Il risveglio di Silvana Stremiz

violenza-donna

Non ricordo esattamente che ore fossero, che giorno fosse quando mi svegliai in quel letto d’ospedale, l’unica cosa che ricordo di quel momento è un odore penetrante di fiori freschi e una voce femminile che, amichevolmente, si informa sul mio stato di salute, aggiungendo che andava tutto bene, tutto era passato, risolto.
Con grande fatica riuscivo pian piano a mettere a fuoco quel viso sorridente, la sua divisa blu, la scritta Polizia cucita sulla maglietta.
Adesso, forse, era davvero finita, ma i segni rimanevano, e con essi la vergogna e la rabbia che continuavano a scavarmi dentro, costringendomi a tenere gli occhi bassi farfugliando frasi sconnesse intervallate dalle lacrime che si fermavano pizzicando sui cerotti sparsi sul mio viso.
“Tranquilla Angela, sei stata coraggiosa…posso capire quanto hai passato, ma adesso è tutto finito”
Poteva veramente comprendere? Come poteva farlo? La sua pelle era liscia, le sue mani non tremavano, non avevano tagli, bruciature…come faceva a comprendere? Quando conobbi Mauro ero proprio come lei, con il sorriso sempre pronto, immersa nel sogno d’amore che ogni ragazza vive a quell’età, e lui era affascinante, ben curato, un lavoro da libero professionista che gli apriva le porte degli ambienti che contavano…ma non era soltanto questo.
Il nostro fidanzamento durò soltanto pochi mesi, poi lui, improvvisamente, riaccompagnandomi una sera a casa, mi chiese di sposarci, di condividere le nostre vite perché aveva bisogno di me e senza me si sentiva un uomo a metà.
Avevo adorato da sempre Mauro, da quando lo conobbi al liceo, da quando scelsi la facoltà di economia soltanto per non perderlo di vista, e da sempre avevo sperato che mi rivolgesse quelle parole, ma fu troppo tardi quando mi accorsi che avrei dovuto interpretare quel suo desiderio da un diverso punto di vista.
Quante donne conoscono realmente il loro uomo? Quasi nessuna lo conosce veramente fino in fondo, ma esiste un momento ben preciso nel quale un provvidenziale campanello d’allarme ci avverte che qualcosa non va per il verso giusto, e con Mauro iniziò proprio così, con tanti piccoli avvenimenti ai quali non facevo caso, atteggiamenti che non gli appartenevano.
La prima volta avvenne a cena: per tutta la sera trovò da ridire, sorridendo sarcastico e sminuendo senza alcuna delicatezza le mie doti di cuoca. Sapevo che per lui era stata una brutta giornata, rimasi in silenzio; passai oltre, e così feci anche quando, oltre a quel suo continuo sminuirmi, seguì un’inaspettata capacità di riuscire a farmi sentire del tutto inadeguata, inadatta.
Stavo sbagliando tutto? Ero veramente così come lui mi descriveva? Era forse colpa mia se lui aveva avuto la possibilità di studiare inglese, francese e spagnolo mentre io mi ero ritirata dagli studi per rimanergli accanto?
Tutto quello che faceva Mauro era importante, mentre quello che facevo io appariva scialbo ai suoi occhi, quasi un maldestro tentativo di imitarlo.
Non stavo certo vivendo il sogno della mia vita, c’era qualcosa di diverso, qualcosa di nascosto che stava man mano venendo fuori, come quando ricevi in dono una splendida cesta di fiori e ti accorgi che sotto ci sono soltanto erbacce.
Continuai a non rispondere, forse per educazione, forse perché, comunque, volevo sforzarmi di comprenderlo.
Non sempre però ciò che pensiamo diventa poi reale; c’è sempre qualcosa che sposta la tua attenzione su particolari che prima non avevi notato, che ti sforzavi di non osservare.
Fu proprio questo quello che accadde: Mauro spesso faceva le ore piccole, rincasava tardi e saltava la cena; io avevo ormai preso l’abitudine di aspettarlo facendo però finta di dormire, e per ingannare l’attesa ripensavo a tutti i miei momenti con lui, ma inevitabilmente, tra quei ricordi, affioravano anche le sue ultime stranezze, i repentini cambiamenti di umore, la violenza psicologica nei miei confronti, quel suo modo di farmi sentire del tutto inadeguata.
Fu proprio scorrendo queste immagini che mi accorsi di come tutto questo avvenisse a casa, mai fuori, mai quando eravamo insieme agli amici, quasi Mauro cercasse di dare all’esterno un’immagine del tutto diversa di noi.
