Il figlio del dolore di Andrea Ansevini

Quella che mi appresto a raccontare è una storia vera, ad eccezione del nome dei diretti interessati e dei luoghi in cui vivono e si svolge il racconto.
Alcuni fatti e notizie sono tratti dalle leggi che oggi abbiamo e che li regolamentano dato che accadono quasi sempre quotidianamente.
Lui, Giorgio, la prendeva a schiaffi e pugni, la picchiava fino a farle perdere i sensi.
Di li a breve poi gli insulti, le offese e quando le diceva che la colpa era soltanto sua, lei ci stava male come non mai.
Sono trascorsi poco più di tre anni da quella volta in cui Luciana quella volta mi ha raccontato la sua storia.
Era ancora piena d’angoscia, le tremava la voce, perché parlando, riviveva quei momenti vissuti qualche tempo prima, la sua mente non si era mai veramente distaccata da quell’esperienza di quei giorni e lei aveva ancora paura.
Luciana, aveva subito per quasi cinque anni violenze psicologiche, violenze fisiche e violenza sessuale, fino ad arrivare infine alla scoperta di un brutto tumore.
Tutto quanto è durato fino a quando, un giorno, ha deciso di lasciare il responsabile di tanto male, il suo compagno Giorgio.
Tutto era iniziato nel 2008 quando Luciana aveva solo 18 anni, quando era fidanzata da appena un anno con il suo compagno di liceo, Giorgio.
All’inizio sembrava con lei dolce, comprensivo e premuroso, sempre attento, tant’è che ai suoi genitori era piaciuto fin da subito.
Il vero problema iniziò poco dopo che andarono a convivere assieme.
Una sera Luciana, per fare cosa gradita a Giorgio, dato che era il suo compleanno, uscita da lavoro andò a farsi i capelli dalla parrucchiera per farsi bella per lui, per questo tornò a casa un po’ più tardi del previsto.
Ricordo che mi disse che Giorgio era su tutte le furie come rientrò a casa.
-“Dove cazzo sei stata per tornare tardi a quest’ora? Non lo sai che è il mio compleanno!”
-“Sono stata a farmi bella per te amore! Non vedi i miei capelli!”
-“Si li vedo! Ma secondo me c’è anche qualcosa che mi nascondi!”
-“Non ti nascondo nulla amore! Te l’ho detto che…”, non fece nemmeno in tempo di parlare che Giorgio mollò sul suo viso uno schiaffo con tutta la sua forza.
Fu talmente forte la botta subita che le uscì anche il sangue dal naso.
-“Allora vuoi dirmi cosa mi nascondi?”
-“Te l’ho detto amore, sono andata a farmi bella per te!”
-“Non ti credo! Sei solo una puttana!”, e giù altri schiaffi.
Giorgio aveva alzato le mani su Luciana fin dall’inizio della loro storia, la colpiva fino a che non aveva più forze, fino a quando stramazzata al suolo, iniziava ad offenderla:
“È colpa tua…” le diceva, “…io ho lasciato la famiglia per te! Io ti amo!”.
Lei si convinceva che realmente fosse così, che il suo fosse affetto, che lui agisse così per troppo amore, così anche lei anzi si colpevolizzava e si convinceva che fosse vero.
Questa persuasione la portava a voler fare sempre di più ad accontentarlo, cercando la sua approvazione, a dargli ragione per poi scusarsi per cose di cui non aveva colpe.
Ogni volta, dopo le botte, riuscendo a stento a sollevarsi da terra, si sdraiava sul letto stanca e piangeva.
Giorgio andava da lei e la consolava: “Non fare così…”, le diceva “…io ti amo. Scusami amore!”. Appena lei si riprendeva però, lui ricominciava a picchiarla. Arrivava persino a poggiarle un cuscino sul volto minacciando di ucciderla se non la piantava di piangere. Era troppo geloso, ma la sua gelosia si era trasformata in possessione.
Era arrivata a un punto che Luciana non poteva uscire senza Giorgio.
Se andava fuori con le amiche, lui la seguiva a distanza senza farsi vedere per vedere se c’era qualcuno nella sua vita al di fuori di lui.
Una volta ricordo che una sua amica presentò alle loro amiche il suo fidanzato, quando arrivò Giorgio con l’auto e le disse di salire subito che aveva fretta e dovevano sbrigare un impegno urgente, così la caricò in macchina e la portò subito a casa.
Una volta dentro al loro appartamento, la trascinò a forza nella loro camera da letto, chiuse la porta a chiave e chiese spiegazioni per sapere chi fosse quel ragazzo.
Luciana non faceva a tempo ad aprire bocca che gli schiaffi arrivavano puntuali sul suo bianco viso.
Tramortita come sempre, cadde a terra e lui dopo averle dato un forte calcio su un fianco, la afferrò per i capelli e le disse di alzarsi in piedi, poi la spinse a forza sul letto e come sempre prese il cuscino per coprire i rumori dei suoi pianti.
