Una bella coppia di Maria Dell’Anno

sfida

Una bella coppia

 

 

 

 

Perché?

Ancora cerco di spiegarmelo.

Ormai dovrei mettermi l’anima in pace, non c’è più nulla che io possa fare per cambiare ciò che è accaduto. Eppure continuo a domandarmelo. Perché?

 

“Siete proprio una bella coppia.”

Questo ci dicevano tutti all’università. E lo pensavo anch’io, in effetti. Eravamo una bella coppia, giovane e con tanti sogni davanti a noi da realizzare. Michele studiava economia e voleva diventare un famoso e ricco manager internazionale. Io, più modestamente, studiavo lettere e volevo diventare insegnante. Entrambe le strade non erano certo facili, ma forse era l’affrontarle insieme che ce le faceva apparire più fattibili.

Ci laureammo quasi contemporaneamente. Lui iniziò un master in International management and business administration ed io iniziai il lungo e tortuoso sentiero delle supplenze.

Chissà come sarebbe andata se tutto fosse proseguito così, come avevamo pensato. Chissà se saremmo stati felici. Chissà se mi sarei ritrovata comunque a questo punto. Ma la storia fatta con i se non funziona. Vengono in mente troppi finali, troppe alternative. E poi, forse, alla fine non sarebbe comunque cambiato niente, e io sarei comunque qui.

 

Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne dai 16 ai 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. Il 14,3% delle donne con un rapporto di coppia attuale o precedente ha subito almeno una violenza fisica o sessuale dal partner; se si considerano solo le donne con un ex partner la percentuale arriva al 17,3%.[*]


 


Non ci potevo credere. Mentre guardavo il test di gravidanza mi dicevo che avevo sbagliato qualcosa, che non dovevo aver capito bene come funzionava. Ho letto e riletto le istruzioni, ma quella lineetta rimaneva sempre lì, e diceva positivo. Eppure prendevo la pillola, mi dicevo, non era possibile. Ma era possibile; anche la pillola non è infallibile, mi disse la ginecologa.

Era troppo presto, Michele aveva ragione. Quando glielo dissi, sbiancò e non riuscì a pronunciare una sillaba per cinque minuti. Per un attimo ebbi l’impressione che volesse uscire dalla porta e non tornare più. Vidi nei suoi occhi scorrergli le immagini degli anni successivi che lo aspettavano. E non gli piacevano, ne ero sicura. Non che non avessimo mai parlato di figli; certo che ne avevamo parlato, ma collocando l’ipotesi in là nel tempo, dopo aver avviato i nostri lavori, comprato una casa… Era troppo presto, è vero. Ma ormai era successo, che altro potevamo fare?

 

Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate. Il sommerso è elevatissimo e raggiunge circa il 96% delle violenze da un non partner e il 93% di quelle da partner. Anche nel caso degli stupri la quasi totalità non è denunciata (91,6%). È consistente la quota di donne che non parla con nessuno delle violenze subite (33,9% per quelle subite dal partner e 24% per quelle da non partner).

 

Prendemmo in affitto un appartamento vicino ai miei genitori, in modo che mia madre ci potesse aiutare con la bambina. È una femmina, Sofia. Io continuai le mie occasionali supplenze, fin quasi alla fine della gravidanza. Ma per pagare l’affitto, Michele accettò di andare a lavorare in banca e fu costretto ad abbandonare il suo master. Sapevo quanto gli pesasse. Da quando lo conoscevo non faceva che ripetere che sarebbe diventato il più grande manager europeo, e invece era diventato un comune impiegato della cassa di risparmio.

Mi dispiaceva davvero per lui; glielo dissi qualche volta per dimostrargli la mia solidarietà e il mio affetto, ma poi smisi. Una mattina, dopo essersi vestito per andare in ufficio, venne in cucina per fare colazione; io lo vidi triste, scontento, e così mi sembrò carino dirgli che mi dispiaceva che si dovesse accontentare del suo lavoro e che ero certa che sarebbe stato un fenomenale manager. Lui mi urlò di smetterla di dire quelle cazzate, e, preso dall’ira, mi lanciò contro la tazza. Non mi prese. La tazza finì contro il muro, e impiegai tutta la mattina a raccogliere i cocci e pulire le tracce di caffelatte dal muro e dal pavimento. Ma non l’aveva fatto con cattiveria, lo so. Era solo arrabbiato per il lavoro. Infatti, subito dopo aver lanciato quella tazza, mi chiese scusa, mi abbracciò, mi disse che non voleva farmi del male, né a me né alla bambina che avevo ancora in pancia, e che non si era reso conto di quello che aveva fatto, che non l’aveva fatto apposta. Era stata l’ira. Si offrì anche di aiutarmi a pulire, ma gli dissi di non preoccuparsi, che avrei fatto da sola.

