Come l’iniziale per il nome di Mauro Sala

iniziale

Ci sono cose che ci succedono e da cui non ci separiamo più. Assumono un valore significativo. Fra queste, ci sono anche quelle in cui ci si imbatte contro volontà, che mai avremmo voluto sfiorare.
Tutte diventano parte inscindibile dell’esistenza, proprio come non si può dividere l’iniziale dal resto del proprio nome.

Lidia ha 101 anni, ha vissuto gli orrori della guerra. Lidia sa che esistono incubi negli incubi stessi. A Lidia sono state imputate due colpe: essere ebrea e non essere uomo. Dopo essere stata privata di una casa, della famiglia, della libertà e della dignità con la deportazione, Eckbert, un ufficiale delle SS, ha deciso di strapparle con la forza anche l’orgoglio di essere donna.
Sono passati settantuno anni, è trascorsa letteralmente una vita, ogni giorno che le viene ancora concesso di trascorrere con i suoi figli, nipoti e pronipoti è per lei un regalo inaspettato. Dopo la guerra, Lidia ha imparato a reagire, e soprattutto ha ricostruito, pezzo dopo pezzo, tutto ciò che le hanno portato via. Lidia ha un marchio sulla pelle che ha pensato molte volte di far cancellare. Non l’ha mai fatto perché nascondere qualcosa di così grave, per quanto orribile sia, per lei significherebbe cancellare il crimine.
Ma ogni volta che il braccio si scopre, ogni volta che lo vede, tatuato con un inchiostro ormai sbiadito, Lidia osserva quella scritta, fatta di soli numeri che diventano divisori e la sua anima dividendo.

Anna ha 42 anni e non ha mai conosciuto suo padre. È sposata e ha tre splendidi bambini. Anna, fuori dalle mura domestiche, sa nascondere tutto, sa nascondere la gioia, sa nascondere la tristezza, la sorpresa e la paura. La persone dicono che Anna sia una donna difficile da capire, le persone credono che il suo apparire inespressiva rasenti la maleducazione. Non sanno che Anna ha dovuto imparare a nascondere, gliel’ha insegnato suo zio, tutte le sere dai 6 anni agli 11, fino a quando ha trovato il coraggio di raccontare: quando la mamma usciva di casa per il turno di notte all’ospedale, lo zio Giuseppe entrava in camera sua per farle una carezza sulla testa, prima di insegnarle a tacere gli orrori che una bambina non dovrebbe conoscere.
Quando Anna va a dormire, non passa sera che un brivido le percorra la schiena mentre avverte il putrido ricordo di una mano che le accarezza la testa.

Paola ha 24 anni e dice che ama Luca. Non lo ama veramente ma deve dire che lo ama. Lo deve ripetere a lui e agli altri: ai genitori, agli amici, ai colleghi, ma soprattutto a se stessa. Paola deve giustificarsi, Paola deve assolversi dai peccati che non ha commesso, perché nessuno capirebbe il vortice di turbamenti contrastanti che la squassano e che la costringono ad accettare le violenze che Luca le infligge.
Paola dice che ama Luca, e deve combattere col dolore delle percosse che le ricordano quanto tutta la sua vita sia diventata violenza e falsità.

Elena ha 36 anni ed è sempre stata felice e spensierata. Elena era impegnata nel sociale, prestava volontariato tre sere a settimana alla mensa della Caritas, nel quartiere più povero della città. Le decine di anime, derelitti invisibili al resto del mondo, dicono che il sorriso e la gentilezza di Elena corrobori più di un piatto di brodo caldo nelle fredde sere d’inverno.
Elena adesso è coricata su un letto d’ospedale È stata aggredita e violentata da Corrado e Vincenzo, nel sottopasso della stazione, proprio mentre rientrava a casa dopo aver prestato servizio e regalato sorrisi.
Elena sta pensando che non sorriderà mai più. Il peso della felicità è fuoriuscito dal suo corpo ed è rimasto appeso a dei fili invisibili cuciti al viso, che disegnano disperazione e cancellano la speranza.

Loredana aveva 17 anni quando si è suicidata. Non ha più trovato la forza di sopportare.
Quella sera in discoteca aveva bevuto troppo. Gli abiti succinti avevano attirato lo sguardo di Saverio, quel ragazzo tanto carino che prima di allora non l’aveva mai considerata. Saverio le ha offerto da bere, più volte, prima di appartarsi. Saverio ha estratto il cellulare e ha iniziato a filmare. Loredana non ha riflettuto, Loredana si è fidata di Saverio. La sua immagine di ragazza riservata ha subito la metamorfosi che s’innesca attraversando il portale che immette in rete: è diventata una puttana, Saverio un figo.
Quando si è sporta dal balcone del sesto piano, Loredana ha deciso che l’impatto con suolo avrebbe fatto meno male degli insulti delle persone che hanno visto, condiviso e commentato il video su internet.
Derisione e disprezzo come marchi roventi pigiati sulla schiena. Sguardi e parole che la beatificheranno dopo averla uccisa, ammazzandola un’altra volta ancora.

