La figlia della fenice di Chiara Cupini

claudia

Gli occhi di Matilda sono chiusi. La luce è spenta. Nella sua camera sembra essere ancora tutto in ordine. Se fa finta di dormire, forse, non le succederà niente. Potrà pensare che è solo un altro brutto sogno. Sono solo voci. Le parole dei grandi che lei non capisce ancora bene. Le lacrime di mamma e le urla di papà, nell’altra stanza, che Matilda sente spesso, ma a cui non sa dare bene una spiegazione. E allora, quando succedono quei momenti lì, lei fa finta di dormire. Se il padre passa urlando vicino alla sua camera, anche se il cuore le batte all’impazzata sotto il pigiama e sotto alla pelle, lei non si muove. Respira piano anche se, in quei momenti, persino respirare diventa difficile: tutto si fa più veloce, le mani tremano un pochino e ha i brividi di freddo.

O forse di paura.

La maestra Fiorella, a scuola, ha detto che questi sono i segnali della paura. Lei si era guardata intorno, tra gli altri bambini, per capire se qualcuno, come lei, conoscesse quei segnali. Tutti i bambini ascoltavano attenti la spiegazione della maestra che diceva cosa succede al nostro corpo quando si ha paura ma, tra i presenti, quando la maestra chiese chi aveva avuto mai paura, qualche suo compagno alzò la mano per dire di avere paura delle api o dei coccodrilli. Alessia, la sua compagna di banco disse che anche a lei batteva forte il cuore quando si trovava dentro l’acqua e doveva nuotare, perché a lei, la piscina, proprio non piaceva.

Matilda non poteva dire che la sua paura saliva quando vedeva il suo papà. Non era sicura che fosse una cosa molto bella da dire. Aveva 10 anni, ma riusciva a capire quali fossero le cose da dire e quelle che era meglio tenere per sé.

La mattina seguente a quelle urla e a quelle lacrime, Matilda non era andata a scuola. La mamma non si era svegliata in tempo e il papà, per fortuna, non c’era. Lei aveva guardato l’orologio sul comodino e quando aveva visto quanto fosse tardi era rimasta ferma ad ascoltare il rumore del silenzio. Poi, piano piano, era scesa dal letto e aveva aperto la porta della cameretta. Aveva visto le posate e i bicchieri tutti per terra. Il tavolo in disordine. Sua madre che dormiva ancora. Matilda si era, così, messa a raccogliere i resti di una ennesima litigata tra i suoi genitori.

“Tesoro, che fai?” disse la madre sulla soglia della camera da letto.

“Niente mamma, metto a posto”.

Come di consueto, la madre scoppiò a piangere e iniziò a chiederle scusa mille volte.

“Non ti preoccupare mamma” ripeteva Matilda, come ogni volta.

“Lo sai, io e papà ci vogliamo bene, ma succede che alcune volte non ci capiamo e lui esagera, ma non è cattivo e lo sai.”

Matilda guardava sua madre con il labbro spaccato e gli occhi gonfi di lacrime e schiaffi. Non sapeva esattamente che dire, ma dentro di sé non credeva veramente che fosse una cosa tanto normale.

“Succede sempre, mamma. Se papà ti vuole bene perché strilla e ti dà le botte?”

Elena era tutta dolorante. Come si fa a spiegare a una bambina certe cose? Come si fa a dire che può succedere che un uomo ti metta le mani addosso, fino a farti maledire la vita?

“Papà è fatto così, sono io che sbaglio e lo faccio innervosire. Ma vedrai, non succederà più”.

E invece successe ancora. E ancora. Praticamente ogni due o tre giorni, per qualcosa o per niente, suo padre strillava, alzava le mani, dava pugni ai muri e alle porte. A sua madre e al tavolo. Volavano piatti, parole brutte e rumori forti. Il cuore di Matilda batteva sempre più veloce. Lei desiderava solo rumori piccoli, ma a casa sua, quando c’era suo padre, si sentivano sempre rumori grandissimi e lei si chiedeva come facessero i vicini a non bussare, a non dire smettetela, a non chiedere niente.

Guardava i suoi compagni, le maestre, le figure dei libri e i disegni delle favole, per capire se davvero era questo, l’amore.

