Non è colpa tua di Simona Donati

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Anna era una ragazzina di sedici anni, cresciuta a piedi nudi su di un freddo marciapiede, nel buio delle sue notti di lacrime e preghiere.
Notti fatte del suono del suo cuore intrappolato nella gola.
Notti fatte di mani strette tra le sue, quelle del fratellino Paolo.
Notti infinite, con lo sguardo teso verso una finestra chiusa.

Tutti li conoscevano nel quartiere.
Suo padre era un uomo violento, così descritto dai più. Anna avrebbe aggiunto cattivo, bastardo, crudele.
Quando beveva loro lo capivano dai suoi passi pesanti, trascinati sulle scale.
Attimi interminabili, con il rumore della chiave che gira nella toppa e che suona come un’ allarme, che esplode nella testa.
Ogni passo, ogni parola, ogni respiro, poteva innescare la sua furia.
E quando esplodeva, lei afferrava veloce suo fratello nascosto tra le pieghe di una tenda, per poi correre lontano, dove le urla di rabbia e dolore non li potessero raggiungere.

Anna odiava suo padre
ed odiava sua madre.

Di lei odiava la debolezza, la paura cristallizzata nei suoi occhi.
Odiava vederla raccogliere cocci e sangue da un pavimento mai pulito.

Ed Anna cresceva così, tra pugni schivati e calci presi.
Le sue lacrime mai versate tutte lì, sospese sulle lunghe ciglia.

Un giorno lui entrò in casa, più ubriaco del solito.
Quella volta non cercò nemmeno un pretesto o una scusa.
Gli occhi annebbiati dall’alcool individuarono in suo fratello Paolo, la vittima sacrificale.
Lo prese per un braccio, e lei lo vide sobbalzare per la stanza come un pupazzo di pezza.
Si girò verso sua madre.
La vide impietrita, le mani tese, le dita strette nella morsa dei suoi denti.
Non un suono dalle sue labbra.
Solo occhi.
Due profondità immense e nere, che gridavano il loro terrore.
Anna vide la maglietta di Paolo lacerarsi tra le grandi mani di suo padre.
Un pezzo di stoffa cadde sul pavimento.
Lo aveva vestito lei quella mattina, gli aveva messo la sua maglietta preferita, mentre Paolo canticchiava sereno, colorando la stanza con il suono della sua voce bianca.

Fece un balzo come solo le Tigri sanno fare, e afferrò suo padre al collo con tutta la forza che aveva in corpo.
Lui rimase per un attimo come smarrito, confuso.
Poi lasciò il fratello e si scagliò su di lei.

Quando Anna si svegliò capì immediatamente di trovarsi nella stanza di un’ ospedale.
“Paolo!”… fu la sua prima parola.
Un’ infermiera con voce sussurrata, le chiese di stare calma.
Suo fratello stava bene.

Entrò sua madre.
Lo sguardo basso, pieno di vergogna.
Anna provò pena per lei.

Poi entrò il medico.
Le chiese come stesse.
Anna avrebbe voluto dire, Sola, Impaurita, Stanca, Ferita, Svuotata.
Rispose che aveva dolore al volto.
Sollevò le mani per toccarlo, ma il medico gliele afferrò con delicatezza.
“Andrà tutto bene vedrai, hai una cicatrice sulla guancia destra, ma guarirà in fretta”.
Cicatrice?
Anna toccò il suo volto e percorse con le dita la medicazione, e la sentì correre dalla sommità del capo giù fino al mento.

“Cosa mi ha fatto?” balbettò sgomenta.
E poi urlando:
“Che mi ha fatto? Cosa ha fatto al mio volto? Voglio uno specchio!”
Vide gli occhi smarriti dell’infermiera fino ad un attimo prima così rassicuranti, cercare quelli del dottore.
Lui annuì con un cenno del capo, e lei uscì silenziosa dalla stanza.

Sua madre avvicinò le mani al volto di lei, come a volerlo nascondere alla sua stessa vista.
“Anna, non piangere, ha detto il dottore che scomparirà, vedrai basterà un po’ di tempo”.
Anna sentì l’odore di lei.
Sapeva di sapone, sangue e lacrime.
“Mamma smettila! Smettila! Le cicatrici restano! Non le puoi nascondere!” gridò disperata.
Sua madre chinò il capo e pianse silenziosamente.

Lacrime invisibili, come le sue.

Pochi attimi dopo, entrò l’infermiera.
Tra le mani uno specchio ovale, come quello della strega di Biancaneve.
“Chi è la più bella del reame?” pensò Anna guardando la sua immagine ferita.
Poi svenne.

