Sogni di bimba di Annamaria Marconicchio

stupro2

“No! Non voglio.” La mia voce echeggiò nel buio della stanza mentre mi ritraevo in un angolo del divano, raccogliendomi in posizione fetale, mentre le lacrime iniziavano a rigarmi il volto. Angelo mi guardò stranito. Doveva essere il giusto epilogo di una bella serata. Ci frequentavamo da mesi, ci amavamo e ci desideravamo con passione. Rifugiarci a casa sua era stata una naturale conseguenza di un desiderio comune, una muta decisione che sapevamo entrambi dove ci avrebbe condotto.
“Non è colpa tua.” Allunga una mano a cercare la sua e la strinsi forte. Tremavo e avrei voluto che, con quel contatto, lui riuscisse a trasmettermi la sicurezza che sempre m’ infondeva “E’ solo colpa mia, perché non ti ho mai raccontato la verità, quella verità che credevo aver dimenticato e invece era solo sopita tra i ricordi di una bambina che aveva visto infrangere i propri sogni.”

***

Era un giorno come tanti: avevamo terminato di cenare e mia madre aveva iniziato a riordinare. Io la aiutavo, sparecchiando e sistemando i piatti sporchi nell’acquaio. Mio padre era rimasto seduto a tavola a bere l’ultimo, speravo, bicchiere di vino.
Era così ogni sera: lui ubriaco, la mamma ed io, in silenzio, sperando che si addormentasse in fretta, perché in quei momenti una parola di troppo sarebbe stato il pretesto che gli avrebbe permesso di litigare con mia madre.
Quella sera, come tutte le altre, seguivo con la coda degli occhi i suoi movimenti. Posò il bicchiere e fece per alzarsi, mentre in me nasceva il sollievo per un’altra serata che, sembrava, stesse finendo senza drammi.
Invece, quel giorno era destinato a diventare il peggiore di tutti.
Mio padre si alzò dalla sedia e, senza alcun motivo, solo forse per sfogarsi di tutti i suoi malumori, si avvicinò a mia madre e iniziò a inveire contro di lei.
“Il caffè non lo hai fatto ancora?”
“Il tempo che libero i fornelli… Dieci minuti.”
“Dieci minuti… Stai lisciando ‘ste pentole da quasi mezzora. Che ci vuole? Possibile che devo stare sempre a dirti ogni cosa?”
La mamma mi rivolse un rapido sguardo. Lessi nei suoi occhi la veloce ammonizione a non intervenire, abbassai il capo e presi ad asciugare i piatti che mia madre aveva appena finito di sciacquare.
“Solo due minuti…” mormorò “Ecco, vedi? Non ci metto niente”
La vidi affaccendarsi, rapida, per liberare il piano cottura, quindi aprì lo stipo accanto al frigorifero e tirò fuori il barattolo del caffè. La moka era, come sempre, appoggiata sul piano accanto al lavello; la prese, separò la base dalla parte superiore e, con gesti veloci ed esperti, seguì il rituale della preparazione per un buon caffè. Mio padre seguiva ogni suo gesto, biascicando parole incomprensibili, ma che sapevo erano i soliti insulti rivolti a mia madre. Lei non lo guardava, non rispondeva e continuava a dedicarsi al caffè, come se la sua vita dipendesse dalla buona riuscita di quella bevanda.
Come se stesse eseguendo un magico rituale, versò l’acqua nella parte inferiore della moka, assicurandosi che raggiungesse la piccola valvola posta sul lato, inserì il filtro e lo riempi con la polvere di caffè, evitando di pressarla. Sistemò la parte superiore della caffettiera, avvitandola ben stretta e la posizionò sul fornello, quello con la fiamma più piccola, perché, mi aveva spiegato un giorno, una fiamma più vivace avrebbe permesso di preparare il caffè più in fretta, ma ne avrebbe compromesso il sapore.
Il caffè aveva appena iniziato a gorgogliare che mio padre, allontanatosi per accendersi una sigaretta, tornò ad avvicinarsi alla mamma, si chinò verso di lei e le sussurrò qualcosa all’orecchio.
