Sarai un uomo di Giada Gaudino

cuore

C’è un tale casino! Puzza di disinfettante e camici bianchi ovunque. Non so nemmeno perché sono qui né come ci sia arrivata. Credo di essere in stato confusionale. Appoggiata allo stipite che segna il confine tra il corridoio affollato e questa stanzetta umida, osservo quel viavai di persone, lettighe e carrelli colmi di farmaci. Devo rimettere in ordine i pezzi. Ho preso una botta in testa. Sì, sicuramente è andata così, altrimenti non si spiegherebbe questo buco nero nella mia memoria, un lasso di tempo più o meno lungo del quale non ricordo nulla. Chi mi ha portata qui? E perché mi hanno lasciata sola in questa stanza?
Un medico avanza a grandi falcate, si ferma proprio davanti a me sfogliando una cartellina piena di referti.
– Mi scusi, dottore – chiedo timidamente – mi chiamo Simona Viggi. Credo di essermi ferita l’altra notte ma io non ricordo nulla. Può dirmi cos’è successo?
Il medico non alza nemmeno lo sguardo dalla sua cartella. Continua a spulciare tra le carte e quasi subito riprende la sua marcia a passo spedito ignorandomi completamente. Allargo le braccia spalancando la bocca dallo stupore. Ma che, davvero? Che razza di modi sono questi? Poi uno non deve dire che questi medici si credono padreterni!
Volto le spalle alla soglia e muovo qualche passo nella stanzetta. C’è un letto vuoto e una sedia scomoda. Mi tocco svogliatamente la testa chiedendomi come mai non mi faccia male, non ho alcuna fasciatura né punti di sutura. Se non mi sono fatta niente perché sono ancora qui? Voglio andarmene ma l’istinto mi dice di aspettare perché c’è qualcosa di poco chiaro in tutta questa faccenda. E proprio quando mi sono finalmente decisa a sedermi dopo ore trascorse in piedi a guardare le crepe nei muri, qualcuno fa irruzione nella stanza. Due infermieri spingono una lettiga sulla quale c’è il corpo di qualcuno. Al loro seguito un camice bianco con l’immancabile cartellina in mano. Nessuno mi degna di uno sguardo, sembrano piuttosto impegnati a spostare quel corpo dalla barella al letto. Non saprei nemmeno dire se è un uomo o una donna. È interamente coperto di bende. Sembra una mummia. C’è una puzza infernale di carne rancida e istintivamente scatto in piedi mettendomi una mano sulla bocca.
– Scusate, io…. – esordisco
– Al mio tre – ordina uno degli infermieri all’altro mentre entrambi afferrano i lembi del lenzuolo su cui è adagiato quel corpo – Uno, due…
– Dottori, scusatemi, io vorrei….
– …tre! – il corpo sollevato come un sacco di patate e sistemato sul materasso.
Ma che ha ‘sta gente? Perché tutti mi ignorano?
– Oh! – urlo – Ma che maniere sono? Lo so, forse non è il momento adatto ma qualcuno può darmi qualche informazione, per favore?
Il dottore solleva la testa dalla cartellina e finalmente mi guarda, ma il suo sguardo è spento e vuoto, è come se mi attraversasse con gli occhi, come se mi guardasse senza in realtà vedermi. Leggo in quegli occhi un dolore e uno sgomento che sono ben lontani dall’apparente freddezza e compostezza che cerca di ostentare. Infine sposta il suo sguardo da me a uno degli infermieri. Ok, in questo ospedale la maleducazione la fa da padrona. Tutto chiaro. Mi risiedo esasperata e, con le braccia conserte, aspetto il mio turno. Il medico finalmente decide di proferire parola, anche se non con me:
– La situazione è drammatica. La famiglia è stata informata?
– Sì, dotto’ – risponde uno degli infermieri e abbassa lo sguardo sul paziente – Chissà se ci sente, come si sente…
– E come si deve sentire? Ha ustioni sul 90 percento del corpo e probabilmente non arriverà nemmeno a domani! Come vuoi che si senta, eh, genio? – sbotto.
– Non sente nulla – risponde il medico, come per dare conferma alle mie parole. – Ormai c’è poco da fare, dobbiamo solo aspettare. Le ustioni sono estese ovunque, ha il cranio lesionato, tre costole rotte, quasi tutti gli organi interni compromessi. I danni subìti dal sistema neurovegetativo sono irrimediabili. Ha solo il cuore robusto e forse in questo momento è più un male che un bene. Ma si è saputo com’è successo?
– Le hanno dato fuoco. Il marito le ha dato fuoco dopo averla massacrata di botte.
È una donna!
– Maledizione! – urla il medico sbattendo con violenza la cartellina sulla pediera del letto. – Ma come è possibile? Come si può arrivare a fare una cosa del genere?
Gli infermieri si fissano le scarpe, sinceramente addolorati. Io sono senza parole dallo shock.
– Ha figli? – riprende il dottore
– Sì. Un bambino di sei anni.
