Cristina di Gianna Muscetta

labbra

Oggi sono esattamente 30 anni dal giorno in cui ci siamo conosciuti.
E’ una data che non riesco a dimenticare, nonostante il tempo passi e le nostre vite siano ormai separate da tempo.
Tu forse mi avrai cancellata dalla memoria, come avevi giurato di fare nel giorno in cui ho deciso di lasciarti. Io invece sono diversa: non rinnego mai il passato, perché è grazie al mio vissuto che oggi sono quella che sono, una donna forte e decisa. Le persone tendono a dimenticare le storie brutte, a me piace ricordare anche quelle solo per il fatto di avermi fatta crescere.
I sette anni in cui siamo stati insieme sono stati i più belli e i più brutti della mia vita.
E’ bastato uno sguardo, il primo, per capire che saresti stato mio. E’ stata solo una frazione di secondo, ma in quel piccolo istante ho capito che la da lì in avanti tutto sarebbe cambiato per sempre.
Ricordo la prima volta che mi hai abbracciato e che siamo finiti a fare l’amore fondendo insieme con passione e complicità le nostre anime e i nostri corpi. In vacanza, all’Argentario, dopo solo due giorni che ci eravamo conosciuti. Da quel momento non ho potuto più fare a meno di te.
Poco importava che tu fossi di Roma e io di Perugia, che fossimo già fidanzati io con Roberto e tu con Cristina e che tutto ci sembrasse difficile: ci giurammo che tornati a casa dopo le vacanze, nelle rispettiva città, avremmo lasciato nel medesimo istante i nostri compagni per essere felici.
Roberto piangeva quando gli ho comunicato che amavo un altro, ma tu ti eri già impossessato del mio cuore. E se per difendere il nostro amore dovevo far soffrire lui, lo avrei calpestato senza pensarci due volte.
Sono stata cinica, cattiva e fredda, e mi dava un’ulteriore forza il fatto che anche tu, a Roma, nel medesimo istante e come ci eravamo giurati, stavi lasciando Cristina. L’unica cosa di cui mi importava era mollare tutto e correre da te, perdendomi nel tuo abbraccio caldo e avvolgente che mi faceva sentire parte di un tutto inaspettato, che mi faceva entrare in un mondo ovattato e silenzioso dove mi sentivo libera e felice.
Ricordo ancora, come fosse adesso, come scappai da Roberto e la corsa che feci per raggiungere la stazione di Perugia. Arrivai al binario con il cuore in gola saltando in carrozza un attimo prima che le porte del treno si chiudessero.
Stavo partendo senza aver avvisato nessuno, né le amiche né la mia famiglia. Avrei telefonato più tardi per avvisare che non sarei tornata prima di due giorni.
Mi resi conto solo dopo che, durante quella giornata, avevo mandato a monte tutti i miei impegni: un esame importante alla scuola per terapisti che frequentavo, un appuntamento con la mia amica del cuore che mi aveva atteso in strada per più di un’ora, avevo dimenticato di andare a riprendere mio fratello al corso di judo.
Semplicemente, e senza accorgermene, avevo cominciato a rinunciare alla mia vita.