Laura ha 31 anni ed è la più in gamba dell’ufficio. Lavora presso un’azienda del settore pubblicitario. Laura è sposata con Gianfranco. Al lavoro Laura è importante: segue i migliori clienti ed è continuamente in trasferta in tutta Europa.
Gianfranco e Laura decidono di avere un figlio, entrambi lo desiderano. Quando Laura comunica all’azienda di essere incinta, il suo capo va su tutte le furie. Laura è mortificata, Laura gli promette che con l’aiuto di suo marito farà di tutto per gestire famiglia e lavoro.
Laura chiede l’appoggio di Gianfranco, che invece di supportarla si rifiuta di mettere a repentaglio la propria di carriera. Litigano e Gianfranco se ne va di casa.
Laura adesso è mamma, Laura riceve gli alimenti da Gianfranco e ha fatto causa all’azienda che l’ha licenziata motivando la decisione con una bugia. Passeranno anni prima che Laura riesca a riscattarsi e rimuovere il ricordo e i sensi di colpa, cementati all’altezza del ventre, per aver odiato suo figlio durante il travaglio.

Elvira aveva 28 anni quando è morta. Rapita, violentata e uccisa dal branco fra quattro mura di cemento armato, resto fatiscente di una vecchia fabbrica abbandonata.
Il corpo senza vita di Elvira non ricorderà più nulla, ma la mano della donna che l’ha trovata riversa a terra, fra liquidi maleodoranti e sporcizia, ha memorizzato in maniera indelebile quella sensazione di ripugnanza e terrore trasmessale dal corpo di Elvira, divenuto ghiaccio insanguinato.

Nadia ha 40 anni ed è bella e ambiziosa. Ha scelto la carriera rinunciando alla famiglia. Nadia ha dedicato buona parte della sua vita all’azienda per cui lavora. Nadia ha fatto questa scelta perché pensava che questa società è ipocrita quando promuove la famiglia e demonizza l’aborto, penalizzando poi la donna in quanto mamma e lavoratrice. Ma Nadia si è dovuta ricredere, l’uomo è peggio di quanto immaginasse lei.
È arrivato il momento per Nadia di riscuotere, è giunto il momento di diventare la nuova responsabile. Francesco è il capo e deve decidere chi promuovere fra Nadia e Umberto, ma tutti e tre sanno che è Nadia l’unica a meritarselo.
Francesco calpesta i sogni e vanifica i sacrifici di Nadia, e lo fa sotto gli occhi di Umberto che tace. Francesco vuole di più, da lei, in cambio della promozione… Nadia non accetta, Nadia ha la schiena dritta e dà le dimissioni. Nadia ha una dignità e non piangerà davanti a nessuno.
Ma quella stretta alla gola, per cacciare giù le lacrime con la forza dell’orgoglio, le ricorderà per sempre la violenza subita.

Olga ha 29 anni ed è in carcere perché ha ucciso suo marito. Non può provare che la picchiava e ancora si maledice per non averlo denunciato prima. Erano mesi che non succedeva più, Zeno le aveva promesso che non sarebbe mai più accaduto, ma un orco non diventerà mai un docile agnello. Olga, per quanto si sforzasse di credere alle favole col lieto fine, teneva un coltello da cucina sotto il materasso.
Nella penombra della sua cella, Olga si guarda le mani pulite, ma sente ancora il sangue di Zeno scorrere fra le dita imbrattandole ancora.

Natasha ha solo 17 anni. Natasha proviene da un paese dell’Est Europa devastato dalle guerre e dalla miseria. A una promessa di Ludek, Natasha ha affidato tutte le sue speranze e i suoi sogni.
Natasha adesso abita in Italia, ma non sa cosa vuol dire abitare. La sua casa è la strada e la paura per l’incolumità dei suoi cari, minacciati di morte se dovesse sgarrare, è il ricatto che la costringe ad accettare un sogno che s’è mostrato incubo in pochissimo tempo.
L’infimo abbraccio di Ludek, quando tutte le mattine riscuote l’incasso, è identico alle mani dei clienti che abusano di lei tutte le notti: gocce di veleno che la stanno uccidendo lentamente.

