Luminita di Rosso Acuto

luminita

Un nome come tanti, comune più di tanti, quello che era straordinario era la luce dei tuoi occhi.
La rivoluzione sparava ancora per le strade la speranza di un cambiamento che prometteva libertà, ma le promesse sono lente e il tuo mondo non conosceva differenza. Orfana di madre con un padre sconosciuto entrasti in un orfanotrofio immerso nel profondo nord di quella Romania in-cuneata tra l’odierna Bielorussia e l’Ungheria, terra di una frontiera senza regole e nascosta al mondo. L’Occidente conviveva con un incubo pauroso e subdolo, un incubo dal nome semplice come il contagio che lo propagava…AIDS, campagne di sensibilizzazione e propagande al profilattico risultavano insufficienti ad arginare la bestia che covava e la medicina brancolava come in una notte senza Luna. Le multinazionali del farmaco investivano denaro e la scienza muoveva i primi passi. Tutto procedeva al meglio ma la ricerca ha bisogno di verifiche e un topo non dà le garanzie di una bambina. Non posso raccontare la tua vita, anche se potrei riassumerla in due righi, vorrei ricordarti in quei tre giorni che furono gli ultimi per te e un po’ anche per me. La vita a volte è strana nella sua semplicità, avevo organizzato un bel commercio di auto usate, con tanto di permessi e autorizzazioni, gli affari procedevano a pari passo con gli amori e la fortuna volle che incontrassi Dana, un’infermiera ben dotata che lavorava in un orfanotrofio: il tuo. Avevo tempo a quei tempi, gli affari ormai viaggiavano da soli e il tempo non è sempre assimilabile al denaro ma anche alla curiosità di scoprire nuove realtà, specialmente in quel mondo oscuro che si cela dietro le mura di un orfanotrofio. Dana si prestò ben volentieri e mi portò con sé durante un turno di lavoro, entrai così in punta di piedi in quell’inferno pieno di Angeli dimenticati, dove la morale evaporava sul fuoco di un profitto senza confini, dove la pietà lasciava il posto all’indifferenza senza decenza, dove un angelo aveva i tuoi occhi celesti, tristi e soli come un cielo senza uccelli. Già prima di entrare notai la discrepanza che c’era tra le comuni Dacia, Olsit e qualche Trabant, macchine che motorizzavano i rumeni a quel tempo e i macchinoni tedeschi parcheggiati a parte, completavano il tutto dei mezzi speciali adibiti al trasporto organi e sangue, ancora non capivo il nesso, mi stupiva il lusso e la tecnologia avanzata, mescolata alla consuetudine dimessa di quel luogo, l’inferno era lì a venire. Il puzzo, quel tanfo nauseabondo perfetto mix di urina ed escrementi mi accolse appena entrato, vomito sparso e sporcizia varia come giusto corollario del miserabile spettacolo, pareti spoglie che un tempo erano bianche ora cosparse di un vasto assortimento di muffe varie, alimentate dalle tubature fatiscenti che colavano acqua e ruggine, un soffitto pieno di fregi antichi giusto rifugio per una fauna abbondante di grassi ragni, cimici e altri insetti di cui non ricordo il nome ma solo le grosse dimensioni ed il nero sconcertante, le finestre, qualche vetro e molto cartone appiccicato, le porte lerce come l’ambiente richiedeva; l’inferno scelse questo palcoscenico come presentazione. Gli Angeli ancora erano solo immaginati, nulla che facesse pensare ad un luogo per bambini, niente giochi, niente allegria, nessun grido o pianto, nessun riso sguaiato, solo un silenzio cupo e inna-turale, e quel corridoio lungo e stretto come un budello che sembrava volerci risucchiare. Entrammo infine, crederci è difficile se lo si legge, era come se il tempo si fosse riavvolto in un attimo scaraventandomi in una realtà vergogna della storia, come se tutto si fosse cristallizzato in un museo che mi parlasse di ciò che è stato e non sarà più e che invece avevo lì davanti in tutta la sua drammatica verità. Gli Angeli, batuffoli di carne arrugginita, invecchiata, martoriata, sporca, bruciacchiata, piena di vesciche purulenti, ematomi da percosse e aghi, gli Angeli, i miei “Angeli”, spaventati, intimiditi, privi ormai di ogni ingenuità, arsi dal terrore, sporchi, il muco