacciarli, questo ormai lo sapeva, ma credeva almeno di poterli allontanare. E ci era riuscita, almeno per un po’. Cercò di chiudere gli occhi, pensando a tutt’altro, riempiendo gli spazi prima che la malvagità lo facesse al posto suo. Ma era tardi.
Fece sogni movimentati, dolorosi quanto lo era stato, fin troppo vividi per essere solo ricordi.
«Azzurra?» Era la voce di Paola, la donna che curava lei e altri cinque bambini. «Sei sveglia? Posso entrare?» Azzurra lo era da tutta la notte, ma continuò a far finta di dormire. La sentì aprire piano la porta; la luce del mattino, proveniente dalle finestre di chi si era già gagliardamente alzato, filtrò per qualche secondo nella stanza, fino a quando la donna decise di lasciarla sola.
La ragazzina si voltò verso la porta, le dispiaceva comportarsi così perché Paola era gentile, ma era una reazione che non riusciva ancora a controllare. Fidarsi della gente le era molto difficile.
L’unica con cui ci riusciva era Coraline, ed era una gatta. Certo, non di molte parole il felino, ma bisognoso di affetto, come lei. La gatta si presentava sempre alla stessa ora: grattava sulla porta, il più del tempo chiusa, e lei la faceva entrare. Le dava da mangiare le crocchette che Paola le forniva, la faceva giocare con il gomitolo e il topo a molla. Poi quando erano stanche si mettevano davanti alla finestra a contemplare l’esterno, o sul letto, accoccolate una vicina all’altra impedendo ai brutti sogni di sopraggiungere. Era l’unico momento in cui riusciva a riposare davvero.
Il pomeriggio Paola entrò con uno ampio sorriso sul volto, più del solito almeno.
«Ho una sorpresa per te» annunciò, sedendosi sul bordo del letto, porgendole una busta bianca. «Non so chi l’abbia mandata ma c’è… il tuo nome.»
Azzurra la prese: nessun timbro, nessun intestatario, solo un nome. Amanda.
Quando lo lesse brividi freddi le attraversarono il corpo, la lanciò con violenza il più lontano possibile, spaventando il gatto che saettò fuori dalla porta mentre lei si rifugiava verso la finestra.
Paola la guardò, le sopracciglia abbassate le davano un tono triste al volto. La vide avvicinarsi, per consolarla, ma Azzurra la scacciò con un movimento disperato delle mani. La donna non era stupida, sapeva quanto poteva essere pericolosa nonostante avesse solo sedici anni. Decise di lasciarla stare, forse pensando di ritornare più tardi come faceva di solito, quando Azzurra sarebbe stata meno pericolosa. Perciò raccolse la busta, l’appoggiò sulla cassettiera accanto alla porta e uscì.
Azzurra rimase sulla poltrona accanto alla finestra per tutta la notte, fino a quando trovò il coraggio. Nella poca luce fornita dai lampioni esterni mosse alcuni passi scalzi, i demoni che la perseguitavano erano ritornati e avere quella cosa in camera non faceva altro che alimentarli. A qualcuno che non conosceva la sua storia quell’incertezza sarebbe parsa come paura del nulla, incertezze date da una busta inanimata. Non per lei. Dentro di sé sentiva il battito di mille tamburi, l’angoscia che le divorava la stomaco, la paura, quella vera, serrarle la gola in una morsa invisibile. E tutto perché sapeva chi le aveva scritto, ed era come se i ricordi fossero in attesa, rinchiusi nella carta pronti a insinuarsi di nuovo in lei.
La busta non pesava, per un attimo sperò che fosse vuota ma non poteva esserlo. Riconobbe la calligrafia incerta e tremante. Passò l’indice sulla linguetta, staccandola per vedere il contenuto. Un foglio, piegato due volte per farlo entrare, poche parole che le montarono l’angoscia.
Ciao Amanda,
È da un po’ che non ci sentiamo, dopo quello che è successo ora sto bene e Reginald si sta riprendendo. Mi manchi, sai? Nonostante quello che abbiamo passato ti voglio bene. Ti scrivo per dirti che Reginald ha fatto portare avanti una pratica da un suo cugino per la tua custodia, ha agganci con della gente e penso non farà fatica a riuscirci. Vorrei sapere come stai, se ti trovi bene lì, se ti danno da mangiare e se ti sei fatta degli amici, ma non sono mai stata una brava mamma per permettermi queste cose.