Domenica ha 84 anni, Corrado è morto venticinque anni fa, quando la cirrosi epatica se l’è portato via molto velocemente. Domenica è stanca di convivere con i ricordi e si chiede tutti i giorni, molte volte al giorno, come possa una moglie aver gioito della morte del marito.
Dicono che l’olfatto sia il senso di cui conserviamo maggior memoria. Per giustificarsi, Domenica si costringe a ricordare il fiato puzzolente sul collo, seguito dagli insulti e dalle botte.

Irene non c’è più. L’ultima meritata punizione, come le chiamava Angelo, le ha fracassato il cranio mentre esalava l’ultimo respiro.
In quegli ultimi istanti, riversa a terra con la guancia schiacciata sul pavimento freddo, Irene ha sorriso: non ha più sentito dolore, attraverso la ferita ha sentito fuoriuscire dal suo corpo tutto il male del mondo.

Marina è una brava psicologa. Lavora in un centro di riabilitazione che offre sostegno a donne vittime di ogni genere di violenza. Marina ringrazia Dio che a lei non sia mai capitato nulla di ciò che quelle anime disperate le raccontano.
Ciò nonostante, Marina è donna e per questo sente. Tutte le sera, quando torna a casa, si getta sotto la doccia per lavare via quello sporco invisibile che la compassione e l’empatia attirano sulla sua pelle come calamita. Marina pensa che se quegli uomini potessero provare, anche solo per un istante, quella sensazione, nessuna donna avrebbe più bisogno di ricorrere al suo aiuto.

Ekta ha 17 anni e vive in Bangladesh. Ha rifiutato le avances di un maschio. Ekta aveva dei bellissimi occhi neri, il loro luccichio faceva pensare al bagliore di una stella che rischiara una notte buia. Quegli occhi, adesso, non vedono più. Balamani ha deciso che l’affronto subito per un banale rifiuto, per una semplice scelta di libertà individuale, dovesse essere punito con una bottiglia di acido riversata su un volto addormentato.
Ekta non può più vedere gli orrori del mondo ma sa che sono lì, indelebili, come ogni piaga che sfigura il suo viso.

Nicoletta è vissuta molti secoli fa. Nicoletta era una strega ed è morta sul rogo. Era evidente che lo fosse: Nicoletta aveva i capelli rossi e possedeva anche un gatto nero. Aveva addirittura la sfrontatezza di sostenere una discussione con un uomo senza chinare il capo, era persino capace di controbattere a un maschio e a far valere le sue ragioni con razionalità e arguzia.
Il fuoco ha bruciato una pelle che era già stata fatta a pezzi dall’ignoranza.

Taneisha è un nome femminile africano che significa Vita. Taneisha è il nome di tutte le donne, anche quelle che vivono in quei paesi in cui, ancora oggi, devono coprirsi dalla testa ai piedi per uscire, non hanno diritto di voto e nemmeno di parola, occupano un ruolo di inferiorità nella società, vengono sottoposte all’indicibile pratica dell’infibulazione e vengono punite con la lapidazione se hanno avuto un figlio fuori dal matrimonio (anche quando il figlio è il frutto di una violenza!).
In nessuno di questi paesi, e mai nella storia, è mai venuto in mente di imporre a livello sociale di sgravare le donne, a discapito degli uomini, del compito più difficile di sempre: occuparsi della casa e della famiglia e di crescere i figli. Chissà poi perché..

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Ilenia è una bambina di 7 anni che aveva un eroe: era il suo papà Diego.
Può un eroe diventare un mostro? Una società che annienta un individuo, concorre in colpa a ciò che questo diventa dopo che è stato umiliato?
L’azienda di Diego ha subito più di altre gli effetti della crisi economica. La banca non gli concede più prestiti, lo stato si è dimenticato di lui: con una mano si copre gli occhi mentre allunga l’altra, pretendendo conti che lui non è più in grado di pagare. Gli stanno confiscando tutto senza alcuna possibilità di riscatto. Anni di lavoro e sacrifici se ne vanno in fumo, arsi dal fuoco delle leggi di mercato.
La mente di Diego ha ceduto: rientra a casa tutte le sere ubriaco e scaglia il macigno della colpa su Ilenia e la sua mamma. Le lacrime di Ilenia disegnano sul suo volto innocente paura e dolore, sono i tratti liquidi della disperazione per avere perso per sempre il suo più grande eroe.

