La pelle, no, non dimentica di Serena Barsotelli

allafine

Capitolo 1 – L’animale dentro la siepe

Era rimasta seduta sul marciapiede. Il cielo si era tinto di sfumature sempre più tenui e la città, intorno a lei, si era svegliata salutando il nuovo giorno con uno sbadiglio.
Artemis non si era accorta di niente; continuava a osservare un punto davanti a sé, quasi avesse visto un animale nascondersi tra le siepi del parchetto antistante. Nessun’altra attrazione avrebbe potuto catturare la sua attenzione: si scostava appena appena, spostando il peso del corpo sulla destra o sulla sinistra, quando una macchina passava tra lei e il cespuglio, continuando a fissare lo stesso punto in attesa che qualcosa accadesse. Niente, però, cambiava.
Era zuppa di rugiada, di quell’umidità che si infila sotto la pelle, entra nelle ossa e non vuole uscire più. Come quell’animale, quel topo, che si era insinuato tra i rami bassi e appuntiti degli arbusti e che era sparito nel nulla, risucchiato nella propria tana. Aveva freddo e, per la prima volta, si sentiva rotta: non era che una bambola dai capelli arruffati e dal braccino penzolone, abbandonata da una bambina per un nuovo gioco. Artemis, però, era vera ed era una donna; le sue crepe erano sparse un po’ dappertutto: nei punti dove provava dolore, la ferita era fresca. Dalle altre parti, invece, il suo corpo non trasmetteva niente: era mutilata, ma ancora viva. Dovevano averle iniettato qualcosa, perché appena sotto la pelle, tra i nervi e le vene, sentiva bruciare e prudere e neppure le sue belle unghie avrebbero potuto regalarle un poco di sollievo.
C’era un ticchettio che riempiva l’aria, più frenetico delle lancette di un orologio: erano i denti che battevano gli uni sopra gli altri e che, talvolta, si stringevano così forte da bloccare tutti i muscoli del viso. Non era la paura a giocarle quel brutto scherzo, ma le stesse scosse che cercavano di rianimare ciò che si nascondeva dentro di lei, nella parte gassosa del cuore. La morte dava la caccia alla vita: doveva restare ben nascosta per non essere scovata.
Senza che si accorgesse del tempo che mutava, la pioggia la sorprese. Si alzò sulle gambe vacillanti, rischiando di cadere a terra; trascinò un piede dopo l’altro fino a raggiungere il centro della carreggiata: aveva bisogno di una doccia. Sì, era questo che le ci voleva. Una doccia che levigasse quello strato di pelle morta e placasse quel bruciore tremendo. Che cancellasse ogni traccia e che lenisse la ferita che squarciava da parte a parte il suo corpo. Allargò le braccia e rivolse i palmi delle mani al cielo. Chiuse gli occhi e il suo respiro si fece pesante.
Un’automobile sfrecciò alla sua destra e la schivò per un pelo. Urlarono qualcosa, dall’abitacolo, nella sua direzione, ma la donna era ipnotizzata da quella danza di gocce e dal suo ritmo, sempre uguale, sempre rassicurante.
«Artemis?»
