Il dilemma del prigioniero di Antonio Giordano

stupro
Piccola premessa: si tratta di un racconto un po’ livido, nudo e crudo, che “quasi sovverte”, non certamente con intenti apologisti, il tema e la visione drammatica dello stupro. Spero che venga capito e non frainteso.

Quasi un anno, da trecentoquarantadue giorni per l’esattezza, chiuso in questa cella seminterrata di due metri per due, senza finestre e con la pompa di un aeratore elettrico che fa un rumore terribile e continuo, giorno e notte – sempre! A volte mi sembra che sia il reattore di un jet. Però bisogna pur farla cambiare l’aria, se no c’è il rischio di rimanere asfissiati, e bisogna pur toglierli questi fetidi odori d’umanità che ci sono nelle celle. L’ho detto pure a quelli lì, e non soltanto una volta: «E che diamine! Non ce l’avete qualcuno capace ad aggiustarlo quel coso o provate da voi stessi a dargli un calcio per vedere se funziona meglio?», ma loro neppure mi ascoltano e quando, raramente, lo fanno, dicono che va bene così e che, comunque, non possono farci nulla. Altri, invece, mi rispondono che dà fastidio anche a loro: e che, però, non possono farci nulla lo stesso. Ma forse è una mia impressione ed è soltanto il silenzio sconcertante che c’è qui dentro a farmelo percepire così.
Dodici celle messe una di fila all’altra e illuminate dalle sei del mattino fino alle dieci di sera da lampade di trecento watt. Luci tanto abbaglianti che ti impediscono di guardare il soffitto. Dove tutto quello che c’è da vedere è bianco: i muri sono bianchi; il pavimento è bianco; le sbarre sono bianche; la grata sulle sbarre è bianca; la porta del cesso è bianca; il cesso è bianco, il lavandino del cesso è bianco; la base della doccia è bianca; la tenda di plastica attorno alla doccia è bianca; le piastrelle del cesso, bianche; le lenzuola sono bianche; gli asciugamani sono bianchi; il piccolo tavolo e la sedia di plastica, bianchi; le gamelle dove ti portano il cibo sono bianche; le posate di plastica, bianche; la brocca dell’acqua e il bicchiere sono bianchi. Cristo! Odio il bianco!
E qui c’è poca roba, ma potrei continuare ancora col mio elenco e alla fine non mi basterebbe un libro intero di parole per dire di quanto bianco ci trovi qui dentro. Io, invece, sono arancione. Non proprio, non esattamente, indosso una tuta arancione. Ma a volte ho il presentimento che col tempo questa tuta possa stemperare lentamente e sempre più il suo colore, diventando quindi bianca, e con lei diventerei di conseguenza bianco anch’io, fino al punto di dissolvermi in un tutt’uno con essa, ed essa con tutto il bianco che c’è qui attorno. Però mica sarebbe tanto malvagia a crederla possibile la cosa. Perché così diventerei invisibile. Anzi, mi ci voglio mettere di punto, crederci fermamente e concentrarmi perché ciò accada per davvero. Non vedendomi più, penserebbero subito a un’evasione. Invece io starei sempre qui. E quando verrebbero a ispezionare la cella, credendo che sia vuota e per cercare il buco da cui sono fuggito, incomincerei a girargli attorno come uno spettro, a burlarmi alle loro spalle e a fargli degli scherzi. Che so? Far volare qualcosa nell’aria, far cadere le braghe a qualcuno, annodargli le scarpe per vederlo inciampare e poi ridere di lui. O qualcosa di più tosto e cattivo: tipo scappellotti, cazzotti allo stomaco e calci nel culo. Parecchi calci nel culo! E potrei anche fuggire. Evadere per davvero. Andarmene libero dove cazzo pare e piace a me, e fare quello che pare e piace a me. A caccia di farfalle? Potrei andarci: perché no? Sì, a caccia di farfalle coi piedi nudi sull’erba bagnata. Oppure potrei fare qualcosa di più semplice e banale, tipo comprarmi le sigarette, è da parecchio che non faccio una cosa del genere. O qualcosa di più avventuroso e andarmi a perdere in un posto caldo e lontano. Magari a Denver, a Salem o a Salt Lake City. Dicono che ci sono dei locali proprio niente male nel West.
