Cuore inciso di Ottilia Mason

La porta si apriva piano, quasi a rallentatore. Tutto si muoveva piano in quel luogo. Non c’era da stupirsi. Chi mai avrebbe voluto correre in un posto del genere, semmai correrne lontano. Appena arrivata mi sembrava tutto tranquillo: il cancello di ferro con una grande “H” al neon accesa anche di giorno, i prati ben curati, addirittura un bel laghetto. Non una pozzanghera con dei pesci rossi, no, proprio un lago di più di cinque metri di larghezza con due cigni e annessi e connessi. Però, che lusso! In cuor mio mi ripetevo ‘Papà, te lo meriti tutto questo.’ Dopo aver varcato la soglia della porta a vetri automatica mi trovai catapultata in una realtà a parte, asettica e pulita, bianca e grigia. Un totale contrasto con la realtà al di fuori di qual cancello, tutto colori e caos. Un ospedale dopotutto deve sembrare una bolla d’ossigeno e sapone antibatterico, dare una sensazione di sicurezza e professionalità, anche se a detta di molti non ci si doveva fidare di chi ci lavorava dentro al cento per cento.
La receptionist a tempo determinato, comunque, dava l’impressione di essere una persona sempre sull’orlo di un esaurimento. Credo che all’avvicinarsi al bancone, dentro di sé si sentisse un po’ morire dentro perché l’incognita delle domande poteva creare reazioni a catena impossibili da prevedere. La legge sulla privacy, le indagini su un tale dottore che aveva agito male pochi mesi prima, i giornalisti che potevano celarsi dietro l’identità di parenti in visita e chissà cos’altro, rendevano quel semplice lavoro sempre più difficile. Ma io mi ero già presentata altre volte e vidi il suo volto rilassarsi in un sorriso cordiale. Le chiesi per l’ennesima volta l’ubicazione di mio padre. Ogni settimana gli cambiavano camera e volevo la sicurezza che, se avessi preso l’ascensore, anch’esso lentissimo, l’avrei trovato nel suo letto. Chiesi all’impiegata: “Mi può confermare che il signor Greco è nella stanza 312 come la settimana scorsa?”. Dopo alcuni secondi d’attesa, che impiegai per dare uno sguardo alle persone in corridoio: un misto di personaggi, ognuno con una sua storia, a volte incredibili a volte normalissime, ecco la conferma.
“Suo padre è stato spostato alla 405.”
Stanza 405. Un piano in più. “Grazie. Buona giornata.” “Arrivederci a lei.”
Mentre mi incamminavo verso l’ascensore volevo leggere le indicazioni del quarto piano: Terapia intensiva. Di fianco al cartello c’era la porta della cappella dell’ospedale. Meglio farci un salto prima di salire. Tra un Ave Maria e l’altro, mi ripetevo: “Oh Signore, oh Madonna, fa che succeda. Fa che succeda…” Il ‘cosa’ sarebbe dovuto succedere non potevo rivelarlo neanche a me stessa. Me ne vergognavo.
Ma ora basta pregare. Per anni ho pregato che il piccolo inferno in cui avevo vissuto si dissolvesse o svanisse col comparire del sole all’alba, ma non era mai successo. Cominciavo a sudare per l’emozione dei ricordi. Le mani erano fredde e dai polpastrelli si intravedevano già minuscole gocce come fossero pioggia. Conoscevo quella reazione fisica di agitazione e confusione che per anni mi avevano accompagnato. Però il cuore, quello batteva in modo regolare. Non era il caso di farlo correre senza sapere il destino della persona che ero venuta a trovare. Mi chiusi quanto prima in un piccolo bagno, guardandomi allo specchio, vedevo tutta la mia stanchezza trasparire: le occhiaie appena accennate e nascoste da un trucco leggero e naturale, i capelli neri e lisci un po’ scompigliati e divisi da una perfetta riga al centro, le vene rosse degli occhi partivano dall’iride castana fino ai lati del bulbo oculare. Chiari sintomi di insonnia prolungata.
Era successo anni prima di trovarsi in una situazione simile e la causa dell’insonnia era sempre stata mio padre ma per ben altre ragioni.