Nei giorni seguenti fu un susseguirsi di medici e volti chini su di lei.
Non sapeva chi fossero.
E poco importava.

Nessuno aveva mai bussato alla loro porta.
Nessuno aveva mai fatto domande.
Le persone abbassavano lo sguardo davanti all’occhio nero di sua madre, cambiavano direzione al passaggio di suo padre, chiudevano gli occhi alla vista di una violenza che non volevano vedere per la paura di esserne infetti.

Anna rimase in ospedale una settimana.
Ogni giorno sua madre andava a farle visita portando con sé il fratellino Paolo.
Lui entrava correndo nella stanza, saltandole sul letto e regalandole il suo chiacchiericcio tipico infantile.
Sei anni, una tenera creatura con ancora tanta voglia di vivere e giocare, nonostante avesse conosciuto molto presto la paura.
Anna quando lo guardava, sentiva dentro così tanto amore, da scoppiarle il cuore.
Lui sembrava aver rimosso quel terribile giorno e tutti quelli che lo avevano preceduto.
La capacità di recupero dei bambini era incredibile, ed Anna confidava tanto nella sua capacità di recuperare e dimenticare.

Suo padre era stato arrestato.
Non per aver frantumato una bottiglia di vetro sul volto di sua figlia, quello non sarebbe stato sufficiente.
Era stato arrestato perché all’arrivo della polizia era andato in escandescenze, ferendo un poliziotto.
Ed Anna in cuor suo ringraziava ogni giorno quell’uomo, che in sella al suo cavallo bianco, aveva combattuto contro il loro orco.

Arrivò il giorno delle dimissioni.
Sua madre venne a prenderla con Paolo.
Insieme piegarono con cura gli indumenti di quei giorni.
Passarono davanti al pronto Soccorso.
Anna incrociò lo sguardo di una giovane donna.
Teneva un fazzoletto sul volto a tamponare una ferita.
Un uomo al suo fianco, che doveva esserne il marito, la teneva saldamente per un braccio, mentre spiegava con ostentata apprensione, che sua moglie, sempre così goffa, era caduta dalle scale.

I loro occhi si incrociarono.
Attimi interminabili tra creature marchiate con le stesse ferite.

Poi Anna, sua madre e il piccolo Paolo uscirono fuori e insieme, inconsapevolmente, respirarono a pieni polmoni l’aria fresca di quel mattino.

La casa sembrava diversa.
Per Anna era sempre stata uno spazio chiuso, soffocante.
Il tavolo al centro della cucina portava i segni dei piatti rotti, la parete di fianco al televisore era macchiata di rosso. Forse il rosso del vino, forse il rosso del sangue.
“Dovremmo imbiancare” pensò Anna, “e dovremmo buttare via quel tavolo”.
Lo disse a sua madre che parve sorpresa e felice della sua proposta.

Così passarono i giorni.
Giorni sospesi tra brutti ricordi e nuove speranze.

Una sera dopo aver cenato, sua madre come suo solito, si alzò veloce dalla tavola per pulire la cucina.
Suo fratello Paolo era seduto in terra e giocava con i suoi colori nuovi, canticchiando sottovoce.
Anna, lo sguardo perso nel vuoto, si toccò distrattamente il volto e sentì le dita pungersi del macabro ricamo, fatto sul suo volto.

“Rimarrò sfigurata”, disse all’improvviso.
Le parole le erano uscite libere, senza chiederle il permesso.
Non aveva più parlato di quanto accaduto con sua madre. Tra loro era calato un silenzio fatto di vergogna ed omertà.

Sua madre girata di spalle, fermò un attimo la mano che stava pulendo il lavello, poi senza voltarsi, cominciò a pulire con più forza.
“No Anna, hai sentito cosa ha detto il dottore. Vedrai che scomparirà. Ci vorrà solo un po’ di tempo”.

“Mamma smettila!” le urlò all’improvviso Anna.
“Guardami mamma! Guardami!” continuò urlando, afferrandola per le spalle e costringendola a voltarsi verso di lei.
“E’ inutile che fai finta di non vedere.
Il mio viso non tornerà a posto con un po’ di trucco, la cicatrice non scomparirà!
Guardala mamma! La cicatrice resta! La pelle non dimentica!”

Poi sfinita si lasciò cadere su una sedia e nel suono di un lamento, le chiese:
“Perché non ci hai difeso mamma?”

Sua madre si voltò, e guardandola per la prima volta dritto negli occhi da quel terribile giorno, le disse:
“Non ne sono capace” e tappandosi il volto con il canovaccio sporco, cominciò a piangere.

