Tacco dodici di Janna Carru

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Questa potrebbe essere la storia di Mary, di Chiara o di Serena, ma anche di Fatima o di Amal, uguale a quella di molte altre donne, ancora troppo bambine per morire.

Tutte avevano molto da conoscere o da comprendere e sogni ancora da rincorrere.

Giorni da riempire di piccole felicità e risate infantili da lanciare fra le nuvole.

… troppi pensieri da bambine, ancora.

Credevano che l’amore fosse dolce e delicato, che le mani si dovessero sfiorare leggere e sentivano la musica quando i fiori venivano agitati dal vento.

Di qualcuna di loro nessuno ricorda più nemmeno il nome o la faccia.

Donne bambine che prima hanno perduto il sorriso e poi la vita: per un rossetto vivace, per un abito troppo corto che non celava le gambe, per un velo non indossato o per un paio di scarpe col tacco dodici.

 

 

*

 

 

Le ciglia umide e intrise di terra, gli occhi pesanti, semichiusi e gonfi.

Non ricordo, non ricordo bene, forse ho pianto.

Cerco di scorgere qualcosa di consueto e rassicurante intorno a me: il soffitto della mia stanza, il letto, la finestra che ogni mattina mi trafigge con quelle odiose schegge di luce.

Cerco i suoni abituali.

Non sento il ticchettare arrugginito della sveglia e le voci chiassose del mercatino come ogni mattina.

Non sento l’abbaiare dei cani e il canto del nostro gallo, lo scricchiolio delle ruote dei carri nel vicolo accanto alla casa o il rumore dei gatti che si rincorrono senza tregua fino all’alba, rovesciando ogni cosa.

Solo il silenzio più profondo.

Magari sto solo sognando, ma questo lenzuolo è diventato pesante, opprimente e mi impedisce ogni movimento, come una fasciatura troppo stretta.

L’aria è poca e il respiro è faticoso: uno spazio molto piccolo mi avvolge.

Forse sono dentro un bozzolo che un grosso insetto ha intessuto con perizia intorno al mio corpo, o forse un ragno mi ha fatto cadere nella sua enorme trappola di seta.

Sono dentro un utero troppo stretto per me, fatto di terra umida, molle e assai dolorosa da respirare.

Poi il buio, soltanto buio, ma un buio cosi muto che io non ho mai conosciuto prima.

 

 

*

 

 

Un vento fresco di fine estate mi accompagna attraverso il lungomare del piccolo borgo fino alla piazza grande del paese, per la festa del patrono.

Fiori bianchi e gialli piccoli compaiono a tratti, come ansimanti a cercare ossigeno, nuotando contro l’erba mossa dal vento.

Il cielo al tramonto si agita con nuvole di tanti rossi, perché quelle sono le sue strane parole quando soffia il maestrale.

Il vento inclina lentamente i fiori cresciuti fra le pietre del vicolo, quasi a volerli cullare, mentre io cammino cercando di non calpestarli, saltandoli come in un gioco di bambina.

Ho atteso quel giorno con impazienza, sperando in un tempo clemente: avrei indossato finalmente le mie scarpe nuove, quelle da donna, quelle col tacco dodici.

Un’abbigliamento sobrio e misurato, disadorno, un vestito leggero con dei monili semplici fatti di perle e di conchiglie piccoline, i capelli neri raccolti morbidamente.

Forse avrei incontrato anch’io l’amore.

 

 

*

 

 

Ora non sento più il vento fra le gambe e non riesco a vedere le nuvole che ballano nel cielo rosso di fine estate.

Una cappa pesante mi sovrasta e schiaccia il mio povero corpo di donna ancora troppo bambina.

Una nuvola dura e fredda come un un cielo invernale, come un pensiero troppo gravoso da reggere, come un incubo davvero molto reale, come una colpa che ancora non ho commesso.

Forse una grande pietra pesa sulla mia testa, perché non riesco a pensare o a capire.

La pelle mi brucia, mi brucia forte e sanguina, ma il sangue è solo terra ormai.

Non posso piangere, forse ho consumato già ogni lacrima e gli occhi ora non vedono più, non vedono più la luce, non vedono più la vita.

