In silenzio e a occhi bassi di Marco Salomone

aocchi

 

La mano che mi porge il fazzoletto sembra quella di mio padre. Ha i segni inequivocabili dell’età, con quelle grinze e quelle pieghe che indicano spietati l’avanzare degli anni.
E’ da tanto che non sono più abituata a gesti gentili, così non reagisco, non mi muovo.
«Si faccia forza signora. Prenda, ne approfitti per asciugarsi il viso» insiste l’uomo che ho davanti, la voce pacata per cercare di infondermi serenità. Poi di colpo cambia e diventa autoritaria. Si rivolge all’uomo alla sua destra e gli fa: «Vammi a chiamare la Velotti.»
Mi irrigidisco a sentire quel tono, ma lui sembra non accorgersene. Mi mette il fazzoletto nelle mani che tengo raccolte in grembo, io lo guardo, il fazzoletto, e mi sembra uno straccio, così come sono diventata io: uno straccio di donna.
La stanza, nonostante l’aria vissuta che emana, con tutto il mobilio che la riempie e i faldoni vari che campeggiano su uno scaffale e i quattro quadri appesi alle pareti, resta fredda, formale. Sarà per colpa della bandiera tricolore che se ne sta ritta in un angolo o per la foto del Presidente appesa dietro la scrivania. Fatto sta che io mi sento a disagio e non basta sapere che sto facendo la cosa giusta o il gesto gentile di un uomo per farmi rasserenare.
Da quando sono entrata ho cercato di raccontare, di svuotarmi, ma non è facile. Mi accorgo di tremare e non riesco a controllarmi. Mi vergogno, anche. Ogni volta che provo ad aprire bocca per spiegare perché sono lì, mi assale la paura di essere giudicata. Cerco di respirare a fondo per darmi quel po’ di dignità che tanto desidero, ma ogni volta ho il petto dolorante per tutte le lacrime che ho trattenuto. Provo ad alzare gli occhi per guardare in faccia l’uomo che mi ha dato quel fazzoletto, ma non ci riesco.
Poi la porta, verniciata in un marrone color cioccolato scorticato in più punti, si apre e una giovane ragazza, capelli biondi a coda di cavallo, entra e batte i tacchi.
«Agli ordini, maresciallo!»
«Velotti, la signora qui presente ha bisogno di riprendersi. Da quello che sono riuscito a capire finora, ha avuto una bruttissima esperienza. Cerca di tranquillizzarla e aiutala anche a darsi una ripulita al viso. Pensaci tu e poi vedi se riesci a farti raccontare cosa le è successo.»
La ragazza con la coda si avvicina e si china verso di me. Mi mormora parole all’orecchio che non riesco a capire, qualcosa che somiglia a “casa” e ad “amici”, poi mi prende per il gomito e mi aiuta ad alzarmi. Tengo gli occhi bassi, fissi sul fazzoletto tra le mie mani, e la seguo in silenzio.
E’ stata sempre così la mia vita: silenzio e occhi bassi.
Mi fa entrare in un bagno, mi porta davanti al lavandino e mi dice di sciacquarmi il viso. Non riesco a staccare le mie mani dal fazzoletto. Allora me lo toglie, apre il miscelatore dell’acqua e spinge le mie mani verso il getto. All’inizio sembrano tante punture di vespa sulla mia pelle resa troppo sensibile, poi piano piano mi abbandono alla carezza liquida che mi attraversa le dita.
L’acqua tiepida mi dà sollievo regalandomi un senso di pace, una sensazione che non provavo da tanto, troppo tempo. Gli occhi mi si inumidiscono di lacrime poco prima che le mani portino l’acqua al viso. La ragazza con la coda se ne accorge e mi accarezza i capelli.
«Tranquilla, va tutto bene. Tranquilla. Adesso andiamo di là e mi racconti tutto, va bene?»
Andiamo di là, dovunque sia. Basta che sia lontano da lui. Per questo sono arrivata qui. Mi guardo allo specchio e non sono più sicura del volto che vedo, non è il mio. Non riesco ancora a convincermi di esserci riuscita. Riuscita a distruggermi e poi esserne riuscita a scapparne. Viva.
Di là è un piccolo salottino, un divano, una poltrona, un piccolo frigorifero, due tavoli rotondi e qualche sedia. Su due staffe fissate a muro troneggia un vecchio televisore a tubo. La ragazza mi fa sdraiare sul divano, poi si siede vicino a me e mentre mi tiene la mano, chiede: «Vuoi dirmi come ti chiami?»
Sento la mia voce uscire automaticamente. «Anna» le rispondo, mentre il mio sguardo si perde sul bianco macchiato di umidità del soffitto.
Anna, penso. E penso che ho il nome di mia nonna. Lei sì che era una donna forte, una donna di carattere. Non ho ereditato nulla da lei, solo un gran paio di occhi azzurri e due gambe da modella, comunque più che sufficienti per far innamorare di me una dozzina di uomini.
Fino a quando non ho incontrato due occhi più azzurri dei miei, quelli di Antonio. Successe tutto così velocemente che mi ritrovai innamorata senza neanche accorgermene, sembravo immersa in un sogno. E mi piaceva. Per la prima volta, ero io a restare abbagliata da un uomo e non il contrario.
