Kiss the rain di Chiara Minutillo

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La chiave girò faticosamente nella toppa. Quando la porta venne aperta, la debole luce del crepuscolo gettò un cono di luce nell’ingresso. Paola si tolse le scarpe bagnate e posò le chiavi di riserva sulla mensola del corridoio.
Promemoria per me: cercare l’altro mazzo. Non posso averlo perso.
Il tepore dell’appartamento era confortante. L’impianto di riscaldamento era vecchio, ma sapeva ancora fare bene il suo lavoro. Paola salì i pochi gradini che portavano alla camera da letto. Aprì l’armadio e, in mezzo a brividi di freddo, scelse alcuni indumenti caldi e comodi. Aveva grandi progetti per quella sera. Per prima cosa, si sarebbe immersa in una vasca di acqua bollente, colorata dai sali da bagno che avrebbero rilasciato un rilassante profumo di lavanda. Poi, si sarebbe accomodata sulla sua poltrona preferita, con una tazza di tisana fumante, per lasciarsi trasportare dalle pagine di un romanzo.
Un bagno caldo era quello che ci voleva.
L’obiettivo era quello di abbandonarsi all’abbraccio dell’acqua piacevolmente riscaldata e, nel frattempo, pensare al nulla. L’Ipod collegato alle casse trasmetteva una melodia dolce e rasserenante. Tuttavia, il suono delicato e profondo del pianoforte non riusciva a sortire alcun effetto positivo. Per quanto si sforzasse di cancellare quei pensieri, la mente correva sempre nella stessa direzione.
Le mie chiavi. Dove le avrò messe? Sono sicura di non averle perse. Se mi fossero cadute le avrei sentite. Anzi, devo ricordarmi di controllare che la porta sia chiusa. Ho bisogno di una pausa. Una piccola vacanza, giusto per distrarmi. Per tornare a essere me stessa.
Pensare al nulla era impossibile. Meglio, quindi, pensare alle chiavi. Non la spaventava né la preoccupava non averle più. Per fortuna aveva il mazzo di scorta. Se anche le avesse perse, avrebbe sfidato un qualsiasi malintenzionato a usarle, in mezzo a centinaia di migliaia di porte sconosciute.
La seccatura non erano le chiavi. Il problema era di ben altra natura. Un problema che riusciva a aprire la serratura della sua mente, ma, fortunatamente, non quella del suo appartamento. Una preoccupazione che aveva anche un nome, che suonava dolce e privo di negatività. Alessio. Le piaceva il suo significato. “Colui che protegge”. Inevitabilmente, ripensò a quanto si fosse sentita al sicuro con lui. Eppure era stata così cieca. Forse lo era ancora.
La storia con Alessio era terminata da poco. Era stata lei a porre il punto finale a quel capitolo della propria vita. Un limite che lui non aveva accettato. L’aveva compreso quando i suoi occhi azzurri erano diventati freddi; quando la sua voce, inizialmente calma, era esplosa. Paola ricordava la sua mano alzata in aria. Quelle cinque dita che erano atterrate direttamente sul proprio viso. Dentro di sè, sentiva ancora il dolore. L’aveva apostrofata con ogni sorta di insulto. E poi quelle parole. “Non ti puoi liberare di me così facilmente”.
Non dovrei piangere per lui. Ho fatto la cosa giusta, la migliore.
Aveva avuto la tentazione di denunciarlo. Ormai aveva capito che persona era. Sapeva di cosa era capace. Aveva tergiversato a lungo, riflettendo su cosa fosse giusto fare. Erano passati giorni, poi settimane. Lui non l’aveva cercata, non l’aveva importunata. Si era decisa a voltare pagina, semplicemente. L’aveva lasciato prima che fosse troppo tardi. Era finita.
Uscì dalla vasca, avvolgendosi nell’accappatoio. Si asciugò i lunghi capelli neri prima di vestirsi. Lavò e sistemò il bagno, poi scese in salotto. Accese la luce accanto alla poltrona e collegò le casse dell’ipod alla presa di corrente. Premette il tasto play e mentre andava in cucina a preparare la tisana, una melodia forte e profonda si diffuse nell’aria.
Finalmente. Non sai da quanto aspettavo questo momento. Le cose non dovevano andare così, ma non mi hai lasciato altra scelta. Potevamo essere felici. Potevi avere tutto. Hai deciso tu di rovinare ogni cosa. Non hai voluto prendere in considerazione altre opportunità. Eppure di possibilità ce n’erano così tante, Paola. Come hai potuto essere così cieca? In fondo, esiste davvero un solo modo giusto per amare?
