Veniva il tempo di Michela Bonini

lucertola

Veniva il tempo dei fiori e delle meraviglie; tutto era colorato e la gente fischiettava allegra.
Vedevo i fiori dei ciliegi cadere e formare delle danze rilassanti nel vento.
Guardali, proprio là in fondo!
I bambini delle scuole uscivano estasiati dalle aule, s’affacciavano alle finestre ammutoliti da tale magia; accanto a loro le maestre sorridevano e si godevano l’innocenza e lo stupore che le circondava.

Veniva il tempo del caldo torrido e avvolgente, dei prati verdi, brillanti. I ragazzi rotolavano innalzando polveri di polline. La scuola era chiusa e i bambini dondolavano sulle altalene, le mamme li spingevano e ridendo si raccontavano lontani ricordi.
Cadeva la sera e ogni minima cosa assumeva un colore diverso, sfumature argentee date dalla vicinissima luna, sorridente e brillante.
I giovani preparavano pic-nic sulle coperte e si stringevano dolcemente all’arrivo della brezza leggera, creando atmosfere romantiche.

Veniva l’autunno delle foglie secche, dei colori vivi, lo scrocchiare di rami calpestanti da persone di corsa. Nel boschetto i più piccoli studiavano attentamente ogni animale che correva libero alla ricerca di scorte per l’inverno, ogni forma di vita, ed affascinati si voltavano su loro stessi ridendo.
Gli adulti spazzavano di continuo i viali, i vecchi cercavano la pelliccia adatta

Veniva il tempo del freddo insistente, del bianco candido che copriva le case, gli alberi. I bambini non dondolavano più sulle altalene, bensì si divertivano a formare enormi palle di neve che, messe l’una sull’altra, vestivano e ornavano come a creare una persona.
Osserva i loro volti: come sono belli… Così vivi, così liberi…
I grandi spalavano ed intanto cantavano vecchie musiche, o si raccontavano del lavoro, o ancora di come bella era stata la neve quando anche loro erano piccoli.
I giovani s’intravedevano piegati sui libri dalle finestre seminascoste da sottili tende. Si leggeva nei loro occhi la voglia delle vacanze, di un po’ di meritato riposo.

Così veniva il tempo della rinascita. Il ciclo, in quanto tale, ricominciava daccapo ed era bellissimo.
Mi soffermavo sempre più ore incantata ad osservare.
Più guardavo e più sognavo.
Mi tornavano alla mente un sacco di ricordi, come di quando ero bambina e i miei amici venivano a suonare al campanello, così che potessi giocare assieme a loro; e rotolavo pure io in quel prato enorme, anche io m’inebriavo dei profumi, e ridevo libera.
Passavano le stagioni, crescevo e studiavo. A scuola m’insegnarono ogni materia, ma la mia lezione preferita era quella della maestra più giovane, quando insegnava cosa vuol dire vivere in pace, l’importanza di amarci tutti.
Diceva che non esistono differenze tanto grandi da escluderci a vicenda. Bianco nero, classico esempio nel quale tutte le discriminazioni rientrano, non era che un favoloso pretesto per imparare qualcosa di nuovo. Ognuno è perfetto, nonostante i piccoli leciti difetti.
Ricordo soprattutto quando mia mamma mi prendeva la mano e cantava piano, perché solo io potessi sentire. Ascoltavo il suo cuore battere al solo sfiorarla con la testa e scorgevo gli occhi lucidi.
Ripeteva di continuo che non mi avrebbe mai lasciata andare, di non avere paura… Lei mi era accanto.
Mio padre invece passava lontano e sorrideva; spesso portava fiori da mettere fra i capelli e accarezzandomi infondeva tutto il suo calore.
Intanto diventavo grande. Gli amici dell’infanzia diventarono sempre più importanti e tutt’a un tratto scoprì l’amore. Passai dei momenti magici col ragazzo che divenne mio marito, ed in seguito padre.
Le stagioni si ripetevano, i nostri bambini crescevano, e spesso li scoprivo a contemplare le danze dei petali dei ciliegi. Cantavo loro la sera e li stringevo al petto. Nei giorni d’estate li spingevo sulle altalene mentre parlavo sorridente con le altre mamme di ricordi lontani. Venne poi l’inverno…