 

 

*

 

 

Sono un po’ goffa e a disagio con le mie scarpe nuove, del resto non ho mai indossato scarpe così, e a camminare fra i ciottoli del vicolo c’e’ davvero  il rischio di cadere, ma non devo.

La musica è un richiamo forte e in tanti si sono già sono radunati nella grande piazza: visi noti ed alcuni sconosciuti.

Cammino fra i profumi e gli odori della gente, salutando con cortesia i vecchi del borgo, che rispondono con un cenno e un sorriso, qualcuno si toglie il cappello con un mezzo inchino.

Tutti mi conoscono fin da bambina.

Qualcuno stenta a riconoscermi però, e mi osserva con curiosità insistente, non mi hanno mai visto indossare scarpe così, scarpe da donna.

Riconosco il tabaccaio col suo fare ciondolante ed ossequioso, le mani ossute, veloci ed esperte nel trovare le monetine del resto, come quando vado a comprare il tabacco e le cartine per le sigarette di mio padre.

La signora dell’edicola, l’unica del paese.

Grassa e col viso molto colorato da trucchi vivaci, veste l’abito della festa dello scorso anno, solo un poco più consumato.

Il marito accanto a lei, la esibisce come un trofeo, ne va fiero perché da giovane pare fosse molto bella e corteggiata, ma è solo a lui che ha donato il suo cuore.

Corto e grasso quasi tondo ed una peluria inesistente sul viso, ogni tanto di nascosto  ci regala qualche pacchetto di figurine, ma solo quando la moglie e’ lontana.

In un angolo in disparte c’e’ anche il netturbino, lo “spazzafoglie” come lo chiamano tutti.

Lui non parla quasi con nessuno, ma fa bene il suo lavoro e per terra non lascia mai nemmeno una foglia.

In autunno diventa matto a rincorrerle, e tutti in paese ridono

Aspetta in agguato che le foglie cadano dagli alberi e le raccoglie con cura, poi le osserva quasi a voler catturare il loro ultimo istante di vita.

Dicono che abbia una grande collezione con tutte le foglie esistenti nei boschi vicini.

Forse un po’ matto, ma innocuo ed ogni tanto mi sorride e mi regala le foglie più belle raccolte nel parco.

Ecco, anche ora mi viene incontro, ha una nuova foglia da regalarmi, grande e morbida, scura del colore della ruggine.

Allunga il braccio e apre la mano per offrirmela, ma il suo sguardo si va a poggiare sulle mie scarpe, le osserva con attenzione reclinando lievemente il capo, quasi con disapprovazione e il sorriso si spegne un poco prima di allontanarsi.

… e io resto così, con quella grande foglia accartocciata in una mano, cercando di capire i suoi pensieri.

 

 

*

 

 

Sento l’odore della terra, adesso.

Forte, umido e penetrante.

Mi ricorda quello della cantina dei nonni, quando la domenica mattina devo scendere a prendere le bottiglie di vino per il pranzo, sono ricoperte dalla polvere, dalla muffa ed io scaccio sempre i ragni.

Nessuno dei miei fratelli piccoli vuole mai andar laggiù, dicono di vedere delle strane figure, e anche io ho un poco di paura, in realtà.

Non c’è tanta luce, i soffitti sono bassi e i gradini di tufo consumati dai passi consueti degli anni.

Strani insetti sembrano nascosti fra le cose vecchie, perché gli anziani conservano ogni cosa, ed ognuna ha un suo ricordo e una sua ombra.

Un profondo senso di oppressione, proprio come quello che provo adesso.

Un odore forte e pungente di funghi, di foglie che si decompongono per ritornare alla terra, di corpi caduti e lasciati lì dimenticati, di tombe mai più aperte, perché ai morti l’aria non serve.

Sono immobile e scomposta come una bambola gettata via dopo un gioco veloce di un bambino annoiato.

I capelli arruffati e intrisi di sangue secco, misto alle foglie e alle pietre di questa terra marcia.

Sono dentro una culla nera e fredda.

Sono dentro una prigione di terra che io renderò fertile.

