Alma di Stefania Maida

 

Una macchina si ferma davanti al cancello di ferro battuto di una villetta a un piano, dall’intonaco scrostato e sporco, circondata da un giardino.
La portiera si apre e una donna scende, l’uomo al posto di guida si tende verso di lei e le chiede:
“Sei sicura di voler tornare qui?”
“Sì,” risponde la donna, “Ho sempre pensato che l’avrei fatto.”
“Hai il mio numero, se cambi idea, chiamami e troveremo un’altra soluzione.”
“Grazie, ma non credo sarà necessario.”
La macchina si allontana velocemente e la donna rimane davanti al cancello per un tempo indefinito, con le chiavi in mano e una piccola borsa appoggiata sul marciapiede.
Dalla casa difronte il rumore di una finestra che si apre, istintivamente si gira, intravede un volto che la osserva, è un attimo, la finestra di colpo si richiude, da dentro qualcuno tira la tenda, ma lei intravede dietro il tessuto una figura che continua ad osservarla.
Lentamente si dirige verso il cancello della villetta, prova diverse chiavi e finalmente lo apre, entra nel vialetto che conduce alla porta d’ingresso, un tempo dipinta di colore rosso, ormai sbiadito. Si ferma a guardare il giardino abbandonato da molti anni, diventato un groviglio di erbacce, le sue rose, le sue amate rose, non si vedono più, solo qualche macchia di colore, prepotentemente, cerca di sfuggire all’abbraccio della vegetazione selvaggia.
Anche la siepe di gelsomino che circonda tutta la casa sono anni che non viene potata e i rami cadono a terra da entrambi i lati del muro di cinta. Ma il profumo è sempre inebriante come lo ricordava e le sembrava di percepirlo nelle lunghe giornate trascorse sdraiata nel letto.
Percorre quelli che un tempo erano i sentieri che tagliavano le aiuole e gira intorno alla casa, accarezzando con dolcezza le piante che nonostante l’abbandono hanno resistito al tempo, come lei.
Ritorna nel viottolo e apre la porta della casa, sono passati quindici anni dall’ultima volta che ha oltrepassato la porta rossa, aveva scelto lei quel colore così vivo e allegro, quando la casa era ancora in costruzione, una porta di quel colore non si era mai vista da quelle parti, ma lei voleva dare un tocco diverso alla sua futura casa, rendendola unica e speciale rispetto a tutte le altre intorno, anche le persiane le aveva volute dello stesso colore. Il sole e l’acqua oramai hanno scolorito e screpolato il legno, ma qualche sporadica macchia del colore originario resiste ancora.
Nell’ampio ingresso il sole filtra tra le fessure delle persiane, la corrente d’aria che entra da fuori smuove la polvere e la sospende nell’aria creando pagliuzze d’oro che, danzandole intorno, la circondano di un’aurea dorata.
Il grande specchio sulla parete difronte all’ingresso è coperto da una patina biancastra, Alma vede la sua immagine filtrata da quel velo sottile e ambrato che fa apparire evanescente la sua figura riflessa. Rimane immobile ad osservarsi, ad osservare quel riflesso che sente distante, ha la sensazione che non sia lei, ma una figura estranea appartenente a un mondo parallelo.
Si passa la mano tra i capelli leggermente mossi e li accarezza. Come sono invecchiata, pensa tra se, la sua figura un tempo minuta, ora si è appesantita, il volto dai lineamenti perfetti, tanto da far sembrare il suo viso scolpito nel marmo, ora è gonfio, sicuramente per effetto dei farmaci che deve assumere quotidianamente. I suoi occhi sono stanchi, ha l’impressione che siano diventati ancora più chiari, ma forse è solo la tristezza e il vuoto che sente dentro da molti anni.
Un dolore improvviso le stringe il cuore, la sua mente è come una trottola impazzita, la sua vita precedente le scorre davanti, immagini, suoni, parole, risa, pianti, tutto si tramuta in un vortice che la inghiotte.