Una voce, lontana lontana, sussurrava il suo nome; sembrava il dolce richiamo a un animale impaurito, nel disperato tentativo di farlo uscire dal suo nascondiglio, sotto quella siepe. Aprì gli occhi e si voltò a guardare, di nuovo, lo stesso punto: la pioggia aveva regalato un verde più acceso alle foglie degli arbusti; era un pittore dalla magica tavolozza, capace di accendere di mille sfumature le stesse venature e far brillare, più luminosa del sole, ogni goccia cristallizzata sulla loro superficie. Ed ecco, l’acqua si era fatta violenta e la pelle, anziché ristorarsi, bruciava ancora di più. D’istinto, Artemis alzò una manica del maglioncino in cotone bianco e cominciò a cercare di grattare via quel fastidio con le sue unghie; sentì pungere più di un ago, più del dolore. Non abbassò lo sguardo verso il suo corpo, ma continuò a fissare il nascondiglio, così perfetto, così sicuro. Alla pioggia si unì la sensazione di caldo e lento scorrere: un rivo di lava incandescente divideva in due il braccio impreziosito dal ricamo come da un disegno tribale. Quel fuoco, però, non purificava la sua pelle, né quello che si nascondeva proprio sotto al suo primo strato.
«Cosa stai facendo?! Ti beccherai un malanno…»
Due braccia la afferrarono con la furia e la disperazione di chi si sporge da una staccionata per agguantare il malcapitato e le ultime dita che lo separano dall’abisso. Come strattonata, svegliata bruscamente da un sonno senza sogni, Artemis iniziò a gridare. I suoi occhi si erano deformati per la paura: erano spalancati, disperati, ma appannati, quasi ciechi. Un velo opaco era calato su di loro, rendendo difficoltosa la vista. Non riusciva a muovere il collo per guardarsi intorno; no, poteva solo continuare a fissare quel punto sotto la siepe, sperando che l’animale uscisse allo scoperto e le dimostrasse di non essere impazzita.
Ifigenia trascinò l’amica sotto un terrazzino in marmo al riparo dalla pioggia, cercò di svegliarla da quell’incubo a occhi aperti. Quell’incubo che aveva trasformato una ragazza “normale” in qualcosa di diverso: davanti a lei c’era una fiera inselvatichita che la spiava, con la coda dell’occhio, mentre si guardava intorno alla ricerca di un riparo o di un tesoro andato perduto.
«Stai tranquilla, ci sono qua io… Sei al sicuro. Non sei sola. Non sei sola…»
Un clacson le disturbò.
«Dannazione! Aspettami qui».
Una fila di macchine stava iniziando a incolonnarsi dietro l’automobile abbandonata al centro della strada. I clacson impazziti strombazzavano: ciò che premeva era evitare di far tardi a lavoro, non la strana scena che si trovavano di fronte. Erano tutti ipnotizzati dall’orologio che si muoveva con troppa lentezza o frenesia, ma sempre a ritmo sbagliato, come un ballerino distratto. Il tempo. Il tempo era denaro. Il tempo era tutto. Non si doveva sprecare tempo. Il tempo. Sempre il tempo. In una vita fuori sincro.
Ifigenia accostò la macchina sulla sinistra, sfruttando un piccolo spazio vuoto tra due vetture parcheggiate. Gli automobilisti corsero via, come cani liberati per la caccia alla volpe, incuranti della giovane donna sul marciapiede e delle sue farneticazioni.
Artemis sobbalzò, quando l’amica la avvolse in un asciugamano da spiaggia. Si voltò a osservarla per un istante e poi tornò a fissare il solito punto.
«La siepe… la siepe…»
Si lasciò accompagnare fino alla vettura e si abbandonò sul sedile del passeggero. Ifigenia le allacciò la cintura di sicurezza e chiuse con delicatezza la portiera.
Quando si sedette al posto di guida, udì l’altra ripetere soltanto: «Una doccia… Ci vorrebbe proprio una doccia…»