Mi dispiace, per tutto. Non so cosa sia successo al parco ma in un certo senso ne sono felice perché per la prima volta mi sento libera. Mi stanno aiutando qui, molto, e penso potrebbero aiutare anche te se ne hai bisogno. Ho sentito che non parli con nessuno. Lo so che è difficile ma devi farlo, sfogati e ti sentirai meglio. Ti serve aiuto Amanda, come è servito a me. Riflettici e stai attenta.
Un abbraccio,
Pamela
In allegato aveva lasciato una sua foto, magra ma sorridente.
Le gambe le cedettero, lasciò cadere tutto mentre la stanza iniziava a girare.
No,era l’unica parola che la sua testa riusciva a formulare, mentre arretrava a carponi contro la parete. Non voleva che accadesse, tornare da lui equivaleva a rivivere tutti i demoni che la perseguitavano da quando era arrivata alla casa-famiglia.
Non voleva.
Non lo voleva.
Fu quella lettera a destare di nuovo i tremendi ricordi allontanati a fatica dalla sua mente, l’angoscia le rileggere il suo nome ed era impossibile scacciarlo questa volta.
Era l’inizio dell’estate, il sole aveva iniziato da alcune settimane a dare il cambio al gelido inverno. Era il sedicesimo compleanno di Amanda, ma era impossibile esserne felice. Era seduta su una tovaglia a righe, davanti a lei Pamela, sua madre e Reginald, suo padre.
Pamela era magrissima con capelli lunghi biondi e lisci, indossava una maglietta a maniche lunghe e dei jeans stretti. Il suo sguardo era sempre impaurito perché quell’uomo accanto a lei, con i pantaloni corti, la t-shirt bianca della Nike e l’accento inglese nonostante fosse in Italia da dieci anni, la picchiava quasi ogni giorno.
E lei diceva di amarlo.
Sorridendo cercava di nascondere quella paura che celava negli occhi, il timore di dire qualcosa di sbagliato e ricevere l’ennesimo schiaffone che avrebbe aggiunto un altro esemplare alla collezione delle macchie violacee. Amanda sentiva ogni notte la donna chiedere pietà, sentiva gli schiaffi, i pugni e le urla provenienti dalla camera da letto. Poi, la mattina seguente la vedeva nascondere i nuovi lividi e piangere quando pensava che non la vedesse. Dio solo sa quante volte aveva pianto sua madre, quante lacrime aveva versato e quante ne avesse trattenute.
C’erano stati gli anni in cui Amanda li aveva visti felici, dove i baci non erano a forza e la pelle di Pamela non era coperta di macchie viola. Non si ricordava cosa fosse successo, sapeva solo che un giorno Reginald si era fatto improvvisamente più prepotente. Aveva iniziato a picchiare la moglie, ogni giorno, per ogni minima sciocchezza. A volte picchiava anche Amanda, quando Pamela andava nel suo squallido ufficio del call center a far finta che tutto andasse per il verso giusto. Poi tornava a casa e si arrabbiava con il marito, ricevendo altre bastonate.
Questa vita l’aveva fatta diventare una ragazzina schiva, a scuola pensavano fosse matta e autolesionista, perciò tutti l’evitavano come la lebbra. Nonostante questo era la più brava, più per sopravvivenza che per altro, visto che Reginald l’avrebbe picchiata se avesse portato a casa un voto sotto all’otto.
Non lo considerava più come un padre, non lo era e non poteva far credere di esserlo. Un mostro, ecco cos’era, la malattia che la stava uccidendo. Col tempo Amanda aveva iniziato a detestare quell’uomo, odiava averlo di fronte, sentirlo parlare o solo avvertire gli occhi scuri su di lei.
Poi erano iniziate le allusioni. Più di una volta le aveva fatto intendere che la trovava carina, che non gli sarebbe dispiaciuto fare qualcosa con lei. Amanda aveva una paura fottuta che succedesse, ogni giorno lui avrebbe potuto dare di matto e saltarle addosso e Pamela non avrebbe potuto fare nulla per impedirglielo. Per questo Amanda dormiva poco, per paura che il mostro si infilasse nella sua camera da letto, che richiudesse la porta e che si slacciasse i pantaloni.
Gli uccelli si sentivano cantare soavi, alcune farfalle avevano già iniziato ad avvicinarsi. Reginald stava aspettando che Claire preparasse il cibo sulla tovaglia, la donna cercava di stare tranquilla, sorrideva e parlava piano.
«Vuoi prosciutto crudo o cotto?» chiese ad Amanda, mostrandole due tramezzini preparati da lei quella stessa mattina.
«Crudo» rispose.
«E poi?» intervenne Reginald, con tono rigido e quell’accento che tramutò la frase in “epoi?”.
«Per favore» aggiunse Amanda, a voce più bassa. «Scusa… Papà.»
Faceva una faticaccia enorme a chiamarlo così, sarebbe stato più facile amputarsi un dito.