Dio! Anch’io ho un bambino della stessa età e so cosa significa prenderle quotidianamente dal proprio marito. Ma arrivare a tanto mi sembra un abominio, un qualcosa di inimmaginabile! Povera ragazza. Apro la bocca per dire qualcosa ma in questi momenti qualsiasi cosa si dica è superflua, le parole perdono ogni valore. Resto così, paralizzata sulla sedia con una mano sulla bocca e gli occhi sgranati.
– E lui, l’hanno preso?
– Sì, dottore. Pare lo abbiano arrestato stanotte. Era in casa dei suoi. Ma tanto si sa come vanno a finire queste cose, no? Si trova un bravo avvocato, gli si fa fare un referto di infermità mentale o si dirà che la colpa era di lei, che magari lo tradiva, che lui è sempre stato un uomo integerrimo, mai una rissa, mai un precedente e alla fine se la caverà con qualche mese di gabbio e poi chissà. Magari tra un paio d’anni starà a fare una vita normale come se nulla fosse successo…
– No! – lo interrompe il medico. -Non andrà così. Non deve andare così! Questa donna morirà sicuramente nel giro di qualche ora. E quel bastardo la deve pagare! Deve pagare tutto questo!
Si passa nervosamente una mano tra i capelli compiendo un mezzo giro su se stesso. Noto che gli tremano le mani e il mento e per qualche minuto resta così, nel pesante silenzio della stanza. Non ho più il coraggio di chiedergli i fatti miei. Le informazioni di cui ho bisogno mi sembrano improvvisamente una stronzata rispetto a quello a cui sto assistendo adesso. Posso aspettare, io ho tutto il tempo. Questa donna invece no. Il medico si riscuote dai suoi pensieri e si avvicina alla donna che giace come una bambola di pezza su quel letto cigolante. Le poggia una mano sulla fronte, bendata come il resto della sua testa a parte gli occhi, si china su di lei:
– Abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Tutto. Mi dispiace, Simona. Dio solo sa quanto.
– Sono tanto dispiaciuta anch’io ma questo dovreste dirlo alla sua famiglia, non a me. Io non sono una sua parente… – rispondo per poi interrompermi bruscamente. Alt! Fermi tutti! Il dottore mi volge le spalle ma non sta parlando a me, parla a quella donna.
E quella donna si chiama come me, ha un figlio della stessa età del mio e anch’io ho subìto tante violenze da mio marito durante la nostra vita insieme. Ieri sera mi ha colpito alla testa piuttosto violentemente tanto da farmi perdere i sensi, dopo avermi colpita dappertutto. Non sento dolore e nemmeno un lieve fastidio. Sono qui da ore e non ho mai avuto lo stimolo di fare pipì. Perché?
Scatto dalla sedia. No, non può essere. È fuori da ogni raziocinio. È un incubo. Ieri, arrivata qui, mi avranno sedata. Tra qualche ora mi sveglierò e sorriderò di questo sogno strambo e assurdo. Mi avvicino al letto e non posso non riconoscere in quegli occhi chiusi il taglio dei miei stessi occhi. Sono io. Quella donna sono io!
– Che cazzo sta succedendo? Che succede? – urlo con tutto il fiato che ho in gola girando attorno al letto come uno squalo intorno alla preda. Ma ancora una volta non ricevo né risposte, né sguardi. Nulla. La mano del dottore rilascia un’ultima carezza a quel corpo, il mio corpo. Fa un cenno con la testa agli infermieri e tutti e tre escono dalla stanza.
– No, aspettate! – corro loro dietro ma, arrivata alla soglia, appena il mio piede tenta di oltrepassarla provo la sensazione di aver calciato un muro invisibile, come se una forza magnetica mi impedisse di uscire da quella stanza. L’angoscia che provo mi stringe alla gola. Mi guardo intorno disperata, non so nemmeno io cosa sto cercando. Mi viene in mente il piccolo bagno, apro la porta e mi sembra tutto normale. Accarezzo gli oggetti con le mani, la maniglia, il lavandino. Ma quando provo a specchiarmi, dall’altra parte non c’è nulla. L’unica immagine che lo specchio mi rimanda è il muro alle mie spalle, come se io non ci fossi, come se non esistessi. Non esisto!
Torno nella stanza e mi accascio sulla sedia con la testa tra le mani. Sono in preda alla disperazione. Non può avermi fatto questo! Non può averci fatto questo! urlo alla me stessa che giace in quel letto. Non può essere arrivato a tanto.
Sto vivendo un’esperienza extracorporea? Sono in coma, questo è chiaro. Sto vivendo il coma. Credevo che queste cose accadessero solo nei film di fantascienza o che fossero credenze da santoni. Cosa sono io adesso? La mia anima è uscita dal mio corpo per vegliarlo fino alla fine? È il mio cervello? Sì, dev’essere per forza così, è uno scherzo del mio cervello imbottito di farmaci.
Non riesco a darmi una spiegazione che abbia un senso.
L’unica cosa che so per certo è che sto morendo. E la consapevolezza di tutto questo mi colpisce come un pugno in faccia mentre continuo a ripetermi: Non può avermi fatto questo! Non può essere arrivato a tanto!

