Pugni di speranza di Luigi Gennari

voglio

Era una casa nella prima periferia di una città in rinascita. I segni della guerra ancora evidenti, nonostante gli sforzi di tutti per dimenticarla.
Abitazioni semplici, ma piene dell’indispensabile: cucine bianche, ancora profumate della recente tinteggiatura, tavole di legno con la piana di marmo, stufe economiche dal fuoco sempre acceso per scaldare la casa e preparare il pranzo modesto, le camere dai letti enormi e alti, così difficili da scalare, soprattutto per i bambini e quelle sale quasi mai abitate, se non nelle occasioni speciali, piene di fascino e di mistero.
Era, però, all’esterno che si svolgeva la vera vita dei bambini di allora, nei campi lasciati incolti per mancanza di braccia, per le strade polverose su cui lanciare le biciclette in corse sfrenate e sull’acciottolato sconnesso dei cortili dove sembrava che si potesse ancora sentire il rumore dei cavalli al ritorno dalla campagna.
Si chiamava Susanna, ma tutti la chiamavano Susi, la bimbetta minuta, dagli occhi celesti sempre aperti sul mondo, come per assorbire in un attimo tutto quello che vedeva. Indossava bei vestitini, invece che i soliti pantaloni sdruciti e magliette sfilacciate dei suoi coetanei, era la madre a cucirli, vedova di guerra, dignitosa e fiera nella loro povertà, pronta ad accettare qualsiasi lavoro per aiutare la figlia a crescere.
Correvano con lei decine di bambini in quel piccolo mondo, erano la risposta al dolore e agli stenti patiti in guerra, piccoli portatori di gioia e di luce. In mezzo a loro ne spiccava uno, si chiamava Giorgio, il suo compagno di giochi.
Era un bel ragazzo dagli occhi neri, così profondi da non poterne vedere la fine o almeno così li vedeva Susi. Di pochi anni più grande, giocava volentieri con i piccoli. Li aiutava quando erano in difficoltà, inventava nuovi giochi, creava situazioni diverse e adatte alle loro forze, era insomma il loro punto di riferimento e il loro più grande amico.
Era, però, veramente felice soltanto quando poteva giocare con lei. Esisteva una forza speciale tra loro, si capivano senza bisogno di parlare. Parlavano i gesti, i silenzi mai vuoti. Mentre il tempo passava, i due ragazzi si sentivano sempre più vicini, più intimi, tanto che ormai molto spesso restavano soli.
Susi, nonostante la giovane età, era attratta da Giorgio, ma in un modo che non capiva. Le sensazioni che provava andavano dall’ansia che la prendeva quando non riusciva a vederlo per qualche tempo, alla sfrenata felicità solo se appariva all’improvviso quando non se l’aspettava, al dolore quasi fisico mentre si allontanava.
Non era ancora in grado di comprendere né tantomeno di approfondire il motivo e il valore di questi sentimenti e si cullava tra il piacere di provarli e la paura di quello che potevano significare.
Fu in una giornata splendida di agosto che Giorgio le chiese di accompagnarlo nella cantina buia del palazzo. Si lasciò prendere la mano, nella sua mano calda e sicura. Nonostante le ginocchia tremanti e il viso in fiamme, lo seguì dove lui voleva.
E di nuovo quel senso d’incertezza e di vuoto la colse, proprio allora mentre i loro corpi cominciavano a sfiorarsi. Voleva fuggire e insieme restare, il cuore le batteva furiosamente nel petto eppure l’anima era serena e fiduciosa tra le sue braccia.
La poesia dell’amore durò solo per un attimo, poi Giorgio fu preso da un desiderio rabbioso e non ci fu più spazio per la gentilezza e la gioia, rimasero soltanto il dolore, la vergogna e il disprezzo.
Solo per un attimo Susi sentì il piacere crescere dentro di lei, subito sconvolto e annientato dalle mani di Giorgio sul suo corpo, dai suoi baci proibiti, che mai lei avrebbe voluto, dalle vesti strappate con gesti violenti.
Tutto quello che accadde poi la vide assente, lei non c’era. Restò immobile, estranea, mentre solo le lacrime svelavano il suo dolore incontenibile. Sentì i muscoli delle braccia contrarsi, i pugni stingersi fino a farle male e rimase così fino alla fine e anche oltre, quando vide Giorgio allontanarsi, fuggire come una bestia impaurita.
Rimase ferma per ore, mentre il sole lentamente calava e le prime luci della sera si accendevano sulla strada. Si stringeva addosso il vestito strappato, si asciugava le lacrime che ancora cadevano copiose trai singhiozzi irrefrenabili e si accarezzava con dolcezza il viso accaldato per cercare sollievo.
Un unico pensiero si fermò nella sua mente: lei non aveva colpe. Mai aveva pensato che tutto ciò potesse accadere, mai si era comportata perché accadesse, mai l’avrebbe voluto: lei non aveva colpe.
Fu dalla convinzione profonda di quel pensiero che iniziò il percorso del suo ritorno alla vita.