Sì… Sì! Mi sono deciso e sono convinto. È una cosa che si può fare. Ho sopportato fin troppo questo andazzo e non ne posso per davvero più! Prima che faccia di nuovo giorno, e prima che divento scemo del tutto, più tardi lo faccio. Sicuro che lo faccio. Divento invisibile, così vengono a ispezionare la cella, credendo che sia vuota e per cercare il buco da cui sono fuggito. Allora io incomincio a girargli attorno come uno spettro per burlarmi di loro e a fargli degli scherzi. Che so? Far volare qualcosa nell’aria, far cadere le braghe a qualcuno, annodargli le scarpe, vederlo inciampare, poi ridere di lui. O qualcosa di più tosto e cattivo: tipo scappellotti, cazzotti allo stomaco e poi calci nel culo. Parecchi calci nel culo! E prima di ricomparire, evado da qui, corro alla stazione e salgo sul primo treno disponibile per Salt Lake City, con già addosso un bel cappello da cowboy, la camicia a frange, la cravattina, gli stivaloni, il cinturone con la grossa fibbia e tutto il resto che mi occorre. Ci metterei un po’ di tempo per arrivare, tuttavia il gioco ne varrebbe la candela. Poi, appena giunto alla mia meta, sputandoci sopra, mi lucido con cura gli stivali, prima uno, l’altro, e come un maledetto yankee mi rifugio in una bella tana per ascoltare musica country e bere birra fino a scoppiare. Verso l’una di notte pago il conto e subito dopo mi trovo pure un bel puttanone per farci l’amore. Sì, una bionda puledra di quelle parti: vigorosa nelle sue grazie, libidinosa nelle sue voglie e dai morbidi seni coi capezzoli grandi e turgidi come quelli di Naomi Watts. E questa troia la porto con me in una bella locanda e me la sbatto due o tre volte, forse cinque se ci riesco. Ma prima che faccia giorno… la pago, prendo i suoi stracci e a calci nel culo – parecchi calci nel culo! – la caccio via. Però mi trattengo le sue mutandine. Perché io mi trattengo sempre le mutandine delle donne con cui ho fatto l’amore, sempre se le porta, e non è che la mia collezione sia tanto scarsa; donnacce a pagamento, ovvio! Le ho tutte a casa in un cassetto chiuso a chiave. Di nere ne ho abbastanza, di bianche lo stesso, poi gialle, verdi, rosse e altre stravagantissime di più colori. Mi mancano purtroppo quelle blu. Quando finalmente riuscirò ad avere anche quelle, le metterò sopra il filo di spago che sta sulla mia vasca assieme alle rosse e le bianche, e ne farò la mia personale bandiera degli United Sexy of America.
Ricapitoliamo, allora… divento invisibile, braghe a qualcuno, cappello, camicia, cravattina, stivaloni, Salt Lake City, musica country, birre, bel puttanone… e poi? Ah! Già, dimenticavo… pure i calci nel culo. Parecchi calci nel culo! Serro con forza gli occhi, porto gli indici alle tempie, premo forte e mi convinco nella testa che le cose vadano proprio come le ho immaginate io. Po li riapro… e non è successo niente. Di vero ho solo questo bianco. Sarà quindi per tale ragione che a volte ho stima e invidia di questi interstizi neri che ci sono tra una piastrella e l’altra, vorrei essere loro. Trecentoquarantadue giorni di bianco e di solitudine. E qui sotto non c’è nulla che possa distrarti: né TV né radio né puoi leggere quotidiani per sapere come fuori va il mondo. Sì, è vero! Questa è la mia condanna, ed è giusto che sia così. Devo farmene una ragione. Però, santo Dio! Io credo che uno ogni tanto abbia il sacrosanto diritto di fare quattro chiacchiere con qualcuno e non solo una volta al mese quando posso ricevere gente da fuori, e non è che qui siano molti a venirmi a trovare. Altrimenti non ti rimane che concentrarti su te stesso. Non ti rimane altro che pensare.
È un tormento.