Tutto attorno a me è freddo. Mi rendo conto delle dita blu e le stacco dalle gelide sbarre che stringo da tempo ignoto. Quanto poco è bastato per sognarsi, l’ennesima volta, il profilo di una vita da favola?
Fuori gli adulti spalano cantando ed i bambini creano pupazzi di neve. Posso intravedere i giovani che studiano, lontano… Proprio lì, dietro quelle sottili tende.
Quanto li invidio
Mi distolgo dal gioioso quadretto, giro su me stessa e m’accorgo che l’uomo col quale devo condividere tutto ciò che posso avere dorme ancora. Sola e nella penombra penso a quel che ho appena sognato ad occhi aperti.
Ancora una volta mi chiedo cosa ci sia stato di sbagliato, cosa mi abbia ridotta a questo. Poi sento un suo gemito e son costretta a tornare sdraiata al suo fianco.
Passa un braccio sopra di me, mi cinge forte, quasi mi toglie il respiro. Sento il fiato pesante sul collo e la sua voce tra l’addormentato e lo sveglio che mi ricorda
-Tanto non puoi andare da nessuna parte-
Il suo corpo pesante mi sovrasta e ricomincia il solito rituale. Abituata e abbattuta. Sfinita. Al termine cerco il sonno ma l’eco del canto di mia madre torna a mancarmi, ad incidere. Mi si spezza il cuore, si lacera l’anima e mentre mi dispero cercando la calma m’accorgo che le lacrime son tornate a scorrere, inesorabili.

È arrivata l’estate calda, tutto è cambiato: tutto, tranne il cammino lento di mio padre, in quella strada là infondo che ogni giorno da anni percorre per andare al lavoro. L’osservo di nascosto e come di norma, sul portone, lui si volta e rivolge un sorriso amaro nella mia direzione. Non son sicura che sappia in quale stanza io mi trovi, son troppo lontana e nel frattempo gli anni son passati. Sento d’improvviso delle grosse mani stringermi il braccio e vengo presto trascinata sino ad uno sgabuzzino spoglio. Al centro vi sono un tavolo ed una sedia che so non essere per me. Il nuovo soggetto mi osserva penetrante. Non incrocio il suo sguardo, mi verrebbe troppo pesante sostenerlo. Lo sento schiacciarmi e credo possa bastare questo…
Mi parla come se fossi il suo giocattolo, mi accarezza e mi solleva il mento perché possa guardarmi negli occhi, ridendo della mia vulnerabilità.
Intanto fuori odo nitide risa di bimbi. Le finestre sono spalancate al sole, io sudo e l’altro non sembra preoccuparsene.
Comincia a confondermi con mille domande, si avvicina sempre più ed a ogni risposta mancata sono sberle. Intanto i suoi pantaloni si abbassano pian piano e fra me e me cerco inutilmente di calmarmi. Le mani s’avvicinano, la bocche si sfiorano. Seguono minuti infiniti, angosce, schiaffi, insulti. Nel frattempo arriva il mio compagno e i due fanno a botte per contendermi. Riesco a sollevarmi quel che basta per scorgere dalle inferiate due ragazzi che si tengono per mano su di una panchina, all’ombra di un grosso ciliegio oramai verde. I due si scambiano parole e sorrisi timidi. Vorrei alzarmi ma mi rendo conto di essere mezza svestita e quindi rinuncio, accucciandomi in un angolo e osservando quella felicità che non m’appartiene, ma alla quale vorrei rubare ogni secondo.
I due si baciano piano, mentre il vento caldo scompiglia i lunghi capelli di lei. Alzo lo sguardo e sullo sfondo scorgo una coppia di vecchi coi bastoni che si tengono per mano sino a raggiungere un tavolino malmesso dove amici di tutta una vita li stanno aspettando per una chiacchierata.
I giovani passano loro accanto e salutano felici, correndo poi fuori dalla mia visuale, incontro a destini gioiosi. Su di un altro tavolo un uomo in maniche di camicia scrive ispirato. Di tanto in tanto toglie il cappello e lo sventola per farsi aria.
Mentre fantastico su cosa potrebbe scrivere i due sono giunti ad un accordo. Mi sento strattonare violentemente; scappa un urlo che richiama l’attenzione di alcuni viandanti, così che la finestra viene serrata e le tende chiuse. La punizione per quel gesto del tutto involontario sarà pesante, non faccio in tempo a pensarlo che i due sono già su di me e mi fanno scordare ogni fantasia, ogni sogno…
Quando sono soddisfatti mi lasciano accasciata sul tavolo pungente di legno e s’allontanano sghignazzando. Mi copro il volto con le mani e dolorante cerco di trascinarmi in angolo buio, dove nessuno possa vedermi, nemmeno la mia stessa anima. In un frangente scorgo mio padre da una fessura delle tende che esce dal portone, abbassa lo sguardo stanco e, dopo una breve pausa, comincia il suo cammino lento. Mi accovaccio fra la polvere, m’appoggio al muro freddo, cerco la pace ma, ancora una volta, torna il canto dolce di mia madre… Ed ancora una volta tornano le lacrime…

