Come il vaso di Pandora di Angela Orazietti

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Quale eredità ci si aspetta di recuperare dalle vecchie scartoffie di una nonna da poco scomparsa? Vecchie foto, cartoline ingiallite, delicati suppellettili avvolti in fogli de l’Unità del 1975, impolverati dizionari di latino, lettere. Furono proprio queste ultime la chiave d’accesso ad un mondo lontano, per me inimmaginabile. Attraverso il suo intenso epistolario, d’amore, di ricordi e di rabbia, riuscii ad avvicinarmi alla vera, amara, avida esistenza della nonna Bice.
I nonni sono la memoria delle nostre origini e le parole segnavano oltre il mio animo, che diveniva combattuto e pieno di rimorsi, la stessa mia storia. Più andavo avanti con la lettura e più mi rendevo conto che non potevo esser separata da quell’evento: nel mio sangue scorreva amarezza e insofferenza. Ed ero come esterrefatta ed impotente; vivevo le sue ferite nella severità, nei mancati abbracci, nella sete di indipendenza.
Il suo segreto era pregno di vergogna, collera repressa, senso di umiliazione. E non c’era modo di ribellarsi, di liberarsene, non c’era una possibilità diversa di riscatto. Indietro non poteva tornare. E quel segno l’avrebbe sempre portato con sé: mia nonna era divenuta una vittima. E noi non ce ne siamo mai voluti accorgere.
I fogli, le sue parole, andavano man a mano a delineare, per me, un nuova dimensione del mondo, più profonda in un certo senso. Ero rimasta sempre in superficie, pronta a giudicare, a puntare il dito. E mi sentivo vigliacca. Vigliacca come quel giovane fascista che stuprò mia nonna a soli tredici anni. Solamente ora ero pronta a gettarmi sotto il velame del non detto, dentro la sua, la nostra, vera storia.
Caro amore, quante parole avrei voluto dire per spiegarti, ma mai ho avuto il coraggio. Mi hai sempre considerata una donna forte ed invece eri tu il fulcro della mia serenità. Spesso son caduta col pensiero nell’oblio del mio passato, ed in quei momenti fissavo il vuoto. Tu mi accarezzavi il volto, mi guardavi coi tuoi profondi occhi marroni e riuscivi a ristabilire la pace, a non farmi pesare quel senso di solitudine ed isolamento. Non ti ho mai mentito, ti ho semplicemente risparmiato dei dolori e della rabbia non necessari; del resto io li ho vissuti per entrambi.
Ora che non ci sei più, mio caro, sono i nostri nipoti il solo moto per tirare a vivere questi ultimi giorni che mi restano. Ed in questo ultimo periodo mi assilla il pensiero della mia giovinezza e della guerra. Il pensiero di quegli orribili anni che mi hanno reso tanto dura. Solo con te son tornata a vivere.
Mi son sentita sbagliata per una vita intera mentre tu approvavi ogni mio singolo passo come un buon amico; io sono stata lo stesso con te? Ti ho sempre rispettato ed amato. Più di quanto abbia amato e rispettato me stessa.
Una musa terribile mi spinge a raccontarti quelle infernali giornate che segnarono per sempre la mia gioventù, che mi trascinarono nel mondo dei grandi in maniera brutale ed ingiusta. Avevo tredici anni, ero poco più piccola della nostra Martina, quando anche nei nostri tranquilli monti arrivò la guerra. Rifletto circa questi tempi, sulla smania di diventar grandi, e tremo. È così bello esser spensierati, pieni di illusioni e fantasia.
Sai bene che ero ancora una bambinetta quando i miei mi avviarono al lavoro nei campi. Mi occupavo coi miei fratelli delle bestie e ricordo di quegli anni lontanissimi i ruzzoli tra l’erba, le risate e la nostra semplicità. Di noi e dei nostri sogni si interessava il nonno Nando, l’unico per cui piansi quando se ne andò. Sono spietata? Possibile. Ah, il nonno! Le sue mani spesse e legnose, lui che mi insegnava a “pelare” i bastoni per andare a passeggio. Erano tempi così spensierati, perfino felici, in cui bastava un insetto, un frutto bitorzoluto, un ramo storto per creare mondi di immaginazione in cui lasciarsi cullare e trascorrere i pomeriggi; quando mi aiutava ad attraversare un fosso, la sua presa era salda e forte, ma non mi ha mai provocato dolore. Mi sentivo davvero sicura sapendo che non mi avrebbe mai lasciata cadere.
