Un pomeriggio nel Palazzo Barocco di Loredana Preda

 

Entrano tenendosi per mano. Lei ride divertita. Lui molla per un attimo la mano di lei e si incammina verso la finestra.
*
   Fa caldo in questa stanza, oggi. È già settembre inoltrato e nonostante la tempesta di due notti fa il calore sembra appiccicarsi sulla pelle. Ci si muove con difficoltà e una stanchezza generale regna sovrana. Perfino i colombi che popolano la piazza e che solitamente svolazzano allegri avvicinandosi ai tetti, alle finestre e ai terrazzi ora si sono ritirati pigri, rintanati nel sottotetto alla ricerca di un po’ d’ombra. Sento il loro grugare apatico, quasi ipnotico e me li immagino accovacciati sulle zampe, con la testa nascosta nelle penne soffici e folte, che sfiorano tutte le tonalità del grigio e del blu. Qualcuno di loro tenta di volare e nello sbattere rumoroso di ali percepisco lo sfregamento contro il pavimento grezzo, contro le travi in legno.
   Lui non li sopporta. E sembra che loro non sopportino lui. Sarà l’istinto animale. Vuole avvelenarli. L’ho sentito parlare al telefono con un suo amico, un tizio appena laureato in agronomia. Gli chiedeva come fare per sterminare una colonia di piccioni il più presto possibile. Ratticida e, nel caso non funzionasse, atrazina. Ha preso appunti sopra la copertina di un quaderno. La calligrafia ossessivamente ordinata e la sua indole che lo spinge a non riflettere troppo l’hanno tradito. Ormai lei lo sa. Non è stupida. Anche se, a volte, finge di essere ingenua e gli offre una seconda opportunità. Spera di poterlo cambiare, come se fosse possibile deviare il flusso di un torrente impazzito.
   Allora gli ha domandato cos’erano quelle cose. Lui non ha osato negare, inventarsi scuse. Ormai ha rinunciato a fingere, lui; da mesi.  Quindi ha avvicinato le mani, le ha incrociate, ha intrecciato le dita e puntando i due indici uniti assieme a mo’ di pistola ha indicato i piccioni che becchettavano le briciole in terrazza. A lei è scappato un sussulto, un ohrepresso, una sillaba ingoiata e mandata giù, come la mollica di pane sparsa sul cemento che spariva dentro le gole degli uccelli.
   Lei, nonostante le proteste di lui, continua a nutrirli. Di nascosto. Dice che i piccioni sono stati un fattore determinante nella scelta dell’appartamento. Poi, quando sa che lui dovrebbe tornare dal lavoro, spazza via le briciole, pulisce gli escrementi, manda via i colombi. Loro, prima di prendere il volo, li si appoggiano sulle spalle, sulle braccia, la guardano negli occhi con gratitudine, muovendo la testa su e giù.
   Sono buffi, i colombi, e danno un po’ di vita a questo attico che fino a pochi mesi fa era disabitato. Non che ora ci sia una gran vitalità qui dentro. Tutt’altro. Nell’appartamento di questa giovane coppia non viene mai nessuno. Tranne la madre di lui che abita a pochi isolati dalla piazza e dal loro palazzo.
   La madre, per arrivarci, impiega tre quarti d’ora a piedi. Se prende l’autobus arriva in otto minuti precisi. Però preferisce camminare, finché c’è bel tempo. D’inverno verrà con il mezzo pubblico. Non sarà la neve a spaventarla. Deve uscire, dice. La sua gamba, quella schiacciata dalla macchina saldatrice, richiede movimento. Altrimenti la circolazione sanguigna si impigrisce e l’arto diventa bianco e freddo. Allora la donna, con il pretesto dell’esercizio fisico, esce quasi tutti i giorni e si incammina fino qui, in Piazza Unirii. Si trascina appena la gamba compromessa per sempre e con andamento claudicante la vedo attraversare il piazzale largo, spesso deserto, oppure, a volte, colmo di scolaresche o di turisti curiosi dotati di macchine fotografiche o di telefoni cellulari ultramoderni.
   La gente di sotto fotografa il Palazzo Barocco, immortala pezzi dell’esistenza altrui, pur inconsapevole e indifferente a quello che succede dietro una porta a vetro, dietro alle mura intonacate di fresco esternamente. La gente ama il bello. Lo cerca, lo cattura, come a voler cancellare così dalla faccia del globo terracqueo ogni traccia di brutto, di male. Tutti vivono di illusioni e illudersi è un loro diritto. Io li guardo.
