Michael di Cassie de Mill

rovi

Ciao Amore Mio,

sono qui che sto pensando a te mentre tento invano di non pensarti.

So già che mi mancherai moltissimo, non riesco a non volerti cosi tanto bene. Mi dico sempre che non ti devo amare, che per te non dovrei provare assolutamente nulla, ma sto solo mentendo a me stessa nella vana speranza di potermene auto-convincere.

Fuori fa freddo, la pioggia batte contro i vetri. E’ proprio una brutta giornata, sembra quasi di essere tornati a quelle tristi mattinate invernali quando tutto appare dipinto di grigio e il tempo dà l’impressione di passare troppo lentamente e le persone si perdono in quei pensieri che in una bella giornata sono soliti evitare perché li rendono tristi. Ho fatto una passeggiata lungo il centro, per cercare di passare qualche minuto spensierato, proprio per liberare la mia mente. Ho cercato con grande sforzo di concentrarmi sulle vetrine piene di oggetti e capi di abbigliamento colorati, anteprima della prossima stagione estiva. Ho incontrato tante persone che non avevo mai visto, sconosciuti persi nei loro pensieri; giovani felici di aver marinato la scuola per un giorno, con in mano i loro telefonini a scattarsi mille foto per ricordare la loro voglia di libertà ritrovata. Volevo liberare per un solo attimo la mia mente, per non sentire il peso delle decisioni che dovrò prendere e ho  provato ad immaginare a come sarà la mia vita senza di te.

Chissà cosa si prova a stare dove sei tu adesso, che cosa senti dentro, se anche tu senti quello che sento io in questo momento. Vorrei tanto poter cambiare il destino, perché ci sono cose che proprio non riesco a concepire come l’essere cosi ingenua, cosa che mi  è costato cosi tanto o come l’egoismo di certe persone che negano l’evidenza dei fatti e senza badare al male che fanno  restano coerenti solo a se stessi, alle loro ambizioni, alla loro volontà perché sono convinti di sapere sempre cosa è giusto o sbagliato, cosa è bene e cosa è male non soltanto per loro ma anche per coloro che li circondano.

A volte vorrei poter fermare il tempo e spostare le lancette del suo grande orologio per poter cancellare quello che non mi piace del mio passato e cosi riscrivere il nostro futuro. Vorrei poter fare in modo che tutto ciò che ti riguarda sia sempre meraviglioso, solare, positivo, perfetto. Vorrei fare in modo che tu possa avere una vita perfetta, felice, affinché tu non debba mai dover asciugare dalle lacrime i tuoi splendidi occhi azzurri. Spero che un giorno tu possa capire il sacrificio che sto facendo per te, perché tu possa avere tutto ciò che meriti, perché tu possa avere quello che io non ho mai avuto.

Ieri ho incontrato ancora le due persone meravigliose che si occuperanno di te e vedrai che quando le conoscerai anche tu, quando avrai coscienza di capire, piaceranno molto anche a te. Lei si chiama Anna, è una maestra d’asilo. E’ una donna minuta, con i capelli corti e gli occhi verdi. Suo padre era un italiano immigrato in Inghilterra nei primi anni trenta per cercare lavoro. Li aveva incontrato la mamma di Anna e l’aveva sposata e alcuni anni dopo era nata lei, la tua nuova mamma. E’ una donna paziente, dolce, con un forte senso della famiglia e della giustizia. Ha circa dieci anni più di me e in questi mesi lei è stata la mamma che non ho mai avuto.

Cesare, suo marito è un uomo alto e con gli occhi scuri e i capelli grigi e corti. Lavora come addetto alle vendite in una fabbrica del nord. Sono entrambi molto credenti e forse sarà proprio questo che li rende cosi speciali. Sono due persone molto sagge che hanno raggiunto quella pace interiore che io da tempo sto cercando. Loro avranno cura di te e ti daranno tutto ciò che io non potrei mai darti. Io li conobbi quando ero bambina e ho sempre considerato Anna come una sorella maggiore e Cesare il padre che mi è sempre mancato. Ti piaceranno vedrai….