Cristina è giovane e tutte le mattine si alza alle quattro per arrivare puntuale al lavoro. Tutti i giorni percorre in auto, assonnata, chilometri di strada con l’idea insidiosa che un giorno o l’altro cederà alla stanchezza, finendo fuori strada. Cristina ha due figli e il marito è un operaio con cui riesce a scambiare due parole solamente a tarda sera. Quando rientra a casa, Cristina deve occuparsi della casa, dei panni, della spesa, della cena e dei bambini. Cristina si adatta a quella vita che non è vita e non pretende di essere ringraziata, perché quei pochi soldi guadagnati sono necessari per arrivare alla fine del mese e crescere i suoi figli.
Cristina non sa per quanto riuscirà ancora a farcela. Non è la stanchezza, non è il sacrificio, non sono gli orari né il basso stipendio a indebolirla giorno dopo giorno. Cristina, da due anni, subisce al lavoro le avances di Augusto, che in quanto a età potrebbe essere suo padre. Amico intoccabile del padrone, Augusto è il capoturno che persevera con le sue schifose e indicibili proposte nonostante i rifiuti e le richieste di smetterla. Cristina ingoia, cerca di dimenticare e ha paura. Si sente sporca. Cristina non riesce a parlarne con nessuno perché ha il terrore di perdere il lavoro e la dignità.
Cristina ogni giorno cerca di lavare via con l’acqua, strofinando insistentemente un pezzo di sapone sul proprio corpo, lo sporco che gli occhi di Augusto le appiccicano addosso, ma sa benissimo che l’unico modo per sentirsi pulita sarà trovare il coraggio di gridare a tutti cosa sta subendo.

Alberto ha 4 anni. Alberto sa cos’è la paura e ogni sera prega di addormentarsi prima che succeda ancora. Salvatore, il suo papà, picchia la sua mamma e vorrebbe convincerlo che è normale punire con calci e pugni una moglie, quando sbaglia. Salvatore non sa che un bambino di 4 anni, per quanto breve sia la sua esperienza, riesce a distinguere cosa sia bene e cosa sia male, molto più di quanto lo sappia fare un adulto.
Alberto quella sera ha capito che papà Salvatore non si sarebbe fermato: ha preso il telefono e ha salvato la vita alla sua mamma, allertando i carabinieri.
Ora Salvatore è in prigione e ad Alberto sembra che la mamma sia più felice. Non sarà facile per Alberto elaborare l’accaduto, sente ancora l’esagerata pressione con cui ha premuto la cornetta all’orecchio. Prova un leggero dolore al ricordo, come se il telefono fosse ancora lì, appoggiato alla sua faccetta tonda a ricordargli l’incubo. Ma questo ricordo lo renderà fiero di ciò che ha fatto.
Alberto è il nome dell’unico vero uomo comparso in queste pagine.

Mai come in questo caso sento il bisogno di informare che questo lungo elenco di dolore e violenza è frutto di una fantasia che, complici le raccapriccianti e quotidiane notizie, non ha dovuto compiere molti sforzi per materializzarsi. Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è quindi da considerarsi puramente casuale.
Ogni giorno, come una coltellata che dovrebbe incidere le nostre coscienze, ci sono migliaia di donne gambizzate dalla codarda falce della crudeltà maschile, che hanno un nome, una vita e il diritto di rialzarsi aggrappandosi a una certezza che dovremmo sentirci (noi uomini) obbligati a fornire: ciò che è successo a loro non dovrà più accadere a nessuna.
Perché nessuna donna debba ancora indossare il lugubre vestito della violenza, che una volta calzato ti si cuce sulla pelle e diventa parte integrante dell’individuo, perseverando il crimine dall’interno, corrodendo l’anima.

47 commenti Aggiungi il tuo

  1. Claudia Mameli ha detto:

    Come in un notiziario, queste storie di vere donne e falsi uomini coabitano nei loro trafiletti. Nulla di più vicino a quello di cui distrattamente veniamo messi a parte ogni giorno. Complimenti.

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  2. Mauro Sala ha detto:

    Mi permetto un auto commento solo perché la formattazione web cancella un piccolo di più.

    L idia
    A nna

    P aola
    E lena
    L oredana
    L aura
    E lvira

    N adia
    O lga
    N atascia

    D omenica
    I rene
    M arina
    E kta
    N icoletta
    T eneisha
    I lenia
    C ristina
    A lberto

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  3. Athaena ha detto:

    Sono bellissime storie. Queste sono quelle che mi hanno commosso di più. A vedere il mio nome tra quelli ho avuto in sussulto, soltanto perché da donna, a volte, mi sembra di sentire le sofferenze di tutte le altre. Complimenti.

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  4. Luana Bonelli ha detto:

    Queste storie si sono agitate nel mio ventre inumidendomi gli occhi. Nella mia emozione non v’è tristezza, né pena, solo una rabbia opprimente per quel ghigno beffardo degli aguzzini. Mostri che calpestano dignità, distruggono sogni, speranze, vite di anime che hanno la sola colpa di essere donne. DONNE, come lo stesso essere umano che li ha messi al mondo.
    Complimenti all`autore.

