Intervista allo specchio di Angy C. Argent

Questa è una storia vera. Scritta sotto forma d’intervista per dare risalto al modo e al tono in cui mi è stata riportata: impersonale, distaccato. Per fare comprendere al lettore come vive una donna che ha subito violenza: sdoppiandosi, creando una copia carbone di se stessa senza l’ombra del disagio e del dolore relegandolo in una zona nascosta e profonda di se. Per poter continuare a vivere. Perché la violenza subita una donna non potrà mai dimenticarla. La pelle non dimentica.
Oggi ho un impegno importante. Non voglio essere disturbata e spengo il cellulare salendo in macchina. Direzione: mare, un hotel e Elisabetta. Arrivo, salgo direttamente al quarto piano e busso alla porta della camera. Lei mi saluta gentilmente e mi fa accomodare in terrazza su una poltroncina in rafia. Sorseggio il caffè che mi porge e sistemo sul tavolino il registratore. E’ visibilmente pronta. Me lo dicono gli occhi segnati da qualche ruga ma con  lo sguardo sereno. Elisabetta mi concede di intervistarla. Sono più emozionata di lei a dire il vero. Mi tolgo la giacca, respiro e mi concentro sulla prima domanda da rivolgerle. Io mi chiamo Angy, per comodità metterò solo le iniziali dei nostri nomi accanto alle domande e risposte. In fondo questa è la storia di tutte le donne, qualsiasi nome abbiano.
A: “Elisabetta, perché oggi e proprio con me questa intervista?”
E: “Oggi sono pronta a confidarmi con qualcuno che mi sia vicino ma non sia un familiare. Qualcuno che possa fare conoscere, seppur nei limiti che l’anonimato m’impone, la mia storia. Quella persona sei tu. Una donna che si è rivelata mia amica in tarda età, alla quale posso affidare parte di un passato a lei sconosciuto e che può, quindi, ascoltare con obiettività e senza pregiudizi.”
A: “ Parlami della scelta del luogo dell’intervista.”
E: “Un luogo asettico, che non contiene tracce della mia storia. Dove nessuno può interrompere il flusso dei ricordi e dove questi faranno meno male nel prendere forma. Insomma un luogo dove posso mantenere le debite distanze da quel passato. Non posso permettermi di lasciarmi travolgere dalle emozioni. Non ora.”
A: “Credo che tu debba raccontarci della tua infanzia per potere comprendere il dramma che hai vissuto.”
E: “Ero felice, avevo una famiglia unita. Sono la primogenita, ho sempre amato lo studio nel quale riuscivo piuttosto bene. Ero una bambina di sette anni allegra, sensibile. Poi successe un fatto strano. Per me allora fu catalogato come strano. Uno zio veniva spesso a trovarci, portava regali era gentile. Non parlava molto con noi, ci dava un buffetto sulla guancia poi stava con gli adulti a mangiare e parlare intorno alla grande tavola. Un giorno chissà perché mi chiese di seguirlo dopo pranzo nella stanza. Lui aveva l’abitudine di fare un pisolino. Non mi piacque quell’invito, dall’alto die miei sette anni qualcosa mi diceva che non era  normale. Ricordo che mi posi dei quesiti: se non vado si potrebbe offendere? Se lo dico a mamma dirà di andare dallo zio o troverà strana questa richiesta? A malincuore andai. Mi fece sedere su di lui a giocare a cavalluccio. Niente di che direte. Ma le sue mani sul sederino che stringevano, le sue reni che spingevano forte giocando a cavalluccio, le guance che divennero rosse, un rigonfiamento sotto di me, che avevo la gonna per cui sentivo bene qualcosa di estraneo, non conosciuto, lo sguardo nero… Non fu piacevole. Mi congedò dicendomi di andare a giocare ora. Non successe nulla. Segnò solo la mia anima di vergogna per qualcosa che sentivo fosse “male” senza sapere cos’era il bene e il male. Decisi che non sarai andata mai più da lui né mi sarei trovata da sola con quello zio. Lo evitai sempre e anche lui fece lo stesso. Non dissi mai nulla perché avevo paura che non mi credessero e per non dare un dolore ai miei genitori. Il cuore sapeva cosa passò per la testa di quello zio. Credo di non essermi mai liberata di quello strato sottile di sudicio che mi lasciò quell’esperienza, ancora arrossisco se ci penso.”