Tu sei l’unica cosa al mondo che mi fa andare avanti e che mi da la forza di affrontare questi giorni pieni di malinconia cosi tristi. In questo momento anche il cielo sembra stia per piangere insieme a me. Nuvole dense e nere colorano l’orizzonte e tutto sembra cosi spento.

Domani vado a trovare tua zia Elisa, sarà bello rivedere il mare di quando ero bambina. Quando mi sentivo triste, quando mi sentivo senza una via d’uscita, perché quando sei un’adolescente ogni cosa ti sembra un problema senza soluzione, andavo sempre a passeggiare sulla rena, per poter ammirare il mare ora calmo, ora imbronciato. Ho sempre amato sentire il rumore delle onde che si infrangevano sulla sabbia, in un grido  gioioso o arrabbiato.

Mi piaceva pensare al mare che cinge la rena, come per proteggerla dal resto del mondo, come un padre protettivo fa nei confronti dei suoi figli. Il mare mi ha sempre dato un senso di autorità, di potere e di immensità e quando le onde andavano a lambirmi le caviglie mi sembrava quasi che estendesse anche a me la sua protezione. Amavo fissare l’orizzonte in attesa che accadesse qualcosa di inaspettato che mai arrivava, ma allora mi sentivo felice perché solo il mare sapeva farmi sentire in armonia con il mondo.

Forse domani, proverò ancora quella sensazione e allora forse avrò il coraggio di tenerti con me. Lo so, sarei egoista a farlo… ma sarà l’amore che provo per te ad impedirmi commettere questo errore, non temere. Io non riuscirei mai a darti ciò di cui hai realmente bisogno, saresti sempre circondato dalle mie paure, dagli spettri del mio passato. Ti renderei la vita impossibile, sempre in balia dell’angoscia, dal terrore che lui ti possa trovare e fare anche a te quello che ha fatto a me, che ha fatto a noi.

Tuo padre… no, lui non dovrà mai sapere della tua esistenza, finirebbe per avvelenare anche te con il suo egoismo e la sua mania di controllo. Allora saresti tu, a cercare un posto sicuro dove nasconderti, dove poter fuggire via lontano, per non sentire più quella sensazione opprimente che ho provato anch’io fin da bambina. Lui non è un uomo cattivo, ha anche momenti in cui è dolcissimo, un compagno perfetto. Quando l’ho conosciuto avevo solo diciannove anni, lui ne aveva ventisette all’incirca. Era un giovane  laureato in legge, che aveva poi scelto la carriera   nella Polizia di Stato. Era spiritoso, con un bel sorriso e la battuta sempre pronta. Mi piacevano i suoi occhi cosi azzurri che mi ricordano ancora oggi il mare che tanto amo. Lo conobbi durante una festa in spiaggia. Avevamo alcuni amici in comune e uno di loro Alessio, era fidanzato con Clelia la mia migliore amica di quel tempo.

Finimmo per frequentarci e alla fine, la semplice simpatia si trasformò in amore e ci mettemmo insieme. Lui mi convinse a lasciarmi il paesino dove sono cresciuta alle spalle, ad abbandonare  tutto per una nuova vita in città, al suo fianco.

A tua zia Elisa, lui non è mai piaciuto. Mi rimproverava spesso che i suoi modi da damerino, da perfetto gentleman erano solo frutto dell’apparenza. Lei aveva capito che i suoi occhi che sembravano allegri, i suoi sorrisi cordiali erano solo una facciata e che nascondeva un segreto. Elisa non si è mai fidata di lui, perché diceva che tuo padre era come tuo nonno.

Io ero troppo innamorata di lui che non vedevo la realtà o forse non volevo vederla. Ero troppo felice di potermene andare lontano da tuo nonno e dalla sua violenza. Ero stanca di sentire tutte quelle grida, i piatti che si rompevano sbattendo contro le porte o contro il pavimento. Ero stanca di non poter essere come tutte le mie amiche che avevano una famiglia normale, che erano amate dai loro genitori e che sono cresciute senza provare mai il terrore di sentire il loro padre aprire la porta di casa mentre tornava già ubriaco dal lavoro, come se quel momento segnasse ogni giorno la fine della loro vita.