che si mescola al catarro ed al sangue che esce già denso dal naso, dalle orecchie dalla bocca, corrosi da una malattia tremenda che ne sfigura i volti e gli animi gentili, che ne ruba l’innocenza; che paralizza il mio intelletto, che mi induce a credere che non è vero quello che vedo, sento, annuso, palpo. L’inferno. L’inferno e i suoi incubi più bui. La stanza era in penombra, leggeri lamenti galleggiavano intorno a noi, innaturali, quasi discreti, camminai fino al fondo della stanza seguendo Dana come uno zombie e qui incespicando in un pitale rotolai sul letto dove due occhi color cielo mi fissarono terrorizzati, cercai di rialzarmi ma una ossuta manina si appoggiò al mio braccio “Apa”, Acqua, eri arsa dalla sete, chiamai Dana che cercò di dissuadermi ma intuì il momento e me ne portò un bicchiere che ti appoggiai alle labbra. “Mulțumesc “ Grazie” mi dicesti. Eri già in fase terminale, faticai ad ottenere un permesso per poter rimanere accanto a te, ma un po’ di dollari e la mia insistenza dettero il risultato che non mi mossi più. Al tempo parlavo un buon rumeno e cominciai a parlarti: come ti chiami “Luminita” quanti anni hai “cinque” , non ebbi la forza di continuare e fosti tu a rifarmi le stesse domande. Passai il pomeriggio a chiacchierare mentre ti pulivo occhi bocca orecchi e naso da quel miscuglio di muco e sangue, cercai di pettinarti ma i capelli erano così arruffati da non fare passare pettini. Giocammo anche, giocammo con quella carta arrotolata che per noi assunse dignità di palla, tu distesa e io in piedi, tu prendevi la carta e cercavi di rilanciarla, ridevi, penso che fossero mesi che non lo facevi, ridevi e mostravi quello che rimaneva dei tuoi denti, due o tre monconi incastonati nelle gengive nere, ridevi e rilanciavi mostrando la dolcezza di un bambino, la carta rimbalzava e tu ridevi come solo chi ha sofferto riesce a ridere, un riso genuino, aperto, gioioso come forse mai avevi riso. Arrivò la sera e fui costretto a lasciarti, mi guardasti come se mi vedesti partire su una nave e muovendo un ciao con la manina mi implorasti di tornare, ti detti un bacio sulla fronte mentre un “certo” mi usciva dalla bocca. Non parlai al ritorno e Dana non capiva e neanche io capivo come si potesse rimanere impassibili al cospetto dell’inferno, come la mente umana potesse accettare quello scempio su un bambino ma cercai di restare calmo, era indispensabile, Dana, per poter rientrare l’indomani. Passò la notte e la mattina mi presentai presto alla polizia, il capo mi doveva un favore che sistemammo con un permesso permanente che mi consentisse l’entrata e il rimanere anche la notte, Dana montava il turno di pomeriggio e io tornai da solo. Dopo aver lottato con la burocrazia, verifiche telefonate e poi ancora qualche dollaro guadagnai l’entrata, stessa puzza stesso lercio dappertutto, ma avevo fretta di trovarti e non ci feci caso, androne corridoi e poi la stanza, fino in fondo e…tu non c’eri; domanda chiedi cerca ed ancora qualche dollaro mi condussero ad un uscio chiuso a chiave, bussa suona impreca e ancora bussa e alla fine un uomo sulla porta che mi dice di aspettare, che ti stanno visitando, che tornerai presto e poi la porta che mi si chiude in faccia. Aspetto una mezz’ora e torno a far macello e dopo una mezz’ora ancora esci stesa sulla barella e sei senza conoscenza, ti adagiano sul letto, ardi dalla febbre, prendo dell’acqua e bagno il fazzoletto, te lo poso sulla fronte, un tremito al contrasto e gli occhi che si aprono al sorriso, mi tocchi la mano e l’accarezzi e di nuovo ti arrendi all’incoscienza. Niente infermieri, niente dottori, solo un inserviente distratto che mi fa cenno di non sapere nulla, cavo di tasca un dollaro e mi dice di seguirlo, mi porta in cortile e mentre il mio stupore straripa in rabbia mi indica un oblò, guardo, piango, un Angelo su un letto e quattro manigoldi che gli stanno aspirando il sangue, Non posso dire la quantità giusta ma credo circa due litri, cinque sacche piene di sangue tolte ad un bambino, ad un Angelo, camici bianchi e attrezzature occidentali