Il fischio del bollitore sovrastò le note del pianoforte. Paola spense il gas per poi versare l’acqua bollente in una tazza. La bustina di tisana al suo interno rilasciò immediatamente un intenso colore rosso e il caldo aroma della cannella le arrivò alle narici. Tornò in salotto con la scodella tra le mani, ma prima di mettersi comoda si avvicinò alla finestra, dando un’occhiata fuori. Dalla strada proveniva la debole luce dei lampioni. Finalmente aveva smesso di piovere. Era stata una giornata uggiosa, tipicamente autunnale. Foglie variopinte, rese appiccicose dall’acqua, avevano ricoperto l’erba del giardino e il marciapiede davanti a casa.
Paola si chiese se, nei mesi successivi, la città si sarebbe coperta di bianco. L’inverno precedente era stato anomalo, privo di precipitazioni in tutta la regione. La neve comportava dei disagi, ma Paola la trovava rassicurante, affascinante, magica.
E quella cos’è? Oddio, ancora quell’ombra. Possibile?
Paola si stropicciò gli occhi, prima di tornare a guardare oltre la tenda scostata. Al di là della strada, le era parso di scorgere qualcuno. Non era la prima volta che le succedeva, a dir la verità. Era accaduto in altri momenti, in altri luoghi. E, ogni volta, un brivido le correva lungo la schiena. Sapeva che non era possibile. Senza un’informazione diretta, nessuno avrebbe potuto conoscere il suo nuovo indirizzo. Almeno la precauzione di cambiare città se l’era concessa.
Papà ha ragione. Sono io a essere paranoica. Non ho nulla da temere. Le minacce di Alessio erano parole al vento. Non mi ha chiamata, non mi ha scritto. Non sa dove sono. Non può farmi del male.
Con una vena di malinconia, Paola pensò al numero di ragazze con cui Alessio, probabilmente, si era consolato in quei pochi mesi trascorsi dal suo addio. Dandosi della stupida, richiuse la tenda. Si sedette in poltrona, coprendosi le gambe con un plaid azzurro e provò a bere un sorso di infuso. La temperatura della tisana le ustionò le labbra e la punta della lingua. Abbandonò la tazza sul tavolino accanto a sé e prese il libro che aveva iniziato a leggere la sera prima. Un segnalibro spuntava tra le pagine. Un pezzo di tessuto leggero, nelle tinte del verde e dell’oro, che ricordava vagamente uno di quei costosi tappeti orientali intrecciati a mano. Le era stato regalato dalla sua migliore amica. Da quando si era trasferita, era diventato il suo segnalibro preferito, tra decine di altri. Aprì il volume nel punto esatto in cui aveva lasciato il racconto e iniziò a leggere.
Non riesco a vedere il tuo sguardo, ma posso immaginarlo. Forse mi hai visto. Forse hai pensato che fossi una visione, uno scherzo. Un sogno oppure un incubo. Non mi hai considerato reale. Nemmeno questa volta. Non ti sei data pena di pensare. Forse, se tu avessi dato ascolto ai tuoi dubbi, ti avrei lasciata in pace. Ma vedo che non hai capito nulla. Non hai imparato che io sono vero. Che quello che dico è vero. Chiudi le tende ora, come se questo potesse tenere fuori il mondo. Come se potesse tenere fuori me.
Qualche frase, un paragrafo. Non c’erano rumori, nessuna distrazione. Forse era proprio quel silenzio a impedirle di concentrarsi. Ricordava quando aveva trovato l’annuncio su un sito internet. Era stata a vedere la casa con i suoi genitori. Aveva amato sin da subito quel quartiere tranquillo, leggermente periferico. Era stata attratta dal giardino, uno dei suoi sogni di bambina. I suoi genitori non erano riusciti a digerire la sua decisione. Pensavano che fosse una scelta avventata. Credevano che allontanarsi da tutto e tutti fosse pericoloso. Non avevano capito l’inquietudine che lei provava. Si chiedevano perché non avesse chiesto aiuto, se davvero era così spaventata, invece di fuggire. Non li biasimava. In fondo, anche lei pensava di essere esagerata. Forse non era stata la paura a farla allontanare dalla sua città. Magari, era stata semplicemente la voglia di ricominciare. Da sola. In ogni caso, quando aveva deciso di andarsene era troppo tardi per chiedere aiuto. Era passato troppo tempo.