Quando a cena eravamo da soli ero una pessima cuoca, quando lui parlava in inglese con qualche fornitore e io riuscivo a stento a capire di cosa parlassero ero quella che non aveva mai saputo concludere nulla nella sua vita, neanche portare a termine un corso di inglese; ma tutto questo accadeva in casa, in salotto, in cucina, a letto, mai davanti agli altri, ai quali mi presentava sempre come la cosa migliore che gli fosse mai accaduta.
Così andai avanti per mesi, rimuginando quei pensieri e tenendoli ben nascosti, magari in attesa che accadesse qualcosa, un miracolo, ma non accadde nulla di tutto questo.
Con il passare del tempo le offese divennero sempre più esplicite, volgari, le sue assenze si allungarono e quelle volte che era presente l’atmosfera diventava pesante, opprimente, quasi abitassi con uno sconosciuto.
Una sera rientrò più tardi del solito, andò direttamente in camera da letto, accese la luce e si lasciò andare pesantemente sul letto.
“Mauro… Tutto bene?”
Non rispose, si guardava intorno quasi cercasse qualcosa ma aveva lo sguardo come perso nel vuoto.
“Mauro…” insistetti scuotendolo; si girò verso di me con un sorriso beffardo
“Che c’è? Ho svegliato la principessa dal suo dolce sogno?”
“Mauro, ma che dici?! Che è successo? Mi fai preoccupare”
“Ah già, dimenticavo… Tu sei quella che si preoccupa sempre, che si preoccupa per tutto…” iniziò nervosamente a gesticolare “… Quell’affare con il nuovo fornitore… Niente accordo, tutto andato in fumo… Ma che ne parlo a fare con te…”
“Mauro, per favore, non ricominciare a trattarmi come una deficiente”
Mi guardò quasi sorpreso, poi sorrise sarcastico.
“Ma dai… Ma guarda… Adesso la signora reclama le sue doti nascoste di esperta della finanza…. Ma finiscila! Torna a dormire, lascia la vita reale a chi sa come ci si comporta”
Mi spinse, questa volta presi coraggio e risposi ai suoi insulti ma non riuscii a terminare la frase, Mauro infatti mi colpì violentemente con uno schiaffo, quasi fosse un riflesso incondizionato, e quello fu soltanto l’inizio di una lunga strada tutta in discesa, costellata di pugni, sputi, insulti, pianti soffocati per non farmi sentire dai vicini, minacce, continue visite al pronto soccorso tutte chiuse sempre con le stesse frasi… Ho urtato inavvertitamente… Sono scivolata… Ho sbattuto contro la portiera della macchina… Tutte buone scuse, del tutto accettabili anche se rimaneva il timore che a visitarmi fosse lo stesso medico della volta scorsa.
Non sempre era possibile andare in ospedale, a volte i segni erano così evidenti che nessuna delle tante scuse già usate avrebbe sortito effetto; questo accadeva quando Mauro mi bruciava con la sigaretta, quando si divertiva a deturpare le mie mani con i mozziconi accessi gridandomi contro “Ecco… Vediamo adesso se ti diranno che hai le mani da pianista”.
Da quello schiaffo il buio si impadronì della mia vita; avevo ormai paura a rientrare in casa, sapevo che ogni complimento ricevuto, ogni sguardo, ogni apprezzamento ricevuto quando eravamo fuori mi sarebbero costati botte e insulti a casa, quella casa dove io non ero niente più che una cameriera, una schiava che doveva stare con gli occhi bassi, che non doveva mai contraddirlo, che doveva quasi sapere in anticipo i suoi desideri in modo da soddisfarli senza neanche che ci fosse il bisogno di chiedere.
L’amore era un lontano ricordo, adesso ogni cosa aveva preso forma, ogni dubbio era diventato reale, estremamente pericoloso; non c’era via d’uscita, troppa paura per fuggire, troppa dipendenza dalla sua situazione economica per poter neanche lontanamente pensare di rifarmi una vita, troppa vergogna per denunciare ciò che mi stava accadendo.
Il terrore prese il posto di ogni altra emozione, vivevo nell’angoscia, tutti i miei sensi erano costantemente all’erta nel tentativo di capire cosa stesse per fare sperando di potermi difendere.
Prima di coricarmi aspettavo che lui si addormentasse, non riuscivo neanche a guardarlo negli occhi, mi ritraevo istintivamente quando capitava di sfiorarlo per caso. E piangevo, piangevo stringendo forte le lenzuola, così forte da conficcarmi quasi le unghie nella carne, quando lui, dopo avermi picchiata con tutto quello che gli capitava sotto mano, appagava il suo istinto animale stuprandomi.
Quella non era una violenza come tutte le altre, era la cosa più orribile che possa capitare, non stava stuprando soltanto il mio corpo ma anche la mia anima, i miei sogni, le speranze, le aspettative di una vita. Non avevo alcuna difesa contro quello che mi stava accadendo, non potevo neanche dire che stava sporcando il mio corpo ma non la mia anima, non era vero!

