Nemmeno un passo indietro di Caterina Suggelli

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Muovi quelle mani.

Non ti abbandonare, non ora, te ne prego. Fermati qui, ritrova la forza, spegni tutto il resto. Non importa nient’altro. Ci sei solo tu.

Ma muovi quelle mani, per favore!

Guardale. Riesci a portarle davanti agli occhi come chiede il dottore? Guardale. Lo so che stenti a crederci, lo so che non le senti, che non ti sembrano le tue mani. Ma sono le tue. Riconosci l’anello? Sono le tue, anche se fuori controllo, anche se ritorte, deformi e tirate come archetti. Sono le tue, anche se non le muovi e il pollice punta con forza contro il mignolo come a non lasciarsi andare, come l’ultimo architrave che sorregge tutta la struttura.

Sono le tue mani. Guardale. Non ti spaventare, non lasciarti andare ora.

Concentrati: riprendi il controllo e prova a muoverle. Parti dal dito medio, il più grande, il più forte, il più indipendente. Prova a muoverlo, dai. Senti di non farcela? No, non crederci. Certo che ce la farai. Non hai sentito il dottore? Basta che stai sveglia, che non ti venga voglia di chiudere gli occhi.  Su, dai! Schiena dritta e mani davanti agli occhi! Riprova ora, piano piano… Non ti arrabbiare, non ti arrendere. Prova a piegare la nocca, a muovere avanti e indietro la falange. Vedi che qualcosa si muove? Sei stata tu. Brava! Vedi che piano piano il dito risponde ai tuoi comandi? Vedi che, se muovi il medio, poi si sciolgono anche gli altri, l’anulare, l’indice… Guarda. Vedi che lentamente anche il pollice e il mignolo riescono a staccarsi e a riprendere il loro ruolo opponibile? Riesci di nuovo a essere padrona di tutte e cinque le dita, adesso? Riesci a muovere le tue mani? Bene!

E ora, muovi quelle dita, scioglile. Senti che ti appartengono di nuovo. Falle danzare, ora che ti sei ricordata come si fa! Non lasciarti andare. Non puoi permetterti di riposare. Ascolta i battiti del tuo cuore, batte come un tamburo. È spaventato, ma vivo.

La strada è ancora lunga in questa notte senza sogni…

Ecco, ora preparati. Sentirai di nuovo dolore. Ma no, niente panico. Sarà un dolore diverso, questo, non come quello che ti ha tramortito prima. Sarà un dolore che brucia, purifica, risana. Da superare per tornare a vivere e imparare a superare tutto il resto, per convivere con quella ferita che geme dentro e scava il corpo fino a raggiungere l’anima. Ecco, tu non fargliela prendere la tua anima, non lasciargliela! Il corpo non si salva dalla vita, ma l’anima sì. L’anima può imparare ad andare oltre. Sii forte, resisti al dolore e alla voglia di lasciarti andare. E vai oltre. Sei viva. Salvati!

No, non fissare l’ago. Incute timore, è vero, ma quella punta a uncino servirà a ricucire il tuo labbro come il bel vestito che indossavi e che ti hanno strappato di dosso. Non buttare via niente di quel che resta, neanche una pezza. Salvati!

No, non tornare a pensare a quel morso, non lasciarti intimorire dal ricordo di quello sconosciuto che incrocia la tua strada e come un cane da caccia la fiuta, la segue. Dimentica quel volto nero e violento che senti proprio dietro di te, quel presentimento di fiato sul collo, quel volto animale che attacca a morsi in bocca appena cerchi di gridare. A morsi! Quel volto che già si confonde nel buio dell’oblio in cui lo vorresti gettare…. Non lasciare che quel morso lacerante spezzi anche le tue corde vocali e si porti via la tua voce. Non lasciare che quello spregioso morso in bocca ti strappi il respiro, non lasciare che ti sfregi l’anima prima ancora che la carne. Butta fuori il veleno, trattieni profondo il soffio dell’anima. Salvati!