Lei pensava come sempre che volesse ucciderla, ma se l’era “fortunatamente” cavata “solo” con qualche schiaffo e con una costola dolorante.
Tempo dopo la rabbia di Giorgio si riversava anche sugli oggetti. Prendeva piatti, bicchieri e li lanciava contro i muri, distruggeva vetri e mobili.
Una vera e propria furia, che Luciana viveva nel terrore quotidiano.
“A quei tempo mi sentivo vuota, una nullità, mi ero talmente annullata per quello che stavo vivendo, da non avere la forza di parlarne con qualcuno”, mi raccontò con voce commossa, inoltre
per coprire i segni della violenza subita, si truccava molto il viso con del fard per non far vedere i segni che le restavano stampati sul volto.
Quel problema alla costola però si manifestò in tutta la sua dolorosità qualche giorno più tardi a lavoro, difatti mentre si stava per alzare in piedi per andare fuori a pranzo con la sua amica Grazia, si sedette di nuovo e si piegò in due dal dolore, al che Grazia vedendo sul suo volto la smorfia di dolore le chiese cosa avesse. Luciana senza dire di quanto stava subendo da Giorgio, si limitò a dire che si era alzata troppo di fretta e aveva fatto uno strappo, però vedendo che però quel dolore non accennava a placarsi, si propose di portarla al pronto soccorso a farsi vedere, ma lei disse che non era necessario e subito dopo scoppiò a piangere.
Preoccupata dell’accaduto, Grazia le si avvicinò per abbracciarla e rincuorarla, al che Luciana non appena si sentì toccare dalla sua amica le urlò:
-“Non mi toccare!”
-“Ehi Luciana! Non ti sto facendo nulla! Sei sicura di stare bene?”
-“Si sto bene!”
-“Non si direbbe! Piangi per non so cosa! Mi avvicino per farti forza, scatti come una molla, mi dici che non ti devo toccare… Scusa se te lo dico Luciana, ma per me hai qualcosa che non va!”.
Così restarono lì in ufficio a guardarsi per svariati minuti, poi come Luciana si calmò, Grazia con voce delicata e dolce le chiese di nuovo cosa avesse che la turbasse così tanto.
Luciana allora si alzò, andò verso Grazia e la abbracciò forte, poi guardandola negli occhi le disse:
-“Lo sai tenere un segreto Grazia!”
-“Certo Luciana! Fidati di me!”
-“Sai…” si guardò intorno per assicurarsi che non ci fosse nessuno all’ascolto “…Sai, negli ultimi tempi Giorgio mi picchia e mi umilia spesso! Ho paura che un giorno o l’altro mi ucciderà!”.
A quelle parole Grazia rimase incredula e sbiancò in volto.
-“Quello che mi hai appena detto Luciana, è gravissimo! Da quanto tempo vanno avanti queste violenze? Dovresti denunciarlo!”
-“No, non voglio denunciarlo! Gli voglio troppo bene, lui è l’uomo della mia vita e che tra non molto sposerò!”
-“Tu sei pazza! Lascialo prima che sia troppo tardi!”
-“E come? Non ce la faccio! Non è cosa facile! Se lo lascio ho paura che sarà peggio!”
-“Rivolgiti al Telefono Rosa, sapranno aiutarti!”.
E lei così fece.
Secondo la presidente di Telefono Rosa, laMoscatelli, molte delle telefonate ricevute dall’associazione hanno denunciato traumi cranici e trasporti d’urgenza in ospedale. In tutti questi casi le vittime hanno parlato di un io inesistente, di angoscia e della sensazione che la propria vita fosse un fallimento, inoltre, per tutte le donne che si rivolgono al Telefono Rosa, il sentimento che domina va dalla paura alla diffidenza, la speranza non è contemplata.
Chi chiama non riesce a vedere la luce in fondo al tunnel ed è anche per questo che non si trova il coraggio di rompere una relazione pericolosa.
Nemmeno Luciana aveva la forza di lasciare Giorgio, lei nonostante tutto lo amava e aveva lasciato tutto e tutti per stare solo con lui.
Pochi mesi dopo si sposarono con rito religioso nella chiesa di Genga.
Una volta sposati le violenze continuavano e le ripetute minacce di morte rimandavano continuamente la decisione di porre fine a quella storia.
“Se mi lasci ti uccido” le ripeteva spesso Giorgio, era diventato il ritornello del suo terrore, un circolo vizioso dal quale non riusciva ad uscire.
Aveva cambiato anche lavoro ed ora faceva la barista al centro commerciale della zona, però quel lavoro dovette abbandonarlo molto presto a causa del mancato rinnovo di contratto.
Quando la sera lo disse a Giorgio, iniziò a dirle che la colpa fosse di lei che non era altro che una buona a nulla, incapace di fare anche il più semplice dei lavori.
Qui nemmeno a dirlo, giù altre botte, ceffoni, calci e pugni.
Solo dopo questo ennesimo affronto Luciana, ricordando le parole che le disse tempo prima la sua amica Grazia, si fece coraggio e decise di lasciarlo.