Ma a pensarci ora, mentre me ne sto sdraiata qui su questo divano in similpelle nera vecchia e consumata, in questa stazione dei Carabinieri, mi sembra tutto così lontano, quasi fosse la vita di un’altra donna.
La ragazza con la coda di cavallo ha messo un blocco notes su una sedia lì accanto. Ha preso anche un registratore.
«Anna, va bene. Hai un bel nome, lo sai? Adesso vedrai che andrà tutto bene, qui non ci sono pericoli. Ti va di raccontare?» mi esorta. «Vuoi dirmi cosa ti è successo?»
Dio, sì che lo vorrei, ma devo prima chiudere gli occhi. Ho paura che lui possa entrare da un momento all’altro e non voglio vederlo, non lo voglio più. Annuisco con la testa, un gesto che mi costa tantissima fatica.
«Anna, devo chiederti una cosa» continua la ragazza. «Ho qui vicino a me un registratore. Mi autorizzi a registrare tutto quello che dirai?»
Annuisco ancora.
«Anna, ascoltami. Devi rispondermi con la voce, non posso accettare soltanto un tuo cenno. Capisci? Te lo ripeto: mi autorizzi a registrare tutto quello che dirai?»
Respiro ancora e a fondo. No, è più un sospiro che mi toglie dal petto un peso di anni che mi preme sul cuore.
«Sì» e la mia voce è lontana, distante. O forse sono io che vorrei essere lontana.
Quando inizio a raccontare sento la ragazza con la coda che a tratti smette di respirare, sento la sua tensione nel sudore che piano piano le bagna la mano con la quale stringe la mia.
«Non volevo, lo giuro, non volevo. Ma ho dovuto. Antonio… mio Dio… Antonio avrebbe fatto loro del male, anche se mi avrebbe uccisa non potevo… non potevo permetterglielo.
«Le bambine… le ho lasciate con lui! Signore mio, come faranno ora? Ho sempre cercato di non coinvolgerle. Sempre. Le ho protette per tutti questi anni, mentre Antonio diventava sempre più fuori controllo, sempre più… diverso.»
Non so nemmeno da quanto tempo è che sono sdraiata qui. La ragazza continua a tenermi la mano, ogni tanto mi accarezza sul viso. Fa tutto questo per farmi sentire serena e al sicuro, lo so. Adopera un tono dolce quando mi parla e, piano piano, sento che qualcosa dentro di me si scioglie.
«Da quanto tempo mi chiedi? Non lo so, non me lo sono mai chiesta. Forse da quando è nata Luisa. Lui me lo diceva ogni giorno. “Ma che bella pancia che tieni! E quando me lo darai il bell’ometto che tieni lì dentro, eh? Quando?”
«Aspettava un maschio, gli diedi una femmina. No, non la prese bene, almeno all’inizio. Diceva che non ero capace di fare figli. Lo sfidai, all’epoca ero orgogliosa. “Mettimi alla prova” gli dissi. Rimasi incinta dopo un anno dalla nascita di Luisa. Antonio stavolta non diceva nulla ma si vedeva che era impaziente. Non dimenticherò mai lo sguardo che mi lanciò quando nacque Maddalena, il modo in cui mi fece sentire: un’ameba, una donna inutile, un oggetto.
«Persi fiducia in me stessa e nelle cose che facevo. I miei suoceri si facevano sentire solo per le feste comandate, mentre i miei non presero mai posizione in tutta questa storia. Pensavano solo ai loro nipoti, io per loro ero un’incapace, proprio come per mio marito. Allora decisi di lasciare il lavoro. Volevo che non pensassero a me come a una fallita, ma come a una perfetta, instancabile madre, moglie e donna di casa.
«Antonio però cominciò ad assentarsi per periodi man mano più lunghi, lasciandomi a badare alle bambine e alla casa. Quando tornava a casa, non guardava nessuno. Né me, né soprattutto le bambine. “Le hai fatte tu e tu te le cresci” mi diceva. Io lo sapevo che anche lui le amava, che non pensava veramente quello che diceva. Avrebbe capito, avrebbe sentito il richiamo del sangue, avrei dovuto solo avere pazienza e stargli vicino.»
La ragazza con la coda mi lascia la mano.
«Scusami un attimo» mi dice, poi si alza, va verso la finestra, la apre e ritorna a sedersi vicino a me. «Spero non ti dispiaccia, staremo meglio con la finestra aperta. Prosegui, cara.»
L’aria che entra dalla finestra è profumata, i rumori che provengono dalla strada mi arrivano ovattati. Mi rendo conto solo ora che sono mesi, anni, che vivo isolata dal resto del mondo.
«Mi sbagliavo… Dio mio se mi sbagliavo. Io volevo fare di tutto per lui, sapevo che non pensava veramente quello che diceva. E sapevo che se lui era cambiato, allora era solo colpa mia… le bambine non erano colpevoli, come poteva dire di non amarle?
«Mi convinsi con tutte le mie forze a dargli un figlio maschio e glielo dissi. Antonio mi ascoltò, ma si vedeva chiaramente che non mi credeva. Feci ricerche su internet, seguii alcune cure ormonali per non deluderlo un’altra volta. Voleva un figlio maschio, capisci? E io volevo darglielo a tutti i costi. Comunque, alla fine rimasi felicemente incinta e quando Antonio mi chiese di fare l’amniocentesi acconsentii, anche se non ne vedevo il motivo. Andai fiduciosa all’esame. Il risultato era che andava tutto bene, il feto sarebbe nato sano. E sarebbe stato di sesso femminile.