Volevo scappare, andare lontano da tutto quello che rappresentava il mio vivere quotidiano, volevo una vita normale, una famiglia tutta mia, volevo sentirmi realizzata e amata.

Tuo padre, ho sperato che potesse darmi tutto questo ma alla fine, aveva ragione tua zia a non fidarsi di lui.

All’inizio le cose andarono bene, mi ero illusa di poter vivere la mia favola. Lui era gentile, premuroso, non mi faceva mancare nulla. E’ vero anche che, pretendeva sempre di avere il controllo su cosa facessi, che decideva sempre cosa dovevamo fare, dove andare, cosa mangiare e come dovevo vestire. Mi faceva sempre tanti regali, ma io lo prendevo come un atto d’amore, come se lasciare a lui il controllo di ogni cosa fosse una cosa giusta, come se io, la mia volontà o la mia opinione non valessero nulla. In fondo la colpa è solo mia se le cose sono andate cosi.

L’appartamento dove risiedevamo ero suo ed era sito in un grande complesso residenziale in centro a Milano. Vi erano molte famiglie, alcune formate da persone anziane altre con bambini piccoli. Visto che ero sempre a casa e mi annoiavo, quando la Signora  Raspelli mi propose di guardarle il bambino di quattro anni perché aveva la febbre e lei doveva uscire per partecipare al consiglio scolastico nella scuola della figlia, cosi accettai con piacere.

Oltre ai due figli piccoli, i Raspelli avevano un altro figlio di diciannove anni. Lorenzo era un giovane che frequentava l’ultimo anno del liceo classico. Era un giovane brillante, beneducato, amava praticare sport ma anche lo studio. Biondo, con gli occhi verdi, aveva un modo di fare che sapeva conquistarti al primo sguardo. Lo consideravo una sorta di fratellino che non avevo mai avuto e con il quale potevo scherzare perché avevamo la stessa età.

Mi piaceva parlare con lui, passare il tempo a disquisire di cose da nulla e di cose più importanti. Una sera, mentre ero dai Raspelli, non mi resi conto che la Signora Daniela era terribilmente in ritardo. Io avrei dovuto preparare la cena in modo da aver tutto pronto per quando tuo padre sarebbe rincasato. Alle diciannove e trenta  lui mi chiamò sul cellulare. Il suo tono era spazientito, arrabbiato e sapevo che questo non presagiva nulla di buono. Avevo già provato i suoi scatti d’ira e mai avrei voluto farlo infuriare, ma la signora tardava ancora e non potevo lasciare il bimbo piccolo da solo in casa. Cosi non mi rimase che dirgli che avrei tardato ancora. Riagganciò mentre ancora gli stavo parlando e dieci minuti dopo suonò al campanello di casa dei Raspelli. Mi prese per un braccio, incurante che avevo il piccolo Matteo in braccio e che a momenti mi cadeva. Mi tirò fuori dall’appartamento  mentre lo pregavo di aspettare un attimo, intanto che lo supplicavo di non fare male al bambino. Gli dissi di darmi il tempo di rimetterlo nel suo lettino, ma lui non ascoltava quello che gli dicevo perché era preso dalla sua furia cieca. Sentendo che qualcuno discuteva, Lorenzo uscì dalla sua stanza. Lui lo guardò con occhi  pieni di rabbia poi guardò me. Mi sentii il sangue gelare nelle vene, non lo avevo mai visto in quello stato. I suoi occhi erano irradiati da venature rosse, erano diventati freddi e scuri in quel momento. Mi sembrava uno sconosciuto. Lorenzo capì subito quello che stava succedendo e prese suo fratello dalle mia braccia. Nel frattempo anche i Raspelli stavano rientrando e sulle scale feci solo in tempo a  farfugliare un frettoloso “Buonasera” perché lui mi trascinava senza degnare nessuno di una parola.

A casa, aprì la porta e mi spinse dentro. Mi schiacciò con il suo peso contro il muro,  il suo braccio intorno al mio collo mi impediva di respirare. Quando cercai di liberarmi dalla sua stretta, mi colpì con un pugno nello stomaco che mi fece piegare in due dal dolore. Un altro pugno, si scontrò sul mio viso, rompendomi il labbro che iniziò a sanguinare.