Era un uomo speciale, lui. L’uomo ideale, quello che tutte le donne vorrebbero. Bello da togliere il fiato, dolce e premuroso, nato e cresciuto in una famiglia bene, una carriera ben avviata in un noto studio legale della città. Sembrava sempre così sinceramente interessato alla mia vita che non ho mai pensato che in realtà quell’interesse fosse solo un modo per esercitare il suo controllo su di me e su qualsiasi cosa io facessi, dicessi o addirittura pensassi. È stato amore subito e nei due anni precedenti al nostro matrimonio non ho mai sospettato che in realtà fosse uno psicopatico violento e altezzoso. Certo, è sempre stato geloso, lavoravamo insieme e a volte mi faceva qualche scenata se un collega mostrava particolare simpatia o confidenza nei miei confronti, ma non è stato mai nulla che non riuscissi a gestire. Poi è arrivato Manuel, l’amore della mia vita. Qualcuno potrebbe chiamarlo incidente di percorso ma per me è stato l’incidente più bello che potesse capitarmi. Cresceva dentro di me e, giorno dopo giorno, la sua presenza si rendeva sempre più visibile tramite l’aumento di volume della mia pancia. Lui accolse la novità con gioia ed eccitazione. Ci sposammo da lì a pochi mesi, me lo chiese con tanto di anello e dichiarazione in piena regola come quelle che si vedono nei film americani. Vivevo un sogno a occhi aperti, aspettavo un figlio dall’uomo che amavo e che mi aveva chiesto di sposarlo. Cosa avrei mai potuto desiderare di più? Peccato che il sogno si è infranto molto presto. Il primo schiaffo l’ho ricevuto un mese dopo il matrimonio. Quella sera lui mi aveva chiesto di lasciare il lavoro per dedicarmi completamente a Manuel che sarebbe nato da lì a poco:
– Perché mai dovrei? – gli dissi sorridendo. – Quante donne continuano a lavorare pur essendo mamme? Magari cercherò di alleggerirmi, prenderò in carica un minor numero di cause. Posso farcela, sai? Ho studiato tanto, ho fatto tanti sacrifici per conquistare quello che ho. È un peccato buttare tutto all’aria.
– Le donne che lavorano e non si dedicano alla casa e ai figli sono tutte delle mignotte, lo sai – mi rispose con una freddezza e una convinzione che mi spiazzò. Era la prima volta che faceva discorsi del genere e che si esprimeva in quel modo.
– Ma cosa dici? – chiesi sgomenta
– Fai come ti dico, cazzo! – Si alzò come una furia dalla sedia e la sua mano, che tante volte mi aveva accarezzata, si scagliò come un macigno sulla mia guancia tanto da farmi perdere l’equilibrio e costringermi ad afferrarmi al piano della cucina per non cadere. – Nessuno dovrà mai dire che mia moglie è una lurida zoccola che abbandona suo figlio a casa per giocare a fare l’avvocato in carriera. Domani tu chiami allo studio e dai le tue dimissioni immediate. Il discorso è chiuso.
Non ebbi il coraggio di obiettare. Forse aveva ragione lui, sì, sicuramente stavo sbagliando io. Sarebbe stato meglio per tutti e soprattutto per Manuel se io fossi rimasta a casa e mi fossi occupata di lui in prima persona. In quel momento non capivo che quello era solo il primo dei suoi tentativi di isolarmi dal resto del mondo, di rendermi una prigioniera murata viva tra quelle quattro pareti fatte del suo ego e della sua prepotenza. Da quel momento in poi la mia vita diventò un inferno. Lui gestiva le mie giornate, decideva per me anche le cose più banali. Mi proibì di avere contatti troppo frequenti con la mia famiglia, mi costrinse a tagliare i ponti con tutte le mie amicizie. Ero arrivata al punto che tremavo quando dovevo uscire a fare la spesa, tremavo se qualcuno avesse avuto l’ardire di rivolgermi la parola, perché lui l’avrebbe saputo e al suo rientro mi avrebbe massacrata di botte. Lui era ovunque! Temevo che a causa di tutte quelle percosse, avrei perso Manuel e allora acconsentivo a ogni sua richiesta. Ma dopo la nascita del bambino le cose peggiorarono. Cercavo disperatamente di tenere Manuel fuori da quell’orrore ma nemmeno la presenza di quell’anima innocente riusciva a fermarlo. Anzi sembrava quasi che picchiarmi davanti a nostro figlio generasse in lui una sadica goduria e una furia ancora maggiore, la sensazione di possedere il pieno potere. Quello che gli occhietti di Manuel hanno visto da quando è nato e ciò che le sue giovani orecchie hanno sentito probabilmente lo perseguiteranno per sempre. Quando ha avuto la capacità di correre a nascondersi, scappava in camera sua e si infilava sotto al letto o rannicchiato nello spazio ristretto tra l’armadio e il muro. Suo padre non ha mai alzato una mano su di lui ma sapeva bene come terrorizzarlo alzandole brutalmente su sua madre lasciandola il più delle volte a terra, ricoperta di sangue e urina. Non ne potevo più di tutte quelle botte ma al contempo non riuscivo a trovare una via d’uscita. Lui mi minacciava costantemente, mi ricordava che senza di lui non valevo a nulla e che se l’avessi lasciato mi avrebbe tolto il bambino, del resto lui era la tigre del foro, non perdeva mai una causa, mi avrebbe fatta a pezzi in tutti i sensi, non si sarebbe posto alcuno scrupolo a uccidermi con le sue stesse mani. La mia famiglia iniziò a sospettare qualcosa ma quando lui si accorse che le loro domande si facevano troppo insistenti mi obbligò a tagliare definitivamente i ponti con loro. Le percosse si susseguivano a cadenza quasi giornaliera e per qualsiasi motivo. Avevo sempre qualche colpa da espiare: uno sguardo gettato su di lui a caso ma che lui interpretava come un gesto di sfida, una camicia stirata male, un piatto di pasta e patate bollente che mi volava in faccia perché era troppo salato o troppo sciapo. Il mio viso e il mio corpo erano ormai una cartina geografica. Ogni segno raccontava l’ennesimo macabro episodio. La sua famiglia sapeva e taceva.
Quell’ultima sera avevamo avuto uno scontro acceso. Mi ero finalmente ribellata, gli avevo comunicato che avevo intenzione di tornare dai miei insieme a Manuel. Non saprei dire nemmeno quanti calci e pugni io abbia ricevuto, erano così tanti che sarebbe stato impossibile contarli. Quando non ha potuto più servirsi delle mani e dei piedi ha afferrato un pesante mestolo da cucina e me lo ha battuto violentemente sulla testa sfondandomi l’osso parietale. Sono caduta a terra stordita ma a lui non bastava tutto quel sangue, voleva di più, voleva finire il lavoro. Mi ha afferrata per i vestiti e mi ha trascinata oltre la portafinestra della cucina, in quel piccolo fazzoletto di giardino del nostro appartamento a pian terreno. Il mio sangue sporcava l’erba e i passi in mattonato. Dalla piccola casetta di legno in cui teniamo vari attrezzi, ha preso una tanica di plastica contenente la benzina che utilizziamo per il tagliaerba e mi ci ha inzuppata meglio che poteva. È stato un attimo. L’ultima cosa che ho sentito sono state le urla della signora del piano di sopra, quella che sta sempre al balcone a guardare il mondo, mentre io ero una pira umana e lui era già scappato via.