Si prende la testa con le mani ma è inutile, tutto intorno continua a girare, allora si siede a terra e pone le mani sul volto e attende che tutto si fermi, che la sua mente tormentata riacquisti la pace. Resta seduta a lungo, gli occhi chiusi per scacciare tutto quel turbinio di ricordi, prende un taccuino dalla tasca della giacca, cerca un numero, ma poi lo richiude e si rialza, ora tutto si è calmato, la sua immagine è sempre riflessa e sembra dirle fissandola: “Devi farlo, è tempo di farlo.”
Oltrepassa l’arco che conduce all’ampia sala da pranzo spostando le ragnatele che pendono fino a terra, tutto è come lo aveva lasciato, il tavolo rotondo con le sedie intorno, i divani, con la fodera ormai scolorita, la grande vetrina piena di bicchieri e piatti ricevuti in dono per le nozze, le tende, che in parte si sono staccate e poggiano sul pavimento.
Le grida gioiose dei bambini che corrono intorno al tavolo e saltano sui divani rompono il silenzio, Alma li rincorre: “No bambini andate fuori in giardino, vi fate male.” Ma si lascia coinvolgere nei loro giochi e corre con loro, si tuffano insieme sul divano, si rotolano sul tappeto, momenti di felicità che la ripagavano di tutto il dolore e la paura che viveva quotidianamente.
I bambini non ci sono più, sono diventati grandi senza di lei. Non le hanno permesso di vederli in questi quindici anni, e questa è stata la sua più grande sofferenza. Ma lei li ha sempre pensati, ogni giorno, ogni attimo, ha cercato di immaginarli man mano che crescevano, ma con le voci no, non ci riusciva, risentiva sempre e soltanto le loro voci infantili.
Sulla credenza la foto che la ritrae con il marito il giorno delle nozze. “Dio com’eravamo belli e felici” dice ad alta voce prendendola in mano. Quando tutto è cambiato? Cosa era accaduto a quel ragazzo tanto dolce e premuroso da farlo diventare una belva feroce?.
Alma non l’aveva mai capito, era già nato il primo figlio quando la sua vita, che fino allora era scorsa tranquilla, quasi banale nella sua normalità, iniziò a diventare un incubo.
Le urla ogni sera al suo rientro, lui non smetteva di urlare, senza alcuna ragione logica, una volta perché il bambino piangeva, oppure non gli piaceva cosa aveva cucinato, o perché aveva risposto al telefono mentre cenavano, tutte banalità che diventavano occasione di rimproveri verbali, ma tanto violenti da terrorizzarla.
Aveva provato a parlargli ma lui non l’ascoltava, facendola sentire incapace e inadeguata.
Ne aveva parlato con sua madre:
“Devi pazientare, è molto concentrato sull’avvio dello studio di progettazione che ha aperto, richiede molta responsabilità e sarà sicuramente teso per tutti i problemi che sta affrontando. Cosa credevi? Il matrimonio non è una luna di miele perenne, ne ho passate tante io con tuo padre. E poi non ti fa mancare nulla. Hai visto tutte le tue amiche? Tutte sono state costrette a lavorare, invece tu puoi permetterti di stare a casa, ringrazia la fortuna che hai avuto.”
Lo sconforto si impossessò di lei, capì di non poter contare su nessuno e si sentì immensamente sola con la sua paura, e ogni sera, allo scatto della serratura che annunciava il suo rientro, sentiva il cuore fermarsi.
Passa nella cucina, dove il frigorifero spento e con lo sportello aperto somiglia ad un antro nero che pare voglia risucchiare chi si avvicina.
L’anta del mobile dietro al tavolo è segnata da una crepa che somiglia ad una cicatrice, come le tante che Alma ha sul suo corpo e nell’anima.
Era stato il seggiolone scagliato con violenza da lui a rompere l’antina, ricorda con nitidezza il rumore dell’impatto confuso con il pianto dei bambini, e subito dopo lui che esce sbattendo la porta violentemente, mentre lei stringendosi ai bambini cercava di tranquillizzarli ingoiando le lacrime.
Apre le ante e i cassetti, non è stato portato via nulla, nemmeno le bavaglie dei bambini, si siede su una sedia e la cucina riprende vita, i bambini che giocano in un angolo, la tavola apparecchiata, i fornelli accesi e lei in piedi a preparare il pranzo con gli aromi che si diffondono nell’aria.