«Quando Antonio tornò a casa con il risultato dell’esame era una bestia. Mi insultò e mi aggredì, gettandomi in terra, scalciandomi. Persi la bimba. Dovetti fare un aborto e denunciare il fatto come un incidente domestico. Nessuno sollevò dubbi su quello che era successo. Avrei voluto morire.
«Da quel giorno, ogni volta che Antonio tornava a casa erano insulti, schiaffi, cinghiate. Quando aveva voglia di sesso… era umiliante e violento… mi prendeva come un’animale, per poi lasciarmi abbandonata da una parte. Non potevo deluderlo più e non volevo perderlo, accettavo tutto da lui, anche di essere trattata come l’ultima delle puttane.»
Mi tiro su a sedere. Tutto questo raccontare del mio inferno mi sta sfiancando. E non sono ancora arrivata alle fiamme. Mi gira la testa, ho come un mancamento e la ragazza lo nota immediatamente. Si allunga verso di me per sorreggermi.
«Vuoi un po’ d’acqua?»
Annuisco piano, la ragazza con la coda va verso un distributore automatico, riempie un bicchiere e me lo porge. Appena poggio il bicchiere alle labbra, sento un brivido di sollievo scendermi fino allo stomaco.
«Che cosa è successo poi?» mi chiede la ragazza.
Mi rigiro il bicchiere tra le mani, lo sguardo perso sul fondo. Penso agli ultimi mesi, penso alle urla, alle mani pesanti… alle bambine.
«Antonio iniziò a prendersela con le mie figlie, dicendo che erano delle idiote come la loro mamma. Tutte e due avevano delle difficoltà a scuola, io lo sapevo, ma sapevo anche che tutto questo era a causa del loro carattere timido e introverso. Per Antonio, invece, era soltanto colpa mia e ne approfittava per colpirmi, per farmi sentire un’incapace, una donna inutile, che non sa fare figli e che non sa crescerli e istruirli.
«Per aumentare il suo disprezzo verso di me, iniziò a picchiare le bambine, anche per i motivi più futili. Non lo aveva mai fatto prima e quando io mi mettevo di mezzo, allora diventava ancora più aggressivo e scaricava su di me tutto il suo odio con schiaffi e pugni, anche di fronte a Luisa e Maddalena. Ma io sopportavo tutto, non potevo permettere che lui facesse del male alle piccole. Fino a stanotte.
«Quando l’ho sentito infilare la chiave nella serratura erano già le due di notte. Entrò bestemmiando e fregandosene delle bambine che dormivano. Dalla voce mi convinsi che doveva aveva bevuto e non volevo che le svegliasse, perciò mi alzai per andargli incontro. Non lo trovai nel salone, né in cucina, dove pensavo che fosse. Invece lo trovai nella camera di Luisa e Maddalena, le mie bambine, con i calzoni calati, le mutande pure…»
Non riesco più a trattenere le lacrime. Sollevo lo sguardo e incontro quello della ragazza con la coda. Sta tremando, è preoccupata. Questa empatia che si è creata tra me e lei mi aiuta ad andare avanti nel racconto.
«Non riuscivo a crederci, eppure quello che vedevo era vero. Speravo che fosse tutto un sogno oppure che Antonio si accorgesse di quello che stava facendo e rinsavisse. Invece lui si accorse di me ferma sulla soglia, si girò e mentre con una mano si masturbava mi disse: “Visto che sei qui, resta pure. Voglio proprio vedere se almeno queste qui sanno fottere meglio di te”. Si avvicinò al letto di Luisa e tirò via le coperte.
«Ricordo solo di essermi avventata su di lui, saltandogli addosso sulla schiena e rimanendo aggrappata al suo collo, stringendo forte con tutte e due le braccia. Poi urla, una lotta feroce, mobili rovesciati. Non mi ricordo altro. Però devo aver battuto la testa, perché mi fa male qui dietro» e mi tocco dietro la nuca. «So solo di essermi risvegliata stamattina presto e di essermi ritrovata sopra al corpo di Antonio, nell’ingresso, esanime. Non so neanche se sia vivo o morto, forse dormiva visto che era ubriaco. Però non si muoveva. Ho provato a scuoterlo, ma non mi ha risposto. Deve aver preso anche freddo, perché era un po’ pallido. Allora l’ho coperto, mi sono vestita e sono venuta qui. Le bambine le ho lasciate dormire, tanto oggi non hanno scuola. Sono preoccupata. Ho fatto bene a venire da voi, vero?»
La ragazza con la coda di cavallo mi stringe forte le mani, stringe il mio viso tra le sue mani e mi accarezza i capelli, a lungo. Poi interrompe la registrazione.
«Certo che hai fatto bene, non potevi andare in un posto migliore. Adesso però aspettami qui, io torno subito. Se vuoi bere ancora, quello è il distributore. Il bagno, invece, è dietro quella porta. Riposati, va bene?»
«Sì, mi riposo. Sì, ne ho bisogno…»