che succhiano ad un Angelo il sangue che servirà alla ricerca, sicari al soldo delle multinazionali che svuotano un bambino, un bambino senza difesa, senza nessuno, sacrificabile, infettato e poi usato come cavia e ora quel bambino non era più importante lo era invece il suo sangue. Telefono alla polizia e mi faccio passare il capo “te l’ho detto stamattina, sarai impotente come lo sono io, chi comanda è in alto e i soldi sono molti e ai soldi non ci si può opporre, specialmente oggi, oggi che ancora non sappiamo come andrà a finire questa rivoluzione che si sta appiattendo e sfilacciando, sta con la bambina se vuoi ma non fare più baccano, i soldi sono tanti e i soldi non guardano in faccia alla nazionalità” e mi chiuse la cornetta in faccia e mi chiuse ogni speranza e mi sentii colpevole come quel mondo indifferente e subdolo dal quale provenivo. Tornai dal mio Angelo che sonnecchiava ancora, che appena percepì che c’ero mi regalò il sorriso, cominciò così il calvario di quelle trentasei ore che ti separavano dalla tua fine e anche un po’ la mia. Eri stremata ma felice, avevi scelto me come testimone della tua felicità semplice e ultima, il gioco con la palla non era più possibile, a mala pena potevi sollevare un braccio all’altezza della bocca, mi avvicinai e parlammo, mi raccontasti della mamma e di quanto ti volesse bene e di quanto pianto fossi capace quando se ne andò stroncata da un infarto. Anche io ti raccontai una storia, la storia di una macchina fatata che ci avrebbe portato in un posto solo per bambini, giostre giochi e zucchero filato e mi bloccasti chiedendomi cosa fossero le giostre e lo zucchero filato, mi sforzai di fartelo capire mentre cercavo di farti bere molto, e tu chiedevi di questo zucchero che diventa come la neve, che ti impiastra il viso, dolce come solo un bambino riesce a immaginare. “Mi ci porti vero?! Non è un inganno” “ Certo che ti ci porto, appena starai meglio” “Andremo insieme sulla giostra e ci imbratteremo con lo zucchero filato”. Le ore per lei erano anni, corrosa dalla malattia e con poco sangue, tutto era compromesso, tranne la voglia di sognare, sognare quella felicità di cui non conosceva la realtà, solo gli occhi non invecchiavano, non appassivano di pari passo al fisico, anzi sembravano sempre più vivi, come se la sua voglia di vivere si concentrasse tutta in quei due pezzi di cielo. Arrivò anche Dana che mi portò le caramelle e la cioccolata che dimenticai al mattino nella concitazione del momento. Voi non vi renderete mai conto che significato possono avere in quell’inferno caramelle e cioccolata, molto probabilmente era la prima volta che ne gustava una e non vi renderete conto di come apprezza una caramella un Angelo, con che rispetto la tocca, con che grazia la mette in bocca, come la succhia lentamente nella paura che finisca troppo presto. Tutti pensano ai bambini come i più gradi egoisti al mondo, forse la miseria, la fame e gli stenti t’invecchiano velocemente non solo il corpo ma soprattutto la mente acquisendo quel concetto di solidarietà che dimostrasti; dopo la parca cena a base di minestra e cetrioli volle che dessi una caramella ciascuno ai cinque Angeli che completavano la camera. La notte dormisti poco e io niente, tra un sonno e l’altro mi ripetevi la bellezza dello zucchero filato e ogni ora peggioravi nella completa indifferenza del personale, per loro eri già morta, cominciò una tosse maligna a tormentarti, sangue e catarro insieme ti soffocavano, cercavo di tenerti seduta ma non resistevi molto, i dolori erano tanti o forse era un dolore unico distribuito per tutto il corpo, rantolavi nei pochi attimi di sonno, forse parlavi o forse raccontavi. Alle tre di notte la prima crisi, le prime convulsioni, gli occhi bianchi e la lingua tutta fuori, riuscii a mettere un cucchiaio di traverso scongiurando danni maggiori, solo e inesperto feci quello che potei, ti presi in braccio e ti strinsi come un padre disperato. La febbre ti stava consumando, sentivi freddo e le lacrime, le prime lacrime sgorgarono dagli occhi, un pianto lento, sottovoce, senza