Un giorno, mi ricordo, mia madre stava preparando da mangiare e io avevo deciso di disegnare una mappa del tesoro che poi avrei inserito in una bottiglia di birra che mio padre era solito bere durante il pomeriggio. Quella mattina mi sentivo emozionata e nel contempo sentivo che qualcosa stava per succedere. Non avrei saputo dire allora se la mia sensazione era positiva o negativa, ma lo percepivo come fanno i gatti prima di un temporale. Avevo le orecchio all’erta e gli occhi si alzavano dal foglio che stavo colorando in modo quasi automatico, come se non avessi controllo delle mie azioni. Intanto guardavo l’orologio e volevo affrettarmi a finire la mia mappa prima del pranzo. Poi l’avrei nascosto sotto il materasso fino a che non avessi recuperato la bottiglia che di solito mio padre lasciava sul tavolino del salotto insieme ai mozziconi di sigaretta nel portacenere. Di bottiglie in realtà ce n’erano già tre su quel tavolino, ma non avrei mai osato avvicinarmi al salotto finché mio padre non si fosse addormentato sul divano. Mia madre stava per servire in tavola e io sentii dei passi avvicinarsi prima del tempo in cucina. Scostai la porta per vedere se era il momento di uscire e vidi mio padre che bisbigliava nell’orecchio della mamma e lei, col capo chino, cercava di stare il più immobile possibile. Sembrava quasi una statua. Non capivo bene perché, visto il papà stava sorridendo e con la mano aveva cinto la spalla della mamma e lei a quel punto si mosse con una leggera scossa che gli fece scivolare la mano via dalla spalla. A quel punto ricordo solo che la sensazione felina che mi sentivo addosso era riferita a quell’evento. Con le spalle alla porta sentii un bicchiere rompersi e io corsi verso la mia scrivania. Presi la mia mappa e mi affrettai verso il letto per nasconderla dove avevo ormai deciso. Sembrava che se non l’avessi fatto, mi sarebbe sparito dalle mani o peggio. Mentre ero in attesa di un segno dalla cucina me ne stavo lì rannicchiata nell’angolo della camera. Fissavo il pavimento di marmo in cerca di non so cosa. Vedevo nelle macchie irregolari dei volti, delle figure, degli occhi. Le chiazze scure si allungavano, si mischiavano a quelle più chiare. Il marmo non era più freddo e fermo ma era diventato un enorme acquerello al quale si aggiunge una goccia d’acqua colorata: si muoveva e si cominciavano a formare ramificazioni casuali. Succedeva sempre così nel mio cervello, quando mio padre sussurrava all’orecchio della mamma e soprattutto quando cadeva un oggetto dal tavolo. L’infanzia era passata così, con mia madre che mi chiamava con la voce tremante: “Anna, è pronto!” e io mi alzavo dal mio angolo sperando che, dopo aver aperto la porta, avrei trovato una bellissima tavola imbandita, con fiori e candele accese come centrotavola, una tovaglia azzurra, le tendine di pizzo tirate ai lati della finestra in una giornata di sole. Ma come per un sortilegio appena aprivo la porta i miei occhi vedevano tutt’altro. I colori si erano sbiaditi, il sole era scomparso dietro un cielo grigio incorniciato da un vetro senza tende, la tovaglia con una grossa macchia al centro, qualcosa vi era caduto sopra, forse il bicchiere pieno di aranciata che avevo sentito rompersi prima e io con dei tovaglioli cercavo di cancellare le tracce del danno senza riuscirci. Di mio padre neanche l’ombra, eppure non avevo sentito la porta chiudersi. Mia madre con il polso sotto l’acqua fredda mi chiedeva di aiutarla a servire la frittata perché mi diceva: “Anna, bimba mia, non so proprio come ho fatto a bruciarmi.” Io la guardavo mentre le portavo i piatti e rimanevo di fianco a lei non sapendo cosa dire o cosa fare. Non osavo toccare la pentola per non fare la sua stessa fine, così me ne stavo lì a fissare la mamma che col braccio rosso si aiutava con la paletta per mettere la mia porzione nel piatto. Io la guardavo dal mio metro di altezza nei suoi occhi, senza dire nulla. Le chiedevo con gli occhi le domande che la mia bocca non riusciva a formulare. Ma naturalmente non ebbi risposte se non i suoi occhi lucidi che ogni tanto incrociavano i miei. Seduta a tavola non volava una mosca, si sentiva solo la forchetta che batteva sulla porcellana del piatto. La fame era quasi sparita, ma dovevo mangiare, dovevo per non contraddire la mamma che era già triste per altre ragioni e non volevo aggiungerne un’altra alla lunga lista. Certo lei ci metteva il cuore nella sua piccola casa e con me e anche con papà, per rendergli la vita meno pesante visto che il lavoro lo stressava parecchio. Era tutta una catena di finta serenità per non spezzare un equilibrio già fragile. A volte l’aria si tagliava con il coltello. Io che ero piccola lo percepivo dai movimenti, dai silenzi prolungati dopo un litigio dietro la porta. Davanti a me non succedeva mai nulla, ma potevo intuirlo bene. I bambini capiscono.