«Questo lo prendo io» disse l’uomo, strappando l’altro tramezzino dalle mani della moglie.
Il parco dello Stelvio non era troppo lontano da casa, immenso e un perfetto luogo per tentare di scappare. Perché era quello che intendeva fare. Era stata Pamela a decidere di andare lì, per festeggiare il compleanno, perché sapeva che ad Amanda piacevano molto quei posti. La ragazza in realtà pensava che in qualche modo lei sapesse quello che voleva fare. Un’altra cosa che le piaceva era che ogni volta le farfalle le si avvicinavano per posarsi sui suoi capelli, o sulle spalle. Non se lo sapeva spiegare ma era una delle poche cose che amava. Reginald le scacciava con la mano, perché diceva che erano stupidi insetti inutili, ma ritornavano ogni volta. Sembrava che Amanda avesse una calamita che le attraeva, quando sentiva il bisogno di averne accanto tre o quattro comparivano e si posavano su di lei.
«Volete dell’insalata?» chiese Pamela, tirando fuori la vaschetta e iniziando a cercare: trovò l’aceto balsamico, l’olio ma non il sale.
Il suo viso divenne una maschera di panico.
«Quando ci vuole?» domandò, sbuffando, Reginald.
Amanda la vide tentennare, gli occhi non riuscivano a guardare quelli del marito.
«Io… non trovo il sale.»
Reginald alzò la voce digrignando i denti: «Quante volte te l’ho detto di mettere quel dannato barattolo nella borsa? Quante?»
«Dai, possiamo mangiarla senza, non è male» cercò di dire lei.
«A me fa schifo senza sale! Fuck, non ascolti mai quando parlo!» e le mollò uno schiaffone. Pamela si mise a singhiozzare, cercando una scusa valida, ma lui si stava alterando: «Non ti azzardare a piangere! Not now!» Quando si arrabbiava molto era solito mischiare la sua lingua con l’italiano e Amanda era allibita per questo dato che era stato del semplice sale a suscitare quella reazione estrema. Non riuscì a trattenersi questa volta.
«Smettila! Lasciala stare!» gli urlò contro, cercando di bloccarlo, ma lui la spinse levandosela di dosso.
«Taci! Devi solo stare zitta!» Reginald alzò la mano per colpirla, Amanda si protesse il volto mentre sentiva le farfalle girarle attorno, sempre più numerose.
«No! Lasciala stare! Vado a prenderlo!» disse Claire, impedendo che Reginald colpisse la ragazzina.
«Vai e muoviti!» ghignò l’uomo.
La donna allora si alzò e fece per allungare la mano verso Amanda, per farla venire con lei. Reginald però gliela colpì. «No, lei resta qui.»
La donna cercò di parlare, ma l’uomo le urlò dietro: «Muoviti!»
In quel momento Amanda catturò lo sguardo della madre, triste e preoccupato, con un mi dispiace fermo tra le labbra. Lei la guardò allontanarsi piangendo, mentre il suo incubo peggiore stava prendendo vita.
«Hai coraggio ragazzina, ma deve imparare a stare al posto tuo ed è giunto il momento di insegnartelo» le disse l’uomo, allungando una mano per toccarle la gamba. Amanda si ritrasse subito, spaventando la decina di farfalle tutte attorno a lei.
«Per favore no» supplicò, indietreggiando.
«La macchina è lontana, abbiamo tuto il tempo per il regalo di compleanno.» Si avvicinò di più con una strana luce negli occhi scuri, cominciando a toccarla e lei a singhiozzare.
«Don’t cry, non ti azzardare!»
Amanda, con un impeto di coraggio, colpì la mano dell’uomo che rispose con uno schiaffo.
«Stai ferma!» urlò, scacciando le farfalle che gli giravano intorno, sempre di più. La ragazzina finì sdraiata e Reginald le si parò davanti, cominciando a slacciarsi i pantaloni.
La paura e l’orrore si impadronirono di lei, non voleva e non doveva accadere! Dov’era la mamma? Perché l’aveva abbandonata con quel mostro?
«Lasciami! lasciami!» strillò ancora, ma nessuno poteva sentirla, erano in una parte isolata del parco, forse Reginald l’aveva scelta apposta.
Lo vide calarsi i pantaloni con foga e lei gridò con quanto fiato in gola: «Aiutatemi!»
A quel grido si innescò uno strano brusio che crebbe in modo esponenziale, anticipò centinaia, migliaia di farfalle che piombarono addosso all’uomo, staccandolo dalla ragazza. Lui iniziò a contorcersi, cercando di liberarsi urlando e tirando pugni da quel turbine colorato che lo circondava come un bozzolo. All’improvviso venne sollevato in aria, sempre di più, senza che potesse impedirlo. Aveva raggiunto forse sei metri quando le farfalle si separarono lasciandolo cadere a peso morto, provocandogli la rottura del piede destro e della gamba sinistra, nonché un trauma celebrale non da poco.