Per la presidente Moscatelli, in alcune delle donne soggette a violenza c’è la maturazione della situazione e la nascita di una consapevolezza che porta a reagire.
Così è stato anche per Luciana e un giorno mi disse che in lei era scattato qualcosa:
“Ero stanca, volevo uscirne, volevo farla finita con quell’uomo che era solo sinonimo di violenza e terrore”.
Incubo finito? Purtroppo no, perché Giorgio non aveva accettato questa scelta. Sentiva ormai Luciana di sua proprietà e non ammetteva il fatto di essere stato abbandonato.
Faceva pedinamenti, appostamenti e avvistamenti con il binocolo per spiare la vita di quella donna, che amava ossessivamente; poi sms al cellulare, telefonate insistenti ad ogni ora del giorno e della notte, in cui spesso la minacciava di morte: “Se non vuoi stare con me, vivi segregata in casa e guai a te se ti becco in giro!”.
Tutti comportamenti che oggi sono condannati dal codice penale italiano come stalking.
Luciana era terrorizzata, viveva come se fosse sottoposta ad arresti domiciliari, ma il tutto peggiorò quando venne a sapere che era arrivato a rivolgersi a persone vicine a lei, le quali avevano capito la sua violenza su di lei cercando di spiegare i motivi del suo comportamento, ma lui abbindolò tutti dicendo che la colpa era solo di Luciana. Il suo era solo troppo amore, lei era quella sbagliata.
Un giorno Luciana, stanca di quella condizione, si fece coraggio e denunciò Giorgio per stalking.
L’iniziale esitazione della polizia davanti al suo racconto di violenza, è stato però un ulteriore ostacolo per lei.
Gli agenti facevano fatica a credere che un uomo conosciuto in paese e con un’ottima reputazione potesse essere l’autore di tanta violenza fisica e psicologica. Nei piccoli paesi di provincia capita che gli agenti siano disorientati, nel momento in cui si trovano di fronte a una denuncia per stalking. Il procedimento aveva fatto comunque il suo corso, Giorgio era stato infatti processato e dopo avers contato la pena agli arresti domiciliari era tornato libero.
Nonostante tutto Luciana, aveva ancora paura, quando usciva si guardava sempre le spalle.
La sua vita era condizionata da quello che aveva vissuto e da quello che aveva provato.
L’angoscia non era scomparsa, il dolore subito rimaneva ancora attaccato su di lei.
Un giorno mi disse che l’umiliazione è un marchio indelebile che la accompagnerà per tutta la vita, ed io le risposi: “Non devi mai abbassare la guardia, nemmeno tra 50 anni! Devi essere sempre vigile su tutto”.
Dopo tutto questo periodo, alla fine quando ormai dopo tre anni tutto sembrava passato e le violenze subite ormai non più presenti, mentre si trovava in vacanza due settimane sulle coste della Puglia, accadde in lei qualcosa che nessuno sa spiegarsi come mai sia successo ciò.
Mentre si trovava appunto in Puglia per riposarsi nel tranquillo paese di mare San Foca, una sera di ritorno da una passeggiata sul lungomare, mentre stava rientrando al residence dove alloggiava, proprio come aveva aperto la porta della sua stanza, prima di entrarvi, vide riflesso nello specchio alla sua destra la sagoma di un volto a lei noto uscito dall’ascensore: Giorgio.
Anche lui, sfortuna vuole, non si sa come mai, era in vacanza nella stessa cittadina.
Quando si incontrarono entrambi restarono a fissarsi occhi negli occhi: lei attraverso la specchiera, lui vedendo quella donna immobile di fronte a lui che gli dava le spalle e non capiva il motivo della sua immobilità.
Come fece per avvicinarsi, anche lui si bloccò di colpo, in quanto sul collo di lei aveva riconosciuto un tatuaggio a lui tanto familiare e capì che era la sua ex Luciana. Nessuno di loro accennava a muoversi e a proferire una parola, poco dopo lui fece la prima mossa:
-“Da sola?” chiese accendendosi una sigaretta.
-“Certo, da sola e con chi sennò!”.
Cominciò a farle un mucchio di domande, se aveva un nuovo ragazzo, se a lui piaceva ancora e dove vivesse ora dato che non aveva più avuto sue notizie e voleva riconciliarsi di nuovo visto che diceva era cambiato in meglio, in quanto i domiciliari lo avevano segnato profondamente.
“Non ci crederai ma mi sono sentita come se dovesse venirmi da vomitare appena lo vidi! Il sangue smise di corrermi nelle vene, volevo entrare al più presto nella mia stanza ma non riuscivo, in quanto la sua visione mi aveva bloccata.
Poco dopo inizio ad allungare le mani e sfiorare la mia pelle:
-“Non mi toccare!”.