La mia amica Marina, che collabora con un centro antiviolenza come avvocato, mi ha sempre detto che le donne devono capire subito, dal primo gesto violento, che hanno di fronte, anzi accanto, un compagno pericoloso. Ma quello di Michele non era stato un gesto violento. Era solo arrabbiato. Non voleva farmi del male, lo disse lui stesso. Come potevo immaginare che sarebbe finita così?

 

Le donne subiscono più forme di violenza. Un terzo delle vittime subisce atti di violenza sia fisica che sessuale. La violenza ripetuta avviene più frequentemente da parte del partner che dal non partner (67,1% contro 52,9%). Tra tutte le violenze fisiche rilevate, è più frequente l’essere spinta, strattonata, afferrata, l’avere avuto storto un braccio o i capelli tirati (56,7%), l’essere minacciata di essere colpita (52,0%), schiaffeggiata, presa a calci, pugni o morsi (36,1%). Segue l’uso o la minaccia di usare pistola o coltelli (8,1%) o il tentativo di strangolamento o soffocamento e ustione (5,3%).

 

Poi arrivò Sofia. Era bellissima, la più bella bambina che io avessi mai visto. So che probabilmente tutte le mamme dicono così. Ed era anche buona, tranquilla: ci faceva dormire abbastanza la notte, mangiava, non aveva problemi di salute, non piangeva se la davo in braccio a qualcun altro, stava bene con mia madre quando, finita la maternità, tornai a fare le mie supplenze. E rideva sempre quando Michele la prendeva in braccio. Nonostante non l’avessimo prevista, Michele si è affezionato subito a Sofia. La chiamava “la mia principessa”. Le dava il biberon, le cambiava i pannolini, quando tornava dal lavoro si metteva sempre in soggiorno a giocare con lei mentre io preparavo la cena. Ero davvero felice che la nostra vita, alla fine, stesse andando così bene.

Ma no, mi sbagliavo. Non era ancora la fine.

 

I partner sono responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica rilevate. Gli sconosciuti commettono soprattutto molestie fisiche sessuali, seguiti da conoscenti, colleghi ed amici. Gli sconosciuti commettono stupri solo nello 0,9% dei casi e tentati stupri nel 3,6% contro rispettivamente l’11,4% e il 9,1% dei partner.

 

Potessimo tornare a quei primi tre anni. I primi tre anni di Sofia sono stati anche i migliori anni del nostro matrimonio. Già, perché i nostri genitori ci convinsero a sposarci, per la bambina soprattutto, per darle una maggiore sicurezza, ci dicevano. Ma chi ha deciso che il matrimonio dà sicurezza ai figli? Noi non ne sentivamo affatto la necessità, ma ci lasciammo convincere, e quando Sofia compì un anno ci sposammo con una sobria cerimonia. Michele non aveva voluto neanche sentire parlare dei preparativi. Mi disse: “Fai tu con tua madre tutto quello che volete, ditemi il giorno in cui mi devo presentare in chiesa, ma non voglio sapere altro”.

Forse da quello dovevo capire qualcosa? Però io gli dissi che per me non c’era assolutamente bisogno di sposarsi, che se voleva rimanevamo così; ma lui, pur di non sentire le prediche dei suoi e dei miei genitori, mi sposò.

Se non ci fossimo sposati sarebbe andata diversamente? Se non ci fossimo promessi di stare insieme finché morte non ci separi, saremmo ancora insieme?

A proposito di morte, quando Sofia compì tre anni, mia nonna morì, e mi lasciò in eredità la sua casa in una zona residenziale appena fuori Torino. Ci trasferimmo. Non c’era ragione di rimanere in affitto in un appartamento di 70 metri quadri, quando si ha a disposizione una villetta a schiera di 120 metri quadri, no? Dal punto di visto economico anche Michele era contento: anche se la casa richiedeva qualche lavoro, almeno era gratis e ci consentiva di avere un po’ più di respiro a fine mese. In effetti, però, ho capito subito che l’idea che la casa dove abitavamo era solo mia gli dava fastidio. Non che si sentisse ospite, però avevo la sensazione che percepisse quella casa come un attentato alla sua virilità e alla visione patriarcale per cui è l’uomo a dover mantenere la famiglia. Ma, in fin dei conti, era il suo stipendio che ci manteneva, perché, anche se proprio in quel periodo ottenni la mia prima supplenza annuale per sostituire una collega in aspettativa, lui guadagnava sempre più di me.