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  5. Giovanna Avignoni ha detto:

    Non ho mai letto acrostico più bello.
    Complimenti Mauro.

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  6. Valeria Espoato ha detto:

    Singolare e riuscita la scelta di elencare queste storie raccapriccianti come in un freddo notiziario. Impossibile restare indifferenti. Toccante il riferimento al bambino che salva la mamma, definito come “l’unico vero uomo” di queste tristi storie. I miei complimenti all’autore, che con grande sensibilità ha saputo coinvolgerci ed emozionarci. Affinché nessuno di noi rimanga indifferente di fronte a queste atrocità.

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  7. Ramona ha detto:

    La pelle non dimentica e nemmeno il cuore. Storie che toccano l’anima e risvegliano in noi il bisogno di dire a chi subisce o ha subito violenza di rialzarsi più forti di prima . Storie che lasciano il segno e quei esseri cosi piccoli che hanno usato la violenza sulle Donne sono solo l’ombra dell’essere umano . Donna , meravigliosa creatura delll’universo sei LUCE e devi restare sempre alla luce , non farti mai mettere nell’ombra . Bravo Marco ,complimenti

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  8. Anna ha detto:

    Racconti belli anche se tristi perché comunque fanno parte di una dura realtà.. mi ha ispirato fiducia il bambino ..l’unico uomo vero fra tutte le storie..speranza per un futuro migliore per tutte le donne.

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  9. Fabio ha detto:

    Questi sembrano racconti dei libri ma rispecchiano un’ amara realtà. E’ un orrore che si consuma nelle famiglie. I racconti citati mi fanno comprendere, dovrebbero far comprendere, che a volte niente è come sembra. Spesso ci soffermiamo alle apparenze, pensando che ci sono coppie felici ed invece…Le storie che mi hanno colpito maggiormente sono quelle di Lidia, Paola, Loredana, Ilenia (leggendo quella storia ho percepito la rabbia che una persona può provare a causa dell’ingiustizia che ha subito) e il piccolo Alberto (esperienze che un bambino non dovrebbe mai vivere)
    Bravo, Mauro. Questi racconti devono farci aprire gli occhi. Devono anche spronare le donne a non arrendersi e combattere, denunciare, tutto quello che offende la loro essenza.

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  10. Francesca Cuzzocrea ha detto:

    Ogni storia, breve e spietata, ti ferisce l’animo come una lama, lasciando in bocca il sapore amaro dell’orrore e della pena. Questo insieme di violenze scritte in sequenza mi fa pensare che in realtà c’è ancora molto, troppo, da fare.

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  11. Jenny Brunelli ha detto:

    Originale, profondo e angosciante. Complimenti Mauro!

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  12. lawyerisabella ha detto:

    Caro Mauro che dire. È a dir poco scioccante. Troppe donne sono state e si trovano in situazioni simili e ti fa onore da uomo pensare a queste situazioni. Grazie da parte di una donna/figlia/moglie e madre.

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  13. Barbara Anderson ha detto:

    L emozione quando trova voce nelle parole … bellissime storie di vita vissuta,di quel dolore che si prova sulla pelle e sull anima.
    Complimenti per l iniziativa

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  14. Fabrizio Galgani ha detto:

    Si comincia leggendo incuriositi e attenti, ad un certo punto ci si trova con un peso sul collo e si prosegue nella speranza che termini il prima possibile, si arriva in fondo ingobbiti da un peso incredibile che ti schiaccia a terra, ma sollevati dalla speranza che l’innocenza di un bambino risvegli quella che alloggia in ognuno di noi, anche del peggiore di noi, e possa sensibilizzare chiunque per estinguere, in un giorno che mi auguro giunga il prima possibile, ogni forma di violenza.

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  15. Roberta ha detto:

    Che dire..stesse emozioni della Signora Bonelli. Bravo !

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  16. Antonella Cataldo ha detto:

    A questo punto ogni commento resta vano da fare.
    Solo fermarsi come davanti al Muro Del Pianto e chiedersi perché.
    Da donna non so perché.
    Da uomo Mauro hai reso una piccola giustizia fatta di silenziose voci a chi un nome spesso neanche lo possiede.
    Non serve saperne il nome.
    Tutte possono essere potenziali vittime.
    Purtroppo.
    Grazie e complimenti!

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  17. Annarosa Umai ha detto:

    Hai racchiuso tante storie dove il denominatore comune è la violenza sulle donne, a volte quella piscologica è altrettanto feroce di quella fisica , hai centrato il problema .