Certo ne avrei potuto parlare, gli amici non mi mancavano e sempre più spesso mi chiedevano cosa mi stesse accadendo, rimanendo dubbiosi a tutte quelle mie risposte evasive, ma la vergogna era così tanta, il senso di colpa così opprimente…. La realtà era ormai del tutto stravolta, Mauro era riuscito completamente a realizzare il suo intento, a farmi sentire in colpa, a farmi pensare che tutto quello che stava accadendo era in realtà colpa mia, soltanto colpa mia, che i suoi schiaffi, i pugni, gli sputi, gli stupri, non erano nient’altro che la diretta conseguenza della mia incapacità, della mia inutilità, della mia inadeguatezza.
Mi abbandonai così completamente a quell’inferno, prigioniera di me stessa, delle mie paure; le violenze divennero sempre più frequenti, umilianti, quasi come se Mauro stesse perfezionando su di me tutta la sua cattiveria, e soltanto allora riuscii a comprendere pienamente cosa intendeva quando mi disse che senza di me si sentiva un uomo a metà.
Mauro, quell’uomo che avevo di fronte, quell’insieme di pulsioni animalesche e cieca violenza, aveva bisogno di me per sentirsi appagato nella sua brutalità, io ero il mezzo per esprimere tutti i suoi impulsi nascosti, quelli che non poteva mostrare in giro… Era un vigliacco che mi usava per soffocare le sue insicurezze. Questo pensiero avrebbe dovuto scuotermi, darmi la giusta spinta per reagire, ma proprio quando un lampo di vita sembrava balenare nei miei occhi, lui immancabilmente se ne accorgeva e riprendeva a picchiarmi, a trascinarmi per i capelli, a fare quel suo solito gioco, così almeno lui lo definiva, durante il quale mi costringeva a scegliere dove essere colpita; io lo guardavo con le lacrime agli occhi, lo supplicavo con lo sguardo, ma lui rideva, continuava a ridere chiedendomi dove avrebbe dovuto colpirmi per poi farlo, con tutta la sua forza, ma non dove con un filo di voce gli avevo suggerito.
Così come accade quando un’auto usata inizia a lamentare i primi sintomi di malfunzionamento, ogni singolo pezzo della mia vita iniziò ad andare in frantumi, come una tragica catena, inarrestabile nella sua assurda continuità.
Iniziai ad ingrassare, cosa che fece lievitare a dismisura la sua rabbia e il suo accanimento; smisi di guardarmi allo specchio, di volermi bene, smisi di sperare e caddi in un costante stato d’angoscia, traendo un debole respiro di sollievo soltanto quelle poche volte che mi capitava di rimanere da sola.
Arrivò così novembre e, come sempre avevo fatto in quel periodo, stavo preparandomi per recarmi a visitare la tomba di mio padre; avevo comprato un bellissimo mazzo di fiori, tutti di un colore diverso dall’altro, e li stavo ammirando con uno di quegli ormai rarissimi sorrisi che mi erano rimasti, quando Mauro rientrò improvvisamente prima del previsto.
Istintivamente ebbi un sobbalzo, ormai mi accadeva sempre quando me lo ritrovavo davanti, un sottile brivido gelato, simile alla lama di uno stiletto, mi attraversava la schiena, invadeva la mia testa, mi impediva di ragionare, di muovermi.
Lui mi lanciò uno sguardo distratto, poi si recò verso l’armadio e iniziò nervosamente a rovistare tra i vestiti che, nonostante tutto, continuavo ancora a riporre ordinatamente dopo averli ritirati in tintoria.
“Dov’è? Si può sapere dov’è il vestito blu?! Non dirmi che hai dimenticato di ritirarlo…” Tremavo visibilmente, abbassai gli occhi farfugliando qualcosa.
“Non era ancora pronto?”, gli occhi sembrarono quasi uscirgli dalle orbite.
“Ma davvero?! Non è che invece lo hai fatto apposta?! Lo so che ti dà fastidio rimanere a casa mentre io vado al ricevimento del dottor Maffei… Lo so… Ma è colpa mia se ti sei ridotta così?! Ma guardati…”
Mi prese per un braccio e mi trascinò a forza verso lo specchio
“Guardati….”, continuava a ripetere mentre mi strattonava così violentemente che sentivo quasi la scapola uscire fuori… “… Guardati…. Grassa, insignificante, a stento ti si abbottonano i pantaloni… Guardati!”
L’ultimo suo invito a guardarmi fu seguito da uno schiaffo così forte che per un attimo non riuscii a sentire più nulla; mentre tutto intorno diventava opaco, appannato, improvvisamente mi prese per i capelli sbattendomi il viso contro lo specchio dell’armadio, sentii il naso piegarsi, quasi volesse rientrare su stesso, mentre il sangue colava disegnando strane figure e bizzarri contorni.
Mi artigliò la gola stringendo con sadica determinazione: “Sei invidiosa vero? Ti dà fastidio quello che faccio, quello che sono…. Ma sai che ti dico…” e accompagnò quest’ultima frase con un violento pugno allo stomaco “…Sono io ad essere stufo di te, della tua inutilità…”.