Siamo in quattro qui sotto. Io sto nella cella N. 7. Nella 6, oltre il mio muro sinistro, c’è un tizio che si chiama Mike. È giovane. L’ho capito dalla voce. Non c’era quando sono venuto qui, se no l’avrei visto o quantomeno sentito. È arrivato sicuramente dopo, forse di notte mentre dormivo. Le celle 11 e 12 erano invece già occupate al mio arrivo, le altre sono vuote. La 11 da un nero che si chiama Grant, la 12 da un ispanico che si chiama Ruben, e tra noi non possiamo parlare. Però una volta ci ho provato a parlare con Mike e gli ho detto: «Ehi, ragazzo! Come mai qui?», lui stava per rispondermi, ma subito è venuto il secondino, ha fatto rullare il suo bastone sulle sbarre e mi ha sputato in faccia tutte queste parole:
«Qui non si parla con gli altri detenuti, si sta in silenzio. La prossima volta che ti becco a parlare, faccio rapporto. Puoi parlare solo quando è strettamente necessario o se il personale addetto o attinente alla tua custodia ti fa qualche domanda. Se invece hai qualche lamentela da fare in merito alla tua custodia, questa puoi farla unicamente per iscritto con un apposito modulo che sarà inoltrato alla segreteria del direttore. Sono stato chiaro?».
«Chiarissimo!», ho risposto io.
Sì, devo stare zitto e se ho qualche lamentela da fare in merito alla mia custodia: c’è il modulo. “Okay, parlo solo quando è strettamente necessario o se il personale addetto o attinente alla mia custodia mi fa qualche domanda, è giusto che sia così”, mi sono ripetuto più volte nella testa. Allora da quel giorno zitto e mosca. Ma porcaccia la miseria! Non ci sono riuscito a tenere la bocca chiusa per più di tre giorni. Perché non ho proprio capito quando è strettamente necessario parlare, e poi perché mai nessuno mi chiede qualcosa, o perché ho capito che non è mai strettamente necessario parlare e che mai nessuno mi chiederà qualcosa. Allora al quarto giorno ho tradito la promessa che ho fatto a me stesso e ho ricominciato a parlare, e non per lamentarmi in merito alla mia custodia o con Mike, ma da solo. Già mi hanno fatto quattro rapporti, al quinto mi faccio un mese in più. Rischio, me ne frego!
I miei sono dei veri e propri soliloqui, con domande e relative risposte. Naturalmente, per ovvie ragioni, sono io stesso a rispondermi. Ritengo poi per assodato che gli altri che stanno qui sotto con me, ma poco mi importa del loro giudizio, credano che io sia diventato matto. Forse è vero. Forse lo sono diventato. Forse lo ero già prima di entrare in questo posto e non me n’ero mai accorto.
«Zitto, Charlie, non dar rogna, altrimenti mi costringi a farti rapporto, tu sai che significa…».
Certo che lo so! Ma io insisto, rischio e me ne frego. Perché io ho voglia di pensare e poi di dire quello che ho pensato, e tu questo non puoi impedirmelo. Così lui mi capisce e mi sopporta. Capisce che questo è il mio unico modo per restare in vita e mi tollera. Come del resto mi tollerano Mike, Grent e Ruben. Anzi, col mio compagno del muro accanto ci parlo per ore. Lui neanche mi risponde, sa che non può farlo – perché le regole qui valgono per tutti. Credo che però mi ascolti. A volte lo sento fare toc toc sul muro col tacco della scarpa. All’inizio pensavo che si lamentasse o che ce l’avesse con me perché spesso, involontariamente, lo coinvolgo troppo in quello che dico. Invece no, il suo è un altro modo per comunicare. Per dire che c’è, e che se ho voglia di parlare, lui è sempre lì, pronto ad ascoltarmi. Siamo quasi amici. Perché ho detto quasi? Siamo amici! Ci scambiamo le sigarette se uno di noi rimane senza. Lentamente la sfilo dal pacchetto, poi, senza farmi notare dalla guardia, mi abbasso sulle ginocchia, giù c’è un piccolo rettangolo privo di grata, e con un veloce giro del pollice e dell’indice la faccio roteare a terra verso di lui. E Mike, rapido e furtivo, come farebbe una scimmietta chiusa in una gabbia dello zoo, l’afferra tra le dita. Subito dopo sento fare tre toc sul muro col tacco della scarpa, ho idea che significa grazie. È giovane, me ne sono accorto dal braccio. E se anche io rimango senza, mi basta parlare vagamente di fumo, perché non posso chiedergliela direttamente in un discorso, allora lui m’intende e fa lo stesso con me, e io, come una scimmietta dello zoo, subito l’acchiappo, neanche fossero noccioline! Sì, è vero, parlo, parlo molto, e in quest’ultimo periodo anche di più.