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  18. Simona Trapani ha detto:

    Che dire…le parole non sarebbero mai abbastanza….se la bellezza di una racconto, di un romanzo, di un film o di un quadro si potesse misurare in lacrime, quelle lacrime che la lettura di questo racconto mi ha fatto versare, sicuramente direi che è bellissimo. Mi sono emozionata, mi sono sentita parte di quelle storie, forse anche perchè, essendo donna, mi sono immedesimata molto…come se una parte delle donne protagoniste delle varie storie per un attimo avesse vissuto dentro di me. E poi quel barlume di speranza nel leggere il nome del piccolo Alberto, l’unico uomo della storia che, pur avendo solo quattro anni, è l’unico vero uomo che compare nel racconto. Cosa dire quindi, se non che mi sono commossa, e questo per me vale più di ogni altra parola…

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  19. Sere ha detto:

    La violenza fisica la sentiamo spesso, troppo spesso, nelle notizie del Tg ma quella mentale perpetrata con piccole o grandi umiliazioni è quella piu subdolamente quotidiana nella vita di una donna, darne voce da dignità.
    Mai letto un acrostic cosi

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  20. frany ha detto:

    Ogni parola mi e’ rimasta dentro. Sento ogni ferita e insulto come se fossero miei. Troppo dolore. Ignoranza. Troppe vite spezzate.
    Vite innocenti. Bambini abusati.
    Un ritratto sincero della triste realta’ di sempre.
    Frany

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  21. Franca Cipollina ha detto:

    Sentimenti contrastanti, paura,dolore,rabbia per questi uomini che di umano non hanno niente. Rimane la speranza che tutti questi orrori possano cessare per sempre. Utopia? Forse… Bravissimo Mauro

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  22. KATIA ANELLI ha detto:

    Sono d’accordo: Alberto è l’unico che merita di essere considerato un uomo. Non ti dirò che è bellissimo quello che hai scritto perché non c’è niente di bello nelle storie che hai raccontato, nei racconti di vita di queste donne che sono le storie di tante, troppe donne. In un paese che si ritiene sviluppato come il nostro il fatto che queste storie siano all’ordine del giorno, quasi la normalità, è triste non bello. Ti dico invece grazie perché non girarsi dall’altra parte è già tanto soprattutto se lo fa un uomo. Quindi grazie Mauro Sala per questo racconto.

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  23. Marta Paiano ha detto:

    Cronaca di violenza nelle sue molteplici forme ma che ha un unico comune denominatore : la vigliaccheria . Generoso lo scrittore nel dare speranza alle vittime e al lettore con Marina e il piccolo Alberto che incoraggiando restano comunque intaccati da tanta ingiustizia. Complimenti!

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  24. Simona ha detto:

    Le presone che ignorano. Quelle che fingono di non vedere. Quelle che fingono di non sentire. Quelle che pensano che a loro non succederà mai. Sono loro i veri carnefici, travestiti di indifferenza. Il crimine più grave di cui possa macchiarsi un essere umano, è proprio l’indifferenza. Leggendo queste storie, prevale la rabbia, la delusione, il dolore e la sofferenza. Complimenti Mauro.

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  25. Fabiana Olivieri ha detto:

    Strappa cuore. Complimenti per le splendide parole, purtroppo amare, utilizzate!

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  26. Valentina ha detto:

    In questo caso le storie e le protagoniste sono invenzione fantastica ma, ahimè, sappiamo che purtroppo sono anche una realtà. Lo sentiamo quasi ogni giorno in tv ai telegiornali, lo leggiamo sui quotidiani e online. Una realtà orribile che non dovrebbe mai passare sotto silenzio né diventare indifferente per “assuefazione”.
    Queste storie ci ricordano che la violenza può capitare a chiunque, senza distinzione di razza, etnia, età, nazionalità, epoca storica o altro.
    Il carnefice (o i carnefici) può essere un estraneo o il fidanzato/marito, il conoscente o il parente.
    Solo le vittime restano sempre le stesse: le donne. E ognuna si porterà per sempre dentro le cicatrici, invisibili a occhio nudo, invisibili per gli osservatori esterni, ma incancellabili per la vittima.
    Complimenti a Mauro Sala per la sensibilità. Condivido quando hai scritto: “Alberto è l’unico vero uomo comparso in queste pagine”. Concordo ma io ne vedo due: Alberto e te, il narratore che ha “prestato la voce” a queste donne. Immaginarie ma allo stesso tempo così reali.

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  27. Ilaria Vinassa ha detto:

    ciao mauro,mi confermi la tua bravura nello scrivere…..drammatico,crudo,malvagio,triste e,purtroppo,tutto dannatamente reale!

