UN NEO PELOSO di Claudia Lo Blundo Giarletta

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Una voce maschile, alquanto concitata, avvertiva la locale Stazione dei Carabinieri di aver sentito delle grida disperate, voci maschili, un colpo d’arma da fuoco e, poco dopo, una voce femminile che gridava : noooo!”
“Ho capito, veniamo subito, mi dia l’indirizzo.”
“Via Dei Roseti, 2, interno 4.”
Dopo aver dato la comunicazione al Maresciallo, Mara Angri, carabiniere scelto, fu contenta di poter seguire il suo capo sul luogo indicato durante la telefonata. Ormai era una consuetudine: quando era coinvolta una donna, anche lei faceva parte della scorta per il sopralluogo.
Dovettero forzare la porta dell’interno 4. Superato il piccolo ingresso, lo spettacolo che si presentò a Mara e ai suoi colleghi fu alquanto scioccante. A terra, in una pozza di sangue che gli usciva dalla gola forata, giaceva un uomo. Vicina a lui, piegata sulle ginocchia, con le mani attorno al viso cereo, c’era una giovane donna, indossava una corta sottoveste sporcata del sangue dell’uomo e, a terra tra le sue ginocchia, come in grembo, c’era la pistola con la quale aveva sparato all’uomo.
Un carabiniere cercò di prendere la pistola ma la ragazza gridò per la paura e per proteggersi allungò le braccia.
Mara riuscì a farla alzare, ma alle domande su cosa fosse accaduto, riuscì solo a farsi dire il suo nome: Lisaveta.
Uno dei vicini, curiosi, era convinto di aver udito due voci maschili, questo fu confermato anche dalla persona che aveva telefonato, ma doveva trattarsi di una loro sensazione perché nell’abitazione non c’era nessuno e mentre aspettavano l’arrivo dei carabinieri, assicurarono, nessuno poteva essere uscito dall’appartamento.
Poteva essere scappato prima?
Non lo sapevano!
Quando furono fatti i rilevamenti necessari e i Carabinieri ebbero completato il sopralluogo, Mara, fece vestire Elisaveta e la condusse con sé. Quella notte sarebbe rimasta nella camera di sicurezza che si trovava presso la locale Stazione dei Carabinieri.
Il morto era uno dei magnacci conosciuto in città, che non era mai stato possibile cogliere sul fatto. La giovane, invece, era una delle tante donne che, dai paesi dell’est, venivano dirottate in Italia e, dopo essere state circuite con la solita promessa di un ottimo lavoro, venivano messe sulla strada per prostituirsi e arricchire chi, invece di mantenerle, si faceva mantenere da loro.
Inutile chiederle chi si trovasse con lei nella stanza perché continuava a ripetere: “Ho sparato io.”
Ma come aveva fatto la giovane a procurarsi la pistola e a uccidere l’uomo, ben più alto e forte di lei? Ci avrebbero pensato l’indomani!
Una tisana calda aiutò Elisaveta ad addormentarsi.
I sogni notturni di Mara, invece, furono affollati dal viso esangue di quell’uomo e dal viso pallido della giovane; sembrava una ragazzina, così magra, minuta, un corpo di adolescente, un viso da adolescente. Mara aveva un solo desiderio: scoprire cosa si nascondesse dietro quegli occhi che l’avevano guardata impauriti.
L’indomani, rassicurata dalla presenza di Mara, Elisaveta accettò di parlare con una psicologa. Rivestita e rifocillata, pur se aveva dormito in cella, sembrava persino serena: non si rendeva conto di essere un’assassina?
Seduta al di qua di una scrivania sembrò persino contenta di poter parlare, ma, contrariamente da quanto si aspettavano Mara e la psicologa, iniziò a parlare della sua vita passata.
Sin da piccolissima era vissuta in orfanotrofio perché la madre era morta, e una sera aveva iniziato a scrivere quel che ricordava del periodo trascorso con la madre. Lo faceva di nascosto, perché, se, l’avesse vista, la sorvegliante le avrebbe strappato il quaderno.