Mi spinse sul pavimento e mi prese a calci. Non avevo nemmeno la forza di muovermi, per paura che pensasse che lo stavo provocando. Rimasi li, non so per quanto tempo, a piangere. Il dolore era nulla in confronto alla paura e alla delusione per quello che era appena successo. Non mi sarei mai aspettata da lui un simile comportamento, in fondo non avevo fatto nulla di male. Se mi amava come poteva comportarsi in quel modo? chiedevo a me stessa.

Quando circa dieci minuti dopo gli passò la rabbia, venne in bagno dove mi stavo pulendo dal sangue e come se nulla fosse mai successo. Mi parlò con voce calma, mi aiutò a pulirmi e a medicarmi le ferite. I suoi gesti erano pieni d’amore. Mi disse che era colpa mia, del mio comportamento perché lo sapevo che era geloso. Mi baciò sulla bocca, ma il labbro mi faceva male cosi mi scostai.  In ginocchio davanti a me, si strinse al mio ventre mentre le lacrime gli solcavano il viso, mi chiese di perdonarlo, mi disse che non sapeva cosa gli era preso, che non sarebbe più successo. Non sapevo cosa fare, ero confusa e in quel momento mi domandai se non fosse stata davvero solo colpa mia.

Passarono i mesi e lui, a parte qualche scatto d’ira che cercava di controllare, qualche schiaffo che mi dava perché secondo lui lo avevo provocato,  le cose sembravano andare bene, finché un giorno non vide me e Lorenzo parlare in giardino. Lorenzo era con suo fratello Matteo e io mi ero fermata a salutarli e a scambiare quattro chiacchiere. Non sapevo che lui ci stava osservando dal balcone di casa. Quando entrai, mi fece una specie di interrogatorio sul perché mi ero fermata a parlare con Lorenzo. Spazientita da questo suo comportamento ossessivo, gli dissi che ero stufa del suo modo di fare. La sua mano colpi cosi forte il mio viso che mi fece finire per terra. Mi prese per i capelli e mi fece rialzare. Mi insultava, mi minacciava, mi diceva che non dovevo parlare a Lorenzo per nessun motivo, perché lui aveva capito che Lorenzo voleva portarmi via da lui, perché lui sapeva che Lorenzo voleva solo portarmi a letto. Mi insultò perché secondo la sua opinione, io avallavo il desiderio di Lorenzo e civettavo con lui. Diceva che aveva capito che io volevo intrattenere una relazione sessuale con Lorenzo, che non era stupido. Mi accusava di vestire in maniera troppo sexy, provocante e che li mettevo quei vestiti per eccitare gli altri uomini, ma quella roba me l’aveva comprata lui, quegli abiti li aveva scelti lui e io non avevo potuto dire nulla. Parlava veloce e mi chiesi se avesse assunto qualche sostanza strana. Le sue mani mi cinsero il collo e io cercai di liberarmi dalla sua morsa. Cercai di difendermi, di graffiarlo ma lui era più forte di me. Mi trascinò sul divano e continuò a colpirmi. Il suo peso mi schiacciava contro il divano e io non riuscivo nemmeno a respirare. Approfittai di un momento di distrazione, gli diedi un calcio nello stomaco con il ginocchio e scappai in camera, ma lui mi raggiunse e non io riuscii a chiudere la porta in tempo. Mi diede uno schiaffo e finii contro il comò rompendo la lampada e facendo finire a terra quello che vi era sopra. Il naso cominciò a sanguinarmi e il dolore era terribile. L’occhio sinistro si era gonfiato e non riuscivo a vedere quasi nulla. Il labbro era spaccato in più punti. Lo pregai di smetterla, lo supplicai, ma lui era ancora perso nel vuoto che aveva dentro di se. Mi prese e mi lanciò contro l’armadio, l’anta si ruppe e pezzi di legno mi si conficcarono nelle carni. Ormai non sentivo nemmeno il dolore e avevo smesso di lottare, non potevo competere con i suoi muscoli scolpiti da ore e ore di palestra. Alzò ancora le mani e io pensai, o forse pregai che mi uccidesse perché volevo che tutto questo finisse. Mi afferrò un polso e mi lanciò sul letto e incurante del mio aspetto, delle mie ferite sanguinanti, della mia paura, fece ciò che voleva.