Nuovo sguardo di mia madre a me, questa volta decisamente imbarazzato. Non sapevo cosa le avesse sussurrato mio padre, ma compresi che doveva essere qualcosa di sconcio che lei temesse io potessi aver udito.
“Ecco! Il caffè è quasi pronto. Ora lo verso in una tazzina, così lo bevi e potrai andare a riposare.”
Il tentativo di distrarre mio padre dai suoi pensieri probabilmente lascivi fallì miseramente e sembrò accendere in lui una furia cieca.
“Non ho intenzione di bere questo schifo!” urlò e con la mano colpì violentemente la caffettiera che volò contro la parete e quindi finì a terra con un fracasso terribile.
Mia madre fissò la parete, quella stessa parete che lei aveva ridipinto di un delicato color glicine, dove si allargava la macchia creata dal liquido scuro che colava sul muro. Anch’io fissai quel grosso fiore nero che aveva violato l’unica nota di armonia che ancora esisteva nella nostra casa.
“Stronza!” La voce alterata di mio padre mi fece sobbalzare “Guarda cosa hai combinato!”
“Ma io…” fu l’inutile tentativo di difesa di mia madre.
All’inizio fu solo uno schiaffo. La mamma si portò la mano sinistra sulla guancia e guardò mio padre come a chiedergli il perché di quel gesto. Non uscì una parola dalla sua bocca né un lamento; ci fu solo quello sguardo smarrito, lo sguardo di chi, dopo anni, ancora non riusciva a comprendere quella violenza. La risposta alla sua muta domanda fu un violento spintone che le fece perdere l’equilibrio. Per non cadere si appoggiò all’acquaio e lì rimase prigioniera della furia inspiegabile del mostro che si era impossessato di mio padre. Una gragnola di pugni e calci colpì mia madre con ferocia, mentre io, inebetita, fissavo la scena senza riuscire a trovare la voce per invocare aiuto.
“Lasciala stare!” riuscii finalmente a gridare e mentre mio padre, distratto dalla mia voce, si voltava verso di me, mia madre riuscì a sottrarsi alla sua furia, a raggiungere la porta d’ingresso e a scappare giù per le scale. Credo che, per come fosse sconvolta, neppure per un attimo la sfiorò il pensiero di avermi lasciata in balia del mostro.
Mio padre si lanciò verso la porta, sembrava volesse inseguirla, ma si fermò all’improvviso e, come a ricordarsi che io ero ancora lì, si voltò a guardarmi. Scoppiai a piangere, scossa da tanta violenza. I singhiozzi mi sconquassavano il petto, mentre grosse lacrime scivolavano giù per il viso, inarrestabili.
Mio padre chiuse la porta a chiave, si voltò di nuovo e rimase a fissarmi.
Ero da sola con lui, in quella stanza che avrebbe conservato per sempre il ricordo di quella giornata infernale. Non sapevo cosa fare, non avevo la forza di muovermi. A tredici anni non puoi neppure immaginare che possano succedere certe cose, che un padre possa arrivare a tanto.
Lo vidi avvicinarsi. La cattiveria che lessi nei suoi occhi mi spaventò ancora di più. Provai a spostarmi, ma lui mi si avventò addosso e, con uno spintone, mi gettò a terra. Mi strappò il leggero vestitino di cotone che indossavo per casa e consumò il momento più brutto che una bambina possa mai conoscere.
Mia madre tornò la mattina dopo, quando mio padre era già uscito per recarsi al lavoro. Entrò in camera mia e vedendo la mia espressione disfatta lo attribuì al fatto che avessi assistito alla scena di violenza di cui lei era stata vittima la sera prima.
“Perdonami, bambina mia!” sussurrò tra le lacrime “Mi spiace di essere scappata, senza pensare a quanto ti fossi spaventata.”
“Dove sei stata?”
Non so se mia madre si accorse di quanta durezza ci fosse tono della mia voce. Mi accarezzò i capelli, mi posò un bacio leggero sulla fronte e mi sorrise mestamente.
“Sono rimasta giù. In cortile. Dove vuoi che andassi. Sai com’è fatto tuo padre: lui non è cattivo, ha solo quella brutta abitudine del bere e quanto è ubriaco non ragiona.”