Il nonno Vico andò da don Potito a Cicognaia. Il parroco aveva una radiolina che teneva nascosta, “parlano della guerra”, gli disse. E nessuno pensava arrivasse anche da noi.
Era l’inverno del 1944 quando un gruppo di tedeschi restò bloccato una ventina di giorni con il loro camion a causa della grande nevicata. Sorvegliavano il loro autocarro notte e giorno per paura che gli rubassero le munizioni. I tedeschi indossavano una divisa elegante, erano ben vestiti.
Ricordo come fosse ieri il giorno in cui arrivarono i fascisti, poche settimane dopo. Molta gente del posto era stata sfollata e a piedi erano andati a Ferrara. Ritornarono a guerra finita. Quando si fermò il camion dei fascisti ci accorgemmo subito che non erano soli. Avevano preso dei giovani delle vicinanze, due della Torre venivano a scuola con me, poi ricordo Buratta di Santa Sofia e due più grandi di Ponte Messa. Gli guardavano le mani, come per leggere lì il loro destino. Si salvò solo Buratta, aveva le mani callose, lui era un fabbro e lo portarono in prigionia, a lavorare. Gli altri deportati in Germania, nessuno tornò.
Ricordo quando arrivarono, sì, con precisione. I carri armati si spostavano sul fiume, per quanto erano imponenti e nella strada non riuscivano a passare. I camion, invece, erano pieni di militari e munizioni.
Circondarono la casa e chiamarono da in fondo alle scale. Io stiravo la camicia a mio fratello Gosto. “Si può fare un panino?”, domandarono. Mio babbo spiegò che del pane c’era, nulla di più. Tutto il cibo era stato già nascosto. Temevamo prendessero Gò come un disertore ed il babbo lo convinse a nascondersi in soffitta, tra le foglie di granturco. La notte la trascorse lì; loro guardarono per tutta casa ma non si accorsero della porta bianca che portava alla soffitta.
Un giovane soldato fascista mi mandò un bacio. Lo trovai orribile e lo guardai disgustata. Del resto erano i nostri nemici, qualsiasi cosa avrebbero fatto mi avrebbe disgustata. I miei non se ne accorsero ed io non dissi nulla per non aggiungere rabbia alla naturale paura con cui iniziammo a vivere.
La mattina dopo entrarono senza far troppi complimenti: spaccarono le porte, mangiarono le quattordici pagnotte pasquali che mia nonna aveva preparato con la Ghisa. Nonno Nando si infuriò ma dovevamo mantenere gli animi calmi per evitare disgrazie maggiori. Conoscevamo troppo bene le storie che colpirono i paesi intorno. A Fragheto una brigata di partigiani, diretta nelle Marche, i “garibaldini” li chiamavano, si posizionarono nel borgo, nelle case dei contadini. Attaccarono una quarantina di armati nazisti e ne uccisero uno. Il giorno dopo ci fu la rappresaglia contro l’intero paese e la loro furia trasformò il borgo in un cimitero. Vendicarono la propria perdita ammazzando donne e bambini con una crudeltà disumana. Il solo pensiero di quei fatti mi stringe il cuore come in una morsa. Mi sento come un albero nel bosco in mezzo alla faggeta e ho accanto altri alberi. Ho sognato che il tempo era come la liana che ti stringe, ti soffoca, ti si mette tutta attorno senza lasciarti respirare, immaginare e poi i giorni passano e anche i più bei pensieri, per colpa sua restano dentro di noi e l’immaginazione pare diventi stagna. Perdemmo tutti la fanciullezza; con la guerra perdemmo tutti.
Restarono lì, nella nostra osteria, per una settimana. Furono i giorni più lunghi della mia vita. Il mattino si sbrigavano le faccende mentre loro studiavano le carte e con prepotenza rimediavano cibo e vino. La sera si mettevano davanti al camino. Quando il vento tirava sulle fronde degli alberi, ad ogni ombra che vedevano correvano verso il “crostone”, il fiume, pensando fossero i partigiani.
Il giorno giravano nei paesi circostanti. A Gattara fecero rastrellamento. Forbicin, el mugnai, quel farabutto ammazzò un tedesco e con una spiata accusò ingiustamente cinque padri di famiglia. Li giustiziarono in piazza, obbligarono le mogli ed i figli ad assistere.