«Avanti!»
L’appuntato Velotti entra e poggia il registratore sulla scrivania del maresciallo. La faccia della ragazza non promette nulla di buono.
«Allora? Cosa ti ha raccontato la signora?»
«Maresciallo, questa è una brutta storia. Non lo ha ammesso direttamente, ma temo che abbia commesso un omicidio. Dobbiamo andare a casa sua, ha lasciato le sue figlie a letto che dormivano e il marito nell’ingresso, apparentemente deceduto.»
«Inizia bene ‘sta cazzo di giornata… Va bene, Velotti. Chiama una macchina che andiamo.»

“TRAGEDIA FAMILIARE. UCCIDE IL MARITO PER SALVARE LE FIGLIE.”
“Nella nottata tra venerdì e sabato scorsi, un dramma finora mantenuto all’interno delle mura di casa è sfociato in tragedia e ha scosso la nostra cittadina. A.C. di anni 49 è stato trovato morto nella sua abitazione. Dalle prime indagini svolte dai Carabinieri del Maresciallo Stanzione, è stato appurato che la causa del decesso è da imputarsi a strangolamento. L’unica attuale indiziata sembra essere la moglie della vittima, signora A.R., che al momento è trattenuta dalle autorità giudiziarie in attesa di accertamenti. Al momento del fatto, nell’abitazione erano presenti anche le due figlie della coppia, che sono state affidate ai nonni materni.”

 

55 commenti Aggiungi il tuo

  1. Che dire:la cronaca nera è satura di queste depravazioni di uomini che dovrebbero amare i propri figli e invece li violentano sconvolgendola loro vita e privandoli dell’innocenza che la loro età comporta per farne degli infelici per tutta la vita…perchè nn si dimentica mai una simile atrocità:! La storia è trattata dall’autore con molta delicatezza in contesto reale quale può essere un fredda stanza di un Commissariato e il tema è sconvolgente.

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  2. Cristiana ha detto:

    Posso farti solo i complimenti. Grande Marco

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  3. Patrizia Ferrari ha detto:

    Scritto benissimo, sembra quasi di vivere le emozioni di Anna…grazie Marco

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  4. Pamela Marchetti ha detto:

    Rivela un conoscenza alquanto pulsante delle emozioni legate alla violenza psicologica sulle donne. Anna sembra essere di fronte a noi…il suo fazzoletto è il nostro! Partecipiamo al suo travaglio psicologico. Crudo e “letterario” allo stesso tempo, questo racconto affonda le proprie radici nelle piaghe della violenza domestica, dove lo “stupro” è doppiamente doloroso doppiamente sporco. Il racconto rimane, a mio parere, “sospeso” in equilibrio perfetto tra l’atmosfera di Cronaca e del racconto introspettivo.

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  5. Voti utili ai fini del concorso 54

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