   La madre arriva davanti al portone poi inizia a frugare nella borsa consunta, la per cui pelle cade a brandelli. Si ostina nell’usarla ancora, perché non ama i cambiamenti. Vorrebbe che tutto rimanesse uguale, per sempre. Che il figlio fosse suo e solo suo, o, perlomeno, che gli desse un degno erede, qualcuno con cui poterlo sostituire. Non regge bene il passare del tempo, non ama la città e se non fosse per questo unico figlio e per il dottore che la segue, se ne starebbe ancora in quella casa isolata in campagna. Invece le tocca di strisciare per stradine e vialoni, schivando pedoni come lei, automobili di tutte le cilindrate, autobus e tram. Per l’amore di suo figlio è disposta a tutto.
   Afferra il mazzo di chiavi, apre il portone, e infine cede alla tentazione di prendere l’ascensore. Quando questo non è fuori servizio. In caso di guasto all’impianto, percorre lentamente le scale larghe disposte a chiocciola, fermandosi ogni tanto e boccheggiando. Si aggrappa al corrimano in ottone lucido e prosegue così fino su, fino davanti alla loro porta. Inserisce le chiavi nelle toppe, una a una, e le fa girare finché le linguette metalliche non si ritirano dai loro stretti buchi di chiusura. Entra in modo brusco, come se sperasse di cogliere sul fatto qualche amante o ladro; come se volesse sorprendere, vedere con i suoi occhi qualche fantasma troppo lento nel dissolversi nel nulla. Sembra uno degli agenti della polizia dei film americani.
   Arriva dentro con la fronte imperlata di sudore, sia quando prende l’ascensore sia quando sale a piedi, e con espressione di scontentezza e di invidia stampata in volto. Indaga. Prima con gli occhi, poi si sposta in ogni angolo, di ogni stanza. Sbuffa e sborbotta parole senza senso. Si mette a spostare mobili in cerca di rotolini di polvere, di qualche macchia sul pavimento scappata all’occhio vigile di sua nuora e allo straccio che quest’ultima passa tutti i giorni prima di uscire di casa. Delusa, la suocera si adagia nella poltrona, qui a fianco a me, e inizia a sferruzzare. Cose per il futuro nipotino, dice. Ma non sa che sua nuora non potrà mai avere dei figli. La vecchia sferruzza e loro hanno la casa piena di golfini, pantaloncini, calzini, cuffiette e sciarpine di tutti i colori. Alla nuora fa male vedere tutti gli indumenti sparsi negli armadi, come indizi che la dovrebbero portare verso una maternità che le è stata negata. Come perle ancora da scoprire, ma che là dentro, nascoste nel guscio calcificato della conchiglia, non hanno ancora alcun valore.
   La suocera non mi guarda. Mai. Come se io non esistessi, per lei. Si siede brontolando e inizia il suo lavoro ai ferri. Ogni tanto canticchia una canzone. Penso sia una ninna nanna. Allora le torna in mente il suo bambino. E si alza. Va a prendere la fotografia di lui e canta davanti a quell’immagine. Si commuove. Gli occhi le diventano di vetro lucente e dimentica il lavoro a maglia. Poi, come se sospettasse che la sto osservando, rimette la foto al suo posto, vicino al quadretto che ritrae i due giovani nel giorno del loro matrimonio.
   La nuora non le piace, l’ho capito subito. È una di città, la ragazza. Avrebbe voluto per suo figlio una donna della terra, una abituata alle fatiche e dal grembo fertile come il suolo del loro orto alla casa in campagna. Il figlio ha scelto diversamente, però, e lei all’inizio si è opposta, ma al cuor non si comanda, lo sa bene. Davanti al quadro fa una smorfia di disgusto e copre con la fotografia di suo figlio quella parte dell’immagine che raffigura la nuora. Quando la rappresentazione scompare, torna a essere leggermente più serena. Come se nascondendo quel pezzo di carta e vetro e cornice potesse far scomparire per sempre la nuora, sua rivale, colei che ha osato a portarle via il figlio, la casa in campagna, la vita tranquilla che si era guadagnata dopo anni e anni di sgobbate. Torna a sferruzzare con lo sguardo perso finché non si addormenta e inizia a russare rumorosamente. Allora io mi concentro sul resto. Su questa casa, sui rumori della strada lontana, sui passanti e sui piccioni.