-Non ce l’ho fatta a lasciare Cristina!-
La prima grande delusione me l’hai data al mio arrivo in stazione.
-Piangeva e mi ha fatto pena: non sono riuscito a dirle niente di noi, ma ti giuro che la lascerò il prima possibile!-
Queste furono le tue parole e mi arrivarono allo stomaco come una coltellata violenta.
Mi sentivo tradita perché non avevi mantenuto la nostra promessa.
-Devi darmi tempo, vedrai che troverò un modo per lasciarla!- hai bisbigliato contrito.
Dovevo capirlo subito che stavi mentendo. Invece ero impotente perché la mia vita, in quel momento, avrebbe perso di senso se ti avessi lasciato. Così sono rimasta al tuo fianco sforzandomi di credere nelle tue promesse.
Quel fatidico giorno non arrivò mai. Mi hai relegata nel ruolo di amante in una storia dove tu non eri neanche sposato. Io dipendevo da te, tu da Cristina.
Era un rapporto malato il nostro, ma ero giovane e innamorata e per te avrei rinunciato a qualunque cosa: prima di tutto a me stessa.
La nostra relazione mi sembrava bellissima. Appena possibile ci incontravamo e ci catapultavamo nel nostro mondo fantastico, fatto di baci, amore e carezze. Vivevamo separati il meno possibile, mangiavamo insieme, dormivamo insieme, respiravamo quasi insieme.
Furono anni belli, nei quali sembravamo una coppia perfetta, se non ci fosse stato lo spettro di Cristina nascosto dietro l’angolo.
Lei era “intoccabile”. Non la vedevi mai, stavi gran parte del tempo con me, eppure non avevi il coraggio di dirle niente di noi, la temevi perchè temevi di essere abbandonato da lei nonostante avessi me.
-Se non ti sta bene questa situazione puoi sempre lasciarmi!- pronunciavi ogni qualvolta ti mettevo alle strette. E io mi ritrovavo con le spalle al muro prigioniera della mia decisione.
Avevi il coltello dalla parte del manico e dipendevo da te.
Senza accorgermene cominciai a isolarmi dal mio mondo.
Per venire a Roma, rinunciavo a uscire con i miei amici di Perugia, per poter passare più tempo a casa tua, posticipavo gli esami e i tirocini in ospedale. Mi guardavo allo specchio e mi vedevo brutta e inadeguata anche se non lo ero affatto! Nella mia mente Cristina era la vincente: sicuramente più bella e meno provinciale, più forte e simpatica di me. Non la conoscevo ovviamente. Eri solo tu, con le tue parole, a farmi sentire orrenda, ma a volte le parole imprigionano più dei gesti. Avevo il divieto assoluto di nominarla e, se per errore passava a trovarti nel momento in cui io ero a Roma, mi costringevi a nascondermi nella camera degli ospiti, chiudendomi a chiave dentro, e dovevo rimanere in silenzio. Un gesto senza senso, a pensarci adesso, ma a cui ero costretta se non volevo perderti.
Con il tempo cominciai a isolarmi anche dalla mia famiglia. Genitori e fratelli tentavano invano di farmi ragionare, ma come mi suggerivano di provare a lasciarti…io mi chiudevo in me stessa.
Se dovessi descrivere oggi la mia vita di allora direi semplicemente “mi sembrava di vivere costantemente sospesa su un filo da equilibrista a 500 metri di altezza”! Ecco: era questa la sensazione che provavo. Una sensazione di paura e adrenalina pura che mi rendevano schiava. Avevo paura di non piacerti più, che mi lasciassi preferendo lei a me, che potessi arrabbiarti per qualunque sciocchezza. Vivevo ogni istante al tuo fianco in perenne attesa. Attesa che mi abbracciassi, che mi baciassi e facessi l’amore con me facendomi dimenticare la fatica che facevo per starti accanto. Fatica che era davvero grande, perchè, nonostante le apparenze, avevi una seconda vita che ti portava ad avere una seconda personalità. Nessuno sapeva che fumavi marijuana dalla mattina alla sera e, tra una sigaretta e l’altra, sniffavi cocaina.
All’apparenza eri un ragazzo di buona famiglia, sempre vestito bene ed educato in ogni occasione, ma solo chi sapeva starti accanto come me poteva conoscere il tuo lato oscuro, perverso e malato.
Col passare degli anni e con l’aumentare del consumo degli stupefacenti, il tuo carattere cambiò totalmente. Dentro di te coesistevano due personalità: una era quella dolce che avevo conosciuto all’inizio, l’altra era irascibile, nervosa, cattiva e violenta.
Il brutto è stato che, piano piano, la seconda ha cominciato a prevalere sulla prima.