Passiamo così all’autunno
La porta della mia cella si chiude di colpo, sento la zuppa provocarmi conati di vomito. L’uomo col quale condivido quel misero spazio mi fissa con aria di superiorità -Davvero mangi ancora quella robaccia? Uccideranno tutti i carcerati… Lo fai per scappare da me? Tanto non puoi andare da nessuna parte. Ricorda che finché sarai qui tu sei mia.-
Ascolto l’abituale avvertimento e cerco di non farmi vedere dalla guardia che nel frattempo passa fuori, così che non le venga in mente anche oggi di trascinarmi nello sgabuzzino.
-Vieni qui dai… So che sei triste: vedrai che passerà-
Se non vado comunque mi trascinerebbe con la forza; oggi credo sia meglio evitare. Così accontento ogni sua richiesta e finalmente s’addormenta; riesco ad affacciarmi alla finestra, ormai troppo tardi per assistere alla pausa pranzo di mio padre, alla sua sigaretta quotidiana.
Mi perdo di nuovo nei falsi ricordi di una vita felice… Torna alla mente il dolce volto di quell’uomo che m’aspettava elegante, io vestita di bianco, i sorrisi amici attorno a me che m’incitavano. Occhi che si strizzavano in segno d’appoggio; quella giornata perfetta e il ballo sopra note magiche. La partenza verso luoghi tanto attesi, quel senso di libertà che mi avvolse quando sentì di essere completamente protetta. Sapevo di essere in capo al mondo, seduta sulla vetta più alta, potentissima e felice. Nulla poteva toccarmi e di conseguenza ferirmi.
Di tanto in tanto quelle immagini vengono interrotte dal canto degli uccelli. Quanto sarebbe bello avere le ali, poter volare senza preoccupazione alcuna, per poi planare sull’acqua, creando uno spettacolo di movimenti e di colori.
Un bambino raccoglie dei fiori che sarebbero morti a breve, un uomo accanto, il padre probabilmente, risponde alle sue mille domande senza spazientirsi e senza perdere il controllo. Parla piano e sorride, sorpreso dalla semplice perfezione di quella sua creatura.
Si sta intanto avvicinando una donna dagli occhi stanchi ma dallo sguardo pieno. Raggiunge i due e cade in ginocchio quando il bambino le porge il mazzolino di fiori, sotto lo sguardo amorevole del papà che le si accovaccia accanto e abbraccia i due affettuosamente.
Anche a me una volta era successo di trovare sulla porta dei fiori… Era il mio compleanno e appena in casa trovai tutte le persone a me care. La tavola era imbandita e dei pacchi colorati abbondavano su di un tavolo. Fu un giorno perfetto. Correvo libera per il grande prato costellato di ciliegi, rotolavo sull’erba senza preoccuparmi del vestito chiaro.
La sua voce mi tronca all’improvviso… Devo andare. Mi sdraio sfinita e m’addormento colla solita melodia di sottofondo.
Come scapparne?