Qualche minuto dopo erano accorse delle persone che avevano chiamato l’ambulanza e successivamente la polizia aveva capito che madre e figlia erano vittime di maltrattamento.
Era quella la verità, seppur incredibile e inquietante. Lei successivamente era finita in quella casa-famiglia, Pamela in un istituto psichiatrico per alcuni mesi e Reginald all’ospedale e poi in prigione con l’accusa di maltrattamento anche su minori. Da quel che ne sapeva la donna aveva cercato di uccidersi calandosi una dose di antidepressivi mischiati all’alcol, ma qualche miracolo non era morta. Questo è quello che aveva sentito al tg quando la storia aveva fatto il giro del mondo.
Azzurra però non aveva fatto accenno alle farfalle, l’avrebbero creduta pazza e finire assieme alla madre non era il massimo. Quindi aveva detto che era caduto.
Anche se avesse voluto raccontare la verità stentava a crederci da sola, non sapeva com’era successo, non riusciva a spiegarlo eppure sentiva che era successo per colpa sua. Lei le aveva chiamate invocando aiuto, loro l’hanno salvata.
Azzurra guardò la lettera, per terra, in mezzo alla stanza. Aveva pure cambiato nome per scordarsi del suo passato, ma quello era ritornato più infame che mai a rovinarle quel poco di umanità che le era rimasta.
Si scoprì a piangere, non lo faceva da un mese, ma non riuscì a trattenersi. Pianse lacrime di rabbia verso tutto quello che aveva dovuto subire, pianse amarezza e odio. Pianse compassione per la madre, pianse l’amore che aveva provato per poco e scordato subito. Non era quella la sua vita, non lo era mai stata. Nessuna persona doveva passare quello che lei aveva passato, eppure era solo uno spillo in mezzo a milioni.
Voleva una vita.
Voleva la sua vita.
Come il soffitto, bianco e immacolato, anche lei desiderava eliminare i suoi demoni e poter essere una persona nuova come avrebbe dovuto essere dall’inizio, ma allo stesso tempo sapeva che nulla era esente dalla cattiveria e anche quel quadrato di un’apparente perfezione nascondeva una macchia. Desiderava qualcuno che l’amasse davvero, che le comperasse la cioccolata che Reginald non aveva mai voluto che mangiasse, che la facesse sentire bene come non lo era mai stata.
Quando riuscì ad alzarsi si sentì diversa. A passi nuovi, sicuri, si diresse verso l’alta parte della stanza schivando la lettera e la foto, sfilò il suo diario dal cassetto e lo appoggiò sul comodino. Poi ritornò alla finestra, l’aprì e ne inspirò l’aria. Una farfalla comparve dal nulla, le girò attorno e le si posò sulla mano. Le aveva evitate ma ora sentiva che ne aveva bisogno più che mai. L’aria tiepida le dava sollievo e la voglia di abbandonare quel posto per rifarsi una vita da qualsiasi altra parte le sfiorò la mente. Poteva farlo, abbandonare tutto, cercare di cancellare e riempire tutto con nuove emozioni. Quelle giuste. Aveva però bisogno di un aiuto per ricominciare. Appoggiò le mani su bordo della finestra e osservò la farfalla.
* * *
Il giorno dopo Paola era decisa a parlare con Azzurra, non sapeva perché si era comportata in quel modo il giorno precedente, e in verità non sapeva quasi nulla di lei. Non si era mai aperta, non aveva nemmeno accennato a quello che le era successo, ma era chiaro che doveva essere qualcosa di brutto per ridurla in quel modo. A sedici anni aveva paura di uscire dalla sua stanza, o solo parlare e fidarsi delle persone. Era chiaro che era stata maltrattata, i segni sui polsi per esempio, o i lividi ne erano la prova evidente, o anche il fatto che evitasse i contatti che non provenissero dal gatto. Eppure con lei la ragazzina sembrava un po’ più aperta, per questo voleva parlarle, forse poteva aiutarla.
«Azzurra, sto entrando» l’avvertì. Senza udire risposta abbassò la maniglia ed entrò.
Il letto era disfatto, la camera sembrava vuota. La lettera era aperta sul bordo delle lenzuola.
Poi la vide, dall’altra parte del letto, seduta per terra con una farfalla posata sulla mano.
«Azzurra, stai bene?»
Lei la guardò e per la prima volta dopo cinque mesi di permanenza la vide sorridere e fu bellissimo.
«Sto bene, sto bene ora.»