“Certe volte, quando si vuole tanto bene a una persona gli si può fare anche tanto male. Se papà si comporta così è perché mi ama tanto, Matilda, e non vuole che io mi comporti male. Non vuole che gli altri uomini mi dicano che sono bella, perché lui è geloso. E ricordati che quando un uomo è geloso di te, allora vuol dire che ci tiene”.

Crescendo Matilda si chiedeva se fossero vere le parole di sua madre. Che faceva di tanto terribile da meritarsi in silenzio quelle botte? Come può, una donna, accettare che un uomo le si rivolga in quel modo e soprattutto come faceva a sapere che non l’avrebbe ammazzata?

“Non lo farebbe mai, tesoro mio.” La rassicurava sua madre. Trovava sempre una scusa o un motivo, vero o presunto, per giustificare suo padre. Forse anche sua madre aveva paura di lui? Poteva essere che, la paura, invece di farle battere forte il cuore, la facesse diventare cieca di fronte a tanta violenza? Matilda non lo sapeva e non sapeva a chi chiedere queste cose così importanti.

A scuola parlava sempre meno.

Quella situazione a casa la turbava, in modi che non sapeva esprimere. Sua madre era la persona più importante della sua vita. Insieme avevano condiviso momenti dolci e speciali, tra le assenze di suo padre e le riappacificazioni bugiarde. Quando era ancora più piccola ricordava che erano loro tre insieme, invincibili e uniti. Poi qualcosa era iniziato a cambiare. O forse, era meglio dire, qualcosa si era rotto. Spezzato. E quando le cose si rompono, si sa, non possono più tornare intere. Non possono più tornare come prima.

Il padre aveva iniziato a tornare a casa sempre più tardi, la sera. Certe volte tornava puzzolente di vino e di fumo, ma appena sua madre glielo faceva notare, partivano schiaffi e bestemmie. Lei si chiudeva forte le orecchie con le mani, correva in cameretta e cantava una canzone per non sentire. Questo gioco funzionava per pochi minuti, perché poi Matilda smetteva di cantare per ascoltare, perché era più forte di lei. E allora sentiva le lacrime di sua madre, il rumore degli schiaffi, sentiva cadere qualche oggetto e si rimetteva le mani sulle orecchie.

Quel suo gioco andò avanti per anni. Levare e mettere le mani sulle orecchie per sentire e non sentire, nella speranza di capire cosa accadeva intorno a lei.

Perché suo padre era diventato così? Questo, voleva chiedere a qualcuno. Sua madre la stava crescendo con l’idea che amare significasse anche subire. In silenzio. Da sole. Loro due contro il mostro, contro la furia. Sì, perché, suo padre quando si arrabbiava diventava, per lei, come un mostro e non riusciva a capire come si potesse amare un mostro, invece di scappare via, lei e sua madre.

“Papà è nervoso, tesoro, ha perso il lavoro. Per questo reagisce così, dobbiamo portare pazienza”.

Dunque, pensava Matilda crescendo, il fatto che possa accadere di perdere il lavoro giustifica un uomo a sfogare sulla propria donna, in questo caso sua madre, tutto il suo nervosismo. Ecco, allora, perché la madre sopportava.

“Dobbiamo aspettare che gli passi” diceva.

“E quando gli passa, mamma?” chiedeva Matilda.

“Non lo so, tesoro, porta pazienza”.

Passarono gli anni e le cose, nella vita di Elena e Matilda, andarono sempre peggio. La forma della pazienza, per Matilda, era incolore, insapore e inodore. Come si misura la pazienza?

Entrambe avevano imparato ad addormentarsi piangendo più spesso di quanto credevano.

Passarono autunni e inverni. L’estate vedeva sbocciare Matilda, che cresceva piena di domande e di mancanze. Piena di false credenze. Convinta, anche lei, che bisognasse capire, non dare fastidio, non chiedere troppo, per non turbare la vita degli altri. Sintonizzarsi sull’umore degli altri, per capire bene dove mettere i piedi. Se era un umore buono, allora si poteva ridere. Altrimenti, niente. A forza di cercare queste frequenze, Matilda si stava perdendo. Non capiva più quando era felice o triste. Non capiva cosa volesse dire, esattamente, sentire un suo stato d’animo reale.

 

Fu nell’inverno dei suoi diciassette anni che Matilda, una sera, disse a sua madre, scappiamo.

Elena era riversa sul pavimento, con il naso che perdeva sangue. Senza forze, senza speranze. Matilda era rientrata e l’aveva trovata così.