Passo dopo passo, contenendo a fatica il dolore fisico e morale, ritornò all’esterno e alla sua casa.
La madre capì subito cosa fosse accaduto e, senza chiederle nulla, l’aiutò a riprendersi. La spogliò e le fece il bagno, come faceva quando era bambina. Si soffermò ad accarezzarle le braccia e le gambe, dove i segni della violenza erano più profondi e intanto le cantava una nenia che entrambe ricordavano bene per tutte le volte che l’aveva cantata, nelle fredde notti d’inverno, quando la scaldava col suo corpo o se era malata e la febbre la faceva quasi delirare o se, a volte, piangeva nel ricordare suo padre, che troppo presto le aveva lasciate.
La prima notte passò così, senza parole, ma con tutto l’amore che una madre potesse dare a una figlia malata di vita, di quella vita che troppo presto l’aveva colpita nella sua fanciullezza e troppo presto l’aveva fatta diventare donna.
I giorni passavano e in Susi cresceva un bisogno sempre più grande di essere forte, per lei e per la madre, che vedeva prostrata e sconfitta come mai aveva visto nella sua vita precedente.
Cominciò a fare progetti per il futuro, avrebbe continuato a studiare con il massimo impegno per essere la migliore del suo corso, avrebbe cercato un lavoro per dare il suo contributo alla conduzione familiare, così difficile in quegli anni, non avrebbe mai più tremato davanti a niente e nessuno, sicura di sé e delle sue capacità.
Soltanto un dolore le rimaneva dentro, capace di farla vacillare, la profonda delusione che provava per Giorgio, accompagnata dalla consapevolezza di quanto fosse facile sbagliare nel valutare un uomo.
Non l’aveva più rivisto, la gente diceva che fosse andato a lavorare in Germania. Non sapeva se questo fosse stato un bene per lei, avrebbe voluto affrontarlo per capire, finalmente, cosa fosse accaduto in lui quel pomeriggio tanto da distruggere in un attimo tutto quello che c’era di bello tra loro e che sarebbe potuto essere.
Non ebbe mai questa possibilità, anche se avrebbe voluto cercarlo per colmare il vuoto che sentiva dentro, di lì a pochi giorni, infatti, si accorse di aspettare un bambino.
Veramente fu la madre a capirlo, nella sua anima trafitta da troppi dolori si aspettava ormai che potesse accadere di tutto, così, senza dire nulla a Susi per non turbarla ulteriormente, contava i giorni che passavano dalla violenza.
Una mattina, trattenendo a stento le lacrime, strinse Susi al petto e le rivelò la verità, avrebbe avuto un figlio, il figlio di Giorgio.
Di nuovo fu silenzio tra loro, un silenzio carico di interrogativi, vissuto insieme in quella cucina spoglia, vuota di tutto ma non d’amore e l’amore, ancora una volta, le aiutò a essere forti.
Neppure per un attimo pensarono di rifiutare quel dono, che videro da subito come simbolo di nuova vita, capace di cancellare l’atmosfera di violenza e di morte che si era creata intorno a loro.
Fecero di tutto per rendere accogliente la casa e la loro anima: tolsero il grigio dalle pareti con tinte colorate, misero una tenda vivace alla finestra della cameretta che avrebbe ospitato il nuovo arrivato e intanto cantavano le loro canzoni.
La notizia si sparse tra le povere case e ognuno volle dare un segno di vicinanza alle due donne. Una vecchia carrozzina, pulita e aggiustata a puntino, vestitini da neonato usati ma in buono stato e, ogni giorno, un piatto di cibo per la nuova mamma e tutto accompagnato da dolci sorrisi e da abbracci affettuosi.
E l’avrebbero chiamato Giorgio.
Il bambino cresceva forte e vivace, amato e coccolato da tutti, come, d’altra parte, accadeva anche a Susi. Erano gli anni in cui le ragazze madri venivano viste con sospetto e spesso allontanate, ma per lei non era mai stato così, anzi, forse perché tutti ormai sapevano come fossero andate le cose, era rispettata e sostenuta dalla piccola comunità in cui viveva.
Gli anni passavano, ma, in quella parte della città, tutto era rimasto come prima. Le mura diroccate, invece che essere ricostruite, erano state abbellite con grandi disegni e piante fiorite, tanto da continuare a fare parte integrante del paesaggio. Anche le strade erano sempre le stesse, con le loro pietre e quell’odore di antico, soltanto i campi erano stati coltivati a orti, così da potere fornire cibo alla popolazione.
I bambini continuavano a giocare nei cortili e a correre senza limiti, tanto il traffico era quasi inesistente. In mezzo a loro il nuovo Giorgio era diventato l’idolo incontrastato, come il padre era pronto ad aiutare e a insegnare, a sostenere i più piccoli e a inventare giochi ed assomigliava sempre di più a lui, coi suoi capelli neri e quegli occhi scuri di cui non si poteva vedere la fine.
