Due ore per Londra, tre per Roma di Maltempo in arrivo

lacrime

Due ore per Londra, tre per Roma.
Quando ero ragazza io, le cose andavano diversamente qua. Oggi non so che dirle, a mia figlia. Non so se i giovani hanno una marcia in più o una in meno, ci vedo solo tanta speranza in loro. Queste però sono le parole di una madre e non so quanto possano valere ai vostri occhi.

Quando ero ragazza io, era il periodo in cui le donne iniziavano a mettere i pantaloni. In un paese piccolo come il nostro, la cosa era ancora più difficile. Ricordo gli anziani agli angoli delle strade, che mi guardavano con sospetto. Io li adoravo, i miei jeans. Mi sentivo forte. Potevo salire in bici senza nessun intralcio alle gambe, muoversi era diventato così semplice. Cerco di ricordarmi che anche mia figlia si sente così ora, anche se non ha un paio di pantaloni in mano a dimostrarlo. Si sente libera: è giovane e ogni giorno scopre nuove possibilità. Non voglio diventare come i vecchi: seduti là, a fissare ingobbiti e a giudicare con sguardo severo, senza poter capire. Quando sono rimasta incinta me lo sono ripromesso: io la capirò, la mia bambina.

La mia bambina è cresciuta, si chiama Sara, e io non la capisco. Ma ci provo, ogni giorno. Quando io ero giovane non si diventava grandi così in fretta. Guardo lei e le sue amiche, e vedo che sono quasi tutte adulte, anche se hanno appena finito le medie. Si truccano più di me, e si vestono con più cura. A me non era mai piaciuto truccarmi, il mascara mi dava fastidio, la matita mi faceva sentire ridicola. Da ragazza mi specchiavo, e mi sentivo già bene così, con un viso da mostrare al mondo senza vergogna. Ma poi lei capisco loro, le amiche di mia figlia, vedono tutte quelle donne famose, tutte le star, che sembrano il loro pane quotidiano. E chi glielo spiega a tutti quanti che la gente che si vede in televisione ci passa ore prima di avere quell’aspetto, e cercare di assomigliarci nella vita di tutti i giorni rasenta la follia? Io dovrei sforzarmi, e capire, soltanto capire, non essere come quei terribili vecchi. Cosa può fare una madre di fronte a questo, dopo tutto? Non posso educare tutto il mondo, ho solo la mia Sara.

Quando avevo l’età di mia figlia mio padre mi avvisava ogni volta che mettevo piede fuori di casa “copriti, che se succede qualcosa, non si torna più indietro” e io mi allacciavo la camicia fino all’ultimo bottone. Ha iniziato a dirmelo da quando ero troppo piccola, e non lo capivo. Ma lui come uomo lo sapeva, che anche su una delle elementari qualcuno avrebbe posato gli occhi.

E poi un giorno era successo: tornavo a casa da scuola, e un signore mi chiamò, seduto nella sua Cinquecento. Aveva l’aria distinta, ricca, aveva decisamente più soldi di quanti ne avessimo avuti noi a casa. Mi avvicinai, pensando che mi chiedesse delle informazioni su come arrivare alla chiesa o al comune, di solito quello chiedevano. Invece quando fui a un passo dal finestrino mi accorsi che era nudo dalla vita in giù, con una mano si toccava. Scappai, spaventata da quello che avevo visto. Corsi fino a casa, finchè non ebbi più fiato. Capivo che qualcosa di brutto era successo. Era colpa mia? Non ne avevo idea. Cosa voleva quell’uomo? Cosa significava quell’orribile ghigno soddisfatto che gli era apparso sul volto appena mi ero avvicinata? Non lo sapevo proprio. Non dissi niente a nessuno per paura di essere sgridata, e cercai per tutto il pomeriggio di fare i compiti che mi aveva dato la maestra.

“Se succede, non si torna più indietro” diceva mio padre. L’ho sempre ignorato ma lui era la voce del paese: se una ragazza veniva violata, era la fine. La sua voce autoritaria dettava legge in casa mia, e la legge che lui aveva imparato proveniva direttamente dalle strade impolverate su cui camminavo ogni giorno. Eravamo lì, e quella era la nostra realtà, che fosse giusta o sbagliata.