Gosto si diede alla macchia al mattino presto. Mio fratello maggiore era partito prima dell’inverno dagli zii di Roma, di lui ricevevamo notizie da don Potito che restava sempre il più libero negli spostamenti e nel controllo della corrispondenza.
Caro mio amore, la mente è colma di un vecchio male e in questo mondo se voglio pensare a qualcosa di vero e di puro penso a te. La sola tua immagine nel mio cuore trasmette serenità come le piogge che in piena estate ti ripuliscono dal sudore, a volte anche dalla sporco: resterai così infreddolito una volta che passa ma sicuramente sarai come nuovo, e sembra quasi banale ma bastano davvero due gocce per sentirsi meglio.
Rammento il sogno del mio primo bacio. Con chi sarebbe stato? Ora mi mancano le tue carezze. Sento la mia pelle dura, rugosa. Che vecchia son diventata! Avevo la pelle chiara nell’estate del ‘43, neppure il lavoro nei campi riusciva a colorirmi. Tenevo i miei lunghi capelli castani sempre nella crocchia che la mamma mi acconciava con cura. Il mattino era il nostro momento, poi i ricordi svaniscono. Il tempo era sempre poco per condividere desideri ed amore. Solo i vecchi erano i nostri saggi ascoltatori.
Dopo un paio di giorni casa nostra restava un covo di paura e tensione. I miei genitori si occupavano, con fare isterico, degli altri ospiti. Io ero rimasta sola a prendermi cura delle bestie e delle faccende domestiche.
Era il terzo giorno di “occupazione” dell’osteria da parte dei militari fascisti. Ero scesa nel pollaio. Mi seguì il giovane soldato. Lo vidi con la coda dell’occhio, accelerai il passo, inutilmente. Non avrei mai potuto dirti questa cosa, non avrei mai potuto sostenere il tuo sguardo di pietà.
Avrà avuto una trentina d’anni. Indossava con vanto il suo cappello grigio verde, il fiocco nero, al collo il fazzoletto blu. Mi prese alle spalle. Immaginai mi avrebbe fatto del male, anche se lui disse il contrario.
Chi era quell’uomo? Cosa voleva da me? Ero compresa nelle conquiste di guerra assieme ai partigiani impiccati accanto al fiume? A volte avrei preferito essere lì, al loro posto. In questo modo non avrei più dovuto estraniarmi dal mondo, mentire, sentire quei ripugnanti gemiti e la zip dei pantaloni quando si rialzò dal mio avvilito, sporco corpo. Non so quanto tempo rimasi poi al pollaio a piangere. Mi sentii totalmente sola e persa.
Perché stavo zitta? Avrei voluto perfino vederlo morto. Ma sapevo che mio nonno l’avrebbe ammazzato veramente, e restai sempre zitta. Mi sentivo perfino in colpa. Intorno a noi c’erano troppi morti. Il mio sangue era un nonnulla di fronte a certi scempi. Questo fu il prezzo della guerra, della mia guerra…
Rileggo queste righe, incredula, con le lacrime agli occhi. Quanto mi manchi nonna! Ora la mancanza acquista una nuova estensione, ora saprei cosa fare e cosa dirti. Ma so che è tardi, troppo tardi!
Il viso della vecchiaia è ruvido, gli occhi sono languidi e tremano, sopra la panchina col bastone rubato ad un albero, il fazzoletto nero copre quello che era un vanto in gioventù, un poco arrabbiata ma mai stanca e la voce bassa, rauca, vecchia fumatrice, che racconta di un mondo che non c’è più.
Tra storia e leggenda, tra solari, silenziosi borghi fortificati, risveglia l’intera mia valle il suono ritmato del fiume Marecchia, il “piccolo mare”, per i romani. Questa affascinante terra di confine è come bloccata nel tempo: essa, infatti, racchiude in sé paesaggi e usanze del tempo passato. Pennabilli, azzardo affermare, non cambierà mai: ferma sotto una bolla di vetro, racchiude la sua essenza il mercato settimanale del sabato. È proprio in questo momento che tutto si apre all’evidenza: la barbieria conta alcuni anziani pronti a commentare le novità del paesino; c’è chi si scambia qualche parola sull’uscio della porta del negozio con il ragazzo del tabacchi. Sicuramente c’è qualche signora che compra il pollo alla Antica Macelleria e chi legge il giornale al bar.