A: “Questo episodio spiacevole come ti ha segnata?”
E: “Da allora ebbi dei cambiamenti umorali, accantonai il ricordo in un posto inaccessibile. Almeno credetti di averlo nascosto bene. Poi verso i nove anni cominciarono crisi di panico notturne, emotività crescente, cambi d’umore repentini. Erano manifestazioni discontinue, i miei genitori si preoccuparono quando, a undici anni, ebbi crisi depressive in cui dicevo che non volevo vivere perché non aveva senso la vita e mi ferivo le braccia con degli spilli. Mi portarono da uno psicologo, poi un team di medici strizzacervelli mi sottopose ad ogni sorta di esami compreso un elettroencefalogramma. Non so che diagnosi abbiano fatto. Mia madre disse che non era niente, risultavo solo più matura dell’età che avevo e dovevo prendere delle medicine. Presumo che le medicine abbiano fatto effetto perché poi non ebbi più quelle crisi.”
A: “Tu cosa pensavi di te stessa in quel periodo?”
E: “Non capivo cosa mi stesse succedendo. Ero spaventata. Il pensiero di “quella cosa” tornava a infastidirmi e subito lo ricacciavo lontano, dentro me, non so dove. Mi son sempre chiesta dove vadano a finire certi ricordi che fanno avanti e indietro nella mente come gli pare. Certe memorie che sembrano innocue sono come tarli, corrodono alla lunga. Per questo oggi so che è sempre meglio parlarne, tirarle fuori con le unghie e con i denti se necessario per difendersi, per tornare a sentirsi se stessi e puliti, a posto con il mondo. Desidero dire a tutti i bambini, adolescenti, che non devono avere timore a parlarne con una persona di fiducia, sia madre, padre, fratello, amico o medico. E’ vero che cambieranno molte cose all’interno della famiglia, nell’ambito delle amicizie, a scuola ma questo non è nulla in confronto a quello che porterete sempre con voi chiuso nella vostra anima e che vi avvelenerà l’esistenza. Il cambiamento ci sarà comunque e voi non ve ne renderete conto e vi ucciderà, o meglio ucciderà una parte di voi stessi quella vera, genuina e non tornerà più.”
A: “Quindi all’apparenza tornasti ad avere una vita regolare?”
E: “Sì, almeno per un paio d’anni fu così. Continuai le scuole medie. Avevo solo un’amica, compagna di scuola ma alle superiori prendemmo indirizzi diversi e non ci frequentammo più come prima. Le altre compagne erano più vivaci. Una ragazza non voleva studiare ma i suoi genitori erano severissimi e capitava che prendendo un otto piangesse! Lei voleva fare la fotomodella, in effetti era altissima e bella, non vedeva l’ora di abbandonare la famiglia. Una volta io e la mia amica andammo a casa sua a pranzo, fu spiacevole. La madre gelida non volle nemmeno che sua figlia uscisse a fare due passi per il paese dopo pranzo. La figlia si ribellò non continuando gli studi alle superiori. Dall’altro lato c’erano ragazzine che avevano troppa libertà. Molte avevano il ragazzo ed erano già attive sessualmente, andavano in discoteca al pomeriggio. Per molte di loro non era normale che fossi ancora vergine o che non avessi comunque un boyfriend, che non amassi le discoteche o non fumassi. Mi prendevano in giro. Alla fine mi trovavo meglio con amicizie più adulte che non mi chiedevano cosa facessi o perché non facessi cosa. Andai in discoteca tre volte in tutto per vedere l’ambiente e spinta da alcune ragazze. Non mi trovai bene. Orde di ragazzini chiassosi e droga che girava. E giravano anche molti maggiorenni. Non so, ebbi la sensazione, già avuta con mio zio, di essere finita in trappola. Quindi decisi che se dovevo finire in trappola poteva essere solo per mia volontà.  