Estremo opposto dei baci, quei morsi odiosi; estremo opposto dell’amore che ti porti dentro. Tirala fuori adesso tutta la tua voce, tirala fuori adesso tutta la tua riserva d’amore, e fanne buon uso. Usala per te, stanotte. Amati. Amati come non ti sei mai amata prima!

E dimentica quel morso che ti ha lasciato in bocca l’amaro e metallico sapore del sangue, quello sgradevole impasto che ha mischiato la tua saliva con quella di colui che, senza una ragione, ti ha umiliato e violentato fino a ridurti a un aborto di te stessa. Sputa fuori tutto il veleno, gettalo via, liberatene finché sei in tempo!

Sii madre di te stessa bambina, donna!

Prova a pensare a qualcosa di bello, di buono. Prova a trovare la bellezza anche dove non ce n’è. Vai a cercarla laggiù in fondo, nel ventre dei tuoi timori, così come l’hai sempre cercata in ogni luogo del mondo. Oppure inventatela pure, sognala a occhi aperti stanotte. Accoglila e lascia che il suo balsamo sciolga i tuoi nervi… La bellezza e l’orrore, la vita e la morte, l’amore e l’odio, lo sai, convivono nello stesso spazio, nello stesso tempo. Perfino nella stessa persona. Sono opposti e complementari. Sai che l’amore serve a superare l’odio, ma l’odio… A cosa serve l’odio? A tenerci svegli, a ricordarci in ogni momento il dovere di non ignorarlo, di non tacerlo, di non lasciarlo dilagare? A insegnarci a meglio praticare il suo opposto, l’amore?

Ecco, allora cercalo questo amore. Amor per te, adesso.

Guarda l’infermiera come si sta prendendo cura di te. Rilassati, lasciala lavorare ai suoi ricami sul tuo labbro. Guarda com’è giovane e bella, senti com’è leggera e decisa la sua mano di piuma. È sicura di sé, non trema. Proprio come la nonna, ti ricordi?! Da piccola era lei a farti le iniezioni, quella tua fata così delicata e sorridente che con la sua dolcezza riusciva a farti superare ogni paura e ogni dolore.

Ecco sì, tienila lì con te, la nonna. Non pensare ad altro, adesso. Il suo ricordo mentre ricama e sorride al canto del fuoco sarà la tua anestesia, sarà il placebo che aiuterà a sopportare ogni dolore, a far scivolare il filo da una parte all’altra dello squarcio che ti hanno aperto in bocca. Lascia che la nonna e l’infermiera si prendano cura di te, che i loro occhi dolci e premurosi ti disinfettino la ferita, lascia che le loro lievi mani ti ricuciano il sorriso. La vedi quella luce che le guida mentre con una mano accostano i due lembi del taglio e con l’altra li stringono assieme, affinché la carne ritrovi la sua unità, la sua forma, la sua completezza?! Prova a fare lo stesso con la tua anima spezzata stanotte, prova a ricucire insieme i pezzi, i tuoi estremi opposti, il tuo yin e il tuo yang, il tuo femminile e il tuo maschile così in lotta tra di loro in questo momento. Prova a pacificarla. Lo sai che si dice che è proprio sull’orlo del precipizio che si raggiunge l’equilibrio massimo?!

Non ti abbandonare, non ora. Con una nonna e un’infermiera al fianco a curare anima e carne, puoi. Lasciati sprofondare nei loro occhi luminosi e profondi, ritrova l’armonia e sentiti in pace. Guarda con quanta passione fanno il loro lavoro. Donne orgogliose, attente, delicate. Fiduciose, resistenti, illuminate. Ascolta quel che dicono, non senti?! Hanno finito. La ferita è pulita e i punti faranno il loro dovere. È tutto a posto, adesso. Presto tornerai a sorridere.

Eccomi, dottore, ci sono. Pronta per un’altra visita, per un altro ago, per un’altra fredda macchina che mi sorveglia il corpo. Ma non ho più paura, adesso. Riesco di nuovo a muovere le mie mani, sono nuovamente padrona del mio corpo e cosciente di me stessa. So chi sono, adesso. Tremo, è vero. Tremo perché sono viva. Più viva che mai! Analizzate pure il mio sangue, vedrete, non mente.