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  28. giovanna sguazzin ha detto:

    inquesti racconti mi sono soffermata alle emozioni che trapelano e ho riflettuto traendo la conclusione ” noi donne siamo indifese e vulnerabili in qualsiasi momento a qualsiasi età e situazione,può essere il nostro vicino di casa ,il migliore amico di famiglia ,lo zio ,il nonno ,il papà,purtroppo i mostri sono dietro l’angolo”.La donna è fragile ma non per questo attaccabile. Ringrazio chi ha scritto questo testo, realistico con emozioni diverse ,lasciando il lettore alla riflessione di come la violenza sia indelebile anche a distanza di anni.

    grazie

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  29. Ilaria Vinassa ha detto:

    ciao Mauro,questo racconto mi conferma la tua bravura nello scrivere.
    triste,drammatico,crudo,violento e,purtroppo,tutto dannatamente reale!

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  30. Serena ha detto:

    Splendido racconto , dannatamente reale . Mauro ci lascia una speranza …. bambini come Alberto che un giorno saranno uomini !!!

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  31. Pinella ha detto:

    Non trovo le parole esatte per descrivere quello che ho provato leggendo…
    Storie che entrano nel cuore, storie in parte già sentite; ogni volta un dolore e un forte senso di solidarietà alle sorelle e ai piccoli che crescono troppo in fretta, in questo mondo che si trasforma troppo facilmente in inferno…
    Grazie per LA PELLE NON DIMENTICA, che condividerò immediatamente!
    Pinella Pinny

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  32. Ilaria A. ha detto:

    Introspettiva, attenta e sottile la premessa da cui cominci il tuo racconto.
    Il confronto tra gli effetti che una violenza subita lascia nella vita di una persona e l’inscindibilita’ del proprio nome permette di comprendere nel profondo quella sofferenza interiore che ti accompagnera’ sempre anche quando proverai a celarla proprio come ti accompagnera’ sempre il tuo nome . Non puoi dividerlo, non puoi nasconderlo, lo porterai per sempre con te, non l’hai neanche scelto. Eppure sara’ sempre a ricordarti chi sei, a rivelarti la tua identità.
    Grazie Mauro , con questo racconto costringi a pensare !

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  33. Elisa Lizzio ha detto:

    Leggendo le storie di queste donne ho sentito il dolore di quell’umanità che si perde, si frantuma e si riduce in qualcosa che mi inumidisce gli occhi. La rabbia per questa sottospecie di “uomini” mi fa aggrovigliare le budella, soprattutto per quelle donne che non ce l’hanno fatta, che hanno scelto di morire per non sentire piu’ quel dolore.
    Grazie Mauro per avermi ricordato con queste storie di essere una donna fortunata.

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  34. Casco De Panza ha detto:

    Mi è molto piaciuto questa sequenza di brevi scorci su vite “altre”, che in taluni passaggi è coinvolgente ed emozionante per me donna come se leggessi la storia di una sorella, e l’ho apprezzato ancora di più perchè a mettersi dal punto di vista di una donna è un uomo.
    Anche il finale di speranza, dove un bambino è più uomo del suo padre rimasto bambino, lo trovo adattissimo.
    Bravo Mauro.

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  35. Gabriella ha detto:

    Davvero emozionante nella sua purtroppo reale crudezza. Lo stile incisivo e diretto lo fa arrivare dritto nello stomaco.

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  36. Marchesino Monia ha detto:

    Queste storie sono mortalmente reali, ma il segno che lasciano questi atroci violenze non rimangono solo sulla pelle, ma anche nel cuore. Perchè il tuo cuore diventa nero e pieno di cicatrici che non guarirano mai e rende la vita difficile da vivere. E ti chiedi se riuscirai mai a provare dei sentimenti: Amore, Compassione, Sicurezza. Allora ti chiudi a riccio e lasci tutte l’emozioni dentro te, per evitare di morire lentamente, ma questo non basta. Ti senti insicuro, nonostante accanto a te c’è la tua famiglia che ti ama e ti protegge, ma resti comunque solo nel tuo incubo che ti porterai per tutta la vita.

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  37. Anna Maria Lamberti ha detto:

    La cronaca ci ripropone ogni giorno notizie come queste e noi, ormai assuefatti, nemmeno ci facciamo caso.
    Eppure, ogni vita è preziosa.

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  38. lizzinablack ha detto:

    Un lungo elenco con nomi immaginati, storie che feriscono perchè sono così dirette, e perchè pure essendo un racconto ci troviamo ora a non credere a quello che invece di reale accade purtroppo sempre più spesso. Crudo ma vero, racconto che arriva al cuore. Che il mondo si popoli di Alberto, dobbiamo volerlo fortemente!