Anche questo mi ha insegnato che non si deve mai fare qualcosa perché la fanno anche i tuoi amici, il gruppo. Ogni esperienza deve essere fatta solo al momento giusto perché si desidera farla. Fui promossa e già mi ero iscritta alle superiori. Quell’estate conobbi delle persone più grandi di me. Alcune ragazze erano amiche di mia sorella e vivevano nella strada accanto alla nostra. Andavamo nel cortile di casa di Sofia a parlare, bere una bibita. C’era anche suo fratello maggiore, molto timido e gentile. Mi sentivo bene. Si suonava la chitarra, si cantava, si parlava anche di politica con Monia che era molto attiva socialmente. Erano tutti ragazzi tra i diciotto e i venti anni d’età. Alcuni abitavano nel quartiere e frequentavano la stessa Parrocchia. Fra questi legai molto con Irene di diciotto anni, commessa in un negozio in centro, era una ragazza semplice e diceva quello che pensava. Fu facile iniziare un’amicizia. Lei spesso veniva a casa nostra a cena, si fermava per due chiacchere e poi andava fuori con i suoi amici. Io non uscivo dopo le dieci di sera ovvio. Per questo ai miei genitori piacque molto Irene, lei mi rispettava e mi era amica davvero.”
A: “ Poi cosa accadde dopo quell’estate?”
E: “Cominciai le superiori, Irene veniva sempre a casa. I compagni di classe li trovavo ancora immaturi. Non ebbi il tempo di conoscerli bene, forse avrei potuto trovare un’amica della mia età. L’estate dopo compii quindici anni e la vita mi sorrideva. Il percorso di studi scelto mi piaceva, avevo amici, una vita sociale e una bella famiglia. I ricordi brutti sembravano cancellati. Poi accadde quello che nessuno vorrebbe mai per se stesso o per i propri figli. Da allora mi sono sempre domandata se il destino esista davvero. Se abbiamo già una strada segnata da percorrere. Se gli avvenimenti  ci sono attribuiti prima e  poi debbano realizzarsi per forza. O forse fu solo sfortuna? Non l’ho mai saputo. La mia amica Irene aveva un ragazzo da due anni e una sera chiese a mio padre se potevo uscire con loro. Andammo al cinema. Tornammo alle ventidue, presto, e quindi i miei si fidarono di questi amici e cominciarono a farmi uscire con loro. Un pomeriggio, essendo molto caldo, organizzammo di andare in un posto fuori città a mangiare. Due minuti prima dell’orario stabilito io uscii e li aspettai davanti al portone. Arrivarono ma su un auto che non conoscevo, con loro c’era un amico del ragazzo di Irene. Me lo presentarono e io rimasi perplessa. Vero che Stefano aveva sette anni più d’Irene ma il loro amico ne aveva trentadue e per me era un estraneo. Proposi di uscire un’altra sera, addussi mille scuse tra cui un leggero mal di testa. I miei amici mi guardarono delusi, mi dissero che eravamo già d’accordo per quella serata, di non fare storie, che mi avrebbero riaccompagnata se proprio non stavo bene. Così salii in auto con addosso una sensazione di malessere e mi ricordai di mio zio. In auto m’investì un odore forte di pino silvestre. Era il deodorante auto. Troppo intenso. Un odore che mi perseguita ancora oggi. Arrivammo a destinazione: un Hotel molto noto per la sua cucina, con annessa piscina all’aperto e discoteca. Cenammo tranquillamente in veranda poi Irene e Stefano decisero di fare una nuotata in piscina. Io rifiutai, ovviamente non mi ero portata un costume. Il loro amico, che chiameremo g. senza nemmeno la maiuscola, volle farmi compagnia. Seduti a un tavolo bordo piscina, ordinò champagne per tutti. Poco dopo, una specie di nuvola avvolse la mia mente. I ricordi sono frammentati. Proverò a raccontarli così, come li vedo. Tavolo, calici, bevo. Mi viene sonno? Mi gira la testa. Un cameriere arriva e aiuta g. a sollevarmi. Mi aiutano a salire scale. Buio. Mi vedo in un letto nuda, g. nudo su di me. Mi gira. Buio. Sento la sua lingua sulla schiena. Buio. Lo vedo di nuovo in faccia, su di me, tocco le lenzuola. Buio. Buio. Buio. Sono in macchina vestita. Buio. E’ mattina, mi