Mia figlia Sara vive in un mondo diverso. Anche lei cammina e respira per queste strade, ma nella sua mente la distanza ha un valore che io non posso nemmeno immaginare. E il suo valore, è zero. La mattina le sue scarpe calpestano l’asfalto rovente proprio come le mie, ma lei sa che la sua vita non si limita affatto a quella via. Non ci sono più chilometri, ma solo tempi. Sono solo tre ore per Roma, se prendi il treno veloce. Vorrebbe andare a lavorare a Londra in futuro, e che problema c’è per lei? Sono due ore di aereo, oggi è più vicina di Roma. Io alla sua età in due ore avrei potuto raggiungere la città vicina, se andavo in bici e di fretta. Ma non l’ho mai fatto, perchè non mi serviva. Non sentivo l’impulso di andare, per me era tutto lì.

Questo l’ho capito: solo questa piccola cosa. Sara con la sua voglia di andare via si è fatta un bel regalo. Le leggi del paese non devono essere per forza le leggi sue. Nemmeno le leggi della Nazione devono essere per forza le leggi sue. E in fondo ha ragione. Se una cosa le sembra sbagliata lei può andare: nel tempo che impiegavo io a prendere la bici per la città lei può essere a Londra.

Questo paese è tanto vecchio però. Può essere che ci nasci e ci muori, come mio padre. Può essere che ci nasci e poi vuoi andartene via, come Sara. Io questo paese non l’ho amato perchè so che è capace anche di uccidere. Lo fa ogni tanto, a forza di sguardi, a forza di chiacchiere. Colpisce chi meno te lo aspetti, quando proprio non lo potresti prevedere. Al giorno d’oggi non te lo aspetteresti, che poche centinaia di abitanti abbiano questo potere. Uno può sempre guardare un po’ più in là, come mia figlia. Se proprio da solo non ci riesce può accendere la TV, e lì sicuramente opinioni diverse ne trova. Ma a volte proprio non ce la fa. Ci sono tanti motivi: nel paese, c’è tua mamma, ci sono i tuoi fratelli, i tuoi amici, i tuoi nemici. Sono due ore per Londra, è un attimo e non li rivedresti mai più. Poi invece stanno dentro, ti stanno sul petto e pesano. E le distanze cambiano di nuovo.

Sara, le dicevo sempre, copriti mi raccomando. E’ corta quella gonna, quei pantaloncini sono proprio corti, quella maglia è scollata. Bisogna dirglielo alle ragazze, perchè la legge del paese è così. Ai ragazzi non gli puoi dire di non guardare nella scollatura, non gli puoi ricordare di portare rispetto anche per quella con la gonna corta, proprio corta, perchè loro padre gli insegna a guardarci, i loro amici gli insegnano che prendere in giro quella fa ridere. E’ triste ma è così che va, e io volevo essere una madre diversa, una moderna, ma voglio anche difendere mia figlia. E mica gli posso insegnare a tutto il mondo, come vanno cresciuti i figli.

Poi è successa una cosa che mi ha fatta sentire stupida per tutte quelle volte che dicevo a mia figlia cosa mettere. C’era questa sua amica, stessa classe. Una ragazza paffutella, una poveretta, sempre con i vestiti del fratello maggiore addosso. E devo essere sincera, non ci vedevo nessuna bellezza particolare in quella. Come tante adolescenti aveva un aspetto disordinato, i vestiti di due taglie più larghi non la aiutavano. Poi si è diffusa la notizia. Qualcuno le aveva messo le mani addosso, l’aveva stuprata. Era tornata a casa zoppicando, e poi i suoi l’avevano portata in ospedale. Quando Sara era andata a trovarla le aveva visto anche un occhio nero: la loro vicina di casa mi disse che quello glielo doveva aver fatto il padre, perchè lei di urla ne aveva sentite parecchie quella sera.

Dopo qualche settimana, questa ragazza, che si chiamava Anna, tornò anche a scuola. Era silenziosa, più del solito. Mia figlia ne sentiva tante di cose su di lei. Anche io ne sentivo. Dicevano che era grassa: nessuno se la sarebbe voluta fare. Doveva esserselo inventato per attirare l’attenzione. Altri dicevano che proprio perchè era grassa, doveva aver cercato di sedurre un uomo, per civetteria, quindi in realtà se l’era andata lei a cercare. Sapevo che la famiglia si sentiva umiliata dal comportamento della figlia, la stavano lasciando da sola, e avrei voluto fare qualcosa. Forse avrei dovuto. Ma io la conoscevo appena, l’avevo vista a volte quando ancora sorrideva. Non era normale che un estranea ficcasse il naso in faccende di famiglia. Non qui, in questo paese. Ognuno pensa ai suoi figli, e se non lo fai allora ti stai cercando guai. Qua fanno così: assegnano le colpe. Anna ne aveva una grave.