Capisco. Commozione cerebrale. Dovrò restare sotto osservazione. Non dormire, restare vigile, parlare con qualcuno. Dovrei cercare di ricordare, anche. Memoria per vivere, dice? Capisco, dottore.

Mi guardo attorno. Vedo solo bianco e rosso su di me, solo bianco e rosso attorno a me. Garze e sangue, pelle bianca e ferite aperte, lenzuola e spie d’allarme, premura e violenza, amore e odio. Estremi opposti. Come le carezze e i pugni, come i baci e i morsi, come la compassione e l’indifferenza nel profondo di uno sguardo. Mi guardo ancora; sembra quasi di vedermi stavolta. Sono io.

Non mi sono vista allo specchio, ma riconosco dagli altri sguardi di far paura. Ci vedo riflesso il mio volto gonfio e sanguinante, ci vedo i miei seni lividi, i fianchi tumefatti, le gambe escoriate. L’unica mia forza è essere cosciente di riuscire di nuovo a muovermi, di non farmi paura da sola. La mandibola mi dà seri problemi: non riesco a chiuderla, né ad aprirla più di un centimetro o due, e fa un dolore lancinante che attanaglia la testa. Sento costante il sapore del sangue sulla lingua. Non sarà facile parlare in queste condizioni. Non sarà facile nemmeno ascoltare con questo dolore che ingolfa i pensieri. Ma muovo le mie mani. Sorrido, quasi. Qui dicono che conoscere il dolore sia un atto catartico anche se fa male, che serve a prenderne coscienza, a conoscere i propri limiti, a restare vigili e padroni di sé. Dicono anche che raccontare il dolore sia un atto catartico collettivo, un modo per farlo esistere agli occhi di tutti, per dar vita alla realtà dei fatti, affrontarla, purificarla.

So di non avere più bellezza da offrire, stasera, di non avere poesia che inebri o redima. Ma non voglio piangermi addosso. Andrò avanti e racconterò il mio dolore, se puoi servire.

Solo insieme possiamo salvarci.

Porto ancora indosso quel che resta del vestito che mi aveva regalato il mio compagno qualche anno fa, una sera d’estate tra i vicoli del porto croato di Hvar. Non aveva niente di speciale, un semplice vestito di cotone bianco. Ma me l’aveva regalato lui e per me, ogni volta, si colorava di tutti i  ricordi che portava con sé. Sì, perché da allora l’ho messo in valigia ad ogni partenza, per tenermi compagnia e proteggermi. Parigi, Lisbona, Atene, Antananarivo, Mombasa, Buenos Aires, Sao Paulo e ritorno. Mascotte di donna che cammina. Dopo ogni viaggio si moltiplicavano i ricordi e quel bianco era sempre più colorato, più bello, più caro… Ora è tutto macchiato, lacerato, ridotto a uno straccio, come me. Indelebilmente sporco di sangue e di fango. Raccoglierò quel che ne resta e con amore lo riporrò nella scatola dei ricordi dei miei anni più bianchi e più divertiti. Viaggio finito per il mio bel vestito! Ma non per me. Io voglio riprendere al più presto il mio viaggio!

Con questo vestito indosso, sono atterrata qui all’Avana pochi giorni fa, in una notte afosa, carica di tutti i timori e le speranze che ogni nuovo inizio porta con sé. Sono arrivata fin qui grazie a una borsa di studio per la mia tesi di ricerca. Avevo accanto mia nonna anche in quel freddo pomeriggio di attesa per i risultati del bando di concorso: ricordo bene la paura e la delusione di quando, per errore, pubblicarono i risultati di un bando precedente! Non c’era il mio nome su quella lista e per la prima volta sentii forte il timore di non farcela, di aver osato troppo con quella mia idea di voler presentare una ricerca in un paese come Cuba, così ‘amatodiato’ dal mondo accademico occidentale. Anche il relatore mi aveva messo in guardia, avvertendomi di non farmi illusioni, di non affezionarmi troppo al progetto. Non volevo credere che non ce l’avrei fatta. Eppure il documento pubblicato parlava chiaro. Io però avevo come la sensazione che qualcosa non tornasse. La nonna disse di tranquillizzarmi, di non buttarmi giù, sosteneva che tutte le cose si sarebbero sistemate in qualche modo, che se avessi lavorato bene avrei sempre trovato un’alternativa per arrivare in fondo al mio percorso. Mi fidai di lei e mi portò fortuna. Il mattino dopo il cielo era di nuovo sereno e furono comunicati i risultati corretti del bando in corso. Ce l’avevo fatta! Sarei partita!