 

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  1. Anonimo ha detto:

    Bello 🙂

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  2. Anonimo ha detto:

    Molto bello Mattia!

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  3. Anonimo ha detto:

    Bel racconto, bravo!

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  4. Anonimo ha detto:

    Molto bello!! Mi sembra di essere dentro alla stanza e vedere ogni oggetto! Per citare il testo “e poi?” Lasci il lettore col fiato sospeso fino all'ultima riga!! Bravo!!Voglio sapere il continuo!! Come riconquisterà la fiducia in sè stessa e negli altri? E le farfalle? 😊

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  5. Anonimo ha detto:

    Bravissimo, mi è piaciuto davvero tanto!
    Il realismo fa quasi paura, e la parte migliore è sicuramente il finale, inaspettato, ma piacevole da leggere, che riporta al “giusto ordine” le cose.
    Ripeto: bravissimo e continua così!

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  6. Molto delicato. Complimenti

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  7. Nadia ha detto:

    Molto bello, scorrevole, delicato e profondo. Complimenti!

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  8. Janna Carru ha detto:

    Credo non sia mai facile raccontare storie così, ma l’autore l’ha fatto in un modo che definirei tenero e delicato.
    … ho sempre amato le farfalle, rappresentano la leggerezza, la trasformazione e la speranza del cambiamento.
    Molto bello.

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  9. Gigi ha detto:

    Adoro il realismo magico! Non è un genere facile come può sembrare: bisogna fare attenzione a non eccedere nell’elemento fantastico e definire bene quello realistico, tratteggiando la giusta atmosfera. Tu sei riuscito a fare davvero un bel racconto, scritto con delicatezza – senza essere stucchevole – e, cosa più importante, con molto rispetto per il tema trattato.
    Comolimenti sentiti! 🙂

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  10. Alessandra Leonardi ha detto:

    Un racconto avvincente, delicato, poetico, molto bello.
    C’è un piccolo refuso (la madre della protagonista viene chiamata Claire anzichè Pamela nel brano in cui narra il pic-nic) , ma l’importante è la storia, molto toccante, che ho letto con emozione. Complimenti!

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  11. Voti utili ai fini del concorso 10

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