-Cosa stai facendo?- ho chiesto tra il sorpreso e l’arrabbiata.
Raccoglievamo i fichi da un albero, nella casa al mare di tuo nonno all’Argentario, io ne ho mangiato uno invece di metterlo nel cestino e mi hai rifilato uno schiaffo senza ragione. Ero sbigottita. Non capivo il motivo di quel gesto inammissibile.
-Tasto il terreno- hai risposto con la massima naturalezza stringendomi subito dopo in uno di quegli abbracci che sapevano farmi dimenticare tutto, quasi si fosse trattato di uno scherzo.
Stavi tastando il terreno sul serio. L’ho capito quando ormai era troppo tardi.
Se fino ad allora avevo vissuto all’ombra tua e di Cristina, già violentata psicologicamente, all’improvviso quello non ti bastò più.
Hai cominciato ad alzarmi le mani addosso proprio quell’estate.
Da quel giorno in poi gli schiaffi sono diventati pugni e i pugni calci.
Io mi ci sono abituata piano piano, quasi senza accorgermene.
-Cos’hai fatto?- mi chiedeva mamma quando, per una mia piccola svista, mi vedeva i segni dei tuoi calci sul corpo.
-Niente, ho sbattuto al mobile.- rispondevo prontamente.
Nascondevo i lividi delle tue percosse sempre e se venivo casualmente scoperta avevo già pronta una risposta plausibile. Mi hai insegnato a mentire, persino a me stessa. Non facevo altro e non volevo guardare in faccia alla realtà perché il sogno che avevo vissuto fino a quel momento con te era stato meraviglioso e pieno di attimi di amore e passione.
Nessuno sapeva ciò che mi facevi: come avrei potuto confessarlo?
Tutti mi vedevano bella, intelligente e piena di vita. Io mi sentivo brutta, inadeguata come tu mi vedevi ed ero piena di sensi di colpa perché credevo di meritare le tue percosse.
Mi chiedevo costantemente cosa non andasse in me senza capire che lo sbagliato eri tu!
Se ti arrabbiavi e mi picchiavi, forse avevi ragione, forse meritavo quello. In fondo ero diventata una persona diversa da quella che avevi conosciuto, meno carina e amorevole nei tuoi confronti perché avevo paura.
Scatenavo in te ira e rabbia, mi riempivi di parolacce e schiaffi e subito dopo ti pentivi e mi abbracciavi.
E ogni volta che cadevo nel suo abbraccio comprendevo che avevi vinto. Perchè quel tuo modo di tenermi stretta mi faceva davvero dimenticare tutto. Mi faceva sentire bella, importante e accettata.
Avevo in corpo un’adrenalina che mai avrei sospettato di possedere. Mi aiutava a fronteggiare i tuoi sbalzi d’umore dovuti a marijuana e cocaina.
Quando ci vedevamo facevamo l’amore tre volte al giorno con una passione e un affiatamento sempre più profondi. Erano quelli i momenti che mi tenevano prigioniera: era per quei momenti che mi lasciavo plagiare. Ogni tuo gesto violento spariva dalla mia memoria appena la tua bocca incontrava la mia, come se si aprisse la porta di un altro mondo fatto solo delle nostre anime che si incontravano. E poi ci addormentavamo l’uno nelle braccia dell’altro respirando all’unisono.