Anna rimase immobile.
Quelle non erano le parole di sua madre!
Era di suo padre la voce che sentiva.
Quante volte lo aveva sentito ripetere:
“Sei una stupida, sei una donna inutile, cagna, ho sposato una puttana, analfabeta, non capisci niente”.

Sua madre si era sposata appena diciottenne.
Un matrimonio combinato dalle famiglie, dove la donna è poco più di una merce di scambio.
Era stata cresciuta come un randagio tenuto alla corda.
Un randagio impaurito, che vive con la coda tra le gambe, pronto a nascondersi, pronto a scodinzolare su richiesta.
E così aveva continuato a vivere con suo marito.
Quante volte l’aveva sentita giustificarlo.
“Non te la prendere Anna, papà è tanto stanco.
Ho sbagliato io, lo conosco, non dovevo rispondergli, dovevo fare piano, dovevo evitare di guardarlo, non dovevo fare rumore.
Non dovevo esistere…”.

“Mamma smettila” ripeté Anna con più dolcezza…

La madre, pensando che si riferisse al suo pianto, smise immediatamente e la guardò sgomenta.

“Non sei te che stai parlando”.
“Come…cosa vuoi dire..” balbettò la madre.
“Mamma, non sei te che stai parlando.
Lui è uscito dalla nostra casa, fallo uscire anche dalle nostre vite.
Fallo uscire dalla tua testa…”

“Non capisco” disse sua madre smarrita.

“Mamma… non sei una donna incapace. Non sei una cagna…”
e mentre parlava, Anna sentiva tutte le lacrime mai versate , scenderle leggere sul volto.

“Non sei una puttana, non sei un’analfabeta…”
“Anna” la implorò quasi sua madre.

“Non sei una persona inutile, non sei una stupida…”
“Anna” gridò con più forza sua madre, “Ti prego!..”.

“Sei la mia mamma, e la mia mamma è una donna stupenda.
E’ lui che ti ha fatto credere che non fosse così”.

“Guardami mamma” e così dicendo le prese la mano e la posò sulla sua cicatrice.
“Non sei stata tu a farmi questo. E’ stato lui! Non è colpa tua, è colpa sua!”.

Sua madre ne percorse con dita tremanti ogni singolo punto.
“E se invece avesse ragione lui?” Le chiese con occhi smarriti.
Se fossi davvero una cattiva moglie, una cattiva madre. Guardati! Non ti ho saputo difendere!
Ho avuto Paura Anna, che Dio mi perdoni.
Ho avuto Paura e non ho difeso i miei Figli”.

Anna la abbracciò con tutta la potenza dei suoi sedici anni.
“Mamma, non è colpa tua. E’ colpa sua. Se avevi paura, è solo colpa sua.”
Poi aggiunse con la voce rotta dal pianto…
“Ho bisogno di te mamma, sei la mia mamma”.

Sua madre la guardò.
La sua Anna, la sua bambina così piccola, fragile, indifesa.

La strinse forte al petto e cominciò a carezzarle il volto, i capelli le mani e ad ogni carezza seguivano i suoi baci.
“Piccola Anna. La mia piccola bambina. Va tutto bene. Ora c’è qui la mamma”.
Ed Anna si stringeva nel suo abbraccio e si sentiva tornare bambina nel cullare materno, finalmente libera di piangere la sua infanzia negata.

Passarono momenti interminabili, l’una dentro l’altra.
Una madre e sua figlia.
Due donne coraggiose.

Poi da dietro il divano, sentirono la vocina di Paolo dire con imbarazzo:
“Ho combinato un guaio…”.
Si voltarono insieme e videro che aveva i capelli, le guance e le mani dipinte di mille colori.
Sembrava un piccolo clown.

Anna e sua madre si guardarono un attimo, e poi scoppiarono a ridere.
Ridevano abbracciandosi, barcollando, piangendo lacrime liberatorie…
Paolo le osservava stupito, un sorriso ad illuminarne il volto come quello di un bambino, che finalmente scopre Babbo Natale scendere dal suo camino.

Un’ anziana signora, a passeggio con il suo cagnolino, sollevò il capo incuriosita verso quella finestra aperta.

“Beata spensieratezza” pensò sospirando, al suono cristallino delle loro risa.

Poi con passo lento, proseguì il suo cammino.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Barbara ha detto:

    Hai la capacità di trasportare letteralmente le persone che leggono nella mente del protagonista, e questo è un dono!

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  2. Rossella Cirigliano ha detto:

    Per cinque minuti mi sono calata nel quartiere e mi sono sentita la dirimpettaia della famiglia di Anna. Quante ce ne sono di famiglie così… Molto brava! “colorando la stanza con la sua voce bianca” è notevole. 🙂

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  3. Voti utili ai fini del concorso 2

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