Un rumore dall’esterno la fa sobbalzare e ritorna al presente, al silenzio e al vuoto che la circonda.
Esce dalla cucina e entra nell’ala della casa dove si trovano le camere da letto, la camera dei bambini ha la porta spalancata, entra con dolcezza, come se stessero dormendo e ha paura di svegliarli, i due lettini e la culla di legno bianco sono ancora come li ricordava, indugia nella stanza, si siede su un lettino e con la mano accarezza la coperta, fissa le pareti dove sono ancora appesi i disegni fatti dai bambini, le fotografie di loro al mare, sulle prime biciclette, il primo giorno d’asilo, il primo giorno di scuola. Piange in silenzio, risente lo stesso smarrimento provato davanti allo specchio, la gola le si chiude fino a farle mancare il respiro, si stende sul lettino chiude gli occhi e aspetta che tutto passi. Il tempo scorre lento, ma è abituata a lasciarlo scorrere restando immobile, fissando il soffitto.
Con uno scatto improvviso si alza ed esce dalla stanza, si ferma davanti alla porta chiusa di quella che era stata la sua camera da letto.
La mano si posa sulla maniglia, esita, sa che deve farlo, se vuole riprendere a vivere deve entrare, deve ritornare in questa stanza e chiudere definitivamente con il passato, deve superare la linea di dolore che la lega ancora a lui e a quel che accadde in una notte di un maggio ormai lontano.
Era nato il secondo bambino, a distanza di poco più di un anno dal primo, quando lui la schiaffeggiò la prima volta.
Lo stava allattando seduta in cucina mentre il grande giocava gettando i cubetti di lego sul pavimento. Lui era entrato e ne aveva schiacciato uno con il piede, le solite urla, poi si avvicinò e la schiaffeggiò con violenza: “Così impari a tenerlo a bada, non sei capace nemmeno di occuparti di tuo figlio.” Ed uscì sbattendo la porta come faceva sempre.
Lacrime mute scesero dai suoi occhi, era impietrita e incredula da tanta violenza.
Trovò la forza e il coraggio di confidarsi con la madre che non le credette, e con la sua amica più intima, ma questa, sbalordita, scoppio a ridere:
“Mi stai prendendo in giro, ma smettila di scherzare, non ho mai visto un uomo che adora la moglie come lui.”
Finse di ridere, si, era uno scherzo le rispose.
Perché lui, per il resto del mondo, continuava ad essere il bravo ragazzo, il professionista serio che tutti conoscevano, il marito e padre esemplare che tutte le amiche le invidiavano, solo nella solitudine delle mura di casa avveniva la metamorfosi e si trasformava in una belva solo per lei.
La mano è sempre sulla maniglia, esita, la gira e lentamente spinge la porta, si apre uno spiraglio da dove intravede il letto illuminato da raggi di luce che entrano dagli infissi sbarrati. Chiude gli occhi e vede una giovane coppia che gioca come fossero bambini, rincorrendosi e gettandosi a terra travolti da una passione che sembrava non dovesse finire mai e le loro risate e i gridi di gioia e piacere risuonano nell’aria. Apre gli occhi, stacca la mano dalla maniglia, un cupo silenzio la avvolge.
Quanto tempo è durata quella felicità? Alma non lo ricordava più, tutto quello che è venuto dopo aveva spazzato via quei pochi anni di gioia.
Improvvisamente non più abbracci e tenerezze, ma solo un puro e violento atto fisico che dopo ogni rapporto la lasciava esausta, dolorante nel corpo e nell’anima. L’amore aveva lasciato il posto al terrore che si impadroniva di lei, ogni notte, quando lui entrava nella stanza.
Con gesto deciso spinge la porta e la spalanca, la stanza è in penombra ma si vedono distintamente sparsi dappertutto degli schizzi scuri.
Non si decide ad entrare, ma è conscia che forse è arrivato il momento in cui potrà liberarsi per sempre dei ricordi che la soffocano. Non sa cosa accadrà d’ora in poi, ma qualsiasi cosa sarà non ne dovrà averne più timore e potrà affrontarla. Un momento aspettato da tanto, un momento immaginato mille volte e ogni volta in modo diverso.