Durante i sette anni del nostro lungo rapporto ho rinunciato alla gioventù più bella.
Vivevo tra il “paradiso” e “l’inferno”, in un costante altalenarsi di pianti e gioie.
La mia vita privata era ridotta in briciole. Mi diplomai come Terapista e cominciai a lavorare in ospedale, ma tutto quello che facevo per te erano solo sciocchezze e mi sminuivi sempre. Arrivai a convincermi del tutto che non valessi niente solo perchè tu me lo ripetevi costantemente come un mantra. Ero il Nulla, eppure continuavi a stare con me…e con Cristina.
Il nostro rapporto era passionale e malato: tu sempre più instabile e io sempre più plagiata. Avevamo il nostro “equilibrio nello squilibrio” e ci incastravamo alla perfezione.
La tua aggressività non accennava a diminuire e io accettavo ogni tuo gesto come se lo avessi meritato. Non so se era peggio la violenza fisica o quella psicologica, perchè andavano a braccetto e non riuscivo a distinguerle. So solo che ero diventata il tuo burattino!
Decisi anche di trasferirmi a Roma.
Ricordo ancora con quanta leggerezza lasciai il mio lavoro, feci le valigie e presi il treno per Roma. Ero felice di iniziare una nuova vita: saremmo stati insieme sempre, salvo i rari momenti in cui avresti dovuto incontrare Cristina. Ero brava e referenziata e trovai subito lavoro, lavoro che sminuivi puntualmente per farmi sentire stupida. Non mi importava, perchè credevo che saresti tornato quello di un tempo.
Non fu così: la realtà si discosta sempre molto dall’immaginazione. Non cambiò niente e tutti i tuoi difetti si accentuarono. Eri furioso sin dalla mattina quando ti alzavi per andare al lavoro, ti svegliavi nervoso e scontento e non riuscivi a parlarmi prima di esserti fatto almeno due canne. Mi hai coinvolto direttamente e indirettamente nei tuoi traffici loschi di droghe leggere ed ero sempre e comunque la tua valvola di sfogo. Se eri arrabbiato per qualcosa picchiavi me.
Con il tempo sono arrivata anche io ad avere una doppia personalità: quella di ragazza perfetta al lavoro e con i nuovi amici e quella di donna maltrattata che volevi succube e passionale. Ci teneva legati la passione e l’amore malato che provavamo l’uno per l’altro.
Mi rendevo perfettamente conto che “non esiste carceriere senza carcerato, vittima senza carnefice”, ma non avevo la forza né la voglia di rinunciare ai piccoli, sempre più brevi ed attesissimi momenti in cui tu mi amavi al di là di tutto.
Il giorno in cui Cristina scoprì di noi, perchè ormai vivevi con me, hai negato l’evidenza e lei, nonostante sapesse, non ti lasciò.
Quel giorno ho capito che a essere malati eravamo in tre!

Ho deciso di lasciarti in Messico.
Doveva essere un viaggio speciale: tu avevi finalmente lasciato Cristina.
Siamo partiti in preda a un euforico entusiasmo.
Entusiasmo che è svanito subito.
Ho ritrovato il mio diario di quegli anni. Ho sempre tenuto un diario sin da quando ero bambina: non lo sa nessuno, ma mi piace scrivere e fermare ricordi ed emozioni.

“Ho gli occhiali da sole, ma le persone qui intorno si sono accorte che sto piangendo.
Mi sento sola e lontano da casa. Il posto è bellissimo e dovrei essere felice, invece sto vivendo in un incubo dal quale voglio uscire il più presto possibile.
Credevo che l’incubo lo avrei lasciato a casa e invece è qui che mi perseguita.
Piango e non riesco a smettere.
Sono sul bordo di una piscina in un hotel di Acapulco.
Questa mattina io e Andrea ci siamo alzati felici. Il sole non era ancora troppo alto nel cielo ed abbiamo approfittato di queste prime ore della giornata per esplorare la città. Siamo andati a fare colazione e fino a lì tutto bene…poi ho fatto un errore. Ho pagato con 100 dollari invece che con 10 e ad Andrea questo non è piaciuto. Non ha la sua marijuana dietro, non si è fatto nessuna canna, ed è sbottato contro di me.
Ha cominciato a insultarmi lungo il viale che costeggia il lungomare, ha continuato a prendermi a schiaffi per tutta la strada che riconduce all’albergo. Io ero una bambola di pezza nelle sue mani: piangevo e mi scusavo. Ero terrorizzata. Con la coda dell’occhio, tra lacrime e calci, ho visto solo i passanti intervenire e scappare subito dopo davanti alla sua ira furiosa.
-Ti ammazzo! Giuro che appena arriviamo in albergo questa volta ti ammazzo!-
Ho sentito solo questo. Né dolore, né calci. Ero come anestetizzata.
Sapevo che avrebbe mantenuto la promessa, che forse oggi sarebbe stato l’ultimo giorno della mia vita.
Invece sono ancora qui, viva, sul bordo di questa piscina all’altro capo del mondo, a piangere tutte le lacrime che ho.
Lui non so dove sia finito. Una volta in albergo è sparito lasciandomi sola.
Per la prima volta ho paura. Lui mi fa paura!
-Respira Luisa. Respira e ragiona.- mi ripeto tentando di arrestare i singhiozzi. Ma non riesco più a ragionare. Tutto è offuscato: non riesco a vedere le persone, i bambini che fanno i tuffi, il mare turchese sullo sfondo. La confusione che ho in testa sovrasta tutto.
Percepisco il calore del sole sulla pelle ancora dolorante per le sue botte.
“Questa non è vita” mi dico “Non voglio continuare a stare così male e non me lo merito!”
E’ solo un pensiero, un attimo di lucidità in anni di schiavitù, ma mi ci aggrappo forte e non lo mollo.
“Sono ancora viva, questo è l’importante!” mi ripeto mentalmente “Come torno a casa giuro a me stessa che lo lascio!”