Quando finì, si rialzò e senza dire una parola si recò in bagno a farsi una doccia poi uscì di casa fischiettando. Rimasi li non so per quanto tempo a piangere e a cercare di capire cosa potevo fare. Non lavoravo, non avevo nulla da parte, non conoscevo nessuno e non sapevo a chi rivolgermi.

Chiamai tua zia, con un cellulare che mi aveva dato Lorenzo per le emergenze e che tenevo nascosto dentro l’armadio. Lo presi con mani tremanti, non ero certa che ci fosse credito o che la batteria fosse ancora carica. Provai e nonostante il suono che mi avvisava che la batteria era quasi esaurita riuscii a chiamare Elisa che si offrì di ospitarmi a casa sua.  Lei viveva con il suo ragazzo e io non volevo essere di peso per loro. Dopo mille insistenze accettai di andare da lei. Preparai una borsa con poche cose e aspettai che Elisa arrivasse. Nel frattempo tuo padre era rientrato, aveva un mazzo di fiori e un pacchetto in mano che conteneva delle paste. Nella stanza regnava il caos di poco prima, io mi chiusi nella stanza degli ospiti e aspettai dietro la porta che arrivasse mia sorella, con il cuore che mi batteva impazzito nel petto, in preda al terrore.

Lui mi chiese perdono, mi disse che aveva perso la pazienza perché io volevo tradirlo, ma questa era solo la sua ossessione, non la realtà. Lo pregai di lasciarmi in pace, gli urlai che non  volevo più vederlo, che era troppo il male che mi aveva fatto. Lui singhiozzava dietro la porta e il suo dolore mi parve ancora una volta sincero ma avevo ancora troppa paura di uscire da quella stanza per affrontarlo.

Suonarono alla porta e lui si alzò per andare ad aprire e solo quando sentii la voce di mia sorella, mi azzardai a lasciare la stanza dove mi ero rifugiata.

Le corsi incontro e l’abbracciai. Elisa quando mi vide, rimase impietrita dall’orrore. Gli occhi le si riempirono di lacrime, guardò lui con uno sguardo carico di odio e mi abbracciò più forte. Lui come se si vergognasse, cercò di giustificarsi. Elisa, lo fissò negli occhi gli disse di stare zitto, che non voleva sentire la sua voce, non voleva vederlo perché le dava la nausea.

Ancora una volta lui diede la colpa a me, al fatto che cercavo di tradirlo con un ragazzino, disse che me lo ero meritata, che cosi avrei imparato la lezione.

Elisa lo guardò come se lo vedesse per la prima volta, i suoi occhi si fecero due fessure piccole piccole e quando parlò stentai a riconoscere la voce di mia sorella. Lei gli disse che era un uomo da niente e che lo aveva sempre saputo. Gli urlò in faccia il suo astio e gli disse che una persona che si comporta cosi non è nemmeno degna di essere definito un uomo. Gli ordinò di guardarmi e gli chiese se fosse fiero di quello che aveva fatto. Minacciò di chiamare la polizia e lui le rise in faccia. Le ricordò qual’era il suo lavoro e disse che nessuno avrebbe creduto a quello che avremmo potuto dire, lui lavorava con loro, lui era uno di loro. Avrebbe sostenuto che ero una donna maldestra che inciampava nelle cose e che si faceva male da sola. C’era la sua parola contro la mia. Elisa gli si avvicinò e gli intimò di stare lontano da me. Le sue minacce non la spaventavano. Tra di noi, anche se lei era la più giovane era sempre stata la più forte. Prese la borsa che avevo preparato dalla camera e sempre abbracciandomi aprì la porta e uscimmo lasciandoci lui alle spalle che urlava, pregava e malediva tutto e tutti allo stesso tempo. Passò una settimana, poi lui prese a telefonarmi. Io non rispondevo cosi lui mi mandava messaggi pieni di promesse, parole dolci e poesie. Sembrava essere ritornato l’uomo che mi aveva fatto innamorare. Non sapevo se credergli o credere a tua zia che non lo aveva mai sopportato e che non si fidava di lui, perché diceva che gli uomini come lui fanno solo promesse ma non sanno cambiare realmente. Loro non vogliono cambiare. Lei mi metteva in guardia, mi intimava di non credere alle sue parole. Mi diceva che lui mi raccontava quello che volevo sentirmi dire e lo faceva solo per esercitare il suo potere coercitivo su di me. Non voleva perdere il controllo che aveva, voleva gestire la mia vita ma io ero troppo innamorata per capirlo o forse ero solo troppo stupida.