Lo schiaffo in cucina fu l’inizio di un calvario durato anni. Anni di percosse violente anche difronte ai bambini che, terrorizzati, scappavano nella loro camera a nascondersi sotto i letti fin quando non sentivano il padre uscire.
Allora tornavano da lei e la trovavano a terra tremante e in silenzio la abbracciavano.
All’inizio la picchiava con le mani, poi iniziò ad usare qualsiasi cosa gli capitava a tiro, ma malgrado la sua rabbia, stava molto attento a non lasciarle segni sul viso.
Dopo le chiedeva perdono e prometteva che non sarebbe mai più successo.
E così giorno dopo giorno per anni, tanti, troppi, fino a una sera di metà maggio, in cui lui la prese per i capelli e la trascinò fino al bordo della vasca da bagno e con un coltello puntato alla gola le urlò che l’avrebbe ammazzata insieme ai figli, che non valeva niente, che poteva fare di lei quello che voleva. E poi i pugni sulla testa, tanto forti da farla svenire.
Quando rinvenne era già buio, lui come al solito era uscito e i bambini piangevano accanto a lei.
La stessa notte, una notte impregnata del profumo del gelsomino che circondava il giardino, sdraiata nel letto accanto a lui, guardava fuori dalla finestra aperta il cielo sereno, illuminato dalle stelle, di colpo le vide scendere ed entrare nella stanza, le si avvicinarono così tanto da poterle toccare, allungò la mano per coglierne una e prepotentemente la vita tornò ad impossessarsi di lei e si sentì leggera, tanto leggera che poteva anche volare. Si girò e lo guardò, lui che dormiva, lui che le impediva di vivere e volare. Sorrise e si alzò.
L’immagine del cielo stellato è l’ultima cosa che Alma ricordava.
La mattina seguente l’autista del pulmino della scuola sentì il pianto dei bambini, suonò e bussò alla porta ma nessuno apriva, diede l’allarme e li trovarono sul letto entrambi sdraiati, Alma viva immobile con gli occhi spalancati che fissavano la finestra aperta, lui morto, con i tagli di un numero infinito di coltellate e il coltello ancora piantato nel corpo. E sangue, sangue, sangue dappertutto, sul soffitto, sulle pareti, sulle tende, sui mobili, sul pavimento, sulle mani, sul corpo e il viso di Alma.
Fu dichiarata incapace di intendere e internata in ospedale, dove contrariamente a quanto avevano creduto i medici, lentamente ritornò cosciente e ritrovò la memoria del suo gesto.
Entra nella stanza e va verso la finestra, spalanca i vetri e le persiane, il sole entra con prepotenza e inonda la stanza, poi corre per la casa e apre le finestre di tutte le stanze, la casa ora splende quasi accecata dal sole.
Esce all’esterno e si siede sul gradino dell’ingresso appoggiandosi alla porta e resta immobile con gli occhi chiusi, il viso rivolto al sole, li riapre al rumore di una frenata.
Dall’automobile scendono due ragazzi, Alma si alza in piedi, sono passati molti anni, sono cresciuti, ma li ha riconosciuti.
Quante volte ha sognato e desiderato questo istante, e ora che è arrivato, non riesce a muoversi e a parlare mentre stanno oltrepassando il cancello, è diventata una statua di pietra. Una statua che di vivo ha il cuore che batte impazzito e le lacrime che scendono sul volto.
I ragazzi si fermano a pochi passi da lei, i loro sguardi si incrociano, il ragazzo più giovane abbassa lo sguardo cercando di nascondere la propria emozione, il più grande ha il corpo irrigidito e le mani strette a pugno, lo sguardo è di ghiaccio, ma non riesce a nascondere le lacrime che, malgrado lo sforzo per ricacciarle indietro, gli riempiono gli occhi.
Con voce dura e incrinata dal pianto le chiede: “Perché gli hai permesso di farci tutto quel male, perché non sei fuggita portandoci con te e hai tollerato tutta quella violenza, che ha distrutto la tua e la nostra vita?”