Solo in seguito si era resa conto che, più che ricordi di vita con la madre, aveva scritto alcuni sogni. I sogni della vita che avrebbe voluto vivere con la madre, morta quando lei era troppo piccola, per cui si trattava di ricordi impossibili: poteva trattarsi solo di sogni!
Ricordò quando in orfanotrofio, andò a trovarla una donna; era grassa, indossava un abito scuro e i capelli, neri, erano tirati in una crocchia sulla nuca. Di lei, la colpì subito un grosso neo peloso, attaccato alla base della narice sinistra, che la rendeva più brutta di com’era.
Tutte le bambine aspettavano sempre una mamma e un papà che le avrebbero portate in un altro mondo, dove il cielo è sereno, le case sono calde, il cibo è abbondante: invece ecco le si presenta quella donna!
La sorvegliante le disse che era sua zia. Lei, la zia, disse di essere sorella della tua povera mamma, disse proprio così; aggiunse che, poiché aveva dodici anni e sarebbe stata in grado di badare a se stessa, era venuta a prenderla per portarla a casa propria e prendersi cura di lei.
Elisaveta, che pensava sempre alla madre, un giorno chiese alla zia come fosse morta.
La zia l’aveva guardata e poi aveva risposto con un tono di voluta indifferenza: “Come è morta? Così,… si muore,… un incidente, cose che capitano tutti i giorni: una banale caduta dalle scale e…”
E se ne era andata via per sempre!
Di lei non aveva né una foto, né un niente di niente; ormai era abbastanza grande da capire che, se non avesse dovuto avere, necessariamente, una madre che l’aveva partorita, avrebbe potuto dire di essere venuta dal nulla.
E un padre? Neanche parlarne. Eppure, pensava, doveva averlo avuto come lo avevano le sue compagne! Un padre volatilizzato anche lui che, comprese dopo – sempre dopo intercalò- forse non aveva mai saputo della sua esistenza.
Nel ricordo della vita trascorsa con la zia, con strana sorridente spensieratezza, ricordò quando si era presa una cotta per un garzone. La zia se ne era accorta e, dopo averla chiamata svergognata e averle detto stai attenta a come ti comporti perché sangue non mente, le aveva proibito di frequentare quel ragazzo: lei studiava, avrebbe avuto un futuro decente e non come quello di moglie di garzone. Di lui ricordava che la guardava con interesse.
“Già, gli uomini mi guardano sempre con interesse, solo che quando ero ragazzina mi lusingava cogliere quel tipo di sguardo che si posava su di me, forse perché sino a una certa età non capivo il fine di quelle occhiate.”
Dopo qualche anno di forzata convivenza, e dopo le tante volte in cui le aveva ripetuto “stai attenta perché sangue non mente”, la zia le disse che la madre, non solo era viva, da qualche parte, ma che si divertiva allegramente con uomini diversi.
Accuse bugiarde! Così le considerò Elisaveta, che le fecero maggiormente male per il tono di voce con cui la zia parlava, mentre vomitava parole immorali contro una madre, e di cui una figlia non può non vergognarsi. Poi, mentre stava per aggiungere qualcos’altro, così le era sembrato, la zia aveva taciuto e, girata su se stessa, si era allontanata. Non tornarono più sull’argomento.
A distanza di anni Lisaveta sentiva ancora il male ricevuto da quelle parole: un pugno allo stomaco!
Aveva scoperto che la madre era viva ma alla gioia era subentrato un pensiero più crudo: non l’aveva voluta! L’aveva lasciata per anni in un istituto, a rimpiangere la sua presenza. Così, iniziò a odiarla per il male ricevuto!
Raccontò che, tuttavia, aveva imparato a voler bene alla zia e le era grata perché, nonostante fossero piuttosto povere, e per vivere la zia lavorava in casa di alcune famiglie, aveva fatto di tutto per farla studiare. Alla fine Lisaveta aveva capito che la zia si era assunta un impegno nei confronti della nipote: voleva insegnarle a ragionare. Diceva sempre che doveva imparare a difendersi dalla sporcizia che esiste nel mondo: leggi – uomini!