È stata colpa della casa? Non dovevo accettarla? Dovevo farla intestare ad entrambi?

 

Sono più colpite da violenza domestica le donne che hanno un partner violento fisicamente (35,6% contro 6,5%) o verbalmente (25,7% contro 5,3%) anche al di fuori della famiglia; che ha atteggiamenti di svalutazione della propria compagna o di non sua considerazione nel quotidiano (il tasso di violenza è del 35,9% contro il 5,7%); che beve al punto di ubriacarsi (18,7% contro il 6,4%); che aveva un padre che picchiava la propria madre (30% contro 6%), o che a sua volta è stato  maltrattato dai genitori.

 

Durante i primi anni di Sofia non uscivamo spesso; la sera eravamo quasi sempre in casa e non vedevamo quasi più gli amici dell’università. Non è che avessimo deciso di non vederli più, era solo difficile organizzarsi. Poi, quando abitavamo da circa sei mesi nella nuova casa, ci fu quella cena. Forse è stato a quel punto che dovevo capirlo.

Fabrizio, un caro amico che si era laureato con Michele, venne a trovarci per qualche giorno. Non viveva più a Torino, si era trasferito a Londra. Dopo la laurea aveva fatto lo stesso master a cui era iscritto Michele, poi un altro in Germania e poi era stato assunto da una nota multinazionale con sede in Inghilterra, e ormai lavorava lì da quasi un anno. Mentre ci raccontava dei suoi impegni professionali, dei suoi viaggi, delle sue fidanzate inglesi e ovviamente anche del suo stipendio – ben lontano dai nostri – perfino Sofia nella sua ingenuità poteva percepire la soddisfazione di Fabrizio: non solo era diventato chi voleva diventare, ma era arrivato al top.

Mentre Fabrizio parlava, però, io guardavo Michele. Senza farmi notare, è chiaro. E io lo vedevo. Vedevo che Michele provava un’infinita invidia per il suo vecchio amico, per la vita del suo vecchio amico. Lui era riuscito ad arrivare dove mio marito aveva solo potuto sognare. Lui era riuscito a realizzare ciò a cui Michele aveva dovuto rinunciare. Solo perché neanche la pillola è infallibile. E lo capivo, capivo che dentro di lui cresceva la rabbia, una rabbia feroce per essere diventato un impiegato, marito e padre, che vive in una villetta a schiera di una zona residenziale fuori Torino. Capivo che l’immagine non gli piaceva. E gli davo ragione, non era quello che aveva desiderato per sé. Ma ormai era andata così, cos’altro potevamo fare?

Più tardi, quella sera, sbagliai io. È inutile che Marina mi dica che nulla di ciò che io avevo detto poteva giustificare quella reazione. Sbagliai io, non c’è dubbio.

Quando andammo a letto, dato che avevo compreso benissimo il suo rimpianto e la sua amarezza, lo abbracciai da dietro, cercando di trasmettergli tutto il mio amore. Gli dissi che lo amavo e che era il miglior marito e il miglior papà del mondo. Lui non rispose. E non si girò. Allora pensai di dirgli che avevo capito che il racconto di Fabrizio lo aveva intristito, perché era riuscito a fare il lavoro che aveva voluto anche lui. E aggiunsi che, in fondo, eravamo ancora giovani, lui non aveva ancora trent’anni, e che magari, ora che avevamo una casa nostra, poteva pensare di riprendere a studiare per migliorare e poi riuscire a cambiare lavoro. Lui mi disse di tacere, non aveva voglia di ascoltarmi. Ma io continuai a dire che era possibile, che non doveva considerarsi inferiore a Fabrizio, che poteva ancora riuscire a… Non conclusi la frase, perché Michele, per slegarsi dall’abbraccio, diede una gomitata all’indietro e mi colpì in un occhio. Non l’aveva fatto apposta, è ovvio. Non voleva farmi male. Voleva solo farmi smettere di dire quelle cose che lo rendevano ancora più triste. Era colpa mia, non avevo smesso di parlare e lui, per staccarsi, mi aveva accidentalmente colpita. Quando si girò e vide che mi tenevo la mano sull’occhio mi chiese se mi aveva fatto male. Io gli dissi che non era niente, che bastava metterci un po’ d’acqua fredda, e gli chiesi scusa per quello che avevo detto. Lui si rimise a dormire e io andai in cucina a prendere del ghiaccio sperando che non mi venisse un livido. Il livido venne comunque e per una settimana andai al lavoro con gli occhiali da sole. Avevo sbattuto contro lo stipite della porta del bagno di notte, dissi a chi me lo chiedeva. Non avevo voglia di dire a tutti che avevo fatto arrabbiare mio marito. Perché era stata colpa mia, l’avevo fatto arrabbiare io. Lui non avrebbe voluto farmi del male.