E così ho fatto.
Poco ha contato il fatto che per il resto del tempo io e te siamo stati benissimo. Ormai dentro di me qualcosa si era spezzato. Non riuscivo a dimenticare la promessa che mi ero fatta.
Sapevo che al nostro rientro tutto sarebbe tornato come prima e così è stato: primo tra tutto ti sei riavvicinato a Cristina.
Non è stata una scelta difficile, mi è venuta naturale e mi ha aiutato un libro, “Donne che amano troppo”.
Spesso non siamo noi a scegliere i libri, ma mi piace credere che siano loro ad attirarci. E quello è stato il Mio Libro. Lo comprai senza pensarci due volte e mi sedetti subito a leggerlo sulla prima panchina che incontrai. Mi descriveva alla perfezione come se fossi stata una delle protagoniste e arrivai quasi a finirlo.
Quella lettura mi ha fatto capire che io ero importante, importante per ME, per il solo fatto di esistere. Che ero bella e piena di vita. Che nonostante tutti gli errori e le menzogne ce l’avrei potuta fare perchè avevo ancora qualcuno su cui contare: ME!
E’ stato allora che ho deciso di rialzare lo sguardo. Avevo toccato il fondo ad Acapulco e ho cominciato a risalire la china con tutte le mie forze.
E’ incredibile scoprire la tenacia che abbiamo: spesso non ce ne rendiamo conto fino al momento in cui tutto ci sembra perduto. E invece il nostro IO è lì che non ci abbandona mai a ricordarci che siamo esseri speciali, unici e importanti.
Ti ho lasciato in due giorni. Nel momento in cui ti ho detto addio ti sei rivelato per quello che eri: un esserino piccolo piccolo che mi spaventava e mi plagiava per farsi grande e forte. Hai pianto, sei persino svenuto, e sei rimasto a letto per tre giorni.
Non potevo farci niente: non mi appartenevi più, ero già altrove, lontana e con il forte desiderio di riscoprire me stessa.
Non sapevo più chi ero, né come sarei diventata. Sapevo solo che non ti volevo più.
Avevo voglia di vita, di risate, di amici, di famiglia, di un amore vero, rispettoso e sano. Così ti ho lasciato a Cristina, che ti ha sposato felice…o infelice. Non mi interessa.
Quando mi guardo indietro non mi pento di niente. Ricordo con dolcezza la nostra storia come una delle più importanti della mia vita, perchè oggi sono determinata e forte grazie alle debolezze di allora, sono coraggiosa e audace grazie alle paure provate, mi amo e mi rispetto grazie alla scarsa autostima che avevo, sono felice ed equilibrata grazie alla follia di un tempo.
Ti ho amato davvero molto Andrea, ti porterò sempre e comunque nel mio cuore perchè in fondo, e nonostante tutto, mi hai dato tanto: mi a restituito ME STESSA!!!

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. claudia ha detto:

    Bello il risvolto positivo..

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  2. Voti utili ai fini del concorso 1

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