 

-“Oooh! La signorina non vuole essere toccata. Hai paura che sgualcisco la camicetta!”

 

-“Ti ho detto non mi toccare, stronzo!” gli dissi come a spingerlo indietro con un piccolo pugno affinchè potessi prendere qualche metro ed entrare in fretta nella stanza, ma lui insisteva:

 

 

-“Ehi, la signorina si ribella! Mi ha dato pure uno pugnetto! Queste cose non si fanno se non si è in grado di colpire bene!” sospirò…

 

 

-“Vedi come si fa? Così puttanella che non sei altro!”
<>

 

-“Ti prego, lasciami andare…!” 

 

-“Oh, perché altrimenti che fai? Mi denunci di nuovo?”

 

 

-“Niente non dirò a nessuno quello che è successo stasera, basta che mi lasci! Lasciami Giorgio, mi stai facendo male!!!”

 

 

-“Allora non hai capito che non devi alzare i pugni se non sai fare! Ecco come si fa!

 

 

E giù un altro pugno… <>
-“Ahi! Aiuto!!! Chiamate la polizia!!!” dissi cercando di scappare.

 

-“Chiami aiuto? Qui non c’è nessuno che ti sente e adesso non mi scappi brutta puttana! Prima me lo fai diventare duro e adesso vuoi andartene? Vai! Corri, tanto ti prendo!”.