Una sera si presentò al paesino, suonò il campanello di casa di Elisa e quando andai ad aprire me lo trovai davanti. I segni sul mio viso di quella terribile sera erano ancora evidenti, anche se ormai erano passate tre settimane. Quando fu dinnanzi a me, mi abbracciò piangendo e chiedendomi di perdonarlo. Elisa quando lo vide attraverso il vetro della finestra della cucina, uscì di casa di corsa e cercò di separarlo da me. Lo prese a pugni e a calci, maledicendolo. Lui chiese perdono non so nemmeno quante volte anche a lei per ciò che aveva fatto. Alla fine riuscì a convincermi a tornare a casa con lui. Elisa mi consigliò di rimanere li con lei, di non andare con lui, che aveva un brutto presentimento perché temeva che potesse ancora farmi del male. Ma io non la ascoltai e tornai con lui a Milano. Io lo amavo e questo  mi rendeva cieca davanti alla realtà. A casa aveva risistemato tutto e cambiato le cose che si erano rotte. Mi pregò ancora di perdonarlo, mi promise che non sarebbe più successo ma quelle promesse erano destinate a non durare. Non ci volle molto perché la rabbia, la collera e la violenza di cui era capace ricomparissero. Mi faceva una scenata se non era pronto in tavola per quando tornava; se uscivamo ogni volta che incontravamo un uomo o un ragazzo mi accusava di fare la puttana con loro; ormai non potevo nemmeno scendere sotto casa da sola a prendere il pane perché secondo lui, lo tradivo. Era diventato ancora più possessivo, mi aveva tagliato i vestiti che mi aveva comprato e non mi era rimasto molto nell’armadio da mettere. Aveva un comportamento ossessivo, controllava tutto ciò che facevo e dovevo giustificarmi in continuazione. Se mi pettinavo i capelli con la piastra, se li lasciavo mossi, se mi truccavo o se solo mettevo un po’ di profumo, se usavo i pantaloni o indossavo un vestito, ogni volta mi interrogava come se fossi uno dei tanti criminali che arrestava al lavoro. Mi sentivo prigioniera, senza più speranze o una via d’uscita. Non voleva che lavorassi cosi dipendevo totalmente da lui e mi faceva pesare questa cosa in continuazione. Mi chiamava la sua mantenuta e diceva che soddisfarlo era l’unica cosa che potevo fare per ripagarlo, che servivo solo a quello. Diceva sempre che senza di lui non ero niente, che non ero nemmeno in grado di provvedere da sola a me stessa. Mi rinfacciava che lui mi aveva salvata e che ero un’ingrata per come mi comportavo. Ma io non potevo lavorare perché era lui che non me lo permetteva, non voleva nemmeno che facessi da baby-sitter per il vicinato. Non voleva che andassi da sola a fare la spesa, che avessi amiche perché per lui le donne erano tutte meretrici, figuriamoci avere amici uomini. Non potevo nemmeno invitare qualcuno a casa per fare due chiacchiere. Diceva sempre che nessuno mi avrebbe mai amata, perché io ero niente, che solo lui poteva sacrificarsi per me. Mi minacciava costantemente, mi faceva vedere la sua pistola d’ordinanza, me la passava sul volto, sul collo, sul seno. Il freddo del metallo contro la mia pelle mi dava i brividi, quella pistola era sempre carica, bastava togliere la sicura e avrebbe sparato. Me lo aveva promesso: se lo avessi lasciato mi avrebbe uccisa ma prima avrebbe assassinato tutte le persone che amavo a cominciare da mia sorella.  Mi aveva sequestrato il cellulare, aveva fatto in modo che non chattassi con nessuno, che non potessi accedere a internet o alla mia mail. Aveva regalato al figlio di un suo collega il laptop che mi aveva donato per il mio compleanno Elisa. Lui sosteneva che era in grado di darmi tutto ciò che meritavo e io ero inerme di fronte alla sua prepotenza, alla sua follia. Mi sentivo impotente e lasciavo che tutto andasse secondo il suo volere perché ero sempre più in preda al terrore. Ormai passavo le mie giornate a piangere, non potevo uscire, non avevo nessuno con cui parlare. Non mi faceva nemmeno andare a buttare la spazzatura. Quando usciva mi chiudeva in casa e io rimanevo li, come in trance, come un animale in gabbia che aspetta impotente il compiersi del suo destino.