Anni dopo ricordo ancora quell’atmosfera pesante e quasi la sentivo ancora adesso in quell’ascensore di ospedale che mi stava portando al quarto piano. Appena arrivata alla porta della stanza vidi che era chiusa e non sapevo se entrare o aspettare che un’infermiera mi dicesse se potevo farmi avanti o andare nella saletta di attesa.
Provai con la mano a spingere e vidi che non c’era resistenza e allora presi coraggio e mi feci avanti. Davanti a me un raggio di luce mi colpì negli occhi. Il neon che illuminava la stanza sopra alla parete si era inclinato e con un flash negli occhi tornai con la memoria a quel pomeriggio in cui, finito di mangiare e sistemare la cucina, desideravo tanto stare per conto mio di nuovo nella mia cameretta. Mi ricordai che correvo verso il materasso sotto il quale avevo nascosto la mappa. L’avevo arrotolata e si erano formate delle pieghe. Allora con i palmi cercavo di renderla di nuovo rotonda. Doveva entrare nella bottiglia. Ma prima dovevo prendere il mio piccolo tesoro da nascondere. Era costituito da un fermaglio per capelli, una spilletta argentata con l’immagine della Madonna, una monetina di bronzo che avevo trovato a scuola qualche settimana prima, tre elastici fosforescenti e un cuore di legno con inciso il nome di mia mamma: Miriam. Tutto questo dentro una scatolina di latta che era un vecchio contenitore per matite che avevo tenuto da parte proprio per questa occasione. Ero emozionatissima. Quel pomeriggio sarebbe accaduto tutto: avrei sepolto il mio piccolo tesoro e avrei nascosto la mappa in una bottiglia che poi avrei buttato in un corso d’acqua in attesa che qualcuno sarebbe venuto a recuperare il malloppo. Avevo messo tutto nello zaino e avevo salutato mia madre che era in bagno probabilmente a medicarsi la bruciatura. Quasi non si sentiva la sua voce, ma sapevo che doveva avermi dato un saluto come faceva sempre quando uscivo. Il mio giro durò un paio di ore perché il posto descritto nella mappa era a pochi isolati da casa mia, ma mi ero scordata il cucchiaio per scavare. Allora avevo deciso di usare un sasso piatto che poteva aiutarmi col terreno un po’ secco. Questa operazione aveva richiesto più di mezzora. Sopra al contenitore sepolto avevo appiattito la terra per non lasciare tracce, ma avevo deciso di lasciare il sasso piatto infilato verticalmente per poterlo ritrovare più facilmente.
Poi dovevo solo seguire un sentiero che mi avrebbe portato facilmente alle sponde del fiume più vicino. Non era un grosso corso d’acqua ma avrebbe agilmente trascinato la bottiglia per alcuni chilometri. Quando mi piegai per appoggiare il contenitore della mappa nel corso d’acqua sentii che era fredda gelata ed mi fece rabbrividire all’istante. Volevo assicurarmi che non ci fossero ostacoli per un breve tratto. Mentre stavo inseguendo la bottiglia sentii delle macchine sfrecciare sulla strada sovrastante il fiume. In quel momento mi bloccai e mi girai per vedere quelle auto che correvano e mi sembrò di vedere anche una luce intermittente blu. Dopo aver girato sul ponte le vidi scomparire sulla strada e quando mi girai per vedere dove stava la bottiglia, era già sparita dalla mia vista. Era ora di tornare a casa. Volevo fare con calma perché mi volevo godere un po’ l’aria fresca del tardo pomeriggio. Avevo incontrato anche un paio di amici a cui però non volevo rivelare il motivo del mio giro.