“Uomini!” ripeté seria.
L’ultimo giorno di scuola, mentre aspettava di conoscere l’esito degli esami di diploma, nell’atrio della scuola giunse una coppia: si vedeva subito che non erano del paese. Lei era alta, elegante nel suo abitino quasi estivo, i capelli erano biondi ed era truccata in maniera appariscente; l’accompagnava un bel giovane, si, proprio bello, distinto, ben vestito.
Lisaveta ebbe la sensazione di cogliere uno sguardo di contrarietà negli occhi della zia; fu un attimo! La lettura del risultato scolastico la distrasse, non pensò più a quella coppia, né la rivide. Poi, una sera si trovava in piazza con alcune amiche, quando giunse un coupé: si fermò, ne scese il giovane visto a scuola che, mentre la fissava, si diresse verso il gruppo in cui lei si trovava.
Le amiche ridevano ammiccando, ma a lei il cuore iniziò a battere forte.
Il giovane la invitò a seguirlo per parlarle.
“Di cosa?” aveva chiesto un po’ preoccupata, poi, invogliata dalle amiche, era salita in macchina.
Fecero un breve tragitto, lui le offrì un gelato, le domandò che prospettive avesse per il futuro, le carezzò la guancia più di una volta e aggiunse che avrebbe potuto trovarle un lavoro adatto al suo titolo di studio. Prima di lasciarla, poco lontano da casa, le diede un bacio sulla guancia che aveva carezzato.
Non fu solo perché glielo aveva consigliato lui, ma non disse nulla alla zia né di quello né degli incontri successivi, durante i quali lui le parlava con voce calda, suadente e, mentre le diceva di essersi innamorato di lei, a ogni incontro le sue avance si facevano più intraprendenti.
Nonostante provasse un certo imbarazzo nei suoi confronti e anche se, a ogni ritorno a casa prometteva a se stessa di non incontrarlo più, finiva sempre per cedere. Nella sua stupidaggine ogni volta si illudeva che, come la rassicurava lui, avrebbero solo parlato, poi quando lui iniziava a carezzarla lei sarebbe voluta fuggire dalla macchina, eppure le piaceva essere oggetto delle sue attenzioni. Aveva tanta confusione in testa e non era assolutamente in grado di ricordare gli insegnamenti della zia.
Lui poi le diceva: “Vuoi lavorare? Vuoi guadagnare? Sei carina, diventerai ricca, famosa.”
Se gli domandava chi fosse la signora andata con lui a scuola, rispondeva, in maniera evasiva, che era un’amica; una volta ridendo le chiese se fosse gelosa di quella sua amica.
Una sera disse di essersi innamorato di lei. Un’altra sera, promise che l’avrebbe sposata. Avrebbe parlato lui alla zia. Lei, però, non doveva dire ancora nulla. Lei era felice! Allora lui volle che gli desse la prova d’amore, o meglio, se la prese, nonostante lei non volesse: lo picchiava, lo implorava, ma non si lasciò commuovere mentre le diceva che era una sciocchina, perché l’avrebbe sposata, l’avrebbe fatta vivere come una ricca signora.
Invece non lo vide più: era disperata!
Capì cosa aveva fatto sua madre della sua vita, e la zia capì cosa aveva fatto lei della sua, quando scoprì che era incinta. Non le diede il tempo di pensare a chi c’era nel suo corpo e la condusse da una donna che, oltre lei, devastò la vita di una creatura che, non lo aveva chiesto ma, dato che c’era, sarebbe voluta venire al mondo in maniera diversa.
“Ormai sei diventata come una vecchia ciabatta, buona solo a essere buttata via o, forse, raccolta dal più misero degli uomini.”
Così le disse la zia! E la cacciò da casa.
Cercò rifugio dalla mammana, che le fece conoscere un giovane, Sacha. Lui le diceva di non disperarsi: “Sei giovane e bella, ti troverò un lavoro adatto a te!”