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  39. Annamaria Marconicchio ha detto:

    Quando la fantasia incontra la realtà puoi solo restare annichilita a riflettere sulle brutture del mondo. Ogni commento risulta superfluo e allora ti imponi di concentrarti sulle parole, sullo stile, sui dettagli. Complimenti, Mauro, per questo lavoro particolare, forte, di classe.

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  40. Nicoletta ha detto:

    Non é facile commentare uno scritto così… Un bravo all’autore? L’autore é bravo, lo sa, lo sappiamo. Ma non credo che si aspetti questo. Dritto allo stomaco, come é stato detto in un commento. Tutto ció che scuote le coscienze é fatto bene. Grazie, Mauro.

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  41. LOREDANA PREDA ha detto:

    Storie purtroppo vere, ognuna di noi potrebbe essere la vittima. Un Mauro Sala insolito, una piacevole scoperta.

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  42. lella ha detto:

    Storie di violenza vedono investire donne e bambini diventando purtroppo fatti di cronaca quotidiana di violenza perpetuata da parte dell’uomo, che brandisce spietatamente alla vita anche dei suoi affetti. Bravo l’autore per questo racconto acrostico intenso di particolari .

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  43. Elvira Rossi ha detto:

    L’acrostico, che si rileva dalla prima lettera dei nomi femminili, è solo un frammento di quella creatività, che contrassegna tutta la scrittura di Mauro Sala.
    La narrazione è composta da tante storie che, come tessere di un mosaico, attraverso una molteplicità di singoli elementi, costruiscono un’unica immagine dalle mille sfumature.
    Il volto folle e crudele della violenza sulle donne si svela attraverso narrazioni che, per la brevità e una sorta di schematizzazione, richiamano alla mente stralci di cronaca nera.
    La rappresentazione dei fatti, pur essendo misurata, non è affidata, però, al linguaggio asettico dell’informazione. Le forme espressive, senza scadere nella spettacolarizzazione del dolore, si caricano di un’emotività, che rende i lettori partecipi dei diversi drammi.
    Lo stile chiaro e curato, che tradisce la naturale inclinazione di Mauro Sala alla scrittura, introduce i lettori in un universo femminile, tormentato e troppo spesso nascosto da sentimenti di pudore e d’impotenza. Le vittime fragili e impaurite, ridotte all’impotenza e al silenzio, rischiano di apparire complici di orrendi misfatti.
    Il testo narrativo privo di eccessi formali, ma non sprovvisto di efficacia descrittiva, disegna una galleria dei misfatti, compiuti da uomini che, avvezzi da una cultura secolare a esercitare il dominio, non riescono ad accettare la libertà delle donne e a dominare i sentimenti di frustrazione generati dall’abbandono.
    Si può solo sperare che tale testo perda presto la sua attualità e che possa essere riferito a un passato remoto.

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  44. Lucia Sorrento ha detto:

    Si parla di guerre fra nazioni,tra razze,tra sinistra e destra,ma il mondo è colpito nelle sue radici più profonde da discriminazioni più feroci,più ignobili,quelle tra uomo e donna.
    Storie di miserabile crudeltà scritte, in un acrostico speciale, grazie alla sensibilità di un “Uomo” Solo chi ha vissuto sulla propria “Pelle” può capire a fondo l’umiliazione,il dolore,e la rabbia dell’impotenza ad agire,fino a che non riesce a liberarsene,ad alzare la testa e andare per la propria strada…e costa tanto parlarne..
    Complimenti all’autore.

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  45. Antonella Bellabona ha detto:

    Quanti tipi di violenza possono essere inflitti e a quanti a volte non si riesce dar voce…complimenti Mauro, hai raggiunto il mio cuore emozionandolo nel profondo. E l’acrostico? La ciliegina sulla torta!

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  46. Rossana ha detto:

    Mi piace questo esercizio di evocazione di “fotografie” di condizioni, di vite.
    Mi piace che a scriverlo sia un uomo.
    Mi piace che la nota di speranza sia il bambino che chiama aiuto per la mamma, più “adulto” di suo padre.

    Credo che l’autore potrebbe usare quest’idea, per scrivere un libro che si potrebbe chiamare “L’alfabeto del dolore non ha genere”, estendendo a 26 i “frammenti di vita femminile, e collaborando con una donna di sua fiducia, che racconti le 26 istantanee maschili.
    Magari con la consulenza di un amic* psicolog* per scegliere le sofferenze maschili che fanno da contraltare a quelle femminili (e a volte le causano).
    Io lo vedo come un piccolo contributo alla comprensione fra generi, in chiave “ludendo docere” giacchè i racconti sono piacevoli da leggere più dei saggi.

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  47. Commenti utili ai fini del concorso 45

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