Ci siamo, è arrivato il momento. Me ne accorgo perché mi sento così debole da non riuscire nemmeno a sollevarmi dalla sedia. Mi aspetto di diventare trasparente da un momento all’altro, anzi, a quanto pare, per molti già lo sono.
Penso al mio bambino. Nessuno lo ha portato qui, forse non hanno voluto che mi vedesse così, hanno preferito che conservasse di me il ricordo dei miei occhi e del mio sorriso, della mia voce carezzevole e non del mio corpo annientato e carbonizzato. So che ora è al sicuro, so che la mia famiglia si occuperà di lui.
Figlio mio, Dio solo sa quanto mi mancherai. Sono stati così interminabili questi anni orribili trascorsi accanto a tuo padre ma al contempo è stato così breve il tempo che ho potuto trascorrere con te. Avrei voluto vederti adulto, amore mio, mentre mi stringevi la mano durante il mio trapasso. Avrei voluto cullarti ancora una volta tra le mie braccia, dirti quanto ti amo, quanto ho sopportato tutto solo per te. Ti prego, angelo mio, non piangere. Non ci sarà un solo istante della tua vita in cui non sarò con te, te lo giuro. E da tutto questo inferno traine il buono. Impara da quell’uomo che è tuo padre, impara a essere l’esatto opposto di ciò che è stato lui. Ama la donna che sceglierai al tuo fianco, dedicale le parole più belle che conosci. Che mai si sollevi la tua mano se non per regalarle una carezza. E se lei smetterà di amarti, lasciala andare. Continua la tua vita perché, tesoro mio, l’amore si conquista, non ci spetta di diritto, non possiamo obbligare nessuno ad amarci. L’amore è libertà di scelta, sempre.
Non dimenticare la tua mamma. Ogni schiaffo che ho preso dovrà essere per te il mondo che non vuoi. E, in questo modo, nella vita meravigliosa che avrai, non ti limiterai ad essere semplicemente un maschio. In questo modo e in questo mondo tu sarai un uomo.