26 commenti Aggiungi il tuo

  1. Antonella Bellabona ha detto:

    Straziante! Oltre alla violenza del marito anche non essere creduta né dalla madre né dall’amica…troppo dolore. Complimenti

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  2. Ornella ha detto:

    Racconto letto tutto d’un fiato, molto penetrante, è il giusto aggettivo

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  3. Anna D'Auria ha detto:

    Racconto forte, incisivo.

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  4. Renato Piccio ha detto:

    Il racconto lo trovo scorrevole e molto efficace nel descrivere immagini, ricordi ed emozioni.Il finale mi ha lasciato un pó perplesso forse perchè sono un sentimentale e mi picciono gli abbracci finali senza recriminazioni.Comunque complimenti all’autrice

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  5. lattanzi ha detto:

    Non posso dire che sia scritto male, ma che sia una storia trita e ritrita si. Mi auguro che vinca se si tratta di un concorso, ma francamente non è qualcosa che mi ha, come dire, colpita in maniera particolare.
    Complimenti comunque. Ci vuole sempre una buona dose di coraggio per farsi leggere…

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  6. Eva Gambardella ha detto:

    Una grande tensione nel racconto. Il finale aperto mi spiazza perché il dolore che l’ha spinta quasi inconsapevolmente a quel passo, questo grosso grumo che ha dentro meriterebbe di sciogliersi nell’ abbraccio liberatorio dei figli e non nelle parole quasi di rancore e accusa. Molto bello, forse proprio per la sua difficoltà e crudezza emotiva.
    Eva Gambardella

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  7. Riccardo ha detto:

    il racconto porta il lettore a vivere le stesse sensazioni della protagonista, grazie alla minuziosa descrizione dei luoghi e degli avvenimenti.
    Complimenti all’ autrice.

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  8. Chiara ha detto:

    Coinvolgente dall’inizio alla fine .ogni singola parola di cala immediatamente nella storia .
    Davvero complimenti

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  9. Giuseppe ha detto:

    Bellissimo e toccante

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  10. Ornella ha detto:

    Molto bello, coinvolge ed emoziona. IL finale è perfetto , non amo i racconti che finiscono in modo sdolcinato rovinando così la drammaticità della storia. Lascia l’amaro in bocca ed è giusto così .

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  11. Perché? Lo stesso “Perché” del figlio mi ha accompagnata sin dal momento in cui ho percepito ciò che ha subito quella donna e che subiscono ancora troppe donne.
    L’ho percepito subito, prima ancora che le parole potessero descrivermi l’orrore, la rinascita e quella domanda che rimane in gola e alla quale molte donne ancora non rispondono.
    Quel “Perché” è per me l’abbraccio che manca a molti che hanno letto il racconto, quel “Perché” è il racconto del motivo che manca, che si percepisce, a cui vorremmo ci fosse risposta.
    Quel “Perché” è tutto il racconto, sconosciuto qui come nelle nelle storie reali. Grazie all’autrice per averlo messo in risalto.

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  12. Giancarla ha detto:

    Nel mio commento precedente ho inserito un link in cui si possono trovare diversi commenti al Racconto “Alma”
    Racconto contenente una tensione emotiva che ti prende dall’inizio e si stempera nella conclusione. Anche se l’amara domanda posta ad Alma può apparire una ulteriore violenza alla sua anima. Ottimo Racconto.