sveglio vado a scuola. Non ricordo come sono arrivata in casa, né di essermi messa il pigiama, non ricordo Irene e Stefano dove fossero. Ma so che ero stata violentata. Che ero stata drogata. Però non avevo ricordi a parte quelli che ho condiviso ora. Non parlai con nessuno di questo, non avevo prove e mi ci vollero dei giorni per realizzare il tutto. Irene stranamente non disse nulla riguardo alla serata, io non avevo piacere di uscire in quei giorni ero visibilmente irritabile ma non mi ha mai domandato perché. Così dubitai della sua buona fede e la allontanai. Se avessi nutrito dubbi in merito a quello che mi era accaduto ci pensò un dottore a fugarli tutti: un mese e mezzo dopo ero incinta! Dunque era tutto vero. Lo dissi ai miei. Dissi che avevo fatto uno sbaglio e basta. Non volli raccontare nulla perché era già troppo quello che ora dovevano subire. Successe tutto in fretta. Fui portata in un’altra città per abortire. Non dimenticherò mai le lacrime di mia madre e il dolore di mio padre. La delusione nei suoi occhi è il prezzo più alto che ho dovuto pagare.”
A: “Come affrontasti tutto questo? Andasti da uno psicologo?”
E: “No. Non andai da un medico. Purtroppo non credo nella psicologia. E sapete perché? Perché non mi fido di nessuno. Questo l’ho capito troppo tardi. Si deve parlare, con uno specialista è meglio ma va bene la famiglia se si è in buoni rapporti. Non dobbiamo sempre pensare al dolore che diamo ai nostri familiari. Loro non sono fragili. Hanno vissuto prima di noi. Hanno avuto difficoltà e noi non c’eravamo ancora. Dobbiamo fidarci! Io ero arrabbiata e ferita, ero stata privata del libero arbitrio, il mio corpo usato senza il mio permesso. Ho avuto incubi, divenni claustrofobica,  anche una semplice anestesia per me è un dramma, non bevo, non mi drogo, ho il terrore di perdere la lucidità! Ma affrontai tutto come sempre: gettai ogni sensazione in fondo a me stessa. In quel pozzo nero che spero non si scoperchi mai. O ne sarò sopraffatta. Razionalizzavo, pensavo a studiare, alla mia vita, ai miei obiettivi da raggiungere. Ma quello che facevo era tutto il contrario. A sedici anni lasciai la scuola. Terminai il percorso di studi solo molti anni dopo. Ero infelice, tanto. Poi mi sentivo anche inadatta, sporca, una persona che aveva già bruciato tutte le sue opportunità. Mi risvegliai da questo torpore e ripresi gli studi. Dopo ebbi una vita. Non la mia, quella che avevo sempre immaginato, ma una vita. Costellata di relazioni, poche, con uomini sbagliati. Non mi sono mai innamorata. Non so cosa sia l’amore.”
A: “ In relazione all’aborto subito quali furono i tuoi sentimenti?”
E: “Quello che vissi fu orrore puro. Non che fossi particolarmente religiosa ma, una vita umana non è un gioco. La sentivo, la respiravo, era lì  che aspettava di crescere. Pensai all’opzione di non abortire, i miei non vollero nemmeno sentirne parlare. Non per leggerezza o mancanza di sensibilità, anzi loro erano contrari all’aborto. Lo fecero per me. Avevo solo quindici anni. Non ero in grado di allevare un bambino e senza un compagno. Avevano ragione. Ma quello che mi fece prendere la decisione fu solo la repulsione. Capite? Pensando a quell’esserino, immaginando di farlo crescere dentro me, di vederlo poi, allevarlo, curarlo, amarlo no! Vedevo le mie mani stringere senza amore quel corpicino non voluto, che mi ricordava quello che avevo subito. Sentivo rabbia, dolore e nessun sentimento d’amore. Non volli farne un infelice. Ce ne sono troppi al mondo. Capii che in fondo amavo quel bambino, di un amore seppellito sotto cumuli di merda che facevano da repellente alla costruzione di qualsiasi sentimento. ”
A: “ Quando parli di relazioni sbagliate a cosa ti riferisci esattamente?”