Oggi guardo Sara e mi chiedo quanto spesso pensi ad Anna.

Le voci viaggiano veloci. Qui non ti puoi aspettare che dici una cosa e poi non la viene a sapere nessuno. Se fai qualcosa la gente poi la sa. Nel caso di Anna avevano scoperto la sua storia e l’avevano fatta loro. Avevano deciso che lei non fosse altro che una cicciona in cerca di attenzioni, e che se la fosse cercata. Non potevo crederci, io no. Avevo visto quella ragazza quando sorrideva ancora: un sorriso timido, accennato. Gli occhi sempre bassi, lei. Certo, che avrebbe voluto piacere, come tutte le ragazze della sua età. E perchè no? Avere un fidanzato. Avrebbe mai cercato attenzioni spudoratamente? Non lei. E se anche lo avesse fatto che male c’era? Però il mio paese aveva giudicato e deciso. La colpa era sua, come lo sarebbe stata della gonna di mia figlia se fosse toccato a lei.

Un giorno ho chiesto a Sara, ci pensi mai a lei? Eravate nella stessa classe, vi parlavate spesso? Non tanto, mi ha detto. Non è che parlasse tanto, lei in generale. Però una cosa la diceva sempre: che lei di lì se ne voleva andare.

Era come la mia Sara, proprio come la mia Sara. Anche lei era pronta a partire. E chi l’avrebbe biasimata, bastava vedere la casa dove si trovava. Ogni tanto ci passo, da fuori. Nel giardino crescono solo erbacce, in mezzo alla ghiaia. E a me piace sempre a pensare a come potrei migliorare quel piccolo spazio. Ci metterei dei fiori, farei un’aiuola, qualche ciclamino sul balcone. Una bella imbiancata al muro non farebbe male: apparirebbe tutto molto meglio. Non ci vorrebbe molto tempo, né molti soldi. Ma a chi abitava là dentro non fregava nulla, no nulla, di come appariva da fuori quella casa.

Mio padre è nato e morto qui. La mia Sara è nata qui, ma presto partirà. Anna è nata qui e voleva partire, ma qua ci è anche morta.

Dove voleva andare Anna? Anna disegnava. Un giorno mia figlia mi ha fatto vedere il suo diario, con un cerbiatto disegnato. Era brava, brava davvero. Ho visto solo quel cerbiatto, e mi è bastato. Non ne so molto di queste cose, proprio di arte non me ne intendo, ma se una cosa è bella, quello lo so. Dove voleva andare Anna?, lo chiedo a Sara. E lei mi dice, non mi ricordo, voleva andare in una scuola di disegno lontana, e poi chissà. Ma non aveva i soldi. Già li stava mettendo via da anni però, voleva mollare tutto e andare.

Le ragazze per prime smisero di rivolgerle la parola. Non la salutavano più, perchè qualcuno glielo aveva detto, che era una poco di buono. Meglio allontanarsi. Io la vedevo che scendeva dal bus per tornare a casa, e gli occhi vagavano, frugando negli angoli di quelle strade polverose, come spaventati. Io non so cosa aveva visto quella ragazza, ma mi bastava il suo sguardo per capire che non se l’era andata a cercare. E io lo dicevo a Sara, hai parlato oggi con Anna? Le hai fatto un po’ di compagnia? E Sara faceva finta di non sentirmi, e diceva che Anna non aveva più voglia di parlare.

Io ogni tanto prendevo il diario di Sara e guardavo quel cerbiatto. I tratti segnati precisi, con una matita qualunque. Lo sguardo sconsolato dell’animale, che chissà dove voleva andare, lui. E ora non poteva andare proprio da nessuna parte, perchè Anna non gli avrebbe più disegnato niente. Non un amico, non una foresta dove correre. Mi fermavo e lo guardavo e pensavo. Perchè una ragazza uguale a Sara, come la mia Sara, deve morire così.

A un certo punto mia figlia me l’ha detto. Qualcuno stava esagerando con Anna. I ragazzi del paese sapevano ogni diceria, e la tormentavano. La sua voce era inquieta. Cosa fanno, questi ragazzi? Le dicono cose, cose brutte. Di fare con loro cose, perchè lei ormai le ha già fatte. Dicono che se l’è andata a cercare, dicono che lei è una così.