“Poteva ucciderti!”
“Ma no, sciocchina, che dici! Lui ci vuole bene.”
Io voltai la testa affinché lei non potesse vedere il ribrezzo che sicuramente traspariva dai miei occhi.
Ci voleva bene? Era quello il modo di dimostrare il suo affetto? Picchiare la moglie e violentare la figlia erano la prova del suo amore?
Mi voltai di nuovo a guardare mia madre.
“Mamma,” mormorai “ieri sera…”
Le parole mi morirono in gola, mentre realizzavo una terribile verità: mia madre era innamorata del marito, nonostante tutto. Non avrebbe mai creduto a ciò che era accaduto. Scostai la mano che ancora sfiorava i miei capelli, mi alzai e iniziai a prepararmi per andare a scuola.
Tenni dentro di me questo segreto per tre anni, tre anni di tormento, di lacrime, di momenti trascorso con la paura nel cuore, quella paura che non ti lascia mai, soprattutto la notte quando vorresti sognare come tutti i ragazzi, ma ti accorgi che la tua gioventù è sparita.
Mio padre, e chiamarlo così mi fa schifo, continuò a tormentarmi, conscio del fatto che non avevo avuto il coraggio di raccontare quello che era successo la prima volta, e minacciando che avrebbe ucciso sia me che la mamma se avessi proferito parola con qualcuno.
Mia madre non si accorse mai di nulla o, se questo accadde, finse di non sapere. Continuava a subire le percosse di un marito ubriaco e a perdonare, per amore o per paura. Questo non l’ho mai capito.
A sedici anni scappai da casa con un ragazzo più grande di me. Mi riportarono a casa i carabinieri due giorni dopo. Un mese dopo scoprii una cosa terribile: ero incinta.
Mia madre mi riempì d’improperi. Mi chiamò sgualdrina e decretò che da quel momento lei non aveva più una figlia; mio padre mi osservò in silenzio e solo io notai un lieve sorriso beffardo nei suoi occhi.
“Liberatene!” ordinò e si allontanò.
Compresi che ero ormai sola e che da sola avrei dovuto prendere le mie decisioni.
Mi rivolsi al nostro parroco, a cui spiegai la mia situazione pur senza avere il coraggio di confessargli la verità. Lui comunque fu molto comprensivo.
“Un peccato di gioventù non va condannato,” disse con dolcezza “perché comunque lo hai fatto per amore.”
Abbassai gli occhi. Forse Padre Antonio pensò che fosse per vergogna, invece era solo per nascondere una lacrima che tentava di forzare la barriera che avevo alzato intorno a me.
Il buon sacerdote, dopo aver tentato inutilmente di avere un colloquio con i miei genitori, mi affidò alle suore di Camposcino affinché si prendessero cura di me e trovassero una brava famiglia a cui affidare il bambino quando sarebbe stato il momento.
“Madre,” dissi un giorno a suor Faustina, mentre l’aiutavo a preparare i pasti per i bambini della scuola d’infanzia curata dalle suore stesse, “io questo bambino non lo voglio!”
Il tono deciso con cui mi ero espressa fece girare la suora di scatto.
“Non dovrai tenerlo.” La dolcezza della sua voce si rispecchiava nello sguardo pacato “Sai che verrà dato in affido non appena sarà nato.”
“Non è questo che voglio. Io…” Tacqui. Avevo paura anche solo di esprimere il pensiero che si stava formando nella mia testa.
Suor Faustina mi fissava, aspettava che continuassi, che spiegassi. Forse capì grazie al suo intuito, forse lesse nel mio sguardo la disperazione che mi portavo dentro.
“Non puoi.”
Due semplici parole dette con la stessa dolcezza di sempre, ma con una fermezza agghiacciante. I miei occhi le chiesero perché, in una muta preghiera, mentre lacrime copiose iniziarono a scendere giù per il viso. Suor Faustina mi si accostò e mi abbracciò forte, in silenzio, aspettando che il mio pianto cessasse. Solo alla fine, mi sollevò il mento con una mano e mi guardò a lungo, dritta negli occhi.