Lo guardai, per la prima volta ebbi la forza di incrociare il mio sguardo con il suo, e quello che vidi mi terrorizzò; quello non era il mio Mauro, l’uomo che tutti conoscevano e apprezzavano, di fronte a me c’era un animale accecato dalla rabbia, pienamente cosciente della propria ira, con un solo bisogno da soddisfare, quello di riversarla su di me.
Lui notò il mio sguardo, esitò per un attimo, ma fu soltanto una frazione di secondo, poi reagì ancora più violentemente, quasi quello sguardo fosse una sfida e non l’ultimo anelito di speranza da parte di una donna che aveva ormai perso tutto, compresa se stessa.
Un urlo rauco mi investì in pieno viso, insieme ad un nuovo schiaffo seguito da uno sputo; tentai di allontanarmi, ormai agivo soltanto d’istinto, senza pensare, cercando di difendere quelle poche parti del mio corpo che non avevano ancora i segni della sua violenza.
Lui iniziò a rincorrermi, tentavo di rialzarmi e lui mi colpiva facendomi cadere, fino a quando non riuscii più neanche a mantenere quel precario equilibrio; continuava a gridare colpendomi all’addome, sui fianchi, sul viso, sferrandomi calci nella schiena: “Non riesci a dimagrire vero? Vediamo se così perdi un po’ di grasso” e continuava a colpire, colpire, colpire… mi accasciai a faccia in giù sbattendo nuovamente il naso, lui si fermò, mi puntò un ginocchio contro la schiena, poi iniziò a palparmi nervosamente, “Grasso… Ciccia… Solo questo sei diventata. Forse ti serve qualcos’altro per dimagrire…” Tolse il ginocchio dalla schiena ma non feci neanche in tempo a respirare che mi colpì con un pugno al fianco una, due, tre volte… Il dolore era così intenso che non sentivo quasi più nessuna parte del mio corpo, riuscii soltanto ad alzare leggermente la testa, quel tanto per guardare nello specchio che avevo quasi di fronte, ancora grondante di sangue.
Mauro sembrava in preda ad una frenesia mai vista, come un animale che si eccita alla vista del sangue, che gode nel sentire urlare la sua vittima poiché quella è la prova inconfutabile del suo potere; lo vidi salirmi addosso, strapparmi via i jeans, muoversi come un forsennato dentro di me, spingendo con furia e accompagnando alle sue spinte violenti colpi ai fianchi e sulla schiena.
Non so quanto durò quell’ennesima violenza, d’un tratto i colpi cessarono, lui si accasciò su di me, stanco, sudato, appagato, ma soprattutto….indifeso.
Non saprei descrivere esattamente cosa accadde in quel preciso istante, quale dimenticato sentimento di rivalsa si accese nella mia mente.
Ricordo soltanto che osservare Mauro in quello stato, realizzare la sua momentanea vulnerabilità e afferrare il portagioie in legno che era caduto proprio vicino all’armadio furono una sola cosa, un pensiero unico seguito da un’unica e determinata azione.
Il colpo arrivò inaspettato, Mauro barcollò portandosi le mai alla testa, gridò qualcosa ma il suo urlo venne smorzato da un secondo colpo.
Lo osservai mentre dolorante tentava ancora di capire cosa fosse successo; non provai gioia o rabbia, non provai nulla in quel momento, avevo solo bisogno di correre fuori, di respirare aria pulita.
Quella volta al pronto soccorso iniziai a parlare, fu un fiume inarrestabile di parole che si fermò soltanto quando, vinta dal dolore, svenni tra le braccia del medico e della poliziotta che era stata prontamente avvisata. Mi dicono che Mauro avrà un bel po’ di problemi da risolvere, forse ne verrà fuori, ma la sua reputazione, quella alla quale teneva così tanto, subirà conseguenze ancora più gravi.
Io adesso mi ritrovo a dover ricostruire tutto daccapo, divisa tra le varie terapie da seguire per ristabilirmi e la consapevolezza che per le altre ferite, quelle che sanguinano ancora dentro, non esistono terapie, si può soltanto sperare di dimenticare.
Forse, con il tempo, troverò nuovamente un provvidenziale appiglio, una nuova scatola di legno con la quale colpire la paura che mi perseguita; nel frattempo continuo a vivere in bilico tra il dubbio e l’incertezza, e quando mi guardo allo specchio, sfiorando le vecchie cicatrici ormai quasi rimarginate, sento ancora lo stesso identico dolore, quasi mi colpisse nuovamente e con maggior violenza di prima.
Non è stata colpa mia, ma non riesco ancora ad ammetterlo, continuo ad arrampicarmi lungo le pareti scoscese di un baratro guardandomi intorno, cercando una mano tesa che mi aiuti nella salita e, allo stesso tempo, evitandola, perché non riuscirò mai ad avere la certezza che dietro quella mano non si nasconda un nuovo artiglio.