Un dolore molto forte alla testa mi impedisce di pensare e di ricordare bene.

Sono impotente, sporca e indifesa.

Sono solo una bambina, in fondo.

 

 

*

 

 

Fra il fumo dei bracieri e l’allegria rossa del vino, ormai la piazza prende vita.

Le persone sono riunite come in chiesa, le donne vicine da una parte e gli uomini dall’altra.

Le donne chiacchierano allegre e le più anziane sussurrano i loro ricordi più cari e le cose della loro giovinezza, come se la festa o il vino avessero liberato i pensieri tenuti nascosti per tutto l’anno o per tutta una vita.

Raccontano di amori e di fughe notturne, di baci proibiti e rubati, di grandi promesse mai mantenute, perché l’amore si sa, spesso vola via.

Parlano di guerre, di lacrime, di fame e di sofferenze, ed ognuna ha un dolore diverso.

Parlano di figli nati senza più padri e di padri morti senza figli.

Raccontano di abiti da sposa magnifici come in una favola, ricamati dalle donne antiche della famiglia con pazienza e perizia, di corredi preziosi esposti con orgoglio prima delle nozze, perché così si usa fare nel paese.

Alcune bambine ascoltano assorte quelle storie, gli occhi sgranati per la curiosità, come fossero racconti fantastici, poi si lanciano degli sguardi veloci di complicità e ridono contagiate dalle loro stesse risate infantili.

Ridono divertite anche senza capirne il senso.

Davanti alla grande fontana ci sono anche le mie compagne di lavoro.

Qualcuna ha fatto appena in tempo a cambiarsi d’abito, ma la farina e’ ancora visibile sulle mani e fra le unghie e cerca di nasconderla, con un po’ di imbarazzo e sorridendo.

Il lavoro nella panetteria e’ davvero faticoso, ma mi piace l’odore del lievito e quello del pane caldo.

Mi piace creare il pane e lavorare la pasta con forza, anche se le mie mani sono ancora fragili, da bambina.

Quando nessuno mi osserva, do al pane le forme più strane, poi sorrido da sola, e spesso mi fermo incantata guardare il miracolo della lievitazione sperando un giorno di  riuscire a capire quel segreto.

Tutte mi sono intorno adesso e ci abbracciamo con allegria.

Ognuna  guarda con curiosità gli abiti e i monili indossati dalle altre ed e’ solo un girotondo di piccoli strilli di meraviglia per gli orecchini pendenti di brillanti, per i fermagli fatti di madreperla o di perline dello stesso colore del mare, per le gonne lunghe e leggere agitate dal  vento della sera, come in una danza vivace.

Poi i corpetti di mille colori, ricamati a mano dalle nostre madri, proprio per la festa.

Nessuna però indossa delle scarpe belle come le mie.

Sono solo voci dei vecchi e grida dei più piccoli.

Gli uomini anziani controllano le carni alla brace, con perizia, lasciando scolare sopra il grasso della cotenna del maiale, per renderle più tenere, accarezzandole ritmicamente con ramoscelli di mirto profumati.

Questo è un lavoro da uomini: le donne ricamano e crescono i figli,  gli uomini allevano gli animali e poi li ammazzano.

Qualche volta ammazzano anche le persone, come se fossero bestie.

Bevono il vino in tozzi bicchieri di vetro spento, brindando ad ogni cosa.

Il vino è rigorosamente rosso, perché solo il vino rosso è da uomini.

I profumi delicati dei nostri corpi si mischiano agli odori più forti.

Adesso ci invitano a ballare ed è divertente scoprirci tutti un po’ goffi nei balli improvvisati.

C’è chi non ha mai conosciuto altro che il lavoro dei campi o la tosatura delle pecore, ma si ride tutti insieme e, per questa serata di festa lasciamo che il maestrale porti lontano i pensieri.

Qualcuno cerca di farmi bere quel vino forte, rosso e denso come il sangue di un animale.

Sorrido allontanando il bicchiere, ma non si può non bere, e allora ne bevo solo un poco e un poco ancora.