   Un po’ li invidio, i piccioni. Per la loro libertà, per il fatto di poter spiccare il volo. Io, invece, sono rinchiusa qui da anni. Sono cambiati i proprietari, gli inquilini, sono caduti governi, mutati i tempi…  Nella mia solitudine non mi resta che osservare gli altri, registrare i loro movimenti, le loro parole, e, perché no, immaginarmeli altrove.
*
   Alle quattro del pomeriggio il sole inonda questo appartamento, l’attico del quarto e ultimo piano dell’antica palazzina.  Il sole è malato, dicono. Tutti sono malati, penso.
“Tutto intorno a me ci sono volti familiari
Luoghi logori
Volti logori
Sveglio e brillante per le corse quotidiane
Senza meta
Senza meta
Le loro lacrime hanno riempito i loro bicchieri
Nessuna espressione
Nessuna espressione
Nascondo la testa, voglio affogare il mio dolore
Nessun domani
Nessun domani
E trovo un po’ buffo
e trovo un po’ triste
che i sogni in cui muoio
sono i più belli che abbia mai fatto
E trovo difficile da dirti
E trovo difficile da sopportare
Quando la gente corre in cerchio
È davvero
Un mondo folle
Un mondo folle.”
   Mad World… arriva da una radio o da uno stereo che dovrebbe trovarsi poco distante da qui. Ascolto e intanto ricevo i raggi del sole che mi colpiscono in volto, come schiaffi bollenti, come carezze sbagliate.
   Loro sono qui, soli, appena entrati. Sembrano felici. La suocera se n’è andata poco fa. Doveva prendere l’autobus per ritornare. Fa troppo caldo per ripercorrere a piedi tutto il tragitto. E oggi era stanca. Sudava molto, quindi niente maglioncini. Si è sdraiata sul divano e si è addormentata. Forse ha sognato il suo nipotino. Sembrava serena. Si è ristorata, ha controllato il territorio, poi è partita, continuando a sudare.
   «Fa caldo», dice lui. «Apro un po’!»
   «Fai pure. Non che fuori sia più fresco, eh!»
   Spalanca le vetrate e una ventata d’aria calda penetra nell’appartamento. L’odore di questa città filtra da ogni apertura, da ogni spigolo. È un odore che sa di farina, di birra, di cemento e di fumo di sigaretta. È un profumo particolare che le giornate afose non fanno che esaltare, riesumare. Lo si riconoscerebbe tra mille. Ogni città ha il suo odore caratteristico. Questo il profumo di Timişoara.
   Di fronte, i palazzi ammassati, mastodontici, costruiti secondo canoni architettonici tra i più disparati ostentano colori variopinti, conferendo alla piazza un aspetto solenne e allo stesso tempo brioso, un misto di sobrietà e burla, di misuratezza e perdita di controllo. A fianco, il Duomo Romano-Cattolico veglia maestoso sulla distesa di erba e pietra cubica, sulla fontana dalle acque ricche di carbonati e sodio, acque miracolose che hanno salvato la popolazione più di un secolo fa dalle epidemie che non hanno risparmiato alcuni degli abitanti.
   Due piccioni, esemplari di taglia media, volano davanti alla finestra. Un battito di ali breve, veloce, come uno sbattere compulsivo di mani, poi il silenzio.
   «Cosa hai fatto oggi?» chiede lui.
   «Niente di che… i soltiti corsi noiosi alla Facoltà, un giro in libreria, un salto in profumeria. Ho una vita molto movimentata, io» completa lei, con il sorriso sulle labbra.
   Sorride sempre. Nonostante abbia dovuto subire tanti dispiaceri, nulla è riuscito a cancellarle la gioia dal volto. Nemmeno la morte tragica dei genitori. Nemmeno l’essere rimasta orfana e senza eredità, la figlia di nessuno ormai.
   È bella. Troppo bella per questo appartamento modesto e per questo uomo che da marzo è diventato suo marito. Le guardo i capelli – lunghi, neri, a incorniciarle il viso bianco, ad accarezzarle le guance – che lei sposta in continuazione, fermando dietro le orecchie minute. È alta e magra. Fragile. Con questo vestitino azzurro sembra un dipinto di Modigliani. Collo lungo, mento appuntito, mascella squadrata, bocca piccola, nasino all’insù e occhi leggermente a mandorla.
   «Profumeria? Cosa sei andata a fare in profumeria?»
   «Mi serviva lo struccante. L’ho finito. Te l’avevo detto che l’avevo finito, due giorni fa, quando ti ho chiesto i soldi.»