E: “ A relazioni con uomini obbiettivamente non adatti a me. Più grandi d’età o più piccoli. Persone che avevano già dei precedenti di relazioni fallimentari alle spalle. O persone sposate. Quindi storie con alta percentuale d’insuccesso. Ma furono anche brevi. Nessuna così seria da indurmi a sposarmi per esempio. L’unica relazione che mi portò alla convivenza e che durò molti anni fu l’evidente desiderio di autodistruzione che, in realtà, non mi abbandonò mai. Furono anni di vero delirio con un uomo affetto da alcolismo che picchiava forte e senza motivo. E lì entrai in una spirale da cui sono uscita da poco. Ho capito che volevo scorticarmi la pelle, spaccarmi le ossa. Sapevo che dovevo lasciarlo ma l’amavo! No. Non l’amavo, credevo di amarlo e a volte ancora oggi mi sembra d’amarlo. Perché cercavo di distruggermi. Come se potessi diventare un’altra persona. Rinascere. Che illusa. Ho capito che la rabbia, per quello che la vita mi aveva dato fino ad allora, si era vestita d’amore per rivoltarmisi contro. Perché la rabbia deve sfogarsi in qualche modo. E quello fu il mio.”
A: “ E oggi, dopo le tue dolorose esperienze cosa ti senti di dire alle donne vittime di violenza?”
E: “ Non rimanete schiave di voi stesse, del vostro dolore. Gridatelo, fatelo uscire, prendetelo a pugni ma buttatelo fuori sotto forma di parole. Non cercate, droga, alcool o uomini violenti ma parlatene e fatevi aiutare. Sono sicura che se l’avessi fatto avrei avuto una vita migliore. Anche solo per non sentire la vergogna per cose che io non ho fatto, di cui non sono responsabile. Dico ai genitori di non colpevolizzarsi. Non è facile essere madre e padre. Come fate non va mai bene, sia che siate permissivi o preferiate un’educazione rigida o abbiate trovato il giusto compromesso tra le due. A vote le cose accadono comunque. Accadono indipendentemente dall’educazione ricevuta, dagli amici che frequentate, dalla scuola, dall’età. E se accadono dobbiamo essere pronte donne. Reagire deve essere la parola d’ordine, parlare la nostra ancora di salvezza. O avrete una vita devastata dai sensi di colpa, dalla rabbia e dal dolore.”
L’intervista è finita, ci alziamo pronte a salutarci quando Elisabetta mi dice di avvicinarmi a lei che è in piedi dandomi le spalle e osserva il vuoto.
E: “ Vedi questa terrazza? Guarda sotto. Sai quante volte sono venuta qui? Ogni anno. Ogni anno pensavo  a come sarebbe stato bello lasciarmi andare, buttarmi giù quattro piani sotto. Poi non l’ho mai fatto per quel che resta della mia famiglia. In fondo io sono già morta, molto tempo fa.”
Di Angy C. Argent

 

Storia vera, i nomi dei personaggi sono stati cambiati.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Claudia Mameli ha detto:

    Storia pesante… Mi piace molto che sia stata riportata come intervista perché si sente tutto il rancore provato, e l'abbandono a quello che il destino ha spezzato per sempre: la voglia di vivere. Veramente toccante.

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  2. emi ha detto:

    Hai fatto bene a raccontare l’episodio, molti pensano che per esserci violenza debba esserci stupro. Il disastro, invece, può configurarsi anche in scenari meno violenti, a cui tantissima gente fa poco caso. Scenari che molto spesso non vengono nemmeno raccontati. Lì si annida un disagio che cresce, si sviluppa e molto spesso porta le vittime a vivere una vita difficile.

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  3. Antonella Cataldo ha detto:

    La realtà vista sotto forma di chiacchierata è stata un’ottima scelta.
    Il resto è quello che purtroppo continuiamo a trovare.
    Lo leggiamo, lo sentiamo, lo vediamo eppure ancora lì.
    È vero che bisogna parlare soprattutto in casa.
    Ma quanto difficile possa essere non lo immaginiamo nemmeno.

    Bello complimenti!

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  4. Voti utili ai fini del concorso 3

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