A volte capitava che rientrasse dal lavoro già adirato e se la prendeva con me per qualsiasi cosa facessi. Se lo guardavo mi colpiva perché diceva che lo stavo compatendo; se non lo guardavo diventava violento perché diceva che io pensavo di essere meglio di lui e che lo stavo giudicando. Ormai vivere con lui non era più vivere, era una lenta agonia in attesa della prossima violenza. Ma ce l’ho fatta, alla fine sono riuscita a lasciarlo e ho ritrovato la mia dignità, la mia libertà.

No, piccolo amore mio, non posso condannare anche te a vivere con una persona che non è in grado di controllarsi, che non riesce a badare nemmeno a se stesso, che non sa distinguere la realtà dalla propria ossessività. Non posso lasciare che lui diventi tuo padre e che trasformi anche te a sua immagine e somiglianza.

Finiresti per odiarmi e io non potrei mai sopportarlo e se anche adesso ti potrà sembrare egoismo, il mio per te è solo amore, un amore cosi profondo che mi spinge a rinunciare a te. Elisa non può crescerti, perché il rischio che tuo padre e la sua famiglia ti possano trovare e avvelenare la vita come hanno fatto con me, è  troppo grande.

E’ per questo motivo che ho scelto di lasciare che siano Anna e Cesare a crescerti, perché tu possa avere un’infanzia felice, perché tu possa crescere allegro, con persone che ti ameranno come se fossi loro figlio, che ti mostreranno la differenza tra giusto e sbagliato. Ti insegneranno il rispetto per gli altri e a vivere in armonia con il mondo che ti circonderà. Loro ti faranno sentire il calore di una vera casa e con loro troverai la pace che io ho sempre cercato e mai trovato.

Quando sarai nato, Cesare e Anna, le persone a cui  ho chiesto di prendersi cura di te, ti verranno a prendere e ti porteranno con loro. Saranno loro i tuoi “mamma e papà”. Imparerai a conoscerli cosi come li ho conosciuti io durante questi anni. Loro ti daranno tutto il calore, tutto l’amore che un bimbo ha bisogno per crescere. Ti insegneranno ad avere fede, quella fede che io ho avuto e perduto tanto tempo fa. Loro saranno la tua famiglia, il tuo punto di riferimento, ti guideranno nel cammino della tua vita, fino a quando a tua volta sarai diventato un uomo e insegnerai le stesse cose che sono state insegnate a te ai tuoi figli.

Anna e io, abbiamo tinteggiato quella che sarà la tua cameretta. Bianca con un bordo azzurro con alcuni palloncini colorati di verde, blu e arancio legati da un nastro.

E’ una stanza ampia, con un parquet marrone scuro, un grande lampadario al neon e faretti alle pareti che la illuminano. Il lettino è marrone cosi come il fasciatoio. Ci sono già tanti giocattoli e peluches per te, sia grandi che piccoli, ma non potrai giocare con loro perché non sono adatti ad un bimbo piccolo mi ha detto Anna. Mi ha fatto vedere la copertina che ha preparato per te, tutta bianca blu e azzurra. E’ bellissima, vedrai ti piacerà cosi calda e confortevole.