Susi lo ammirava in silenzio, domandandosi spesso dove fosse il suo Giorgio, il dolore e la rabbia per la violenza subita avevano lasciato il posto alla tristezza, solo la delusione e l’amarezza verso gli uomini erano rimaste invariate.
Era ancora una giovane ragazza ed era riuscita a raggiungere le mete che si era prefissata. Aveva terminati gli studi e trovato un lavoro presso lo studio di un avvocato, dove tutti l’apprezzavano e le volevano bene, ma, se un uomo le si avvicinava o tentava di corteggiarla, lei si ritraeva guardando altrove, mentre sentiva che, come quel pomeriggio, i muscoli delle braccia si tendevano e le mani si stringevano fino a farle male. Subito le nascondeva tra le pieghe del vestito, che la madre ancora sapientemente le confezionava, non aveva mai voluto indossare altro, ne aveva fatto la sua divisa e il suo modo di presentarsi al mondo.
La vita continuava nel suo regolare fluire, anche se il vuoto che sentiva dentro non si era mai colmato e, quando il figlio le chiedeva chi fosse suo padre, rispondeva soltanto che era stato un grande amore finito male, senza fornirgli altre spiegazioni. Il figlio capiva il dolore della madre e non insisteva mai nelle sue domande, accontentandosi di sapere che era figlio dell’amore.
Dopo poco tempo la madre di Susi morì, stroncata da una vita di dolori e di fatiche, ma la sua morte fu buona, circondata com’era dall’affetto di tutti e dalla vicinanza delle persone per cui aveva combattuto e vinto la sua battaglia giornaliera.
Susi e suo figlio erano rimasti soli, ma, dopo i primi giorni di disperazione, decisero insieme di cercare il cambiamento e di costruire per loro una nuova vita, basata soltanto sulle loro forze. Scelsero di vivere in un appartamento più piccolo, ma sempre nelle vicinanze e di trasformare la casa materna in un rifugio accogliente per chi ne avesse bisogno. Susi e Giorgio, che ormai era diventato un giovane forte e capace, s’inventarono muratori e imbianchini, arredatori e restauratori, riuscendo in un’impresa che allora sembrava folle, ma che poi si rivelò un esempio per altri, tanto da rendere quella zona della città una vera oasi per viandanti e viaggiatori.
La “Casa di Susi”, così avevano chiamato il loro rifugio, s’affermò ben presto come il luogo in cui, per pochi soldi, era sempre possibile trovare un letto pulito e un punto di ristoro per tutti. Susi preparava torte tradizionali, marmellate e succhi di frutta fresca per gustose colazioni prima che gli ospiti iniziassero la loro giornata, mentre Giorgio teneva in ordine le stanze e tutto l’ambiente.
Madre e figlio erano orgogliosi per quello che erano riusciti a fare e tutto procedeva per il meglio, quando, un giorno, qualcuno suonò il campanello.
Susi aprì il portone con un sorriso di benvenuto, come sempre sapeva fare e le si parò davanti un uomo grande e grosso.
Lo riconobbe immediatamente. Nonostante lo sguardo spento, i capelli diradati, l’abito dimesso e la borsa logora era veramente lui, inesorabilmente lui, ritornato dal passato per riprendere posto nel suo presente.
Anche l’ospite la riconobbe, fece un passo indietro, impaurito, sbalordito e infine devastato da quella presenza.
Si guardarono a lungo, come per ripercorrere tutti gli anni trascorsi da quel pomeriggio d’estate, con immagini così diverse trai due, fatte di sconfitte e senso di colpa per lui e di vuote vittorie per lei, fino a quando Giorgio non riuscì più a reggere lo sguardo di Susi e abbassò gli occhi mentre cominciava a muoversi per fuggire.
Susi lo trattenne, tirandolo per una manica e, di nuovo, i muscoli delle braccia cominciarono a tendersi e le mani a stringersi fino a farle male, le nascose presto nelle pieghe del vestito, ma Giorgio se ne era già accorto, aveva potuto vedere cosa aveva fatto alla donna che amava, non le aveva inflitto solo la violenza fisica, l’aveva condannata a una vita che non avrebbe voluto, fatta di risentimento e di rabbia.
– Credevo che mi odiassi – riuscì a dire, e lei, con tutte le forze che le erano rimaste – Io ti amo, ti ho sempre amato! –
Egli s’inginocchiò davanti a lei, finalmente capace di chiederle perdono, cercò di allentare quei pugni chiusi, ma non ci riuscì, allora cominciò a riempirli di piccoli baci mentre le lacrime scendevano dai suoi occhi a inondare le loro mani congiunte.
Lentamente i pugni si aprirono e si trasformarono in una dolce carezza sulla sua testa ancora china, un gesto che Susi aveva imparato per vincere le paure di suo figlio, quando, nel buio della notte, soffriva la solitudine e la mancanza di una figura paterna.