   «E io ti avevo detto che tu non hai bisogno né di trucchi né di struccanti. Sei bella anche così. E poi sei mia. Chi ti deve guardare?»
   Lo dice con convinzione. È sempre più geloso di lei, ogni giorno di più. A modo suo penso che la ami, però. Di un amore malato, opprimente, che soffoca e fa male. Lei cambia espressione, inconsapevolmente. Piega un poco gli angoli della bocca, ma anche così qualcosa di quella felicità genuina le rimane impresso sul volto.
   Negli ultimi tempi ha sentito spesso questi discorsi. Siccome vive solo per lui, deve accontentarlo. Altrimenti lui si innervosisce, perde la pazienza e alza la voce. Ecco, ora si sofferma sull’abito azzurro.
   «Che cavolo di abito è questo?»
   «Lo abbiamo comprato assieme, te lo ricordi? Alle bancarelle del mercato. Me lo hai consigliato tu. Hai detto che l’azzurro mi dona. Altrimenti non l’avrei preso… però se non ti piace più, lo regalerò a quella mia compagna di corso che vive con sua nonna. Ti ho raccontato di lei. Dai, su, amore, non fare quella faccia!»
   «Non è il colore a darmi fastidio. È che questo abito è troppo corto. Ti arriva appena alle ginocchia e mi fa impazzire il pensiero che all’Università quei porci di professori ti guardino le gambe. Anzi, a immaginarmeli, mi assale il nervoso. So io come sono fatti, quelli. Tutti gli uomini sono così. Appena vedono una bella donna, iniziano a sbavare.»
   «Va bene, non lo metterò più. Lo lavo, lo stiro e lo regalo alla mia compagna.»
   Ora non sorride più, mentre lui sembra soddisfatto della piccola vittoria. Pare che vederla troppo contenta gli faccia male. Che la felicità di lei stuzzichi in lui qualcosa che giace nascosto sotto le vesti di un’apparente normalità. Ha vinto di nuovo, quindi. È così docile, sua moglie, così giovane, che farebbe di tutto pur di accontentarlo. Questo lo riempie di orgoglio. È lui a sorridere adesso.
   «Cosa ti preparo per stasera?»
   «Fai tu, sai che non ho molte pretese.»
   «Vado a prendere un po’ di pesce al mercato. Ho voglia di pesce. Vieni con me?»
   «Il pesce può andarmi bene, però sono stanco, ho lavorato tutto il giorno. Ti aspetterò qui, fai presto!» dice lui e intanto prende una bottiglia di birra dal frigorifero. La stappa e tracanna con ingordigia, in meno di un minuto, l’intero contenuto.
   Lei sta per uscire, si sistema la lunga chioma nera, infila i sandali ai piedi.
   Senza alcun preavviso, una mano la afferra per i capelli, da dietro. Urla di dolore e di stupore. Urla per la meraviglia e l’umiliazione. Muore dentro. Un’altra volta. La mano dell’uomo tira con forza, con prepotenza. È lui il padrone di quel corpo, di quell’anima. Lei appartiene a lui, questo dettaglio non dovrebbe scordarselo. Ogni tanto lo dimentica e allora lui glielo ricorda. Ha i suoi modi, non sempre gentili, per farlo. Però quando la donna osa sfidarlo, quando lui pensa che lei lo stia sfidando, lui la punisce. In fondo lei dipende da lui. Non ha più nessuno. Senza di lui pure lei è nessuno. Glielo ha detto, tante di quelle volte che dovrebbe esserle entrato bene in quella testa dalla fronte alta, adombrata dalle sopracciglia folte e scure come falce del destino tracciate in alto sul viso. È lei che non capisce. È lei che trasgredisce. È lei che si è dimenticata di cambiarsi il vestito azzurro. È lei che sta abusando della sua pazienza, che mette alla prova i suoi nervi già tesi, che sperpera i pochi soldi in cosmetici, in libri, in mostre. È tutta colpa di lei. Se l’è cercata. Le donne fanno tutte così, dice lui. Se le cercano. Prima ti stuzzicano poi si mettono a piagnucolare.