10 commenti Aggiungi il tuo

  1. Anna ha detto:

    Sono commossa…

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  2. Rosita De Chiara ha detto:

    Il buio dell’anima… il freddo che avviluppa. Come sempre riesci a trascinare i lettori nella storia.

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  3. Melissa ha detto:

    Raramente la mia mente e il mio cuore, vanno in conflitto con sentimenti ed emozioni contrastanti… la lettura di questa storia è stata un po’ cosi! Bellissima, profonda, intensa e anche dolorosa… è nel cuore! Melissa

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  4. claudia ha detto:

    triste ma ben descritto.

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  5. Teresa Mormile ha detto:

    È stato difficilissimo arrivare alla fine do questo racconto, per la gola che si bloccava ogni poche parole e gli occhi che non riuscivano più a leggere, inondati dalle lacrime, di rabbia, fino a un certo punto. Ma, arrivata finalmente alla fine, lacrime di un pianto quasi di gioia, di liberazione, di elevazione e consapevolezza di una superiorità d’animo che sarebbe rimasta per sempre e che avrebbe dato per sempre! Semplicemente bellissimo.

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  6. Sabina Cocorullo ha detto:

    Descritto così bene che ho sentito addosso i pugni
    e le bruciature.
    La descrizione della violenza percorre tutti i binari : quello fisico, quello emotivo, familiare, medico, ed alla fine, anche quello vivo dell’anima, rimasta ancora una volta in solitudine, a guardarsi.
    Tragicamente eccellente…

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  7. Salvatore Barbaro ha detto:

    Commovente è davvero unico…complimenti!

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  8. Lucia ha detto:

    Brividi,rabbia e lacrime per la tragica realtà di una storia immaginata.

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  9. Francesco ha detto:

    Come sempre sono entrato nei tuoi racconti. Secondo me, lo sbaglio che fanno molte donne è che giustificano sempre ciò che fanno le persone che amano. Personalmente la mia preoccupazione più grande è che le mie figlie(3) possano trovare compagni così. Spero che in futuro la legge tuteli di più le donne maltrattate dai propri mariti violenti e che le donne abbiano più consapevolezza di chi hanno accanto.

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  10. Voti utili ai fini del concorso 9

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