Alessio era un uomo sicuro di sé. Lo era in maniera eccessiva. Le aveva lanciato piccoli segnali della sua presunzione, ma Paola non li aveva percepiti. O forse aveva scelto di non coglierli. Almeno fino a che l’arroganza non aveva preso il sopravvento su tutto il resto. Non sapeva se lui l’avesse mai amata davvero. Probabilmente sì, per un po’ era riuscito a lasciare da parte se stesso, a mettersi in secondo piano, ma di sicuro non per molto. Il suo ego era troppo forte. Era più importante di qualsiasi altra cosa. Di lei, della loro storia, del loro futuro. Era questo che le faceva paura. Gli aveva permesso tutto. A quale prezzo? Nascondendosi dietro quante bugie? Raccontate prima di tutto a se stessa. Non sapeva cosa fosse stato a aprirle gli occhi. Forse il primo pugno. Terribilmente reale. Dritto allo stomaco. Non l’aveva colpita al viso, non l’aveva afferrata per le braccia, non le aveva stretto le mani attorno al collo. Si era battuto con lei come se si fosse trovato davanti a un altro uomo, a un rivale da spaventare e scacciare. E lei era rimasta immobile, scioccata. Senza respiro sotto i successivi pochi, forti colpi.
Sarebbe stato inutile avere speranze. Non sarebbe cambiato. Era il punto di non ritorno. Non ho nulla da rimproverarmi. Non era di un falso amore che avevo bisogno.
Passavano giorni interi senza che il ricordo di quella sera e delle giornate successive la sfiorasse. Poi, di colpo, la sorprendeva alle spalle. Quando meno se lo aspettava, la sua mente tornava a lui. Decise di chiudere il libro e, tenendolo in mano, tornò davanti alla finestra. Il silenzio sembrava quasi irreale. Il romanzo che stava leggendo parlava del destino. Paola si chiese se il fato esistesse veramente. Era davvero possibile conoscerlo? Fuori il cielo lampeggiava in lontananza, segno che il brutto tempo non si era placato. Lei non credeva in un destino prestabilito. E, se anche si fosse sbagliata, non le sarebbe piaciuto sapere cosa la vita aveva in serbo per lei. Preferiva di gran lunga rimanere nell’ignoranza.
Mi piaceva vederti leggere. Quando eri talmente assorta che gli occhiali ti scivolavano sul naso e quasi nemmeno te ne accorgevi. Persino quando li sistemavi sembrava solo un gesto meccanico. Non distoglievi lo sguardo dal romanzo nemmeno per un secondo. Mi piaceva vederti leggere, fino a quando non hai cominciato a cambiare. Tutte quelle storie, quei libri ti hanno instillato pensieri strani. Eri diversa, lontana. Mi hai costretto a agire. Dovevo riprendere il controllo su di te. Su di noi. Avrei dovuto farlo prima. Ho aspettato troppo e ora è tardi ormai.
Si era alzato il vento. I rami quasi completamente spogli venivano scossi nell’aria come arti inermi. Paola si era totalmente dimenticata della sua tisana. Prese in mano la tazza ormai fredda e ne svuotò il contenuto nel lavello della cucina. Si sedette nuovamente in poltrona, rapita dalla musica che seguitava a uscire dall’Ipod. Spense la luce, si mise comoda sotto il plaid e chiuse gli occhi, per godersi la calma che cominciava a sentire. Fuori non c’era nessuno, ne era certa. Era stata qualche minuto a osservare il cielo nero carico di nuvole, la strada e i marciapiedi deserti, le luci spente dietro a ogni finestra. Non c’erano ombre, non c’erano persone. Era lontana. Era sola. Se il destino esisteva, sicuramente aveva in mente per lei un dolce risveglio il mattino successivo.
Complice la musica, Paola cadde in un sonno profondo. Sognò la prossima vacanza. Il mare azzurro, limpido che si perdeva all’orizzonte. La sabbia fine sotto i suoi piedi. Chissà se sarebbe partita da sola? Magari Adele l’avrebbe accompagnata. Avrebbero fatto qualsiasi cosa l’una per l’altra. E andare in vacanza non era un sacrificio poi così grande da fare per un’amica.