Un sogno che finalmente si realizza. I miei sogni di ragazzina che si fanno vita e mi fanno donna. E  sentivo che non era solo per me che sarei partita. L’avrei fatto anche per mia nonna che, lassù tra le sue montagne, ha macinato chilometri e chilometri pur di riuscire a frequentare tre anni di elementari, curando la sua calligrafia come il prezioso ricamo di una tela. L’avrei fatto anche per mia madre, che non ha potuto proseguire gli studi oltre la terza media, ché ai suoi tempi, se qualcuno in famiglia poteva permettersi di studiare, doveva essere il figlio maschio. L’avrei fatto per le donne che mi hanno preceduto e che hanno lottato ogni piccola immensa conquista, imparando anche dalle sconfitte. L’avrei fatto per le donne che verranno. Per tutte quelle persone che mi accompagnano nel sogno di conoscere e conoscersi, di studiare e viaggiare, di liberarsi , superarsi e crescere. Ecco perché non ho avuto nessun dubbio quando, da sola, sono salita sull’aereo, nessun dubbio quando, da sola, sono scesa in questa sconosciuta e affascinante città. Perché sono la prima donna della mia famiglia ad aver avuto la possibilità di farlo e sento forte il dovere di portare avanti anche solo di un piccolo passo la conquista della nostra libertà di essere donne.

E ora eccomi qua, a pochi passi dal traguardo di anni di studio e d’impegno. Non posso arrendermi a un passo dal traguardo. Niente e nessuno mi fermerà. Mi accompagnano donne senza paura. Grazie a loro sono partita, per loro proseguirò il mio viaggio.