 

Le violenze domestiche sono in maggioranza gravi. Il 34,5% delle donne ha dichiarato che la violenza subita è stata molto grave e il 29,7% abbastanza grave. Il 21,3% delle donne ha avuto la sensazione che la sua vita fosse in pericolo. Ma solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un reato, per il 44% è stato qualcosa di sbagliato e per il 36% solo qualcosa che è accaduto. Le donne che hanno subito più violenze dai partner, in quasi la metà dei casi hanno sofferto, a seguito dei fatti subiti, di perdita di fiducia e autostima, di sensazione d’impotenza (44,9%), disturbi del sonno (41,5%), ansia (37,4%), depressione (35,1%), difficoltà di concentrazione (24,3%), dolori ricorrenti (18,5%), difficoltà a gestire i figli (14,3%), idee di suicidio e autolesionismo (12,3%).

 

Poi, però, la situazione peggiorò. Mi resi presto conto che c’era qualcosa che non andava. Michele rientrava sempre più tardi dal lavoro, accampando a volte scuse poco verosimili, e usciva più spesso la sera. Mi disse che, dopo la cena con Fabrizio, aveva ripreso i contatti con i suoi amici dell’università e che aveva piacere di vederli di tanto in tanto per una pizza o una birra insieme. Io, naturalmente, gli risposi che ero contenta per lui se rivedeva questi amici. Dato che capivo il suo nervosismo, speravo che avere degli impegni diversi dal lavoro potesse aiutarlo a distrarsi, e a recuperare un po’ di serenità. Così non avanzai la minima obiezione quando queste serate iniziarono a moltiplicarsi.

Il dubbio mi venne. Iniziai a sentire un profumo sconosciuto sui vestiti da lavare, iniziai a sentire l’arrivo di sms sul cellulare più spesso e anche alla sera tardi. Facevamo sempre meno l’amore, e solo quando iniziavo io a baciarlo e a stuzzicarlo un po’. Cercai di curarmi di più; insomma mi rendevo conto che dopo la gravidanza il mio corpo non era più quello di una ragazza, così cercai di vestirmi meglio, pettinarmi meglio i capelli anche in casa  e mi misi a dieta per perdere qualche chilo.

Ma tutto questo non serviva a niente. Percepivo la distanza di Michele benissimo. E anche Sofia se n’era accorta. Ormai parlava, e quando vedeva suo padre rientrare la sera, lei gli correva incontro per farsi abbracciare e giocare, ma lui le dava un bacio veloce e poi le diceva che era stanco e non poteva stare con lei. Si sedeva al computer e riappariva solo per la cena.

Dovevo capirlo. Forse l’avevo capito. O forse non volevo arrendermi alla realtà. È sempre difficile accettare una realtà che non ci piace. Cerchiamo di illuderci che non è vero, rimandiamo la scoperta, la certezza.

 

690 mila donne hanno subito violenze ripetute da partner e avevano figli al momento della violenza. Il 62,4% ha dichiarato che i figli hanno assistito ad uno o più episodi di violenza.

 

Ora lo so. Michele ormai da un anno aveva un’amante. È una giovane stagista di ventiquattro anni che era stata appena assunta in filiale e che era stata affiancata a lui per qualche mese. Giovane, bella e disponibile. Qualunque uomo l’avrebbe desiderata? Probabilmente sì. E così Michele aveva iniziato a frequentarla. Chiaramente era lei che vedeva quando a me diceva di uscire con gli amici dell’università.