“Chi fu? Quando è successo?”
Poche semplici parole. Aveva compreso il mio dramma ed era turbata. Mi venne facile raccontarle tutto di quella sera che aveva distrutto la mia fanciullezza e di tutto lo schifo che ne era seguito. Ero un fiume in piena. Per la prima volta stavo confessando il mio dramma, le violenze subite, le mie paure, la mia disperazione. Le narrai del mostro che si era impossessato di me, di una madre che non aveva saputo o non aveva provato a difendermi, dei miei sogni spezzati. Le lacrime della suora si mescolarono alle mie, mentre la campana batteva dodici tocchi.
Suor Faustina si asciugò gli occhi con la manica della tunica, quindi riprese a lavorare velocemente.
“Ora i bambini devono mangiare e hanno bisogno di noi. Più tardi cercheremo un soluzione.”
I modi pratici e sbrigativi della suora ottennero un effetto calmante su di me e riuscirono a strapparmi un breve, triste sorriso.
Nel tardo pomeriggio, ero intenta a leggere un libro. Il romanzo narrava una dolcissima storia d’amore e io avevo gli occhi umidi per la commozione. Mi piaceva leggere quel genere di romanzi, mi faceva sognare che forse un giorno anche per me ci sarebbe stato un giovane buono e gentile che mi avrebbe capita e portata via, lontano.
“Teresa!” La voce di Suor Faustina mi riportò alla realtà. Alzai gli occhi su di lei, mentre chiudevo il libro.
“Ha bisogno di me?”
“Ho parlato con la madre superiore. Le ho raccontato di te, di quello che ti è accaduto.”
“Non doveva!”
Ero risentita che la mia confessione, un dialogo provato fosse stato riportato a qualcun altro, Mi sentivo violata nella mia intimità.
“Dovevo, Teresa. Era necessario per capire se puoi fare quello che desideri.”
Compresi che la povera suora non si era sentita all’altezza di consigliarmi su cosa fosse giusto o possibile fare e aveva sentito la necessità di demandare la decisione a qualcuno con maggiori poteri.
Feci, quindi, un cenno di assenso con il capo e attesi la risposta.
“La Chiesa non accetta l’aborto, neppure nel tuo caso. Si tratterebbe di un’uccisione deliberata di un essere umano innocente. La Madre Superiore dice che non puoi rinunciare a far nascere il tuo bambino.”
La guardai allibita. Io avrei ucciso un innocente e Dio mi avrebbe condannato per questo? E dov’era Dio quando quel mostro aveva violato il mio corpo e ucciso la mia infanzia?
Non dissi nulla, Decisi che quanto prima avrei lasciato le suore e avrei fatto di testa mia.
Quella notte piansi a lungo. Ero minorenne e mi rendevo conto di quanto potesse essere difficile mettere in atto la mia scelta, ma ero determinata: quell’essere che era dentro di me doveva sparire.
Pregai il Signore di aiutarmi e, sfinita, mi addormentai.
Mi svegliai che era notte fonda credendo di sentire una voce che chiamava il mio nome. Ascoltai. Nulla. Nessuna voce, nessun rumore; solo il silenzio profondo della notte. Cercai di riaddormentarmi, ma all’improvviso lo sentii. Un guizzo improvviso attraversò il mio ventre come delle farfalle che volavano e solleticavano le pareti esterne. Il mio cuore accelerò i battiti, restai in attesa, immobile. Con un fremito accolsi il successivo batter d’ali che mi sfiorò con delicatezza e scoppia in lacrime, travolta dall’emozione. Il mio bambino era lì, era vivo, giocava con me. Lui non sapeva, non aveva colpa. Era una vittima, come me.
Il giorno in cui nacque Andrea, avevo già deciso di non darlo in affido. Lui era una parte di me e, anche se mi avrebbe ricordato per sempre quella sera maledetta, lo avrei amato con tutta me stessa, per sempre. Siamo rimasti con le suore di Camposcino fino a che, diventata maggiorenne, ho potuto cercarmi un lavoro e offrire a mio figlio una vita degna di tale nome.