Capitolo 2 – Pioggia di dolore

Aveva frugato nella borsa dell’amica per cercare il suo portachiavi; aveva trovato il portafoglio ben chiuso, il cellulare spento e un pacchetto di fazzoletti già cominciato: l’adesivo della chiusura aveva perso aderenza e un po’ di umidità aveva bagnato i primi strati di carta.
Ifigenia aveva aperto il portone e una nuova oscurità le aveva accolte: le persiane erano chiuse e la luce pallida di un giorno piovoso non riusciva a passare dalle fessure tra il legno. Tastò il muro alla sua destra e trovò l’interruttore dell’ingresso: la luce artificiale si riversò su di loro e sull’ambiente circostante. Tutto, in quel momento, sembrò come sempre: una vecchia borsetta in pelle appesa all’attaccapanni, il blocco scarabocchiato con una matita dalla punta morbida e scurissima abbandonati sull’angolo della console e il tappetino, un po’ storto e sfilacciato, davanti ai loro piedi. Per uno strano gioco di ombre, la scritta Have a nice day aveva assunto un aspetto spettrale e in alcuni punti era persino illeggibile.
Artemis fu spinta appena in avanti e il portone si chiuse alle loro spalle.
«Una doccia… Ci vorrebbe proprio una doccia…», ripeté grattando con gesti meccanici le braccia. Prima che potesse accorgersene, si era accovacciata ed era passata alle gambe, scoperte dalla gonnellina estiva.
La sua pelle si era tinta di terra e di sangue: come grate di una prigione sotterranea, avevano disegnato geometrie semplici per cercare di intrappolare un mostro difficile da dimenticare.
Il corridoio che accompagnava alla porta del bagno si accese al loro passaggio. La luce a pioggia trasformava il volto di Artemis in una maschera spettrale: il colorito era livido, l’aspetto emaciato e la bocca piegata verso il basso in una smorfia di disgusto e dolore. Niente, però, era come i suoi grandi occhi: avevano perso la loro lucentezza e quello strano potere di sorridere e far sorridere gli altri semplicemente incrociandoli.
«Eccoci. Siamo arrivate», le disse Ifigenia, ma l’altra sembrò non sentirla, avvolta in una cappa di impenetrabile dolore.
Il bagno era illuminato da una grande plafoniera bianca. C’era anche la luce dello specchio, con il suo neon freddo, a rendere asettica quella stanza. Sembrava di essere in un ospedale in attesa del responso di un esame medico: il silenzio non era mai parso così artificiale.
Ifigenia sfilò strato per strato le vesti strappate dell’amica, vincendo un discreto imbarazzo. Si era sentita come una madre alle prese con la prima delusione amorosa della figlia, ma ignorava ancora, in quel momento, che quel sentimento era ben distante dalla tempesta di lampi che aveva trafitto il corpo di Artemis. Si voltò, prima di vederla completamente nuda, per non invadere la sfera più protetta e intima che ogni persona vorrebbe sempre conservare.
Lo scroscio dell’acqua, nel frattempo, coprì l’imbarazzante silenzio.
«Ti aspetto qui fuori», le disse con tono rassicurante, mentre a capo chino si allontanava dalla stanza e chiudeva la porta alle sue spalle.
Artemis rimase immobile ad ascoltare quel suono; le ricordava la pioggia e il vapore che iniziava a riempire la stanza aveva la strana consistenza delle nuvole. Si ritrovò a seguirne una fino alla superficie appannata dello specchio; erano passati alcuni minuti, ma non sentiva né caldo né freddo. L’unica sensazione che percepiva era quello strano bruciore e quel prurito che la scuotevano e la tormentavano e che non riusciva a placare neppure grattando via, a sangue, la pelle contaminata.
«Una doccia… Ci vorrebbe proprio una doccia…» ripeté un’ultima volta, entrando nella cabina, ancora aperta. La chiuse prima di lasciarsi bagnare e, alla prima goccia, niente scorse via, ma tutto fu più chiaro.