   Lei invece non piange. Non piange più. Ha pianto la prima volta. Anche la seconda. E la terza. Poi si è rassegnata ed è tornata a sorridere. Si lascia picchiare, insultare, tirare i capelli, stringere il collo. Perché lei, la sua vita le appartiene. È nelle sue mani. Non le è mai stato così chiaro il concetto prima di avere quelle dita strette attorno al collo, fino a impedirle di respirare. Prima che lui la pestasse a sangue. Lì lo ha capito. Se viveva era per sua grazia e volontà. Avrebbe dovuto essergli grata. E lei lo ringraziava così, disobbedendogli. Allora aveva ragione lui… quindi non le restava che subire in silenzio. Coprire con fondotinta i lividi, inventarsi giustificazioni con le amiche, passare per quella che non era – un’incapace, una sbadata che si scontrava con le porte dimenticate aperte la notte, a cui cadevano in testa scaffali della libreria, quella che scivolava per le scale e ruzzolava fino al ballatoio del terzo piano rompendosi una volta una gamba, l’altra un braccio; quella a cui le porte dell’autobus avevano schiacciato tre o quattro volte, frantumandole, le ossa del piede destro. Era colpa sua, davanti al marito e davanti alle compagne. Davanti alla suocera che sferruzzava con amore nella casa del figlio. Di quel figlio che l’aveva accolta e che la manteneva all’Università, che l’amava, a modo suo. E lei, quell’uomo che racchiudeva dentro l’animo tutte le contraddizioni del mondo, lo amava, a sua volta. Per quell’amore malato si abbandonava completamente nelle sue mani. Tutto ciò che aveva era l’autentico sentimento per l’uomo che aveva sposato. Non osava dirgli di no, di ribellarsi. Né quando lui pretendeva di possedere teneramente il giovane corpo di lei né quando, in pochi attimi, distruggeva quello che aveva costruito in una notte di passione. Si donava a lui sempre, perché questo la faceva sentire più sicura. Pensava di domare la sua gelosia e la rabbia che lo accecava spesso e che nasceva dal nulla, come oggi, in questa giornata di metà settembre. Pensava che versare il sangue e offrirgli la propria carne viva fosse il prezzo da pagare per ogni donna. Mentiva a se stessa. Sapeva che quella non era la normalità. Però fingeva. Poi, quando in lui ritornava a vedere l’uomo che aveva sposato, dimenticava tutto. Le ecchimosi sotto strati di cipria, i cerotti a coprile gli angoli della bocca spesso lacerata. Svaniva tutto e non restava altro che un amore.
   La sua amica intuiva quale fosse la situazione e senza troppi giri di parole l’aveva spronata a lasciarlo. Lei invece aveva negato spudoratamente e si era presa ogni colpa. Mai pensato di scappare. Scappare per andare dove? Mai provato di rivolgersi alle autorità, perché quelli con una multa avrebbero chiuso il caso, fino alla prossima denuncia. Per lei, invece, ogni denuncia avrebbe significato altre botte ancora. Non valeva la pena. Restava lì, imperterrita, a sopportare. Stoica, testarda. Aggrappandosi ai “ti amo” detti dopo la tempesta, quando la collera scemava e l’uomo non sembrava più bestia ma il partner che aveva scelto per sempre, nel bene e nel male, davanti a Dio e davanti all’uomo.
*
   Lui è già stanco, gronda sudore, come sua madre. Lei sanguina. Il rosso si espande sul gres bianco in piccole isole di dolore. Gocce, schizzi, quadri espressionisti sui muri. Pezzi di vita spezzata. Non è morta. Respira ancora. Raccoglie le ultime forze e si alza, mentre il suo carnefice rimane accasciato in un angolo. Prende lo straccio – è sempre pronto dietro la porta, lo passa tutti i giorni almeno una volta – e pulisce le tracce. L’evidenza. Lui la guarda, incredulo. Lei continua con foga, come se pulire fosse sua unica missione. È nata per questo, forse. Per incassare e poi pulire. Quando muri e pavimento tornano al colore originario, rimette lo straccio al solito posto, pulito, impeccabile.
   Mi guarda, si guarda, sorride e dice: «Ho caldo, ho troppo caldo.»
   Si avvia verso la terrazza cui porta è rimasta aperta. Ora mi arriva un odore diverso. Di morte.
   La vedo scavalcare la ringhiera. Prima una gamba, poi l’altra. I capelli fluttuano nell’aria immobile. Tutto è fermo. Solo lei sta volando. Lei e i piccioni che le accompagnano questo primo e ultimo volo verso la libertà.
   Resto ferma a guardare, perché anche gli specchi hanno un’anima; hanno pure gli occhi e voce di donna, di uomo, di bambino, di chi soffre.
   So già che da domani nessun piccione si fermerà più nel sottotetto del Palazzo Barocco.
*Nel mondo il 35% delle donne subisce o ha subito violenza fisica o sessuale, dal proprio partner o da un’altra persona.
Due terzi delle vittime degli omicidi in ambito famigliare sono donne.