Stavo svoltando verso il mio quartiere quando vidi sfrecciare davanti a me un’ambulanza che aveva appena acceso gli allarmi e questo mi fece fare un balzo all’indietro per lo spavento. Quel salto che non avevo previsto mi fece sorridere per la reazione incontrollata. Ma il mio buon umore si spense in fretta quando girai l’angolo. Quelle macchine che avevo visto sfrecciare erano sotto casa mia. Ma perché erano lì? E perché l’ambulanza era appena passata? Non capivo come le due cose fossero collegate, ma ben presto mi venne spiegato tutto. La signora Lorenza, nostra vicina di pianerottolo, mi stava correndo incontro in ciabatte e la trovai abbastanza buffa. Ma il suo viso era serio. Si piegò alla mia altezza e guardandomi negli occhi mi disse che la mamma era stata appena portata via. Era diretta verso l’ospedale. E io allora le chiesi dove fosse mio padre. Lei mi indicava le macchine con la spia blu. La polizia era arrivata sul posto perché mia mamma era caduta dalle scale e mio padre che doveva essere al lavoro, era invece in casa e loro dovevano sentire tutti i testimoni dell’incidente. Dentro di me sentivo un bruciore molto forte e le orecchie cominciarono a fischiarmi. La vista si oscurò leggermente. Con un balzo temporale mi trovai di nuovo nella camera di mio padre e lo vidi steso sul suo letto, immobile e attaccato a delle macchine che rilevavano il battito del cuore. Sembrava tutto regolare, nessuna spia rossa che indicasse qualche aritmia o un’accelerazione improvvisa. La camera singola era pulita e completamente bianca, tranne per la cornice della finestra che era grigio metallico e le persiane anch’esse grigie tirate fino in basso e girate per chiudere la visuale sul giardino. Come un desiderio di evasione, una sensazione di soffocamento, mi affrettai verso la finestra. Volevo guardare fuori, prendere aria. Stavo aprendo parte delle persiane con le dita e vidi il laghetto coi cigni, il verde brillante del prato. Volevo i colori per fuggire da quel bianco soffocante. “Che bel posto papà” Mi ripetevo nella testa e una voce leggera uscì dalla mia bocca. Solo io e lui potevamo sentire la mia flebile voce “Te lo meriti papà.” Ma i miei pensieri furono interrotti dall’arrivo del dottore i cui passi spezzarono il corso dei miei pensieri. “Mi dica dottore, la sua situazione è grave o possiamo sperare in un miglioramento?” Il medico fissava me e poi il paziente. Quello sguardo non preannunciava nulla di buono. Le sue parole: “Solo il tempo può dirlo. Per ora l’aneurisma che lo ha colpito ha reso ogni cosa imprevedibile. Potrebbe stare in questa situazione per giorni o peggiorare. Il coma è sopravvenuto proprio stamattina dopo un paio di giorni dall’intervento che aveva subìto la scorsa settimana.”
Solo il tempo può dirlo.
“La ringrazio. Mi piacerebbe stare con mio padre qualche minuto.” Lui disse: “Resti il tempo che vuole. Probabilmente lui potrebbe anche sentire le voci, anche se la paralisi gli rende impossibile muoversi o reagire. Ma sono stato testimone di miglioramenti improvvisi. Quindi non disperiamo mai su come potrebbe andare. Sia forte.” Certo, ero abituata a essere forte. Già da quel fatidico pomeriggio che stravolse la mia vita, lo ero diventata per forza di cose. Mentre fissavo ancora negli occhi la signora Lorenza, la mia vicina di casa, che mi spiegava cos’era successo. La macchina della polizia con sopra mio padre, si accostò al marciapiede dove io li fissavo con uno sguardo quasi perso, mi sentii trascinare nell’auto insieme al papà. Lui mi stringeva e mi diceva: “Non preoccuparti. Ora si risolve tutto. Io  non ho fatto nulla.”
‘Ma cosa sta dicendo?’ Ripetevo a me stessa. ‘La mamma è caduta, è in ospedale, magari è grave e tu pensi solo a dire che non hai fatto nulla? Che ragionamento è questo?’ Mentre i pensieri si accavallavano e io fissavo il viso di mio padre, lui neanche mi guardava negli occhi. Fissava invece il poliziotto di fianco a me e poi anche quello che guidava e anche quello di fianco a lui. Eravamo circondati da agenti. All’arrivo al commissariato io fui portata in una saletta con disegni alle pareti. Mio padre era in un’altra stanza. L’agente che avevo avuto di fianco durante il tragitto si sedette di fianco a me e mi spiegò con le sue parole che la mamma non sarebbe tornata a casa. Io non capivo se si riferisse a quella sera in particolare oppure più a lungo. Mi disse anche che mio padre sarebbe stato con loro per qualche ora ancora e mi chiese se volevo qualcosa da mangiare. Ma io non avevo fame. Volevo solo tornare a casa e aiutare la mamma con la cena.
“La mamma si è bruciata e ha bisogno che le tengo il piatto.” Gli dissi senza quasi pensarci troppo.
“La mamma si è bruciata? Ma è successo oggi?” Mi chiese.
E io risposi: “Si, il papà le ha detto qualcosa all’orecchio e lei si è distratta e si è bruciata. Però ha messo la crema.”