Infine, in riguardo a quella ragazza. La causa del mio tormento. Certo, la penso sempre, e spesso parlo con me pure di lei. Il suo ricordo è così vivo che a volte mi sembra quasi di vederla. Anche ora, dopo tutto questo lungo tempo: esattamente com’era quella sera di maggio, otto anni fa. Quando mi voltai e la vidi per la prima volta in quel locale.
Calzava delle scarpette rosse coi tacchi alti, e dalle belle caviglie partivano, lasciate scoperte da una stretta mini, un paio di gambe slanciate ma non magre, velate in collant a rete. Un top a bustino rosso allacciato al collo le lasciava nude le spalle, la schiena e parte della pancia, dove un piercing le luccicava nell’ombelico. La stretta stoffa del top evidenziava i morbidi fianchi e la forma degli acerbi seni. E i capelli neri, che luminosi e lunghi precipitavano dietro le spalle, incorniciavano un viso dai tratti leggeri, con occhi grandi e scuri, naso dritto, narici tondeggianti e labbra tumide e vermiglie da cui sentivi uscire una vocina leggermente graffiata e con un timbro un po’ sofferente. Ed era un piacere, anche eccitante, guardarla. Litigava con un tizio, così si allontanò dalla sua comitiva e si avvicinò a me. Disse che aveva diciotto anni, la mia. Facemmo amicizia, io le offrii qualcosa da bere, e poi, dopo qualche ora, qualcos’altro per essere entrambi più svegli. «Andiamo a scuoterci?», mi disse. Ballammo e scherzammo per tutta la notte, a un certo punto mi diede un piccolo bacio sulle labbra e fece un vezzoso sorriso, e io pensai che questo significasse che le piacevo. Intanto le ore avanzavano, era quasi l’alba e fuori pioveva a dirotto.
«Tu ce l’hai l’auto?».
«Certo che ce l’ho la macchina!».
«Mi riaccompagni a casa?».