“Bastardo, stavolta basta mamma, alzati, andiamo in ospedale”.

Elena guardò sua figlia, con la poca forza che aveva. Non riusciva a dire né sì e né no. Non riusciva a muoversi. E anche se ci fosse riuscita, dove sarebbe potuta andare?

A stento si reggeva in piedi.

Matilda le pulì il naso con tutti i fazzoletti che trovò in cucina. Il rosso vivo sembrava non finire mai. La maglietta bianca di sua madre sembrava presa da un film dell’orrore.

“Mamma, alzati” urlò Matilda. La prese per un braccio, ma sua madre non si muoveva.

La guardava inebetita.

“Mamma!” urlò più forte.

Elena riuscì a fare solo un segno con la testa, verso sua figlia. Quel segno voleva dire no.

“Come no, mamma che cazzo dici, ma lo vedi che ti ha fatto? Alzati e andiamo all’ospedale”.

Matilda capì lì, per la primissima volta, che sua madre era diventata cieca.

Si sentì ingannata, tradita, derubata.

Poteva davvero l’amore ridurre in quello stato? Poteva, tutto quel sangue, pulito e cancellato dalla faccia di sua madre, avere una giustificazione e un motivo reale?

No, non era possibile.

Dopo quella volta, Matilda non volle mai più che nessuno la toccasse, la sfiorasse. Neanche Marco, che diceva di volerle bene e la prendeva per mano. D’improvviso e senza troppe parole troncò con lui, gli mandò un sms dicendogli di lasciarla stare e che voleva stare da sola. Marco la aspettò, un giorno, sotto casa, per parlare. Matilda appena lo vide, iniziò ad urlargli che lo avrebbe denunciato, che se non se ne andava chiamava i Carabinieri e cose del genere.

Marco rimase impietrito.

“Tu sei matta!” gli disse, alla fine, incredulo di fronte a tutta quell’ira. Nel suo cuore sentiva di essere innamorato di Matilda. Non le aveva mai mancato di rispetto, neanche quando si erano spinti oltre i baci e le carezze e lui avrebbe voluto fare l’amore, ma lei no. Aveva capito che era una cosa importante e aveva aspettato.

Matilda, invece, non voleva più essere aspettata. Cominciò a correre come una furia, dopo aver urlato le cose peggiori a Marco. Correva e piangeva. Urtò i passanti, non rispettò i semafori, salì e scese scale a perdifiato, finché si rese conto che non era a Marco che voleva urlare.

Ma a suo padre. A sua madre. Arrivò in un punto lontano dal centro di Roma, alla fine di un prato abbandonato, trovato dopo la sua folle corsa. Non aveva guardato neanche dove andava. Si gettò per terra, in ginocchio, e urlò tutta la rabbia che aveva dentro. Si sentiva tradita dalle persone che avrebbero dovuto amarla e insegnarglielo, quest’amore. Urlò per Marco e per aver sputato sull’unica persona che sembrava darle dolcezza e verità in quel mondo. Urlò per sua madre, che subiva in silenzio le violenze di un uomo che non riconosceva più. Per il rapporto perso e sporcato da suo padre, che era incapace di controllarsi e di chiedere aiuto.

E se anche lei fosse diventata così? Se anche lei, con Marco, fosse diventata come sua madre, o peggio, come suo padre? Un cane rabbioso e violento.

Se avesse confuso i sentimenti che potevano offrirle gli altri, come avrebbe fatto a salvarsi? Lei non voleva essere come sua madre. Ma non voleva neanche lasciarla sola. Come poteva?

Tornò a casa con una convinzione nel cuore. Lei, da quella casa, sarebbe andata via. Avrebbe cercato di tirare fuori sua madre con tutte le sue forze, quello sicuro. In qualche modo ce l’avrebbero fatta. Aveva trovato su internet delle informazioni, che dicevano dell’esistenza di posti segreti dove le vittime di violenza potevano nascondersi. Avrebbero potuto ricominciare, lei e sua madre, lontano da lì.

Con tutto il rumore che aveva creato suo padre, nella loro vita, avrebbero accordato un flauto e cambiato musica. Una nuova vita.