l’arroganza che un bambino carica nel pianto, tu non eri più un bambino eri un Angelo. L’alba mi trovò abbracciato a quel che rimaneva di quel corpo martoriato, pensai alla imminente fine, le gambe erano già andate, non reagivano alle stimolazioni, ti strinsi e apristi gli occhi che sorrisero, mi sorrisero, forse a ricompensarmi dell’abbraccio. Pensavo che l’inferno avesse sparato anche l’ultima maledizione quando arrivarono con la barella, strapparono il mio angelo dal mio abbraccio senza nessuna precauzione o delicatezza, vidi la smorfia dei suoi occhi e quel corpo indifeso e disarticolato come una marionetta senza fili che la sorreggano, mi tennero in due e mi costrinsero all’immobilità, la portarono via soldati senza patria e senza bandiera drogati dal potere del profitto, portarono via lei e un po’ di me, quello che restava lo legarono sul letto. Immobile, inerte e spaventato, subivo il silenzio pieno di rantoli soffusi, gli altri Angeli dormivano e soffrivano nel sonno, quel sonno che non conosce sogni perchè gli rubavano anche quelli. Passò del tempo non so quantificare quanto, sentii il fastidioso cigolio della barella che tornava, sembrava un animale maledetto col suo verso spaventoso, mi tolsero dal letto e scaricarono quel corpo ormai senza reazioni, con loro era presente un altro farabutto, quel capo poliziotto che sembrava fosse umano, mi sussurrò delle parole nell’orecchio come per simulare una discrezione fuori luogo, “Va così il mondo lascia stare, non complicare più le cose, i soldi non hanno nazionalità e se anche sei italiano qui non hai possibilità”. Mi avvicinai all’angelo pensandolo già morto, non fu così, respirava, grondava sangue, grondava quel poco che le rimaneva dopo l’ultimo salasso, era ferita sopra l’anca da dove gli rubarono il midollo, le avevano succhiato tutto, cercai di ripulirla, di lavarla con quel fazzoletto mollo rosso ormai dal sangue e la vergogna, riuscii a trovare un po’ di alcool e la disinfettai come si disinfetta la ferita di un bambino, sfioravo solamente la ferita soffiando forte per attenuarne il bruciore, ma quel bruciore lo penso così forte da svegliare quel fagotto di carne sanguinante che il mio Angelo era diventato, aprì gli occhi d’improvviso come se l’incubo l’avesse spaventata, il terrore dei suoi occhi mi tagliò come un rasoio, riuscì ad abbracciarmi e strinse forte, e pianse, non come piange un bambino e neanche un Angelo, pianse come chiunque abbia paura che quel che è stato non sia finito, seppi poi che tutto fu fatto al naturale senza il conforto di una anestesia, con le ultime parole che le rimanevano mi disse in un sussurro “ricorda la promessa, ricorda la giostra e lo zucchero filato, lo hai promesso ricordati e non lasciarmi più da sola”. Non so come ho fatto, forse sarà stato quel celeste sempre vivo dei suoi occhi o sarà stato il sangue che fluiva dalla bocca, oppure solamente compassione, il fatto è cominciai a ridere, ridere forte urlando la promessa senza ritegno, insieme sulla giostra e ci imbratteremo con lo zucchero filato”. Le ore per lei erano anni, corrosa dalla malattia e con poco sangue, tutto era compromesso, tranne la voglia di sognare, sognare quella felicità di cui non conosceva la realtà, solo gli occhi non si invecchiavano, non appassivano di pari passo al fisico, anzi sembravano sempre più vivi, come se la sua voglia di vivere si concentrasse tutta in quei due pezzi di cielo. Arrivò anche Dana che mi portò le caramelle e la cioccolata che mi dimenticai al mattino nella concitazione del momento, Voi non vi renderete mai conto che significato possono avere in quell’inferno caramelle e cioccolata, molto probabilmente era la prima volta che ne gustava una e non vi renderete conto di come apprezza una caramella un Angelo, con che rispetto la tocca, con che grazia la mette in bocca, come la succhia lentamente nella paura che finisca troppo presto. Tutti pensano ai bambini come i più gradi egoisti al mondo, forse la miseria, la fame e gli stenti t’invecchiano velocemente non solo il corpo ma soprattutto la mente