Il poliziotto si fece pensieroso. Mi guardò per un minuto e poi uscì dalla stanza. Mentre giocavo ai Lego e cercavo di mandare giù una brioche che mi avevano portato, la porta si aprì ed entrò mio padre. Mi disse con un tono di finta gentilezza: “Prendi lo zaino che andiamo a casa.” Dietro di lui l’agente attendeva a mani conserte e guardava la scena. Quando uscimmo ci accompagnò con la stessa macchina con cui eravamo arrivati. I minuti successivi corsero velocemente. A casa mio padre cominciò a parlare ad alta voce sul come lui non centrasse nulla con quella storia. Che la mamma era caduta da sola. Che lei era sempre distratta. Che lui si trovava steso sul divano perché era tornato presto dal lavoro. Lo avevano mandato a casa prima perché non riusciva a concentrarsi. Sembrava che volesse giustificarsi con qualcuno che non era presente. Poi iniziarono ad arrivare  parenti da ogni parte. Non mi ricordavo di avere mai visto alcuni di loro. Zie, cugini, amici di mia madre, tutti a chiedermi come stavo. Mi dissero tutti che anche se la mamma non sarebbe tornata, loro mi sarebbero stati sempre vicini. Quella notte fissavo la luna dalla finestra senza prendere sonno e mi chiedevo: “Ma dove eravate tutti quanti in questi anni? Non potevate arrivare prima?”
Il giorno dopo fu tutto ancora più frenetico. Mi dissero che ci sarebbe stato il funerale della mamma. A quel punto e solo allora sentii le lacrime arrivarmi agli occhi. Era stato come aprire un rubinetto. Per ore piansi e non riuscivo a smettere. Anche volendo non avrei potuto fermarmi. Durante la funzione non vidi nulla e non riuscivo proprio a sentire nulla. Ogni muscolo del viso era dolorante: le orecchie, le guance, il naso, anche i capelli mi facevano male. Solo la sera, quando mi misero a letto ormai distrutta, i muscoli cominciarono a rilassarsi pian piano. Sentivo negli occhi due piccoli laghi da cui sgorgavano gocce senza quasi volerlo.
La vista era offuscata, proprio come ora davanti a mio padre. Quelle gocce cominciavano a bagnare i miei occhi. Non piangevano per lui, ma per mia madre che mi era stata strappata nel fiore della sua vita e della mia giovinezza. Quanti momenti persi, quanti pranzi cucinati da sola, quanti giorni passati con parenti che neanche conoscevo.
‘Tutti a consolarti, papà. Consolavano te e me. Ma dentro di me sentivo che la mamma non era caduta da sola da quelle scale.’
Le mie labbra si muovevano mentre pensavo a queste parole, ma non uscì mai un suono. ‘Non ti tradirò perché tu sei mio padre e tutti ti hanno sempre visto come la vittima, ma dentro di me sapevo che le parole che tu sussurravi nell’orecchio della mamma non erano parole romantiche. Erano parole di terrore. E lei non si era bruciata da sola. Quelle parole l’avevano talmente scossa che non si era accorta dei suoi movimenti oppure tu le hai appoggiato la padella sul polso. Non lo sapremo mai. E questa situazione durava da parecchio. Lo so. Ma io sono stata una brava figlia. Non ti ho mai tradito perché nessuno mi crederebbe. Anche la polizia ti ha creduto. Tu hai potuto vivere a modo tuo, papà, e alla fine anche io ho imparato a vivere a modo mio. Ho creato una corazza intorno al mio cuore, è diventato di legno, proprio come quel cuore inciso che ho chiuso nella scatola di latta. Ora se tu potessi vedere fuori dalla finestra vedresti in che bel posto ti ho portato. Ci sono i cigni e un bel prato su cui camminare. Io ora andrò a camminare in quel prato, papà e ti auguro il meglio. Perché tu te lo meriti. Ti meriti proprio di stare dove stai ora. Voglio andare a vedere se hanno trovato il mio tesoro, ci passerò nel pomeriggio. Spero che qualcuno l’abbia trovato così il mio cuore di legno con inciso il nome della mamma sarà libero in qualche posto lontano da qui. Se non l’hanno trovato, me lo riprenderò io e lo porterò via con me. Lontano da te soprattutto. Ti meriti di stare in questo bel posto. Te lo meriti proprio. Buonanotte papà.’

 

E con quest’ultimo pensiero mi alzai, presi la borsa e me la misi a tracolla. Uscii dalla porta, lentamente come vi ero entrata e mi misi a camminare su quel bel prato, mentre guardavo i cigni nel laghetto che si allontanavano creando intorno a loro splendidi giochi d’acqua.
I miei occhi invece erano finalmente asciutti.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. ellemmeci ha detto:

    narrazione delicata, bel racconto

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  2. Voti utili ai fini del racconto 1

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