Sei così prevedibile, Paola. Sapevo che sarebbe stato facile, ma non immaginavo fino a questo punto. Eppure, dopo tutto il tempo passato assieme, avrei dovuto conoscerti. Tu che, persa in chissà quali pensieri, dimentichi sempre di chiudere la porta di casa. Potevo fare a meno di rubarti le chiavi, ma non si è mai prudenti abbastanza, vero Paola? In fondo me l’hai insegnato tu, quando sei scappata. Volevo aspettare il momento giusto per venire da te, per farti capire che ti amo. Ma te ne sei andata prima che potessi farlo. E questo mi ha fatto davvero arrabbiare, Paola! A me non hai pensato? Quando ti sei trasferita senza dire nulla? Non avresti dovuto tradirmi così. Dopo tutto quello che ho fatto per te. Ti ho amata e cosa ti ho chiesto in cambio? Nulla, se non un po’ di considerazione! Volevo averti per me. Perché tu eri mia, Paola, lo sei ancora e lo sarai per sempre.
La spiaggia bianca venne improvvisamente sostituita da un pozzo nero. Le mancava l’aria, non riusciva a respirare. Si svegliò di soprassalto, nel panico. Qualcosa le premeva sul viso. Qualcosa di famigliare, che profumava di casa. Muoveva le braccia a caso, annaspando in cerca di un appiglio. Con la mano toccò qualcosa. Qualcosa di vivo e forte. Carne. Un braccio. Il pensiero corse veloce. Fu come rendersi conto all’improvviso che non si trovava in un pozzo privo di aria.
La mente fece tutto da sola. O forse fu l’istinto di sopravvivenza a guidare la mano verso il tavolino vicino. Sentì sotto le dita il metallo freddo della abat-jour. La afferrò, sollevandola a fatica. Sentiva le forze abbandonarla, ma riuscì a colpire qualcosa con la pesante base della lampada. Un colpo debole, ma sufficiente a cogliere alla sprovvista il suo aggressore, tanto da fargli mollare un poco la presa su di lei. Quel poco che bastava per farla attaccare un’altra volta. Questa volta andò meglio. Sentì un gemito, la pressione sul viso sparì di colpo. Il cuscino le cadde sulle gambe.
Sarebbe rimasta lì seduta a riprendere fiato, ma il cervello le ordinò il contrario. Le comandò di alzarsi, scappare, chiamare aiuto. Non le interessava vedere chi ci fosse in casa, dove l’avesse colpito, perché stesse cercando di ucciderla. Attraversò il salotto con una scarica di adrenalina che le correva lungo il corpo.
Se il destino esiste, vuole che io domani mi svegli. È un incubo. Nulla di più. Non è reale.
Arrivò davanti alla porta. Abbassò la maniglia. Chiusa.
Le chiavi. Dove sono le chiavi? Le ho perse. Me le hanno rubate. No! Ho un altro mazzo. Dimentico sempre di chiudere a chiave, perché stasera l’ho fatto?
Un altro gemito arrivò dal salotto. Paola afferrò le chiavi di scorta sulla mensola. Le inserì nella serratura, aprendo un attimo prima che lui la afferrasse per i capelli. Uscì in giardino.
Un lampo bianco. Paola pensò che fosse il temporale in arrivo. Si aspettava il tuono, ma non arrivò. Non riuscì a liberare neanche la voce, bloccata nella gola secca. Poi la percepì, una fitta bruciante nella schiena. Sentì qualcosa di caldo scorrerle sotto il maglione. Si accasciò a terra, su un letto di foglie che le si attaccarono al viso. Sentì il peso dei suoi passi. Vide le sue scarpe mentre le giravano attorno, fermandosi davanti a lei. Sollevò lo sguardo quel poco che bastava per scorgere il suo viso illuminato fiocamente dal lampione. Riconobbe i suoi riccioli neri, bagnati dalla pioggia. Teneva in mano un cacciavite.
Non me l’ero sognato, allora. Eri tu, l’ombra.
In realtà, l’aveva capito subito. Quando aveva toccato quel braccio che cercava di soffocarla aveva compreso che era lui, ma non aveva voluto verificare. Forse, una volta in salvo, avrebbe potuto darsi ancora della stupida paranoica per aver pensato che Alessio volesse farle del male. Dormiva quando lui le aveva parlato in salotto. Non lo aveva sentito entrare, non aveva udito le sue parole, ma il suo cervello le aveva registrate. O, forse, a tormentarle il pensiero c’era solo l’eco di frasi passate.
Perché tu eri mia, Paola, lo sei ancora e lo sarai per sempre.
Ti sbagli Alessio. Io ero di me stessa, lo sono ancora e lo sarò per sempre.
Avrebbe voluto dirlo a alta voce. Una goccia le cadde accanto alla bocca. Ricominciava a piovere. La mente fece un’estrema disperata corsa. Si ricordò del brano con il quale si era addormentata. L’ultima cosa che aveva veramente sentito. Kiss the rain.