Sotto la pioggia battente la macchina, penetrando il buio della notte coi fari abbaglianti, avanzava in una strada solitaria rivelando un paesaggio, monotono e ossessivo, fatto di un rapido saliscendi di colline e morbidi curvoni in una galleria di fitti boschi di faggi, betulle e querce secolari, che a tratti, sovrastati da un cielo plumbeo, si aprivano in squarci di prati incolti e cespugliosi.
Vero, dovevo riaccompagnarla casa, ma a un incrocio svoltai a sinistra addentrandomi per una stradina periferica, in cerca di un posto isolato.
Ci baciammo, reclinai lo schienale e lei mi fece spazio stringendomi tra le sue gambe. Mi abbracciava, mi carezzava, lasciando che pure io lo facessi. Quando però cercai di sfilarle i collant, cominciò ad essere riluttante. Lo so, dovevo frenarmi se lei non voleva. Ma standole sopra, tra il calore delle sue cosce aperte sotto di me, immerso nell’odore acre del suo sudore che sembrava bruciarmi le narici, non so che mi prese, forse fu anche colpa del fatto che ero impasticcato e sopra ci avevo bevuto dell’alcol. Insomma, per farla breve, mi ero eccitato a morte e non riuscii più a controllare i miei istinti. Cercò di allontanarmi, spingendomi con le braccia, scalciando frenetica, graffiandomi con le unghie la pelle, ma era troppo debole per poterci riuscire. Urlava, ma lì nessuno poteva sentirla.
«Stai ferma! Dopo ti lascio andar via, non voglio farti male!», si calmò, ma muta tremava e il suo respiro diventava sempre più corto, affannoso, simile a quello di un animale in trappola, e io in quel momento pensai che le piacesse quello che stavamo facendo.
Le rimasi dentro fin quando ebbi finito. Nel frattempo che mi riaccomodavo i jeans; la ragazza, inaspettatamente, aprì la portiera al suo fianco e scese dall’auto.
Avviai la macchina, a passo d’uomo la seguii. Con lo sguardo inespressivo, camminava scalza, quasi barcollante, sull’asfalto lungo il margine della strada. «Non fare la stupida, prenderai un accidenti sotto questa pioggia, risali in macchina, ti riporto a casa!», ma non ascoltò né si voltò per guardarmi. Il vento le sferzava la pioggia sui capelli, il viso e i vestiti sgualciti – il top slacciato che le lasciava scoperto un seno, le calze strappate e lo slip, rotto da un lato e penzolante a metà altezza di una gamba, facevano da testimonianza a quello che era accaduto – ma sembrava, come deprivata dei sensi, che non avvertisse più nulla. Inutile insistere. Fermai la macchina. Sempre così, un passo dietro l’altro, per inerzia, più che per volontà, si allontanò, fin quando le nubi grigio-verdastre dell’orizzonte la inghiottirono e scomparve dalla mia vista. Certo, avevamo scopato in modo un po’ violento e lei l’aveva presa male ma, tutto sommato, non era successa una tragedia.
Mentre ritornavo a casa, il tempo schiariva e un timido raggio obliquo di un arcobaleno si fece spazio tra le nubi.
Verso mezzogiorno, stavo dormendo, sentii suonare il campanello, aprì mia madre. Erano gli agenti venuti ad arrestarmi, perché sospetto di stupro contro una minore.
Lei mi aveva detto diciotto, sembrava di quell’età, e anche che quella sera fosse in cerca di sesso, altrimenti non si sarebbe allontanata con uno sconosciuto. Che cazzo ne potevo sapere che invece di anni ne aveva quindici e che per davvero voleva essere solo riaccompagnata a casa? Confessai subito. In quel locale mi aveva visto troppa gente e avevo le braccia, il petto e la pelle del dorso pieni dei suoi graffi, e in auto c’erano le sue scarpette rosse di cui ancora non mi ero sbarazzato: potevo negare?
Ora piove, come allora, ma ho l’impressione che la pioggia, di cui sento soltanto il rumore, perché qua sotto non ci sono finestre, mi cada addosso per scavarmi dentro e riempirmi d’acqua come una bottiglia vuota.
Sì, mi sento solo. Sono solo.
Manca più di un anno alla mia scarcerazione, leggo il tuo nome tatuato sull’avambraccio in un nodo d’amore, dall’altra parte c’è il mio.
“Chissà adesso cosa starai facendo: mi pensi anche tu? Mi hai perdonato per quella mia ferita d’amore? Mi stai ancora aspettando, piccola mia? Una volta fuori di qui che faremo e dove andremo mai a rifugiarci?”.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. emi ha detto:

    Il tuo racconto è uno di quelli che mi è piaciuto di più. Complimenti, ci va coraggio a trattare un tema come questo nel modo in cui l’hai fatto tu, col rischio appunto di essere frainteso.

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    1. Antonio Giordano ha detto:

      Grazie per la tua attenzione, Emi. Volevo cimentarmi in una storia alla rovescia, con un monologo che non fosse troppo noioso. Vero, il rischio, per un lettore disattento, c’era che venissi frainteso. Poi anche l’uso di molte parolacce era rischioso (è il mio stile un po’ punk, non molto aulico) ma le ho usate per costruire/definire il personaggio “malato” del racconto; perché vera la protagonista della storia è la ragazza/stupro. Grazie ancora.

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  2. Voti utili ai fini del racconto 1

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