Capitolo 3 – La pelle non dimentica

Fu un grido tremendo a richiamare l’attenzione di Ifigenia: proveniva dal bagno, ma la voce era così alterata da non sembrare quella di Artemis. Corse e aprì la porta senza bussare, dimenticando imbarazzo e vergogna, sentendo solo la paura crescere a dismisura fino a esplodere nel suo petto.
La trovò lì, al centro della stanza, con l’acqua che ancora scrosciava nella cabina; era in piedi, di fronte allo specchio e i suoi occhi sembravano aver visto la morte in faccia, proprio dall’altra parte del vetro. Appena fu a un passo da lei, si sentì afferrare la mano e l’amica, abbracciandola, scoppiò in lacrime. La strinse con la forza della disperazione, lasciandola sfogare, ancora ignara della terribile verità che aveva marchiato il suo cuore e la sua pelle.
Artemis tremava e Ifigenia si divincolò dalla presa solo per cercare un accappatoio da farle indossare, per tenerla al caldo, per farla sentire protetta. In quel momento si accorse del suo corpo: era martoriato di graffi, di spine, di lividi. Era pieno di segni tinteggiati dal caso e dalla rabbia; da quelle unghie, ora le vedeva, mangiate e spezzate. Indietreggiò d’istinto, quasi si trovasse di fronte il fantasma di una penitente medioevale. L’amica, però, non aveva niente per cui chiedere perdono e il mostro che aveva incontrato non era nel suo corpo, ma aveva posseduto la sua carne e raschiato la sua pelle.
Tutti i ricordi erano tornati allo scoperto, grattati via da una goccia d’acqua calda, erosi da quel solco di lacrima. Tutti i ricordi che la mente aveva rimosso ma che la pelle, no, non poteva dimenticare e che erano lì, impossibili da grattare e strappare.
«È successo nella siepe», cominciò. Rivivere il tutto era peggio di un incubo, perché il ricordo non era frutto della fantasia, ma di una spettrale realtà. Ifigenia le prese la mano e ascoltò il racconto. Non fu facile. Non è mai facile. Ogni parola era un pugno alla bocca dello stomaco, una morsa al cuore, una stretta soffocante al collo.
«È successo nella siepe».

Quando se ne era andata, non era riuscita ad arrivare alla macchina in tempo. Aveva sentito dei passi dietro di lei, subito dopo la fine della lunga scia di locali. In strada non c’era nessuno tranne Artemis, sul marciapiede, e quel fantasma che sembrava la stesse pedinando, fiutando le sue tracce, seguendo le sue orme. Eppure si sbagliava, non era altro che una brutta sensazione: aveva controllato diverse volte e non aveva trovato altri segni di vita. Era così sola da doversi sentire al sicuro: alle sue spalle non c’era alcun pericolo. Aveva tirato un sospiro di sollievo e svoltato nell’ultima traversa prima di arrivare al parcheggio. Ed è lì che il cacciatore l’aveva trovata.
L’aveva afferrata e le aveva puntato una lama al collo, sussurrando al suo orecchio che l’avrebbe uccisa se mai avesse fatto rumore: doveva essere silenziosa, come solo la paura e la morte ammutoliscono. E così, nella segretezza, l’aveva lasciato fare, permettendogli di uccidere qualcosa di più profondo del suo corpo.
L’aveva trascinata nella siepe, come si fa con un animale per cui non si ha rispetto, come per una preda che sta per diventare cena: il bocconcino perfetto per saziare la fame che ignora la vergogna. Non ci fu amore nelle sue parole. Non ci fu compassione nei suoi gesti. Aveva fatto quello che voleva e l’aveva abbandonata lì, tra i rami e le spine, pasto per le fiere selvatiche, cadavere per la decomposizione. Se ne era andato senza far rumore, come quando era arrivato. Se ne era andato improvviso come il dolore per la sventura che si era abbattuta su di lei.

«Sento ancora il suo respiro vicino a me e quelle mani, quelle sporche mani…»
Artemis tremò di febbre, mentre con le unghie continuava a cercare di grattare via, disperata, quella sensazione di impurità, di sporco, di colpevolezza. Staccava polvere, terra, croste e sangue non ancora rappreso. La pelle, no. Restava lo stesso al proprio posto.
«Mia nonna diceva sempre che non c’è niente che una buona doccia non possa risolvere…»
Nel silenzio che seguì, lo scroscio proveniente dalla cabina sembrò ancora più violento, brutale come il primo temporale estivo.
«Si sbagliava», sussurrò rivolgendo lo sguardo al soffitto.
L’acqua era stata impietosa: aveva fatto riemergere tutto, facendo sgorgareuovo sangue dai tagli sul corpo e da quelli, più profondi, sull’anima.
«La mente, quella, può anche dimenticare. La pelle no, non dimentica mai. Con le sue ferite, i suoi graffi, i suoi pruriti…», aveva concluso Ifigenia, lasciando la frase morire a metà, pesante come un’armatura distrutta gettata a terra dal cavaliere sconfitto.
Rimasero per molti minuti in silenzio, l’una accanto all’altra, abbracciate. Poi raccolsero le forze e fecero quello che doveva esser fatto: una visita in codice rosa e una denuncia. Ogni parola che Artemis riuscì a pronunciare fu un rigurgito di vetro.
«Perché non accada più…», si disse. «Perché non accada ad altre… Perché non si sentano morte come me, in quel momento e anche adesso…»

Alcuni hanno pregato che dimenticasse, che il ricordo si affievolisse. Avrebbe potuto cercare di ingannare la mente, riponendo in una scatola segreta le scene della notte trascorsa. La pelle, però, nessuno la avrebbe ingannata. La mente può dimenticare. La pelle no, non dimentica.