Ricordo mi disse prima di perdere i sensi che le sembrava di avere sentito una voce di qualcuno che aveva risposto e aveva già chiamato la polizia, poi ricordava di un pugno di nuovo sul viso e che cadde a terra, non prima però di ricevere un calcio su un fianco, poi più nulla.
Quando si riprese capì di trovarsi nel suo letto e aveva un labbro che sanguinava, mentre davanti ai suoi occhi trovò il viso di Giorgio.
“Sentivo il cuore scoppiarmi in petto e il battito si perdeva, tornavo con le immagini a poco prima.
A quel punto lui cominciò ad avvicinarsi di più, iniziò a toccarmi e mi ribellai, ma lui era più forte, così mi spinse di nuovo a forza sul letto e lui mi venne sopra.
In attimo mi strappò la camicetta e il reggiseno, poi slacciandosi la patta, tirò fuori l’arnese e mi strappò gli slip cercando di violentarmi, ed io tenevo le gambe per quanto possibile strette, ma con la sua forza riuscì ugualmente ad allargarmi le gambe riuscendo a penetrarmi, mentre con una mano mi teneva la bocca chiusa per non fare udire le mie urla, solo dopo che venne si alzò.
Ero tutta sporca di sperma, lui mi guardò e si mise a ridere, mi disse che quella roba appiccicosa serviva per fare i bambini.
Cosa mi saltò in mente poi non lo so, presi le forbicine sul comodino e le strisciai sul suo viso.
Lui portandosi una mano sulla guancia iniziò ad urlare per il dolore mentre il sangue che gli fuoriusciva sporcava tutto quanto.
Solo a quel punto riuscii a scappare e uscire fuori per gridare di nuovo aiuto per la violenza subita.
Fuori nel frattempo era accorsa della gente e tutti mi guardavano, una signora mi passò una vestaglia e me la misi addosso, poi mi portarono in caserma assieme a Giorgio che nel frattempo era stato ammanettato dai carabinieri.
Quella sera venne anche un medico a visitarmi, poi rimasi li per un giorno e mezzo, fino a che mia madre avvisata non venne a prendermi e qui altro casino con lei che iniziò ad urlare contro me:
-“Cos’hai combinato? Non ti vergogni?”
-“Io devo vergognarmi, mamma  ma lui mi ha v…”
-“Taci, la gente non deve sapere più di tanto!”.
“La gente non doveva sapere, ma se ormai era sulla bocca di tutti pazienza.
Andammo via di notte per non farci vedere da nessuno come se la colpa fosse solo mia.
La reazione di mia madre fu dovuta anche al fatto che quella sera scoprì che con Giorgio avevo già fatto qualcosa perchè non ero più vergine, quindi per lei la colpa era mia.
Il fatto per lei si chiuse così e non se ne parlò più. Stop! Finito!.
Per la giustizia italiana invece ci fu un processo giudiziario visto che avevo usato un’arma per difendermi, interrogazioni su interrogazioni, processo a porte chiuse a Otranto, perchè il fatto era accaduto in Puglia, alla fine la nostra condanna…
Io a tre mesi di domiciliari per averlo sfregiato, lui a dieci anni di carcere per tentata violenza, ma sicuramente con le leggi che abbiamo tra qualche anno sarà di nuovo fuori e prontamente tornerà per vendicarsi…”.
Dopo i tre mesi di domiciliari, come aveva ripreso la libertà, man mano che usciva a “riprendersi la vita che la aspettava” si sentiva affannata, continuava a correre in preda alla paura, cercava di scappare da quell’incubo che aveva appena vissuto e cercava di farlo più velocemente possibile, ma sentiva quei passi ancora troppo vicini a lei. Si guardavo attorno per cercare qualcuno, qualcosa, una via di fuga, ma non c’era niente di fronte a lei, solo il buio pesto della notte o i colori delle giornate che avanzavano durante il giorno.
Purtroppo proprio mentre cercava di “riprendersi la vita che la aspettava” la attendeva al varco un’altra ben più grande sfida da vincere che andava oltre le violenze subite…
Ricordo che un giorno mentre si trovava con un’amica al centro commerciale per fare la spesa nell’ora di libertà, all’improvviso diceva di non ricordare come mai fosse finita li e chi fosse l’amica al suo fianco, che si accasciò a terra priva di sensi.
La portarono di urgenza in ospedale con codice rosso e le fecero tutti gli esami necessari. Solo dopo alcuni giorni di visite e controlli, le diagnosticarono un tumore maligno al cervello in avanzato stato.