Invece si ritrovò incinta, seguì un nuovo aborto e poco dopo l’invito a unirsi a questo o a quell’altro uomo ricco che, di sicuro,… avrebbe cambiato la sua vita: un trauma dopo l’altro mentre sprofondava nel gradino più basso della sua perduta moralità.
Poi, all’improvviso, quello che le sembrò lo spiraglio per una vita migliore.
“Andiamo in Italia, lì lavorerai e ti troverai bene.”
Avrebbe fatto la badante. Era contenta!
Aveva pensato a tutto Sacha, anche al passaporto che teneva lui. Lei, però, aveva ben nascosta una carta d’identità del suo paese. Ormai non era più la sprovveduta di una volta. Non si fidava più di nessuno, dopo tutto quel che le era capitato!
Erano partite in cinque, nascoste in un tir, e lavoravano tutte, si: per strada!
I ricordi di Elisaveta erano inframmezzati da considerazioni personali mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.
“Non vorrei più ricordare, non mi piace ricordare e forse questo che ricordo è solo un sogno che ho fatto perché il ricordo sui figli che ho perduto è troppo brutto. Si questo deve essere è il ricordo in una delle ragazze che stanno con me sulla strada.
Si, il mio ricordo senza dubbio è un altro. Ecco come deve essere andata. Quando mi trovai incinta non volli abortire e capii che mia madre, a modo suo, mi aveva voluto bene, perché aveva permesso che io avessi la vita, anche se si tratta di una vita triste. Anche se, in tanti, mi dicevano che avrei avuto tanti soldi se avessi dato mio figlio a una coppia senza figli, non volli abbandonare il mio bambino e gli diedi il mio nome. Poi mi dissero che lo avrebbero portato in orfanotrofio e che mi avrebbero detto dove, invece non ne ho saputo più nulla. Quante volte mi sono domandata come sarà cresciuto adesso! Cosa farà? Forse mi cerca? Però, piuttosto che saperlo in cielo, preferisco pensare che mio figlio si trovi in un orfanotrofio, forse lo stesso in cui sono cresciuta io.
Allora ho cominciato a nascondere parte dei soldi che i clienti mi danno, anche se Sahca mi riempie di botte. Voglio scappare da qui, tornare al mio paese per trovare mio figlio e poi tornare qui. L’Italia è un bel paese e la gente, fin quando non sa che tipo di lavoro faccio, è gentile. Perciò, quando ritorno troverò un lavoro da badante, poi trovo una famiglia disposta ad adottare mio figlio, mando all’istituto il consenso per farlo adottare e quando mio figlio giungerà in Italia lo rapisco e me ne scappo da qualche parte dove nessuno potrà raggiungermi!”
Lisaveta dovette cogliere lo sguardo confuso di Mara e della psicologa che sembravano aver perduto il filo del discorso che lei stava facendo, allora si bloccò, mentre le lacrime come di un pianto a lungo represso uscivano dai suoi occhi, scendevano sulle guance e finivano sul vestito.
“Che sciocca sono: continuo a pensare che ciò sia possibile. E invece è inutile, non c’è nessun figlio. Forse non ho sogni, né passato, né futuro!
Mia zia diceva che, se avessi conseguito un diploma avrei trovato un lavoro dignitoso che mi avrebbe permesso di fare strada nella società. Si, povera zia: ne ho fatta di strada! Quante sere sono stata a passeggiare lungo vie buie, segnate da lampioni che danno una luce fioca, adatta per favorire rapporti clandestini tra uomini che si fermano e donne obbligate a offrirsi, anche per pochi soldi, per non poter fare diversamente e nella speranza di far giungere qualcosa a una madre o a un figlio lontano. Forse aveva ragione mia zia: il sangue non mente. Sono diventata come mia madre e come sarà accaduto a lei, non riuscirò mai a trovare una via d’uscita da questo schifo di vita.”
La psicologa e Mara si scambiavano sguardi perplessi, infine la psicologa disse che era il momento di terminare quell’incontro. Si sarebbero riviste l’indomani e intanto Lisaveta sarebbe stata accolta in una comunità protetta per sole donne.