Con questo vestito bianco indosso sono uscita stasera, prima notte all’Avana con altri studenti dell’Università. Appuntamento al cinema Yara. Da casa mia disterà non più di 700 metri: dal giardino si svolta lungo un vicolo, si attraversa la piazza e poi la strada davanti alla grande scalinata dell’Università, si prosegue dritti per Calle L finché incrocia Calle 23 e, all’angolo della Rampa, c’è il Cinema Yara. Il percorso è facile e veloce, il Vedado è un quartiere tranquillo, di residenti, studenti e turisti, frequentato per la vita sociale e notturna. Sono uscita all’imbrunire, prima che calasse il buio, una piccola borsa e poche cose dentro: documenti, chiavi, sigarette, quaderno, penna e qualche pesos per il cinema e le bevute. Per strada cercavo di mettere a fuoco i nomi delle vie e i punti di riferimento notturni, da memorizzare come le miche di pane di Pollicino per ritrovare la strada al ritorno. Subito, però, ho sentito qualcosa che m’infastidiva, una sensazione a cui non ero proprio abituata: uno sguardo addosso, ammiccamenti, commenti. Qui li chiamano ‘piropos’ e ne vanno fieri: molte volte sono ironici, altre volte romantici, qualche volta anche poetici, devo ammetterlo; ma più spesso volgari e quasi sempre misogini. In ogni caso, i cubani ne sono maestri: può essere un’arte, quella dei ‘piropos’, e può essere una trappola. Tutto dipende dal contesto. Nella mia situazione, quello sguardo estraneo e invadente mi ha messo a disagio, non sono riuscita a ignorarlo. Insistente, borioso, mi si appiccicava addosso come l’afa del tropico. Presentivo fiato sul collo, non lo sopportavo. All’altezza di San Lazaro, poco sotto la scalinata, ho deciso d’impulso di svoltare e ho attraversato la strada. Presentimento. Istinto. Odore di pericolo. Non so, non ci ho pensato su, l’ho fatto e basta, ho cambiato strada. E prima di raggiungere il marciapiede alberato dall’altra parte, l’ho sentito arrivare e ho iniziato a correre. Non ho fatto in tempo a evitarlo: si è attaccato prima alla mia borsa, non è riuscito a strapparmela e allora mi ha scaraventato a terra. Mi ha preso a calci, a pugni. Ovunque. Corpo a corpo, corpo a terra, odore nero di asfalto. A quel punto per me solo l’istinto. Mi sono chiusa a riccio, in posizione fetale, a proteggere in grembo le mie poche cose, la mia piccola vita, a riunire le forze per rialzarmi. L’istinto. Che forza bestiale l’istinto! Mi ha rialzato e mi ha fatto gridare a squarciagola. Ho gridato aiuto, ho gridato al cielo, ho gridato al mondo! E lui allora si è avventato su di me, forse provocato dalla mia reazione, forse dalla mia ribellione alla sua cieca volontà. Come un animale mi ha preso alla gola, mi ha azzannato le corde vocali per non far più uscire la voce, un grido, la mia anima. Non sazio, ha costretto il mio volto tumefatto tra le sue avide mani, ha violentato la mia bocca, con i suoi denti ha morso le mie labbra, le ha strappate, ferite, private della parola, della libertà, della bellezza. Per me, di nuovo, solo l’istinto. Mi ha difesa, l’istinto, fuori di me, contraccambiando a morsi e a calci quanto più ha potuto e, appena riuscita a liberarmi dalla stretta, mi ha fatto correre via come la luce verso le prime persone che ho visto balenarmi intorno. Forse il mio istinto sapeva che da solo non sarebbe bastato a salvarmi. Indispensabile all’emergenza, essenziale nel pericolo, ma mai abbastanza se non accompagnato dalla ragione. Il mio istinto sapeva che avrei avuto bisogno di altre persone intorno. Persone come me, come noi. Per mia fortuna, è bastata la presenza di qualcuno che reagisse per farlo scappare, il vile maschio.

Avrà chiuso qui la sua prova di forza o vorrà ancora vendicarsi, il suo virile istinto?

In ogni caso, io non scappo, vile maschio. Rifiuto la tua violenza e non scappo alla tua presenza. Ricordo ora il ‘piropo’ che mi dicevi dietro: “Se San Lazaro ti vedesse, bella Yuma, lascerebbe le stampelle e si metterebbe a correre!”

Corri ora, corri, vile maschio! Tutta San Lazaro ha visto te, quel che hai fatto al buio dell’istinto e come poi ti sei messo a correre alla luce della ragione!

Corri ora, corri, vile maschio! Perché io non scappo. Resto dove sono. Racconto.

Nemmeno un passo indietro.

 

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Nary ha detto:

    Intenso e commovente…

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  2. Francescs ha detto:

    …bellissimo…

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  3. ghegas ha detto:

    Veramente bello da brividi.

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  4. Alessandro Lamuraglia ha detto:

    Hai fatto bene a scrivere questa storia.
    Qualcuno l’ha condivisa e già, almeno due persone, stanno parlando di quello che ti è successo.
    Hai fatto centro; almeno qualcun altro che non sei te, si sta immedesimando.
    Hai fatto bene.
    Grazie.

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  5. isa ha detto:

    racconto intenso, doloroso, che si fa presente ad ogni parola. bello! bellissimo! si sente tutta la vita che c’è dentro… grazie.

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  6. Andrea ha detto:

    Intenso,crescente , ti arriva come lama allo stomaco , avrei voluto essere li , per non farlo accadere . La violenza sulle donne è uno degli atti più spregevoli .
    Riconosco tutta la tua forza in queste righe . Grazie per aver condiviso questa tua intimità .

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  7. Voti utili ai fini del concorso 6

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