Arrivarono i suoi diciotto anni, nel mezzo del mese di marzo. L’aria primaverile iniziava a risvegliare la natura e i pensieri. Le cose sembravano quasi essersi calmate. Il padre di Matilda aveva trovato un lavoro come camionista e a casa non c’era mai. Quando tornava sembrava più tranquillo, quasi normale. Erano mesi che non accadevano più litigi e malumori dentro casa. Sua madre sembrava più sollevata, innamorata di un amore cieco e imprudente per quell’uomo lunatico, vigliacco e molesto. Avevano ripreso a parlarsi, suo padre e sua madre. Forse era vero, allora, che le cose rotte possono riaggiustarsi, malgrado tutto.

Per i suoi diciotto anni Elena aveva organizzato alla figlia una festa a sorpresa, con amici e parenti. Aveva comprato un vestito a fiori bianco e viola, abbinato ad un cerchietto rosso. Aveva ordinato la torta, detto alle amiche più care di portarla fuori con una scusa, per poi tornare insieme a casa per la sorpresa. Suo marito sarebbe arrivato tardi, ma aveva detto che sarebbe venuto per quel giorno. Matilda sembrava finalmente capace di assaporare un po’ di normalità.

Ma come la più crudele delle sorprese, amara come solo la vita può essere, quella festa non arrivò mai. Qualche giorno prima del suo compleanno, Matilda apprese che sua madre era morta.

Era stata ammazzata, sarebbe meglio dire.

Lei era a scuola e quando il preside entrò in classe per parlare con la prof di lettere sottovoce e tutti e due guardarono Matilda, all’ultimo banco, lei capì subito che qualcosa di grave era successo alla sua vita.

Improvvisamente, tutti i vicini e gli zii non avevano più dubbi sul fatto che fosse stato il padre ad ammazzare sua madre. E allora, si chiese, perché nessuno aveva detto niente?

Perché nessuno aveva bussato forte a casa loro per impedire a suo padre di continuare, in tutti quegli anni?

Non poté neanche vedere il corpo di sua madre. La polizia parlò di “ventidue coltellate a Elena Ferri, 48 anni, mentre si trovava in casa, la mattina del 20 marzo, intorno alle 11.30. A dare l’allarme è stata la telefonata di Augusto Marchesi, 52 anni, marito della vittima, suicidatosi dopo l’omicidio. Il movente resta sconosciuto, probabilmente si parla di un ennesimo delitto passionale. L’uomo, figlio di Ettore Marchesi, condannato all’ergastolo per l’uccisione della moglie e violenza privata, aveva avuto precedenti per rissa e molestie.”

La storia si ripete. Non è vero che certe cose si aggiustano, che tutto torna come prima.

La pelle non dimentica. I figli ripetono gli errori dei padri. Tutto il rumore vissuto, non può accordare nessun flauto, nessuna melodia, niente.

Matilda diventò grande di colpo e per forza. Venne affidata ad un gruppo di professionisti per comprendere ed elaborare l’accaduto, oltre che per rivedere tutta la sua vita.

Il giorno del funerale della madre pianse tutte le sue lacrime, mischiate ai sensi di colpa. Chiese perdono a un qualche Dio per non essere riuscita a fare niente. Per aver creduto nelle acque calme che precedono i maremoti. Per aver pensato davvero che le cose fossero cambiate.

Sputò sulla tomba di suo padre e chiese a quello stesso Dio, in qualunque parte fosse, di accompagnare quell’uomo all’inferno. Di darle la forza per comprendere questo lato oscuro dell’amore, che amore non è. Di interrompere la catena che lega i padri ai figli.

Dopo quei giorni terribili, la vita di Matilda fu un gran trambusto. Indossava spesso occhiali da sole scuri e grandi, per non essere guardata da nessuno. Persino la luce le faceva male agli occhi. Passava ore a camminare. Fu in una di quelle lunghe camminate solitarie e sofferenti che, un giorno, per caso, si fermò davanti a una delle tante bancarelle che vendono libri usati. Roma ne è piena, per fortuna. Guardò distrattamente i titoli, poi, senza motivo, aprì quello che spiegava il significato dei nomi.  Cercò il suo.

Matilda: colei che combatte con forza. Possente in battaglia.

Si sentì una sopravvissuta, e forse in fondo lo era. Posò il libro e si tolse per un po’ quegli occhiali grandi e pesanti. Lasciò che la luce entrasse dentro i suoi occhi, fin dentro l’anima e la pelle.