Da li a breve iniziò per lei il calvario della chemioterapia per ridurre quel brutto male, ma tutto fu invano.
Dopo aver prima lottato contro un orco abominevole che le inflisse le violenze più efferate, da quella psicologica a quella fisica, fino a quella sessuale; poi ora lottare per questo tumore, alla fine si arrese alla vita il giorno in cui suo figlio finiva il suo primo anni di vita.
Già perché non vi ho detto, che dopo quella notte di violenza sessuale, Luciana rimase anche incinta da quel mostro di nome Giorgio che aveva abusato di lei mentre era in vacanza.
Come apprese la notizia della gravidanza subito rimase incredula, poi si rassegnò al pensiero che almeno sarebbe diventata mamma per la prima volta.
Come lo scoprì si rivolse al suo avvocato per sapere se era il caso di dirlo o meno a Giorgio che era in carcere, ma l’avvocato le disse che sarebbe stato opportuno non dire nulla e mantenere il silenzio, altrimenti si sarebbe scatenato un contenzioso senza fine.
Dopo nove mesi da quel bruttissimo fattaccio, partorì un dolcissimo bambino di nome Marco, ribattezzato però dai più maligni come “il figlio del dolore”.
Quando Luciana mi ha lasciato nel 2013 aveva solo 23 anni e quello che mi ricordo più di lei è la sua storia che mi ha raccontato qualche tempo prima di spirare.
Era tutta sudata, l’emozione nel raccontare questo pezzo di vita era stato per lei immenso.
Solo per rispetto ho dovuto non scrivere alcuni suoi passaggi, ma una cosa che ho sempre cercato di tenere nascosta era il suo urlo che emanò un istante prima di morire che si alzava forte, vibrante, pieno di vita, rimbombando tra quelle quattro pareti del soggiorno di casa durante la festa del primo anno di vita di Marco:
“Basta con la violenza sulle donne! Basta! Marco ti voglio bene!”, detto ciò cadde a terra e spirò.
Nonostante i soccorsi vennero avvisati subito, quando arrivò l’ambulanza, per lei era ormai troppo tardi, a nulla valsero i tentativi per rianimarla.
RIFLESSIONE DI LUCIANA: “Mi è rimasta una paura che non so descrivere, ma in ogni uomo che si avvicina vedo un orco. Non è facile per me, odio essere toccata, se un uomo mi sorride tremo, penso sempre ad una tresca, mi sento come un pesce pronta per essere adescata, una sensazione terribile e sopratutto non ho più fiducia nel sesso maschile.
Nonostante tutto ciò sono diventata mamma ed ho ora anche un figlio bellissimo.
Ho cercato di rendere la mia vita uguale a tante altre donne, ma invano.
Tra l’apparire e l’essere c’è molta differenza, solo chi ha provato sulla sua pelle comprende di cosa sto parlando”.
Si parla di femminicidio nel momento in cui una donna subisce abusi o viene uccisa in quanto portatrice di un’identità di genere. L’ultima legge contro la violenza sul sesso femminile prevede misure più severe per chi si rende responsabile di atti del genere, molti però sostengono che non sia sufficiente ad arginare un fenomeno che è tutt’ora in continuo aumento.
Secondo la deputata di Sinistra Ecologia e Libertà, Nicchi “la legge ha seguito un’impostazione prevalentemente di tipo emergenziale, che ha privilegiato gli aspetti di inasprimento delle pene. Una scorciatoia questa, che non fa i conti con le radici profonde che sono frutto della concezione del dominio maschile sulle donne, oggi in crisi anche a causa della ferma volontà delle donne stesse di vivere in libertà e autonomia”.
Secondo la presidente Moscatelli invece, non bisogna unicamente riflettere sull’efficacia della legge. Il problema dei procedimenti giudiziari contro gli accusati di stalking e atti di violenza, sta nella durata dei processi, infatti se sono troppo lunghi portano indietro nel tempo le donne e le costringono a rivivere la violenza subita ogni volta che affrontano un’udienza.
Anche Luciana è stata soggetta ad atti inerenti al femminicidio, lei però ha potuto raccontare la sua storia.
La sua vita era stata condizionata per sempre e non sarebbe tornata mai più a essere la persona che era quando l’ho conosciuta circa dieci anni fa ed era appena una ragazzina.
Per molte donne come lei l’epilogo è stato drammatico. Nel 2013 ne sono morte 128.