Son passati molti inverni, molte estati, numerose mezze stagioni.
Sono ora qui seduta in tribunale, mio padre mi sorride impotente dall’altra parte dell’aula.
Quest’oggi decideranno se mandarmi fuori o trattenermi.
Non sono fiduciosa… Non lo sono da tanto
L’indagine non è mai stata chiusa. Nonostante tutto il tempo che è passato, se dovessero decidere che sono colpevole dovrei scontare ulteriori anni, poiché questi non verranno contati.
La mia pelle è bianca, il mio volto incavo, gli occhi contornati di nero.
Mi hanno lasciato il permesso di lavarmi e mettermi dei vestiti puliti, mi han dato merce scaduta per truccarmi alla meno peggio, per non far vedere nulla.
Son stata obbligata, così ho dovuto guardarmi. L’impressione mi ha distrutta ed ora credo di non poter sopportare nulla se non la morte.
Se solo si potesse descrivere ciò che ho visto poco fa allo specchio…
Le persone si stanno sedendo ed io evito di dar loro attenzione. Sono di nuovo persa nelle mie angosce, ma nessuno sembra accorgersene o quantomeno farsene problema.
È arrivato il momento.
Si alternano testimoni, il giudice batte ripetutamente il martelletto sul tavolo, urla leggi e decreti.
Finalmente pronuncia il mio nome ed ancora una volta son chiamata a confessare la mia versione. Ma oggi è diverso,… oggi il sapore della libertà non lo immagino nemmeno più.
Guardo verso il mio carceriere, prendo il fazzoletto bagnato che avevo nascosto nella tasca e mi pulisco dal cerone che irrita la grezza pelle.
I presenti sembrano sconvolti dallo spettacolo.
-Non ho più voglia di nascondermi: sono stata io. Ho ucciso mia madre e i miei figli. In carcere mi stanno già facendo pagare per questo seviziandomi, picchiandomi, i sensi di rimorso non mi lasciano dormire. Lasciate ch’io marcisca in questa carcere poiché nella mia vita non ci sia gioia alcuna-
Mio padre si alza piangendo, lanciando maledizioni contro tutti i presenti. Esce sbattendo la porta e so che non lo rivedrò mai più, nemmeno da lontano
-Ringraziatelo di aver combattuto per la verità e ricordategli che gli voglio bene. È stata colpa degli eventi. Ho solo bisogno di essere libera-
Il giudice dichiara chiuso il caso compiaciuto ed io vengo spinta alle peggio torture, lasciata poi su quel pavimento ghiacciato.
Passa la notte e finalmente mi portano nella cella.
-Hai mentito per star con me? Ti mancavo già? O ti sei finalmente convinta che tanto non puoi andare da nessuna parte? Che voi donne siete qui per noi, non importa cosa abbiate da dire?!-
Per la prima volta mi permette di andare in bagno da sola e chiudermi all’interno, oramai consapevole e felice di aver potuto prendere tutto quello che potevo dare. Prima di chiudere lo saluto, poi delicatamente mi preparo.
Su di me scorre del liquido caldo, sento che finalmente sta terminando il tutto. Non avrei più dovuto preoccuparmi di nulla. Le ultime sfocate immagini ricordano quell’uomo al quale ero stata tanto legata prendere a coltellate le persone che più amavo, mi tornano tutte le sue bugie, le urla dei bambini agonizzanti, la mia impotenza legata alla sedia, costretta a guardare, lo sguardo di mia madre che m’implorava giustizia. Quale delusione sono stata…
Leggo ancora la scritta fatta un attimo fa sul vetro, mi ci vedo riflessa e rido sadica di fronte all’immagine di quella povera pazza. Intanto i carcerieri entrano… Troppo tardi. Il mio sguardo freddo li trafigge e sorride loro la bocca aperta in un ghigno diabolico.
Uno si gira appena e legge la dedica. Subito chiama il giudice.

“Grazie papà per aver creduto nella mia innocenza.
Ti ho voluto bene e se davvero esiste altra vita ancora te ne vorrò.
Hai perso tutto ma non sei solo… Io ora sono libera e
potrò tornare a vivere assieme a te
nel tuo cuore e nella tua mente.
Ricorda questa tua figlia innocente lasciata a marcire in una cella
Per sempre tua…
…Grazie papà”

Di sottofondo solo le note dolci di mia madre che, sorridendo, mi dice di addormentarmi e non avere paura: lei è con me; ed appoggiandomi al petto sento il suo cuore battere, e a mia volta abbraccio i miei bambini, li stringo forte.

Infine ecco che arriva anche papà… Sorride felice e mi mette dei fiori fra i capelli…

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandra Leonardi ha detto:

    Un racconto particolare, all’inizio poetico, per poi passare all’ incubo: grande contrasto. Non è mai molto chiaro cosa sta succedendo e cosa sia successo alla protagonista, il lettore rimane nel dubbio. Di forte impatto, mi è piaciuto.

    "Mi piace"

  2. Voti utili ai fini del concorso 1

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...