* * *

La Lisaveta che incontrarono il giorno dopo apparve del tutto diversa di quella che aveva raccontato tra le lacrime la propria storia.
Questa era preoccupata, sembrava sulla difensiva, con un solco duro sulle labbra.
Dopo i pochi convenevoli la domanda della psicologa fu diretta:
“Parlaci dell’altra sera, cosa è accaduto?”
“L’altra sera?”
Un attimo di silenzio mentre si contorceva le mani quasi andasse alla ricerca di cosa dire.
“Mi ha torturata, mi ha fatto tanto male!”
“Chi?”
“Sacha, lui, voleva che fossi carina con i clienti e poi si prendeva tutti i soldi e mi picchiava perché diceva che mi facevo pagare poco e poi, per punirmi, voleva che facessi con lui quello che facevo con i clienti.”
“Ma tu nascondevi parte dei soldi, perché?”
“Perché volevo scappare e invece lui l’ha sapu… ha scoperto che mi nascondevo i soldi. Non so come lo ha scoperto!”
“Chi glielo ha detto? Cosa stavi dicendo?”
“No nessuno!” Più che una risposta fu un grido.
“E allora cosa è successo?” La voce della psicologa era affettuosa.
“Mi ha picchiata. Sembrava impazzito, pensava che avessi i soldi nascosti… lì e allora mi ha fatto male, tanto male.”
“E poi? Chi ha sparato?”
La domanda di Mara era diretta.
Lisaveta la guardò spaventata.
“Io! Io! Sono stata io, con la sua pistola. L’aveva presa. Aveva detto che mi avrebbe sparato se non gli avessi dato i soldi.”
Mara sapeva che stava mentendo. Sulla pistola non erano state trovate impronte digitali di Lisaveta e l’esame dello stub era risultato negativo.
“Chi stai proteggendo?”
“Nessuno, non proteggo nessuno, non ho amici.”
“Lo sai che rischi l’ergastolo e allora non sarai più libera!”
Lisaveta sostenne lo sguardo di Mara.
“Si lo so, ma preferisco andare in carcere mille volte piuttosto che tornare sulla strada e subire quello che ho subito!”
Fu chiaro che, se qualcuno aveva cercato di incastrare Lisaveta, posandole la pistola in grembo, in effetti non immaginava che le avrebbe fatto un favore che, però, non meritava.
Seguirono altri incontri e Lisaveta capì che non poteva condannarsi da sola e andare in galera al posto del vero assassino, anche se forse, quello aveva sparato anche per difendere lei.
Tutto il male che aveva subìto affiorò a galla e Lisaveta dovette guadare in faccia gli abusi i soprusi, i dolori fisici, lo sporco di cui si era sentita invasa, le abiezioni che avevano annichilito la sua capacità di ragionare e capire che la vita che viveva non era vita. Riuscì a capire che, nonostante i due aborti, nonostante gli anni in cui si era prostituita, aveva diritto a vivere una vita migliore di quella sin lì vissuta. Non avrebbe mai potuto dimenticare ciò che aveva sopportato e avrebbe voluto aiutare altre donne, quelle che, come lei, pur senza dirlo, si portavano addosso distruzione fisica e morale.
Quando seppe che l’omicida era stato catturato, proiettata nel futuro, con una punta di rimpianto, ma in pace con se stessa, disse a Mara e alla psicologa:
“Sapeste quante volte in questi anni ho pensato alla vita serena di mia zia e ho invidiato il suo grosso neo peloso vicino la narice sinistra!”

11 commenti Aggiungi il tuo

  1. Oly ha detto:

    Bel racconto come sempre 🙂

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  2. Elena ha detto:

    Un altro bel racconto.

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  3. Antonio Giarletta ha detto:

    Leggo sempre con piacere…spesso non ho il tempo di votare, ma questo..lo voto! Tony Barabba

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  4. maia turmanidze ha detto:

    bel racconto, lo voto. Maia

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  5. Himera ha detto:

    Storia tormentata… mi è piaciuta.

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  6. Tiziana Martino ha detto:

    Bello!! Lo voto…

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  7. Vincenzo Martino ha detto:

    Davvero coinvolgente,mi ha catturato fino alla fine!!!Complimenti!!!

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  8. Giusy ha detto:

    Bellissima narrazione!!
    Il racconto rispecchia fedelmente la realtà …ecco perché affascina il lettore …direi molto riflessivo!!
    Complimenti!!

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  9. Lilli De Luca ha detto:

    Bello, emozionante e coinvolgente, non scade mai nel melenso e nell’eccesso pur disegnando ed evidenziando in modo forte la sofferenza fin quasi all’autodistruzione di questa giovane donna che , alla fine riesce a trovare il coraggio e la forza di cercare, in ogni modo, di riprendere in mano la sua vita e cambiarla. LO VOTO

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  10. Claudia ha detto:

    Ringrazio voi che avete dedicato del tempo alla lettura di questo racconto e ancor per i vostri commenti. Grazie

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  11. Voti utili ai fini del concorso 9

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