Buono e un po’ dolciastro, ma si rovescia in parte sul mio corpetto ricamato, quando tengono ferma con forza la mia mano e vogliono che lo beva tutto in un solo fiato.

Ogni cosa diventa leggera e lontana, come in un sogno rallentato quando cerchi di muoverti e di  correre, ma non riesci a scappare.

La musica alla fine diventa chiasso e le risate quasi stonate, anche io rido per ogni cosa.

Le parole che mi dicono ad un tratto diventano incomprensibili come suoni gettati dentro un barattolo vuoto, poi qualcuno mi prende per mano dolcemente.

 

 

*

 

Adesso…  ricordo, adesso ricordo bene quella strada di terra che conduce nel parco: qualcuno mi ha preso per mano e mi ha portato con se.

Aveva il respiro corto e ansimante e l’alito caldo del sapore acido di vino e tabacco.

Addosso un odore pungente di pelle sudata e di animali, era duro come il coltello che teneva stretto in una mano, prima mi trascinava piano e poi strattonando il mio corpo rallentato, mentre le scarpe col tacco affondavano profonde nella terra, quasi a cercarne un sostegno.

Gli occhi sottili come ferite di pece nera e carbone, cattivi come l’inferno più’ profondo.

La sua voce prepotente e le sue voglie impazienti.

Sono per terra impastata da tutto quel vino caldo rigurgitato sulla gonna, mentre le mie scarpe sono scaraventate lontano, con risate di disprezzo.

Provo a muovermi ma sono soltanto una piccola donna gettata in terra, sono sola e non posso urlare.

Tante voci e tante mani dure e ruvide mi frugano e mi consumano adesso, mentre degli scarponi sporchi di letame premono pesanti sulla testa piegata in modo violento.

Quei minuscoli fiori gialli adesso non si dondolano più col vento, sono stati recisi e calpestati da troppi piedi ormai.

Cerco di voltarmi per respirare ma sono un animale ferito a morte, prima allevato con cura e nutrito, pettinato e accarezzato dolcemente, poi percosso con fruste pesanti, piegato e asservito ai voleri dei padroni, portato al macello e al sacrificio, infine infilzato e finito con tanti arpioni duri e dolorosi.

Il male ora è troppo forte e mi sembra di non avere più le gambe .

Il mio ventre è squarciato aperto a tutti i vermi di quella terra nera, una tana per per tutti gli insetti più luridi.

Poi… finalmente la pace per me.

Ancora quel silenzio, forse la morte, che piano ha cancellato dalla terra qualunque altro rumore.

La morte pero’ non ha il suono della pioggia che adesso lenta, lenta cade da quelle nuvole rosse portate dal maestrale.

Il vento prima di fuggire lontano dalla cattiveria di quegli uomini ha voluto soffiare, urlare e piangere assieme a me.

Ho sempre amato la pioggia perché restituisce la vita.

 

 

*

 

 

Mi hanno raccontato che è stato un  ragazzo a ritrovarmi, quello strano, quello un poco matto che in paese colleziona le foglie che gli alberi non vogliono più.

Mi ha trovato così e  mentre camminava per il parco ha raccolto il mio ultimo istante di vita, ha incontrato me, una foglia non ancora morta.

Appena in tempo, hanno detto.

Respiravo ancora e avevo gli occhi sigillati da una pasta dura e secca, fatta di polvere e di lacrime asciutte.

Il mio corpetto prezioso marcio di vino e di vomito, gettato con me nella tomba di terra.

La gonna in mezzo alle pietre, stracciata e sporca di terra bagnata, di sangue e di quella strana vita che un branco di uomini impazziti come animali, mi ha gettato sopra in senso di disprezzo e di potere, come un marchio di sfregio.

In una mano stringevo qualcosa che assomigliava ad una foglia: quel ragazzo dagli occhi buoni forse aveva capito già tutto, ancora prima il tutto accadesse.

 

 

*

 

 

Per molte e molte notti  ho sentito quell’odore pungente e ho sognato il mio letto bagnato da quella terra marcia che mi stava portando via la vita, quella terra che mi voleva tenere con se’.

Piango nel silenzio di ogni notte, con angoscia, perché quella tomba nera ancora mi viene a svegliare.