Passarono gli anni e gli inverni. I giorni e le notti.

 

Oggi Matilda ha 35 anni. È mamma di una bambina bellissima, di nome Eva. Ha compreso che l’amore non è sottrazione e portare solo pazienza. Ha sposato Matteo, che la rispetta e conosce la sua storia. Che le tiene la mano nei giorni vicini a marzo perché sa che l’aria, in quei giorni, odora di candele da soffiare e tragedia annunciata. Ma è anche l’aria della primavera e della rinascita.

Matilda si è laureata in Letteratura ed è insegnante di lettere presso uni istituto superiore romano. Alle sue allieve legge di donne che hanno fatto la storia e di storie dove le donne non devono essere salvate da nessuno, perché sanno farlo da sé. Insegna ai ragazzi ad avere rispetto per le proprie ragazze, perché non sono oggetti da possedere e perché non è vero che, se si è tanto gelosi vuol dire che si ama di più, come le diceva sua madre.

Non è vero che si deve giustificare uno schiaffo, per nessun motivo al mondo. E questo lo urla forte alle sue allieve.

Nessuno ha il diritto di incutere terrore e paura su un altro essere umano e quando questo accade, si può parlare di molto, ma non di amore.

Perché l’amore non spaventa, non schiaffeggia e non uccide.

Matilda dice alle sue colleghe, e ad altre ancora, che è ora di smetterla di diffondere messaggi in cui aleggia l’idea che l’amore, per essere tale, deve essere ossessione, gelosia, tormento, struggimento.

“Smettiamola di incentivare un ‘idea distorta e malata dell’amore e dell’amare” dice. Perché lei sa bene quanto la pelle, e la mente, non dimenticano.

Pensa a sua madre, tutti i giorni. A volte con rabbia, altre con nostalgia.

Stringe per mano sua figlia Eva e, se è vero, com’ è vero, che la pelle non dimentica, cercherà di cucirle addosso baci e sorrisi, perché possa capire che soprattutto questo è l’amore.

E sappia riconoscerlo.

 

 

 

19 commenti Aggiungi il tuo

  1. Giovanna ha detto:

    Matilda: colei che combatte con forza. Possente in battaglia.
    È triste pensare all’amore come un campo di battaglia dove ci sono morti, schiavi, vinti e vincitori. L’amore è gioia universale, non è morte né schiavitù.
    Racconto intenso, brava.
    (Anche se una più attenta revisione avrebbe reso la lettura più fluida)

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  2. Sara ha detto:

    Un racconto che entra nel cuore e spinge a sapere cosa ne è di Matilda e della sua vita, cosa ha imparato e cosa ha dovuto affrontare.
    Lascia molta curiosità , complimenti!

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  3. Francesca ha detto:

    Far emergere la violenza su una donna, raccontando senza filtri, l’esperienza di una figlia, trovo sia la chiave giusta per far entrare in modo empatico il lettore nel tema.
    Non è vero che si deve giustificare uno schiaffo, per nessun motivo al mondo.
    Vero. Bisogna insegnare alle donne come capire i primi segni di violenza, bisogna insegnare alle donne che alle prime avvisaglie bisogna troncare, chiudere, smettere di frequentare uomini che stanno per smettere di essere uomini e stanno per diventare bestie feroci, mostri… carnefici. Nessun gesto eseguito da una donna può o deve far scatenare violenze di qualunque genere o tipo, le donne non se lo cercano il male, lo subiscono.
    Questa è la prima riflessione che mi viene in mente dopo la lettura, un racconto commovente, soprattutto nel finale, perché nonostante racconti di morte, lascia emergere in modo marcato e forte che la rinascita è possibile, questo fa Matilda, insegna.
    Spero che il racconto sia spunto di riflessione per altre donne affinché capiscano che dalla violenza se ne può uscire, che non è colpa loro… che il coraggio non è restare a subire, ma chiudere, voltare pagina e non giustificare mai uno schiaffo, per nessun motivo al mondo.

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  4. Fabrizia Fontana ha detto:

    Questo è il racconto che traccia il il percorso di tutte le donne che devono imparare a trasformare la loro idea dell’amore appresa dal rapporto malato e doloroso dei genitori. Il percorso è difficile e allontanarsi da lì vuol dire costruire una vita diversa come ha fatto Matilda con una nuova Eva . Belllissimo racconto che con facilità riporta ad immagini ed emozioni coinvolgenti.