 

(Dati ISTAT 2015)

42 commenti Aggiungi il tuo

  1. Questa è la Loredana che preferisco. Bel racconto, doloroso senza essere violento; dolce senza essere smielato. Brava

    "Mi piace"

  2. ZiaCielo ha detto:

    In un bel racconto la rassegnazione e l'incapacità di reagire di una donna sia alle più piccole che alle più importanti violenze del suo aguzzino.
    Sono state molto ben descritte le mille sfaccettature di una violenza subdola che si insinua lentamente nella quotidianità fino a sfociare nell'irrimediabile.
    Apprezzabile ed originale anche l'umanizzazione di un oggetto.
    Brava Loredana.

    "Mi piace"

  3. Olga Gnecchi ha detto:

    Belle le descrizioni. Racconto doloroso. Complimenti.

    "Mi piace"

  4. Marina Litrico ha detto:

    Un argomento spinoso, trattato senza calcare i toni. Loredana è riuscita a scrivere con delicatezza.

    "Mi piace"

  5. Focolini Isabella Rita ha detto:

    Tristissimo e attuale. La rassegnazione di questa giovane donna, portata all’ estremo colpisce al cuore. Originale l’ idea dello specchio narrante.

    "Mi piace"

  6. Giulio Mandara ha detto:

    Non l ho letto nemmeno tutto. Ma l impegno a inventare e scrivere un racconto, non fosse altro per tempo e immaginazione che richiede, oltre a conoscenza della realtà e del già pubblicato in tema, è meritevole.

    "Mi piace"

  7. lisacagnassi ha detto:

    Brava. Hai scritto una storia dolorosa, dipingendo, a tratti poeticamente, le emozioni carpite. Un racconto doloroso, penoso, sino all’ultimo ho sperato che non lo facesse quel gesto che equivale a una resa. La libertà, però, non ha prezzo e non poteva finire altrimenti. Lo specchio non ha inviati rifletti positivi alla donna che si guardava senza più vedere la sua immagine riflessa, non ne ha avuto il tempo.

    "Mi piace"

  8. Marta Lagascio ha detto:

    E’ un racconto bellissimo, anche se doloroso. Complimenti per il modo di raccontare una storia così difficile in un modo così magistrale.

    "Mi piace"

  9. Elisa Sala ha detto:

    Una donna come molte, purtroppo, che si lascia intrappolare dal suo carnefice senza avere la capacità di reagire fino a soccomberne. Tema di grande attualità: il racconto ben articolato, e con molte descrizioni interessanti non riesce a far divagare il lettore che rimane incollato alla protagonista fino alla fine.