Gli incubi però non sono stati mai cosi’ crudeli come la realtà, perché potevo urlare e qualcuno accorreva sempre a scavare con le mani nude e mi liberava da quella tana di terra e foglie.

Poi sentivo il suono della vecchia sveglia e capivo di essere al sicuro, di essere nell’altra vita dove si può respirare, correre, danzare e dove si sente il vento e la pioggia.

Ho imparato anche io ad andare nei  boschi per cercare le foglie che hanno ancora  tanta vita dentro, ma non sono più sola in  questo cammino.

Non mi ero mai accorta prima, di quanto fossero profondi gli occhi di quel cacciatore di foglie magiche.

 

 

 

 

***

18 commenti Aggiungi il tuo

  1. Loredana Preda ha detto:

    Cavoli! Sono senza parole! È un onore per me commentare per prima questo racconto così duro e profondo, così veritiero da togliere il respiro. Infatti l’ho letto in apnea, sperando che ciò che mi immaginavo non sarebbe successo… Invece… No, certi uomini non sono animali! Per certi esseri non esiste parola in grado di rispecchiare la piccolezza, la miseria, la crudeltà d’animo. Forse, quella che più si avvicina, è la parola “Uomo”, intesa come specie.
    Complimenti. Oggi ho scoperto un’altra grande penna. Oggi, leggere questo racconto, mi ha arricchita – nonostante l’amarezza che l’argomento mi ha lasciato, la morsa al cuore, allo stomaco, alle viscere. Oggi sono morta assieme alla tua protagonista. Bravissima! E di nuovo… Bravissima!

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    1. Janna Carru ha detto:

      Grazie Loredana… a dire il vero in qualche momento è stata dura anche per me.

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  2. Marta Paiano ha detto:

    Bellissimo racconto, ricco di sfumature piacevolmente definite e descritte malgrado il tema. Mi ha fatto vivere il bianco e il nero, alternandoli sapientemente come in una scacchiera. Complimenti!

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    1. Janna Carru ha detto:

      Ho cercato di entrare nel corpo e nell’anima della bambina senza un nome.
      Grazie!

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  3. Antonella Bellabona ha detto:

    Molto toccante! Mi sono piaciuti anche i salti nel tempo. brava!

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    1. Janna Carru ha detto:

      Grazie di cuore Antonella❤️

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    2. Jannacci ha detto:

      Grazie ❤️

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  4. Vincenza Imbruglia ha detto:

    Il momento più bello di una donna, l adolescenza, viene cancellato dalla cieca violenza del branco. Tutto è perduto, o forse no. L’ amore tenero di un’ animo fanciullo riscaata la protagonista dalla violenza subita. Bellissimo e intenso

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    1. Janna Carru ha detto:

      Grazie Enza, è proprio di quel l’anima di bambina, che ho cercato di raccontare❤️

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  5. Giovanna ha detto:

    Bello, intenso. Brava Janna.

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    1. Janna Carru ha detto:

      Grazie davvero ❤️

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  6. Olga ha detto:

    Stupendi versi, eterei e profondi. Bravissima Janna, complimenti davvero.

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  7. Cielo65 ha detto:

    Complimenti, molto bello.
    Un’adolescenza rubata per sempre dall’uomo che diventa bestia e, insieme ad altri, branco.
    Ma l’uomo può diventare anche salvezza e speranza per cercare di lenire la ferita inferta dai suoi simili.
    Il dettaglio delle descrizioni e dei pensieri non appesantisce affatto ma, al contrario, rappresenta molto bene luoghi, persone e sentimenti.
    Brava 🙂

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    1. Janna Carru ha detto:

      …” eterei” è bellissimo!
      Grazie❤️

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    2. Janna Carru ha detto:

      Ho cercato di rappresentare i pensieri ancora infantili della protagonista, e le immagini, come lei le avrebbe viste .
      Grazie❤️

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  8. Voti utili ai fini del concorso 7

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  9. PessimeScuse ha detto:

    veramente brava, potente e delicato, fa riflettere.

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    1. Janna Carru ha detto:

      Grazie sono lusingata❤️

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