Daniela Gregorini

piango3

Vuoi

Di quella notte
le spire ti osservano,
t’annusano le foglie marce del parco.
I primi bagliori di un nuovo giorno
cerchi, bramando,
dai pertugi di dolore
dei tuoi occhi pesti
che non giungono
a rivelare, a far luce
su questa notte
di buio catrame
infilatosi sotto la pelle.
Un film, una storia
accaduta a qualcun altro, un incidente…
Trovare una maschera di salvezza
vuoi,
per consolare la tua mente
asfissiata già da quel buio bitume.
Ti rialzi da terra, con una folata di vento,
e richiudi la camicia,
come se chiudessi
un romanzo letto,
che ti muterà per sempre la vita.
Ma ne inizierai un altro.
Da scrivere.
E né l’incipit, né il finale
ti vedranno più
nella parte della vittima,
l’hai appena giurato a te stessa
e a tutte le persone umane.

Urla

altre, stamane, strozzate dal pianto,
-non un giorno senza- urla nuove
come sangue di menarca,
lancinanti di disperazione
stanno per essere circuite
dal recinto della consuetudine.
Il viso stravolto, carcerato innocente,
picchiato e umiliato e impotente,
è fatta sedere, una madre sola,
attorniata di gente,
in un angolo fuori della sua casa,
‘ché di buono più non profuma.
Non aveva scampo la figlia, lo sentiva,
da lui, di bestia quelle mani.
Per questo aveva denunciato…
e denunciato… e denunciato…
ma vano è stato l’urlo, inascoltato,
non raccolto: un sasso gettato
in una pozza, ferma l’acqua.
Ora le restano la memoria struggente
di una figlia partorita e partita con dolore,
un fagotto di fasce piccino
che non dovrebbe crescere lei,
la rabbia.
Che le corrode il volto e l’anima.

Sola

Sola, sono andata a camminare
fra il verde di un altro nuovo giorno
e la rugiada, ho scambiato, con le lacrime.
Triste, mi è bastato un sorso d’immenso
per irrorare il mio animo arido
e nella malinconia
è germogliato il risveglio.

Ma, se le crepe della solitudine
sono voragini desolate,
ogni sorso di vita è acido
che acutizza la tristezza,
e la tramuta in disperazione.
Allora devo fermarmi sul greto a decidere
se lasciarmi prosciugare dal mio stesso male
o erigere una diga con tutte le forze,
anche quelle che più non ho,
e nel suo bacino contenere
tutta l’acqua della vita
e vincere il mostro
o morire, forse, nel sangue del mio vigore,
delle mie mani consunte.

Non verrà obliata la lotta, non un sorso,
ma tutte le gocce d’immenso riceverò
a detergere le mie ferite,
a confondere perle di lacrime
e perle di rugiada con le stelle.

Aquila di mare

Tu, splendida aquila, nuotavi libera nel mare,
nel mare della vita.
Bella, pura, pelle lucente della gioventù,
lasciavi una scia dietro di te e ti facevano la corte.

Poi, un giorno, quel mare da bonaccia si è capovolto,
è divenuto mare cattivo.
Quando sei capitata nella sua zona
e lui, quel mostro, s’era nascosto
e t’aspettava al buio dietro un muro.
Scorfano, cane, t’ha morso il cuore,
ti ha strappato la gioventù.
Da fuori sei sempre tu, ma dentro, l’anima,
s’è intorbidita, come questo mare sgualcito dalla bora.
– Non piangere, figlia mia,–
ti diceva tua madre- non piangere,
e non dire niente a nessuno, sta’ muta come un pesce,
sennò la tua reputazione sarà persa.

No, invece, no bella aquila di mare.
Grida, tira fuori tutta la rabbia che hai dentro,
non stare zitta,‘ché tu sei un pesce fuori,
ma una sirena ti canta dentro.
Grida, fa’ sentire a tutti,
‘ché la reputazione l’ha persa lui,
lui quel cane, che deve uscire fuori dal buco
dove s’è nascosto, dalla mota che lo ricopre,
che lo ripone dalla vergogna,
deve uscire fuori, non per vantarsi,
ma per far vedere al mondo la faccia di chi ha fatto del male
a una giovane aquila. Ma per l’ultima volta.
A te, bella aquila di mare con il cuore da sirena.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Complimenti… Daniela. Dovresti togliere – secondo me – solo i reflusi! Per il resto brava! Davvero!

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  2. Voti utili ai fini del concorso 1

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