15 commenti Aggiungi il tuo

  1. scagliedipesce ha detto:

    Formalmente, è perfetto. Scorre benissimo, hai una capacità assurda di trovare aggettivi azzeccatissimi che danno perfettamente l’idea usando pochissime parole. Ho trovato meravigliosa la frase: “I suoi occhi si erano deformati per la paura: erano spalancati, disperati, ma appannati, quasi ciechi.”, per l’ossimorica verità che trasudano. Ce li ho proprio davanti, quegli occhi. Sono gli occhi di chi si guarda dentro e non trova niente.

    Un’altra cosa che adoro è la divisione in capitoli. La trovo una scelta coraggiosa, di chi sa quel che vuole dire e non ha paura di dirlo. Soprattutto, di un’autrice precisa.

    Insomma: un lavoro delicato ma potentissimo, che come il peggiore dei sogni, trasforma la magia dell’inspiegabile in un incubo appiccicoso.
    10+!

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  2. Monica ha detto:

    La delicatezza della scrittura mi ricorda il pizzo: detto e non detto disegnano la bellezza. Complimenti.

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  3. Alessio Figliomeni ha detto:

    Parole che rimangono sulla pelle, nella mente.

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  4. scritturavirale ha detto:

    Sconvolgente….complimenti!

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  5. Davide Dalle Mura ha detto:

    Racconto dal contenuto molto forte… Complimenti!

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  6. soniabarsanti ha detto:

    Sai rendere la drammaticità con maestria e riesci a infondere nelle parole, nelle frasi, un messaggio potente che resta impresso.

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  7. Cristina ha detto:

    Letto tutto d’un fiato! la tua scrittura riesce a catturare l’attenzione, accrescendo il desiderio di andare alla pagina seguente. Complimenti per lo stile e per il tema affrontato, purtroppo ancora attuale, ma di cui bisogna parlare perché i cambiamenti non avvengono tappandosi la bocca, gli occhi e le orecchie.

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  8. A.C. ha detto:

    Brava Serena, racconto intenso e attuale.

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  9. Federica ha detto:

    Una storia probabilmente inventata, ma assolutamente reale!Impossibile, mentre lo si legge tutto d’un fiato, non sentire un brivido lungo la schiena..ogni donna sa che potrebbe essere Artemis, come ogni donna sa che un giorno potrebbe essere Ifigenia, e ritrovarsi a soccorrere un’amica, una sorella, una figlia, o una perfetta sconosciuta colpevole solamente del fatto di essere donna. Bella la parte finale in cui si parla di denunciare lo stupratore..la pelle non dimentica, ma troppi stupri, purtroppo, restano nel silenzio. Non sono in grado di dare voti, ma posso dire semplicemente che mi è piaciuto davvero molto!

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  10. dalle mura simone ha detto:

    Questo racconto è bellissimo…congratulazioni!!!

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  11. Paola Dalle Mura ha detto:

    Si percepisce il pathos in ogni riga…
    Fantastico.

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  12. Cristy66 ha detto:

    Molto poetico, pur nella sua drammaticità. La descrizione così particolareggiata aiuta il lettore a immergersi ancora di più nella situazione. Molto bello.

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  13. Valevale ha detto:

    Una lettura che è pari ad un pugno nello stomaco.
    E la forza dell’amicizia che salva dall’annegare…
    Complimenti!

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  14. mape77 ha detto:

    Drammatico e dolce al contempo…lascia il segno.

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  15. Voti utili ai fini del concorso 14

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