Sono ritmi quotidiani che non si spezzano mai. E sono ritmi a cui ci si affeziona: la sera i giovani passeggiano dalla piazza al roccione basso, gli anziani giocano a carte dentro il bar. Ci si lamenta, ma qualcosa ci spinge sempre a tornare. Sono queste le nostre radici.
I fine settimana in cui rientravo a casa dall’Università erano spesso da lei, davanti al vecchio, solito, camino. Negli anni in me è cresciuta una rabbia, che può parere arroganza (probabilmente in buona parte è pure questa corazza che la mia età sviluppa), nel sentirla lontana nei discorsi, impedita nei gesti più semplici. E ho sempre lottato con questi sentimenti e forse troppe poche volte ho messo avanti il piacere che il mio animo provava coi suoi racconti, con le sue storie. Non son certa che tutto sia stato vero, ha sempre dato largo spazio all’immaginazione, anche quando eravamo piccoli, io ed i miei cugini, scoppiavamo in pianti per le crudeli sorti dei personaggi delle storie: la ferocia che hanno tutti gli uomini d’una volta, il misticismo, l’ignoranza avevano la meglio sul senso di spensieratezza e di gioco con cui dovrebbero crescere tutti i bambini. La tua infanzia rubata era tutta lì, nonna!
Quegli occhi azzurri, tersi e cavi, che narrano, saranno sempre lo sfondo dei miei posti, dei miei amati greppi. Ed ora questo diviene un luogo della memoria in cui rivivono leggende e persone. Sono spazi in cui gli uomini vagano alla ricerca di un equilibrio capace di mitigare un sentimento eterno di precarietà.
Oggi i suoi fogli mi riportano alla mente i momenti col nonno, a lei non dicevo mai nulla, il tempo si è fermato quando se n’è andato. Mi piace ricordare di quando ci mettevamo nell’aia, fuori dall’osteria che era dei bisnonni. E noi della vecchia attività abbiamo ereditato la passione per il cibo genuino, per il vino. Non c’era più l’osteria ma la casa era rimasta un ritrovo, e quando non c’era quel via vai ci mettevamo io e lui alla tavola, prendeva le carte legate con quei lacci gialli, sfilacciati, e mi insegnava a ‘fare i piatti’ e qualche trucco di magia che non ho mai imparato. Lo osservavo quando spiegava, lo vedevo tanto vecchio già allora, si sentiva utile, era per un me l’unico modo che avevo per stargli accanto, per capire il suo mondo, fatto in prevalenza di sacrifici, di lavoro. Incontrò la nonna che erano già grandi, lui viaggiava per lavoro, per lei si fermò e si amarono moltissimo.
D’inverno ci scaldavamo alla stufa, quando nel pomeriggio viene presto il buio e la noia. Mi vengono in mente le carrube, i suoi pantaloni di velluto, il maglione un poco sformato ed i cesti che lavorava con maestria, quelle mani erano precise e decise. Chiudevo gli occhi e lo immaginavo da giovane. Lui mi diceva ‘Burdèla, sogni?’ ‘Sì, nonno’, gli rideva il cuore.
Poi una sera se n’è andato. Ho pianto per tutte quelle cose che avrei ancora voluto conoscere di lui e quel giorno il nonno mi insegnò a guardare le stelle, perché la nostra energia è nel mondo, nella terra.
Perché quelle lettere mi attiravano per poi gettarmi nello sconforto? Perché le immagini bucoliche della mia infanzia dovevano mischiarsi alle tenebre della mia giovinezza? Cercavo disperatamente di allontanare le visioni negative sepolte per così tanto tempo nel mio inconscio e preservare quello che di buono c’era stato prima, e fu allora che capii.
Come il vaso di Pandora le parole di mia nonna Bice, penetratemi nell’anima, avevano aperto il varco del male accaduto in passato, nascosto sotto la sua pelle di apparente normalità.
Le tue lettere nonna sono il vaso che attira l’uomo per metterlo di fronte alle malvagità, alle debolezze e all’inadeguatezza, farlo sentire incapace di procedere, come invischiato nella melma della vita di tutti i giorni. Però, chissà, se quelle tue forti confessioni, similmente a quel vaso mitologico, contengono anche la speranza, il riscatto, la risalita? Io voglio crederlo.

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