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  5. ssue1973 ha detto:

    Bel racconto che lascia riflettere sui danni della violenza assistita tema troppo poco toccato.

    messaggio di rinascita e speranza.

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  6. Francesca Cau ha detto:

    Racconto molto toccante che tratta una problematica spesso sottovalutata e che non riguarda solo i 1600 orfani di femmicidio, ma migliaia di bambini: la violenza assistita.
    Con delicatezza ed efficacia l’autrice ripercorre il vissuto emotivo di una bambina, che avrebbe avuto diritto, come i suoi coetanei, ad aver paura ” dei coccodrilli, del buio o dell’acqua della piscina” e non di un mostro chiamato ” papà”. Nella sua rinascita viene descritto il percorso di destrutturazione da modelli di amore tossico e stereotipi che giustificano la violenza maschile…e l’esigenza, tipica di chi ha sulla pelle questa cicatrice incancellabile alla quale dare un senso, di educare e mettere in guardia, affinché certe mostruosità non accadana più. Grazie Chiara!😘

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  7. emi ha detto:

    Un racconto che strappa le lacrime.

    Sputò sulla tomba di suo padre e chiese a quello stesso Dio, in qualunque parte fosse, di accompagnare quell’uomo all’inferno. Di darle la forza per comprendere questo lato oscuro dell’amore, che amore non è. Di interrompere la catena che lega i padri ai figli.

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  8. Andrea ha detto:

    Bel racconto. Mentre la protagonista cresce aumenta anche la violenza fino al tragico epilogo.

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  9. Monica ha detto:

    Un racconto struggente e delicato, una storia amara nella storia dei nostri tempi cupi.

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  10. Petra ha detto:

    Donne forti , pragmatiche , fragili, capaci di rinascere dalle ceneri…bravissima Chiara Cupini,ci immergi in questa storia di sofferenza femminile ,di violenza da parte di “uomini” padroni, accarezzandoci con la tenerezza di una bimba – testimone che sembra rimanerne vittima invece sa “cambiare pelle” perchè col coraggio dell’Amore Vero, si può!

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  11. marina ha detto:

    Racconto intensi con immagini forti e ben descritte. Dovrebbe essere archivio nei centri Anti violenza per quelle donne che non sanno uscire da certe situazioni e i figli le subiscono.

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  12. Noemi ha detto:

    Il personaggio di Matilda è rimasto nel cuore.

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  13. Enrico ha detto:

    È bello pensare che la figlia della fenice possa essere la piccola Eva ! Racconto che cattura.

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  14. Silvia ha detto:

    Finalmente sono riuscita a leggerlo….
    ..bellissimo racconto..
    .commovente…..😢
    .complimenti chiara…..ma purtroppo anche la dura realtà che ci circonda…..
    altro che amore….

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  15. Concetta ha detto:

    Un racconto molto intenso e realistico… Purtroppo sono storie più frequenti di quanto si creda! Non tutte hanno un finale che finisce nei giornali di cronaca, alcune continuano e le protagoniste continuano a soffrire e a urlare silenziosamente. Matilda si è riscattata e ha conosciuto il vero amore. Ad Elena purtroppo non è stata data questa opportunità. Mi auguro che tutte le Elena e Matilda che abbiano letto questo racconto abbiano la forza e il coraggio di cambiare il loro destino.

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  16. Anastasia ha detto:

    Matilda ed Eva sono il segno della rinascita un racconto che lascia la curiosita del prima e del dopo

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  17. Caterina ha detto:

    Una storia che ti entra dentro, che ti prende per mano e ti porta a sentire sulla tua pelle la storia di chi, come Matilda, è costretto a vivete l’amore malato, crudele, che di amore non ha nulla se non il nome. È una storia che non descrive solo una realtà della quale oggi, purtroppo, sentiamo parlare sempre di più, ma è una storia che va oltre e mette a nudo i vissuti e le emozioni forti di chi attraversa esperienze terribili come questa. Questo racconto ha dato voce al silenzio di tanti bambini che soffrono, e che sono costretti a diventare adulti perchè qualcuno, egoisticamente, glielo impone.

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  18. Voti utili ai fini del concorso 17

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  19. Molto bello e molto attuale, purtroppo. Emozionante e scorrevole. Grazie Chiara

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