    "Mi piace"

  10. Giovanna ha detto:

    Lo specchio non mente. Purtroppo il suo è soltanto un riflesso fugace, non resta nulla di quanto ha catturato. Immagini risucchiate nel gorgo dell’oblio. Testimone privo di bocca.
    Brava Loredana!

    "Mi piace"

  11. Janna Carru ha detto:

    Urca! Io non ho parole!
    … soltanto: “È bellissimo e posso dirti il più bello che ho letto”.
    Una grande, grandissima emozione.

    "Mi piace"

  12. Claudia Mameli ha detto:

    Bello, pulito, calmo. In questo racconto trovo una pacatezza unica che lo rende ancora più piacevole da leggere. Hai messo insieme tanti dettagli che si incastrano magnificamente tra loro. La figura della suocera è quella che più mi irrita, perché cerca nella nuora quel difetto che invece dovrebbe vedere nel figlio.

    "Mi piace"

  13. Gianluca Cicinelli ha detto:

    Ho temuto che sarebbe arrivato il momento di squilibrio della tragedia e invece tiene l’unità narrativa dall’inizio alla fine. Fa respirare gli odori di una società geograficamente vicina eppure poco conosciuta. Racconta un dramma di estrema attualità con leggerezza intensa. Il giudizio sta nella scelta di scrittura e non nell’utilizzo di aggettivi. Davvero bello.

    "Mi piace"

  14. Giuseppe ha detto:

    Commovente e purtroppo molto reale. Molto belle le descrizioni dei luoghi. Complimenti

    "Mi piace"

  15. emi ha detto:

    Quando ho letto che il marito voleva far fuori i piccioni il mio stomaco ha cominciato a chiudersi….hai dipinto una cruda realtà. Resta solo la speranza che le donne scelgano altri mariti.

    "Mi piace"

  16. Paolo ha detto:

    Racconto molto toccante, descrizioni bellissime che ci fanno conoscere posti nuovi. Le caratterizzazioni dei personaggi sono molto efficienti, mi ha colpito in particolare “la voce” dello specchio che osserva con lucidità ciò che accade ai protagonisti, ma anche al mondo esterno, ingaro di quel che accade tra le mura domestiche dell’appartamento sito all’ultimo piano del Palazzo Barocco.
    Faccio i miei complimenti all’autrice e spero di poter leggere altri suoi racconti o romanzi.

    "Mi piace"

  17. Antonella Cataldo ha detto:

    Le descrizioni di un racconto con un finale sì tanto tragico mi hanno catturata.
    Il simbolismo del volo.
    Sì per alcuni non solo un tonfo verso la morte, volo liberatorio come ali di uccelli.
    Chissà.
    Ottimo Loredana!

    "Mi piace"

  18. Daniela Di Domenico ha detto:

    Un racconto struggente. “Specchio” di tante vite, purtroppo.

    "Mi piace"

  19. Marta Paiano ha detto:

    Bravissima Loredana Preda!

    "Mi piace"

  20. Siana Schiavone ha detto:

    Bello, bello, bello per l’accuratezza dei particolari descrittivi, i sentimenti e le emozioni vivisezionati quasi fossero stati vissuti sulla propria pelle. È la prima volta che leggo qualcosa di te, cara Lory, e mi sei piaciuta per l’impegno che ci hai messo e che si nota tantissimo.

    "Mi piace"

  21. ANTONIO ha detto:

    Brava Loredana..fantastica reale storia di possessivita ..complice la suocera in difesa di un timoroso vigliacco uomo incapace di apprezzare il valore di una moglie sensuale dolce amorevole..il rammarico è come nella vita queste storie lasciano un segno..che portano all autodistruzione.. E quando va bene rimangono tracce indelebili sulla persona colpita..mi dispiace..ciao

    "Mi piace"

  22. Stefania Lechiancole ha detto:

    Un racconto crudo e al tempo stesso pulito, che descrive ahimè la dolorosa realtà per molte donne, ancora oggi. Mi ha colpito soprattutto la suocera, complice ignara che non vede perché sceglie di non vedere. Mi hai catturato Loredana, bravissima!!