61 commenti Aggiungi il tuo

  1. ELI ha detto:

    Straordinariamente coinvolgente…

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  2. CRis ha detto:

    Bello intenso . sono senza parole.

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  3. Marco ha detto:

    Non ho parole… solo complimenti il resto lo racconta il racconto…

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  4. ROSANNE ha detto:

    Capolavoro 💝

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  5. Antonella ha detto:

    Brava !

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  6. Giusy ha detto:

    Troppa violenza!
    Mi ha fatto stare male!
    Mentre leggevo scorrevano quelle immagini crudeli nella mia mente perché descritte in maniera realistica!

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  7. Mirella ha detto:

    Un racconto scritto magistralmente …

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  8. Maria ha detto:

    Il dolore di troppe donne… la rabbia di tutte

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  9. Gloria Bastiani ha detto:

    Mette un nodo alla gola
    leggendolo…Purtroppo esistono donne che subiscono realmente queste violenze!Un racconto pieno di dolore ma anche di speranza di potere , di dovere e di volere cambiare la propria vita. Molto realistico. Complimenti.

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  10. Voti utili ai fini del concorso 59

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  11. Sabrina ha detto:

    Leggendo soffrivo con la protagonista. Scritto molto bene. Non vedevo l’ora di finire il racconto per riprendere fiato. Complimenti, molto brava.

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