Anna e Cesare mi hanno promesso che ti chiameranno con il nome che avrei voluto darti io: Michael, come il capo dei tre Arcangeli, quello più importante, il cui nome significa “Forza di Dio”. Michele (Michael) era anche il nome di mio nonno, io ed Elisa gli volevamo molto bene e quando se ne è andato, abbiamo sofferto molto. Il tuo bisnonno era una persona molto saggia e dandoti il suo nome, spero che anche tu possa diventare una persona come lui. Spero che anche tu avrai il suo profondo senso della giustizia e della famiglia. Il tuo bisnonno, quando eravamo bambine ci diceva sempre che per essere felici bisognava accontentarsi di ciò che si aveva, che non dovevamo invidiare quello che avevano gli altri, ma bisognava concentrasi su ciò che si possedeva e fare del nostro meglio, perché la vera ricchezza era la famiglia. Lui ci raccontava che era l’uomo più ricco del mondo perché aveva trovato una moglie bellissima  e paziente che lo sopportava e che lo amava quasi quanto lui amava lei e Dio solo sa quanto Michele amasse la nonna, fin dal primo istante in cui l’aveva vista quella domenica in chiesa per il battesimo di suo cugino Vincenzo. Aveva capito subito, che quella giovane ragazza un po’ timida e seria, sarebbe stata la madre perfetta per i suoi figli e aveva faticato non poco per convincerla a sposarlo. Lui ci ha insegnato tante cose, ci ha dato tanto amore, ci ha lasciato un grande vuoto quando se ne è andato nel silenzio di una mattinata di agosto, quando tutti erano al mare intenti a divertirsi, mentre noi piangevamo la sua perdita fra le solide mura della sua grande casa.

I tuoi nuovi genitori faranno la stessa cosa con te, ti daranno tutto il  loro  amore, cosi come nostro nonno lo ha dato a noi.

Auspico, anzi sono sicura di aver fatto la scelta giusta. Confido che tu potrai capire che tutto questo lo faccio per il tuo bene, per tutto l’amore che provo per te, bambino mio. Spero che questo sacrificio serva a farti trovare la pace e la serenità necessari perché tu possa affrontare il cammino della tua vita, cosicché anche tu possa essere felice e sereno come tutti i bambini hanno diritto di essere, per costruire il tuo futuro. Quando sarai grande, spero tu possa  comprendere le ragioni di questo mio gesto che mi ha spinto a rinunciare a te, perché per farlo ho dovuto ricorrere a tutto il coraggio e l’amore che c’è nel mio cuore, ma la tua felicità è più importante della mia. Ricorda sempre, bambino mio che per ogni genitore, la felicità dei figli è la cosa più importante che possa esserci al mondo. Tu sei la cosa più importante che ho fatto nella mia vita, sei la persona più importante al mondo per me e io ti vorrò sempre bene.

Sento qualcuno che pronuncia il mio nome. La sua voce risuona da lontano come il rumore di un eco che si perde tra le montagne. La testa mi fa male, qualcuno si muove freneticamente intorno a me. Cerco di aprire gli occhi ma non ci riesco. Vorrei parlare ma non posso, qualcosa in gola non mi permette di far uscire alcun suono. Una scarica percuote il mio corpo, poi un’altra. Qualcuno grida “libera” e io mi sento proprio cosi libera finalmente. Non sento più nulla, non c’è dolore, non c’è più paura. Sento un’altra scarica, il rumore piatto di un monitor che qualcuno spegne. Un uomo parla, ma io non riesco a distinguere le sue parole.  Poi mi ricordo: la pistola puntata alla mia tempia, io cerco di lottare e il colpo che parte. La corsa all’ospedale, i dottori che dicono che non ci sono speranze, che possono fare in modo che almeno tu nasca e cosi hanno fatto. Adesso devo proprio andare, ma non credere mai che io ti abbia abbandonato perché, anche se da lontano, continuerò a starti vicino, seguirò la tua crescita e anche se tu non lo saprai mai sarò sempre al tuo fianco, sarò  quella stella nel cielo di notte che brilla per indicarti la via quando ne avrai bisogno. Io sarò sempre li per te.

Ti voglio bene.

La tua mamma.

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. claudia ha detto:

    Molto dolce, quanta
    tristezza.

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  2. ELI ha detto:

    Tenera e commuovente

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  3. Marco ha detto:

    Dolce

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  4. Voti utili ai fini del concorso 3

    "Mi piace"

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