36 commenti Aggiungi il tuo

  1. franca ha detto:

    Secoli di storia ci hanno insegnato l ‘ annullamento totale e storie come quella raccontata da Chiara Minutillo sono, purtroppo, troppo frequenti.Si muore cosi'”o si muore a poco a poco…brava, la nostra scrittrice!

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  2. tizianameraglia ha detto:

    È un racconto descritto così bene, non solo riguardo le scene ma anche a livello emozionale e cognitivo, da avere la sensazione di averlo vissuto. Crea sicuramente la giusta suspense. Bellissimo, complimenti!

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  3. Alaryssa ha detto:

    Veramente spettacolare! Bravissima!

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  4. Antonia Romagnoli ha detto:

    Un racconto che inchioda il lettore, che lo coinvolge nella rapida, drammatica sequenza. Dal ritmo giusto, quasi da thriller, una storia di (non) ordinaria violenza. Bellissimo!

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  5. lilianannamaria ha detto:

    Complimenti Chiara sei sempre più brava!

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    1. Maria Saccà ha detto:

      Bello bello, anche se il finale lascia l’amaro in bocca. Brava Chiara Minutillo!

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  6. emilianaerriquez ha detto:

    Un racconto bellissimo da leggere tutto d’un fiato. Un argomento scottante, tristemente attuale.
    Complimenti, Chiara Minutillo!

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  7. L’ho letto, l’ho sentito intensamente. Un ritmo lento e quasi onirico nei primi passaggi e una forte accelerazione sul finale. Molto bello e poetico nella sua drammaticità.

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  8. Antonio ha detto:

    Oh! Caspita! Belle!!

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  9. marinafichera ha detto:

    molto bello, molto duro, grazie Chiara

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  10. Francesca Gnemmi ha detto:

    Un testo molto forte e intenso, ma dalla
    narrazione poetica. Pensieri e immagini che si alternano come scatti rubati. L’ho sentito vibrante e mi è piaciuto tanto. Bello!

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  11. Antonella Bellabona ha detto:

    Molto intenso in un crescendo di tensione! Emozionante!

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  12. Silvia Lorusso ha detto:

    Racconto bello e ben scritto che fa immedesimare il lettore nella vicenda in tutta la sua drammaticità. Brava Chiara

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  13. Molto bello, complimenti!

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  14. Loredana Rossi ha detto:

    Hai scritto un pezzo molto toccante, brava!

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  15. GiancarloGesualdo ha detto:

    Direi scritto bene e correttamente – complimenti – non è la prima volta che leggo e mi sembra di vivere completamente la descrizione

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  16. Daniela Sartore ha detto:

    In questo libro Chiara descrive molto bene una realtà purtroppo attuale dove le donne sono vittime innocenti di uomini crudeli e senza scrupoli

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  17. Alberto ha detto:

    Brava Chiara! Un climax avvincente che dà forma ad un incubo che non dovrebbe appartenere a nessuna donna. mi piace molto.