 

Queste vittime non potranno più far sentire la loro voce, uccise da chi, come Giorgio, diceva di amarla troppo, ma fino a che non ci saranno pene più severe, molti altri “mostri” continueranno ad uccidere ragazze e donne.

20 commenti Aggiungi il tuo

  1. Claudia Mameli ha detto:

    La cosa più triste è una madre che non difende la propria figlia ma la accusa di essere lei stessa la causa del proprio male e la vergogna della famiglia. Vergogna per quella donna che non merita di essere chiamata madre.

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  2. Carmen.gio ha detto:

    Toccante

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  3. Barbara ha detto:

    Un racconto che fa riflettere, ben scritto ! Complimenti

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  4. Pregno Valentina ha detto:

    Una storia da brividi e paura, ma questi fatti sono all’ordine del giorno. Donne non lasciate che questo avvenga, su di voi e denunciate chi vi fa del male.

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  5. Laura Molinelli ha detto:

    Un racconto che ha toccato tutte le tipologie di violenza di genere, piaga del nostro tempo: violenza psicologica, fisica, sessuale e stalking.
    Luciana ha sofferto, ha lottato per riprendersi la sua vita. Ho sofferto con la protagonista. Ho fatto un sospiro di sollievo, quando è riuscita a liberarsi del suo carnefice ma il destino ha rimesso sulla sua strada, quell’essere immondo, Giorgio, ha nuovamente usato le peggiori violenze su di lei.
    Luciana è una donna segnata dalla tragedia sino alla fine. Non è morta per mano del carnefice però è morta.
    Un finale inatteso che ha colpito la mia sensibilità di donna, commuovendomi fino alla fine.
    L’autore ha saputo tenere il lettore con il fiato sospeso sino alla fine. Bravo!

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  6. Francesco S ha detto:

    Molto triste, profonda e intensa

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  7. Andrea ha detto:

    grazie Andrea

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  8. Alessia da Torino ha detto:

    Purtroppo la trama è sempre quella che l’uomo è un vigliacco. Non voglio offendere tutti gli uomini perché grazie a Dio non sono tutti così.Cmq bravo Andrea scrivi molto bene !

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  9. idevox ha detto:

    un racconto superlativo, ci lavorerei un attimo per eliminare qualche ripetizione per renderlo perfetto . Complimenti!

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  10. Gerardina ha detto:

    Davvero tremenda questa vicenda.lascia un senso di impotenza terribile e si resta increduli di fronte alla incapacità della legge di tutelare le vittime.inutile dire che io lo avrei portato con me all’inferno,altro che sfregiato. Triste anche l’atteggiamento della madre in quanto tale e in quanto donna.

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  11. Renato Pelonara ha detto:

    Molto bello ed intenso.

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  12. Roberta ha detto:

    Bel racconto!

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  13. cucinamonamourblog ha detto:

    Bellissimo e a sua volta struggente. Complimenti Andrea.

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  14. Luisa ha detto:

    Bel racconto. Ancora più lodevole perché scritto da un uomo.

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  15. Anna ha detto:

    Bravo Andrea, è un tema da ricordare, purtroppo chi vive queste situazioni viene spesso lasciato solo perché far finta di non vedere è molto più comodo…

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  16. Donatella ha detto:

    È’ molto importante che sia stato un uomo a scrivere questo bel racconto, anche se purtroppo la violenza contro le donne troppo spesso non è condannata nemmeno dalle donne stesse, che ne diventano come nel caso della madre, complici. Andrea dimostra ancora una volta la sua capacità empatica.nei confronti del dolore e della solitudine di tante , troppe donne.

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