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  13. Patrizia Barbini ha detto:

    Dire coinvolgente è poco, avendo conosciuto di persona un caso simile (non ci fu sangue, ma sia le dinamiche sia l’epilogo furono ugualmente dolorose). E quando l’emozione è così forte è persino difficile dare un giudizio critico. Scritto molto bene comunque, potrebbe diventare persino un romanzo breve (o racconto lungo). Aggiungo che anche stavolta mi è accaduto quel che mi succede sempre, leggendo: tornare col pensiero verso altre letture. In questo caso direi che è stato inevitabile…
    http://www.hounlibrointesta.it/2014/11/05/richiamo-alma-vanna-vinci-francesca-scotti/

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  14. Giancarla ha detto:

    Ho postato più sopra un link in cui vi sono diversi commenti al Racconto.
    Alma è un racconto in cui la tensione emotiva cresce man mano per poi stemperarsi nel finale. Un finale con una domanda che è Un grido . Un grido di sofferenza ma anche di liberazione.

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  15. Sandra Grampa ha detto:

    …Ho letto avidamente il racconto di Stefania Maida. Inquietante il ritorno della protagonista della storia. I ricordi violenti, drammatici col marito si mescolano alle voci gioiose dei suoi figli. Scorrevole, mi è piaciuto.
    Mentre leggevo tentavo di indovinare la fine. Avvincente racconto. L’incontro coi figli è commovente. La frase, tanto vera, quanto dura, chiude un ipotetico cerchio.

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  16. Me ha gustado mucho la narración. La ha leído “del tirón”. Es una historia muy triste, pero que, desgraciadamente se sigue dando en nuestros días. Muy bien descrita la situación por Stefania, me ha mantenido en vilo, al tiempo que la traducía al español. Brava Stefania, continua con tus relatos…..

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  17. Raquel ha detto:

    Es muy realista, me han gustado mucho las descripciones y me ha tenido en vilo hasta el final.

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  18. Me ha gustado mucho la narración. La ha leído “del tirón”. Es una historia muy triste, pero que, desgraciadamente se sigue dando en nuestros días. Muy bien descrita la situación por Stefania, me ha mantenido en vilo, al tiempo que la traducía al español. Brava Stefania, continua con tus relatos….

    Gil M Amezcua.

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  19. Luisa Bonizzoni ha detto:

    Una storia drammatica raccontata con uno stile asciutto e molto scorrevole.

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  20. Dianella ha detto:

    Molto intenso e doloroso con un epilogo diverso da quello a cui siamo abituate , dove l’assassino è l’ uomo . In questo caso la donna uccide ma si trova intrappolata nella sofferenza e perde i figli ai quali è stata comunque sottratta la vita e glielo dicono. Perché a volte le donne permettono tutto questo ? Come si può scappare in tempo prima della tragedia? Ci vuole coraggio e sostegno indubbiamente.

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  21. Anna ha detto:

    Trovo la storia coinvolgente, la narrazione scorrevole e ogni dettaglio ben curato nella descrizione, anche il personaggio intorno al quale ruota la vicenda mi sembra ben delineato. Si legge con piacere pur trattandosi di un racconto drammatico. Brava all’autrice.

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  22. Simona ha detto:

    Molto scorrevole e coinvolgente, cattura l’interesse dalle prime righe e lo mantiene fino alla fine con una grande tensione narrativa

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  23. Voti utili ai fini del concorso 21

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  24. Sara Carrillo Reid ha detto:

    Felicidades por la narración. Es un relato descriptivo que me mantuvo interesada desde el principio. Una historia que lamentablemente no sólo sucede en la ficción y aunque me hubiera encantado que el reencuentro con sus hijos fuera un acontecimiento alegre, me queda claro que es un final real, porque la violencia física y verbal tiene consecuencias no sólo para la persona que la vive.

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