All’improvviso, dal fondo del corridoio, giunse un grido soffocato – Mamma! -. Era suo figlio, sconvolto nel vedere la madre in un atteggiamento affettuoso verso un uomo che non aveva mai visto.
Ancora una volta fu lei a intervenire, nel modo più semplice e spontaneo. Prese la mano di suo figlio e lo aiutò a percorrere quel breve tratto, ma inconsapevolmente così lungo, che lo divideva dal padre.
Si osservarono in un modo indefinibile, il tempo si era fermato, le sensazioni dell’anima si tradussero nei loro volti e, alla fine, fu facile capire.
Le ultime pennellate sull’infinito quadro della vita li ritraggono vicini, figure indistinte eppure reali, ancora confuse ma aperte alla speranza.

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Raffaella ha detto:

    Bellissimo racconto, profondo e toccante…

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  2. claudia ha detto:

    molto bello, dolce

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  3. Alessandro ha detto:

    bellissimo racconto intriso di speranza; una storia con dei temi che vanno, sinceramente, in controtendenza a quel che normalmente ci si aspetterebbe.

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  4. Maria Scaloni ha detto:

    È’ un racconto molto bello e pieno di una dolcezza che accarezza chi lo legge. Bello veramente

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  5. Lucia ha detto:

    Racconto molto bello e sincero

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  6. Gianni Cesini ha detto:

    Il racconto è bello, con una caratterizzazione dei personaggi che resta nel cuore. molto ottimistico su quelle che sono le conseguenze di un atto terribile e ingiustificabile. Ma, come recita il titolo del racconto, in una società in cui la violenza sulle donne è drammaticamente all’ordine del giorno, questo ottimismo è un inno alla speranza.

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  7. Voti utili ai fini del concorso 6

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