    "Mi piace"

  23. Salvatore Barbaro ha detto:

    Racconto dirò, violento, reale…brava Loredana!

    "Mi piace"

  24. Tatiana Sabina Meloni ha detto:

    Uno scritto pazzesco, parto di una penna pregiata. Il dolore e la rassegnazione entrano a far parte della gamma emotiva del lettore. Complimenti.

    "Mi piace"

  25. Elena Paradisi ha detto:

    Ottimo racconto, carico di dolore e rasegnazione. Una scrittura graffiante che lascia il segno. Il messaggio arriva come un pugno allo stomaco e riesce a togliere il fiatto.
    Molto brava!

    "Mi piace"

  26. Anna Maria Lamberti ha detto:

    Un vestito troppo corto, una parola fuori posto.
    Qualsiasi cosa è un pretesto valido per liberare la belva famelica che riposa in lui.
    Poi il volo liberatorio, insieme ai piccioni.
    Un volo senza ali, la libertà.

    "Mi piace"

  27. Pierpaolo ha detto:

    Originale la storia, la descrizione sia dei posti che delle situazioni rende il tutto tanto reale e cruento.
    Brava Loredana

    "Mi piace"

  28. Kate Radix ha detto:

    Brava Loredana, non avevo mai letto qualcosa di tuo e sei stata una piacevolissima sorpresa. Attendo il romanzo a questo punto 😘

    "Mi piace"

  29. Jenny ha detto:

    Bel racconto! Complimenti Loredana!

    "Mi piace"

  30. Vincenza Imbruglia ha detto:

    Letto d’un fiato…malinconico e pervasivo

    "Mi piace"

  31. susanna ha detto:

    BELLISSIMO….

    "Mi piace"

  32. Nunzia Alemanno ha detto:

    Molto toccante e fin troppo realistico. Ultimamente stanno diventando scene di vita quotidiana quelle in cui la donna patisce le violenze dell’uomo, che si tratti del marito, del compagno di scuola o chicchessia e nella maggior parte delle occasioni la fine è sempre tragica. Complimenti a Loredana Preda e al suo racconto.

    "Mi piace"

  33. Mauro Sala ha detto:

    L’originalità di questo racconto, la prospettiva della narrazione mi hanno colpito molto. Non è la solita storia. Brava!

    "Mi piace"

  34. Laura Palmarocchi ha detto:

    Un tema spinoso e doloroso trattato con freschezza …..

    "Mi piace"

  35. Bellabona Antonella ha detto:

    Suocera e marito si fanno detestare immediatamente e che ribollire di viscere per l’amara “colpevole” rassegnazione della protagonista! Originale l’idea dello specchio, brava Loredana!

    "Mi piace"

  36. maria sabina coluccia ha detto:

    Complimenti Loredana. Lo specchio mi ha affascinato.

    "Mi piace"

  37. Claudio Strauss ha detto:

    Un racconto che pur trattando un tema delicato, non trascende nel patetico, non accarezza la facile sensibilità del lettore. Brava Loredana

    "Mi piace"

  38. Francesca ha detto:

    Brava Loredana. Hai raccontato un aspetto della violenza sulla donna molto particolare. Molte giovani vittime pensano che quello sia il loro destino, per cui ipotizzare di lasciare il loro uomo/carnefice è semplicemente impossibile. Pensare così che la morte possa essere la soluzione più semplice alla fuga fa riflettere su quanto dolore queste donne provino ogni giorno.

    "Mi piace"

  39. ilsoffionedimiemma ha detto:

    La scrittura di Loredana è coinvolgente e suggestiva senza scivolare nel “commovente per forza”
    Grande stile! Brava davvero.

    "Mi piace"

  40. GiancarloGesualdo ha detto:

    Racconto ben fatto e con cura complimenti a Loredana – lo specchio e quello che rappresenta come metafora sempre attuale

    "Mi piace"

  41. Annarita Tranfici ha detto:

    Un racconto dalle descrizioni accurate e dalla forte carica emozionale. Non avevo mai letto un tuo scritto, Loredana, e credo di essermi persa molto. Ti seguirò con piacere. Intanto, complimenti per quest’opera intensa e suggestiva.

    "Mi piace"

  42. Voti utili ai fini del concorso 41

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...