***
“Ora sai tutto.” Lasciai la mano di Angelo, mi asciugai una lacrima e lo guardai dritto negli occhi “Ora sta a te decidere. Posso andar via, se vuoi, oppure puoi regalarmi quel paradiso che sognavo da bambina.”
Angelo allungò una mano verso di me e mi sfiorò con delicatezza, poi un sorriso lieve gli increspò le labbra. Si alzò, mi tesa la mano e fece alzare.
“Vieni!” disse “Andiamo a prendere Andrea.”

37 commenti Aggiungi il tuo

  1. Athaena ha detto:

    Brutale, ma dolce allo stesso tempo. Brava Annamaria.

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  2. Maria ha detto:

    Complimenti per il tuo bellissimo racconto, ogni volta trasmetti emozioni, hai talento sei semplicemente bravissima. By mary

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  3. Luisa D'Aniello ha detto:

    Uno scritto semplice e disarmante ma al contempo potenteted efficace

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  4. Valeria ha detto:

    Bellissima

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  5. Roberta ha detto:

    Triste ma, purtroppo, anche così vero.
    Bellissimo come sempre, con un finale che regala un lieto fino anche a chi, nella vita, ha sofferto tanto.

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  6. Francesca Pianese ha detto:

    Bellissimo racconto!

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  7. Sarah ha detto:

    Non dovevo leggere… Uffa’!!! Tristezza infinita ma con un finale che ti apre il cuore e la porta della speranza… Credo, fermamente, che nessuno nasce x soffrire. Alla fine, esce sempre il sole, x tutti!!! Mi hai emizionata con una storia scritta molto bene ma, soprattutto molto bella!!! Complimenti💕🌷🐞

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  8. kateradix ha detto:

    Davvero toccante per quanto brutale. Brava!

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  9. calloflife ha detto:

    Scrivi molto bene, la narrazione è scorrevole. Approfondirei di più l’inizio e la fine, le parti con Angelo sono molto spicce.
    Attenta, ci sono due refusi (roba da poco che puoi aggiustare): all’inizio, quando vuole stringere la mano al fidanzato, hai scritto “allunga” invece di “allungai”. Poi, nel finale un “mi” è rimasto nella tastiera, o se ne vuoi lasciare uno, meglio spostarlo: “mi tese la mano e fece alzare”, credo suoni meglio “tese la mano e mi fece alzare”.
    Comunque un buon racconto!

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    1. Filippo ha detto:

      Hai dimenticato i tratti rossi e blu della matita….e, naturalmente, il voto

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      1. calloflife ha detto:

        Oddio, c’era da dare un voto? Darei tranquillamente un 8! Solo perché le parti al presente sono poco approfondite.

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      2. Nessun voto richiesto…

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  10. Cinzia ha detto:

    Quanta delicatezza nel raccontare una storia brutale è attuale.Grazie Annamaria

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  11. Filippo ha detto:

    Racconto scritto con una penna “lieve”, ma carico di pathos. La violenza può essere descritta anche da un sussurro. Complimenti

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  12. renata ha detto:

    Molto bello, complimenti. Sei veramente brava!

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  13. fortuna ha detto:

    Storia cruda e attuale ma scritta con grande leggerezza quasi come a voler entrare in punta di piedi in questa triste vicenda. Brava Annamaria

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  14. Loredana Preda ha detto:

    Un buon racconto, forse da rivedere in alcuni punti. So che l’autrice aveva fretta di pubblicarlo e nella foga e dallo stess a essa dovuto le è scappato qualche errore di battitura. Questo non toglie nulla alla bravura della narratrice che riesce a riscattare la sua protagonista a distanza di anni, offrendoci una storia crudele e veritiera, però comunque a lieto fine.