Ora lo so. Lo dicono i giornali. Ma a lui non ho mai chiesto niente. Anche quando i dubbi mi tormentavano, io non gli ho mai chiesto una spiegazione. Avevo paura di perderlo, avevo paura di perdere la mia famiglia. Perché io l’amavo ancora. E pensavo anche che prima o poi sarebbe tornato da me, sarebbe tornato ad essere il mio Michele, quello che mi aveva corteggiata nel cortile dell’università, quello che mi aveva portata a Parigi come sorpresa per il mio compleanno, quello che mi faceva trovare bigliettini d’amore nei libri. Prima o poi sarebbe passato quel momento, questo mi ripetevo. E saremmo tornati ad essere felici.

Non avrei mai pensato che mi sarei ritrovata qui. Davvero non l’avrei mai immaginato, neanche nei miei incubi peggiori.

Eppure sono qui, con la gola tagliata, nel sangue. Morta.

Michele mi ha uccisa.

Mi sembra ancora incredibile.

 

7 milioni 134 mila donne hanno subito o subiscono violenza psicologica: le forme più diffuse sono l’isolamento o il tentativo di isolamento (46,7%), il controllo (40,7%), la violenza economica (30,7%) e la svalorizzazione (23,8%), le intimidazioni (7,8%). Il 43,2% delle donne ha subito violenza psicologica dal partner attuale. 1 milione 42 mila donne hanno subito oltre alla violenza psicologica, anche violenza fisica o sessuale.

 

Solo qualche minuto prima avevamo fatto l’amore, sul divano, mentre Sofia dormiva nella sua stanza. Ero contenta. Era stato bello. Ma poi lui è andato in cucina. E quando è tornato ho sentito una lama conficcarsi da dietro nel mio collo. Mi sono alzata, mi sono voltata e avevo di fronte a me Michele, mio marito, il padre di mia figlia, l’uomo che mi aveva giurato amore e fedeltà finché morte non ci avesse separato. Ed ecco che la morte ci separava. Per mano sua. Sono riuscita a fissarlo per qualche istante prima di cadere a terra morente. E gli ho chiesto perché. Non me lo riuscivo a spiegare. Non me lo riesco a spiegare ancora adesso, quando, da morta, so che non solo si è liberato di me, ma che ha ucciso anche la nostra bambina. Spero solo che non si sia accorta di nulla, che dormisse mentre lui pugnalava il suo cuoricino.

Dopo averci uccise si è lavato, ha fatto un po’ di disordine in casa e ha portato via i miei pochi gioielli e qualche centinaio di euro che avevamo in camera, per fingere che si trattasse di una rapina. Poi è uscito, ha buttato il coltello con cui ci ha uccise in un tombino ed è andato a vedere una partita di calcio con i suoi amici. Per avere un alibi.

I carabinieri, però, non gli hanno creduto, e in pochi giorni l’hanno fatto confessare. Michele ci ha uccise perché era giunto alla conclusione che quello fosse l’unico modo per iniziare una nuova vita, libero da impegni, con una donna più giovane e con meno pretese. Ha detto che alla soglia dei trent’anni si sentiva già un vecchio nella sua famiglia, e che invece voleva ancora sentirsi giovane e fare la vita che fanno i suoi coetanei.

Ma a me non ha detto tutto questo. L’ultimo ricordo che ho di lui è il suo pugno che mi butta a terra, mentre io gli chiedo “perché?”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[*] I dati riportati in corsivo sono tratti dall’indagine ISTAT “La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia”, 2007.

 

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Ely Poggi ha detto:

    Un bellissimo articolo che dovrebbe farci riflettere su quanto ogni giorno diamo per scontato e quanto poco a volte basti per segnare irrimediabilmente il cuore della persona che ci sta accanto..

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  2. Zamboni Davide ha detto:

    Un articolo eccezionale che condensa gli aspetti più cruciali del fenomeno della violenza sulle donne, aspetti che non vanno mai sottovalutati e che tutte le persone, donne e uomini, dovrebbero conoscere. Perchè è importante conoscere, condividere e studiare questi aspetti? Per capire quando la deriva della violenza può diventare pericolosamente irrimediabile e porvi rimedio per tempo, per aiutare quelle donne che devono acquisire consapevolezza che non si tratta di “non lo ha fatto con cattiveria” o “sono stata io a provocarlo” perchè la violenza contro di loro è sempre e comunque un delitto! Brava Maria!

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  3. graziabelli ha detto:

    Molto bello, preciso, ben scritto. Un ottimo pezzo sia dal punto di vista letterario sia da quello giornalistico.

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  4. LOREDANA PREDA ha detto:

    Ottimo narrare!

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  5. Voti utili ai fini del concorso 4

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