Una sera Anna ha fatto questo: ha preso tutti i sonniferi del padre ed è andata a dormire come se fosse una notte qualunque. Una che è quasi una bambina può davvero fare una cosa del genere? Rinunciare alla sua vita? Lo avrà visto su un film, avrà imitato qualcuno, un’esagerazione, così ha detto la gente. Il giudizio insindacabile arrivava anche al momento della morte. Perchè no? Era quello ad averla spinta lì, in quel letto, l’ha trovata sua madre, col corpo freddo. Qui non pensano nemmeno che una possa decidere da sola di farla finita. Una come lei sopratutto, che ormai valeva meno di zero.

Questo paese uccide. Una città non ha questo potere. E’ più grande, è più pericolosa, è anche più inquinata ma non ti entrerà mai nella testa come questo paese. No, perchè noi qua viviamo in terre maledette.

Oggi si va al funerale di Anna. I telegiornali ne parlano, è strano. Non siamo abituati a richiamare l’attenzione, qui. Ci sono io, c’è mia figlia e c’è mio marito. Ci sono i parenti di Anna e ci sono le telecamere. Qualche amico di scuola. Ma la maggior parte, sta nelle loro case. Il paese ha ottenuto quello che voleva, la pena di morte per un innocente, ora la disprezza. Stai a casa, hanno detto le madri alle amiche di mia figlia. Era una poco di buono. Storia strana. Porteremo un fiore sulla tomba quando non ci saranno più i giornalisti, non preoccuparti.

Vai via Sara, ti prego vai. Sono due ore per Londra. E’ vero che devi anche prenotare l’aereo ma a me va bene. Appena puoi, vola lontano da questo paesino. Sono tre ore per Roma, così non devi neanche imparare l’inglese, che non ti piace, e lo dice la maestra che forse non sei tanto portata per le lingue. Vai via da qui prima che puoi: che le parole della gente non ti rimangano appiccicate addosso. Che ad Anna sono rimaste. Io vedo come la pensi tu, non posso capire ma ci provo. Hai tante cose davanti agli occhi, più di quante ne ho io. E devi provarci, devi arrivare dove vuoi, devi fare quello che vuoi. Io te lo dico: mettiti i pantaloncini corti come li volevi tu, perchè non sarà qualche centimetro di tessuto in più a proteggerti dalla gente. Hai visto come andava in giro Anna? Te la ricordi Anna? Mai messa la gonna in vita sua, perchè suo fratello maggiore era maschio e prendeva tutti i vestiti da lui. E tu mi chiedi, e allora come mi proteggo? Come un uomo, stai lontana dai pericoli, e se succede qualcosa spera in bene. Ti ricordi quando papà era andato al bar con gli amici e si è ritrovato in mezzo a quella azzuffata? Ti ricordi che si è preso un pugno? Può succedere di trovarsi in queste situazioni, ed è inevitabile. No, non sono quei pantaloni lunghi che ti salveranno. Scusa se te l’ho fatto pensare.

E poi ero da sola e ho pensato, allora che ci salverà? Io potessi li educherei tutti, questi pazzi che vanno in giro a far male alle persone. Li educherei io uno ad uno, che non succedano più cose brutte come ad Anna. Ma così non funziona. Per anni i genitori che non sapevano cosa rispondere a sé stessi hanno detto così: i pantaloni lunghi ti salvano, solo quelli. Non ci posso credere, proprio no, a quanto fossero ingenui. Io ci provo a dirvelo, ma non so se mi crederete, in fondo sono solo una madre e non so quanta importanza avranno le mie parole per voi: niente vi proteggerà, ma preoccupatevi ancora di più di questo paese, perchè qualsiasi cosa succeda sarà lui ad aiutarvi o a spingervi nella fossa. La sua morale maligna appartiene a tanti, allora scappate via, fate come Sara,

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Rossella Cirigliano ha detto:

    … e finché il maschilismo permeerà la mentalità di tante donne/mamme ancora (oltre che degli uomini), non ci saranno scafandri che tengano. Testo originale e riflessioni che stimolano particolarmente la mia cronica sete di indagine psicologica. Complimenti!

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    1. maltempoinarrivo ha detto:

      Ciao Rossella, ti ringrazio tanto del commento, mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato il racconto! 🙂

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  2. Anna Maria Lamberti ha detto:

    Intensa e vera.
    Gli stereotipi sulle donne sono fortissimi, ci sarà sempre qualcuno che dirà che la donna se l’è cercata.
    Si potessero educare gli uomini alla compassione e all’empatia.

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    1. maltempoinarrivo ha detto:

      Ciao Anna Maria, grazie di aver lasciato un pensiero qua 🙂

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  3. Voti utili ai fini del concorso 2

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