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  15. Tiziana Fiorito ha detto:

    Tiziana
    Nel leggere sembra di vivere quei momenti insieme alla protagonista, una lettura scorrevole che nello stesso tempo toglie il fiato .Brava sei veramente eccezionale

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  16. Giovanna Avignoni ha detto:

    Racconto forte, scritto per essere letto con rabbia. La rabbia di chi si sente impotente davanti a tanta malvagità. I mostri esistono e un uomo che violenta la propria figlia e plagia la moglie, ne è la prova. Brava Annamaria

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  17. Angela ha detto:

    Un racconto agghiacciante raccontato con delicatezza e sensibilità non comuni. Bellissimo

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  18. Antonella Cataldo ha detto:

    Non vado a guardare il tecnico perchè non ne sarei in grado. Le emozioni sì e sono tante, la violenza di situazioni tanto spinte oltre il limite della sopportazione.
    Il racconto sembra vero e sembra lasciarsi vivere.
    Complimenti!

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  19. Daniela Di Domenico ha detto:

    Una storia purtroppo quasi “banale” tante ne sono accadute nella realtà, ma che è raccontata con commozione e delicatezza anche nella descrizione delle violenze fisiche e psicologiche. Complimenti!

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  20. emi ha detto:

    In poche parole sei riuscita a descrivere una vita, oltre che una violenza. Complimenti 🙂

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  21. Ciro ha detto:

    Una storia inventata che purtoppo denuncia una triste realtà. Racconto coinvolgente ed emozionante, scritto in modo da farti vivere la storia come se stessi guardando un film.

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  22. Martina ha detto:

    Un racconto emozionante che tocca il cuore. Una storia che lascia il segno di un qualcosa che purtroppo esiste e non è solo pura immaginazione. Complimenti! Credo tu sia riuscita a trasmettere le giuste emozioni in pochissime righe. Bravissima.

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  23. Tatiana Sabina Meloni ha detto:

    Una narrazione che riesce a unire brutalità e sentimento. Un ottimo lavoro.

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  24. Jenny Brunelli ha detto:

    Molto toccante e ben scritto.

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  25. Bruno Zapparrata ha detto:

    Bruno Zapparrata
    Ho letto tutto e riletto questa mattina, una bellissima novella ed uno spaccato di vita vissuta raccolta dalla tua fertile mente creatrice ed espressa nella maniera più veritiera possibile. Fatti che succedono purtroppo ancora oggi contro Dio e contro tutte le leggi della natura. Tu sei molto brava Annamaria, è una novella che andrebbe pubblicata di uno di quei rotocalchi non da gossip ma di valori umani per dimostrare quanto di brutto e di buono la vita ti può riservare..L’epilogo e di una bontà ed intelligenza perfetta..è una novella che se pur nella sua bruttura iniziale diventa a lieto fine..Con il mio abbraccio ed i miei complimenti di cuore.

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  26. Roberto Palliola ha detto:

    Annamaria hai dato una grande prova della tua passione e del tuo talento
    Quando leggo non esprimo mai giudizi tecnici perché sono altre le cose che mi interessano
    Con le tue parole sei entrata direttamente la dove albergano emozioni e sentimenti
    Complimenti sei stata bravissima

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  27. Lisa ha detto:

    Complimenti! Non poteva essere descritta meglio un simile dramma..

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  28. Linda Borriello ha detto:

    A parte due piccolissimi errori di tastiera, è un racconto che potrebbe essere di una storia vera. Scritto molto bene. Allungherei solo il tempo iniziale per far capire meglio il fatto che lei lo sta per raccontare. Probabile che però ci siano limiti di parole qui sui blog e quindi io abbia detto una scemenza. Comunque è una trama attuale e sei stata molto brava ❤

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  29. rosalba ha detto:

    Purtroppo le statistiche parlano chiare e il 75% degli eventi qui raccontati da una bravissima Annamarua Marconicchio avvengono in famiglia. Grazie cara, il tuo racconto mi ha molto coinvolto perché la scrittura è scorrevole e non cade mai nel banale

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  30. Antonella Bellabona ha detto:

    Drammatico e struggente, brava Annamaria, complimenti!

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  31. Mauro Sala ha detto:

    Delicato e brutale! Complimenti!

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  32. GiancarloGesualdo ha detto:

    Bravissima mi associo ai complimenti degli altri anzi delle altre – cosa dire di nuovo? Che mi piacerebbe certe cose non accadessero veramente

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  33. maria sabina coluccia ha detto:

    Toccante. L’ho letto tutto d’un fiato. Brava.

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  34. Voti utili ai fini del concorso 36

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