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  18. Giada A. Lugli ha detto:

    Scatenare un incubo senza colpa… molto bello, grazie

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  19. Mirella Frascolla ha detto:

    Un racconto che trasmette tutta l’angoscia di chi si sente preda della paura e della prepotenza di un uomo violento. Purtroppo molte donne si fanno plagiare da personalità oscure e manipolatori fino ad arrivare a un finale drammatico. Brava Chiara!

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  20. Die Wanderin ha detto:

    Molto bello, nonostante il tema trattato sia tristemente attuale… Davvero molto coinvolgente… Complimenti alla scrittrice, bravissima! 🙂

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  21. Loriana ha detto:

    Ben scritto, introspettivo e ritmato. ottimo racconto che affronta questo delicato tema con sensibilita’ e competenza.
    La suspance cresce e lo stato emotivo si tende come in un gesto di empatia estrema verso questa donna, colpevole solo di aver fatto una scelta. Una scelta di autonomia e libertà.

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  22. Claudia Piano ha detto:

    Racconto purtroppo realistico, intenso e coinvolgente.
    Complimenti ☺

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  23. ilsoffionedimiemma ha detto:

    Davvero un gran bel racconto! Lo stile pacato e scorrevole contrasta con il dramma che il lettore sa avvicinarsi. Chiara Minutillo infatti lascia che il pathos lo mantenga alto lo scorrere della storia.
    Proprio bella lettura.

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  24. Giulianna ha detto:

    Drammatico, emozionante e a tratti inquietante. Complimenti a Chiara Minutillo

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  25. Donatella Bucci ha detto:

    complimenti per il testo scorrevole e coinvolgente, letto tutto d’un fiato ….da brivido , inevitabilmente ci se mette nei panni della protagonista. Brava

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  26. Molto ben scritto, il ritmo è coinvolgente e l’argomento attuale.

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  27. ilariabiondi ha detto:

    Le descrizioni sono di grande efficacia e fanno scivolare il lettore dentro a quella stanza, dentro i pensieri e le emozioni di Paola. La scelta di alternare il fluire della narrazione in terza persona con il discorso introspettivo dei due protagonisti, in un altalenare tra il fuori e il dentro, in un continuo gioco di specchi, crea un effetto filmico di straordinaria intensitá. Uno squarcio dolente, bagnato di sangue e delirio, che Chiara racconta con soffio lirico, con mano di farfalla. Per questo è ancor più lacerante lo spezzarsi di quelle ali…

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  28. Alessandro ha detto:

    Molto bello e d’impatto. Complimenti

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  29. Loredana Rossi ha detto:

    Bellissimo racconto, purtroppo non lontano da veri fatti di cronaca nera

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  30. emozioniculinarie ha detto:

    Bravissima Chiara 🙂 un tema triste ma attuale, e come lo hai raccontato mi ha molto colpita. So bene cosa vuol dire vivere con un uomo complicato e aggressivo 😦 ma per fortuna mi sono salvata in tempo. Complimenti, mi piace proprio come scrivi cara ❤

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  31. Sonia Vigna ha detto:

    Doloroso. Ben scritto.

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  32. Voti utili ai fini del concorso 32

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  33. Giusy Amato ha detto:

    Mi hai costretto ad agire. Dovevo riprendere il controllo su di te. Dopo tutto quello che ho fatto per te. Ti ho amata e cosa ti ho chiesto in cambio? Tipico linguaggio dello stalker, lui pensa di avere ragione, sei tu quella sbagliata ma lui puo’ aiutarti perché ti ama.
    Mi è piaciuto molto Chiara, hai saputo trasmettere gli stati d’animo della vittima e del carnefice. Brava!

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  34. Ilaria Negrini ha detto:

    Chiara ha saputo farci sentire l’interiorità dei personaggi, il bisogno di libertà e di pace della protagonista e la follia del suo assassino, facendoci vivere l’atmosfera di quella notte, di quella casa, l’angoscia di Paola, fino all’epilogo tragico. Un racconto scritto benissimo, che si legge trattenendo il respiro e sperando fino all’ultimo.

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  35. TIZIANA VIGANO' ha detto:

    un racconto teribilmente vero: unisce abilità di scrittura a un argomento forte e approfondito

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