acquisendo quel concetto di solidarietà che dimostrasti; dopo la parca cena a base di minestra e cetrioli volle che dessi una caramella ciascuno ai cinque Angeli che completavano la camera. La notte dormisti poco e io niente, tra un sonno e l’altro mi ripetevi la bellezza dello zucchero filato e ogni ora peggioravi nella completa indifferenza del personale, per loro eri già morta, cominciò una tosse maligna a tormentarti, sangue e catarro insieme ti soffocavano, cercavo di tenerti seduta ma non resistevi molto, i dolori erano tanti o forse era un dolore unico distribuito per tutto il corpo, rantolavi nei pochi attimi di sonno, forse parlavi o forse raccontavi. Alle tre di notte la prima crisi, le prime convulsioni, gli occhi bianchi e la lingua tutta fuori, riuscii a mettere un cucchiaio di traverso scongiurando danni maggiori, solo e inesperto feci quello che potei, ti presi in braccio e ti strinsi come un padre disperato. La febbre ti stava consumando, sentivi freddo e le lacrime, le prime lacrime sgorgarono dagli occhi, un pianto lento, sottovoce, senza l’arroganza che un bambino carica nel pianto, tu non eri più un bambino eri un Angelo. L’alba mi trovò abbracciato a quel che rimaneva di quel corpo martoriato, pensai alla imminente fine, le gambe erano già andate, non reagivano alle stimolazioni, ti strinsi e apristi gli occhi che sorrisero, mi sorrisero, forse a ricompensarmi dell’abbraccio. Pensavo che l’inferno avesse sparato anche l’ultima maledizione quando arrivarono con la barella, strapparono il mio angelo dal mio abbraccio senza nessuna precauzione o delicatezza, vidi la smorfia dei suoi occhi e quel corpo indifeso e disarticolato come una marionetta senza fili che la sorreggano, mi tennero in due e mi costrinsero all’immobilità, la portarono via soldati senza patria e senza bandiera drogati dal potere del profitto, portarono via lei e un po’ di me, quello che restava lo legarono sul letto. Immobile, inerte e spaventato, subivo il silenzio pieno di rantoli soffusi, gli altri Angeli dormivano e soffrivano nel sonno, quel sonno che non conosce sogni perchè gli rubavano anche quelli. Passò del tempo non so quantificare quanto, sentii il fastidioso cigolio della barella che tornava, sembrava un animale maledetto col suo verso spaventoso, mi tolsero dal letto e scaricarono quel corpo ormai senza reazioni, con loro era presente un altro farabutto, quel capopoliziotto che sembrava fosse umano, mi sussurrò delle parole nell’orecchio come per simulare una discrezione fuori luogo, “Va così il mondo lascia stare, non complicare più le cose, i soldi non hanno nazionalità e se anche sei italiano qui non hai possibilità”. Mi avvicinai all’angelo pensandolo già morto, non fu così, respirava, grondava sangue, grondava quel poco che le rimaneva dopo l’ultimo salasso, era ferita sopra l’anca da dove gli rubarono il midollo, le avevano succhiato tutto, cercai di ripulirla, di lavarla con quel fazzoletto mollo rosso ormai dal sangue e la vergogna, riuscii a trovare un po’ di alcool e la disinfettai come si disinfetta la ferita di un bambino, sfioravo solamente la ferita soffiando forte per attenuarne il bruciore, ma quel bruciore lo penso così forte da svegliare quel fagotto di carne sanguinante che il mio Angelo era diventato, aprì gli occhi d’improvviso come se l’incubo l’avesse spaventata, il terrore dei suoi occhi mi taglio come un rasoio, riuscì ad abbracciarmi e strinse forte, e pianse, non come piange un bambino e neanche un Angelo, pianse come chiunque abbia paura che quel che è stato non sia finito, seppi poi che tutto fu fatto al naturale senza il conforto di una anestesia, con le ultime parole che le rimanevano mi disse in un sussurro “ricorda la promessa, ricorda la giostra e lo zucchero filato, lo hai promesso ricordati e non lasciarmi più da sola”. Non so come ho fatto, forse sarà stato quel celeste sempre vivo dei suoi occhi o sarà stato il sangue che fluiva dalla bocca, oppure sola mente compassione, il fatto è cominciai a ridere, ridere forte urlando la promessa senza ritegno, ridemmo tutti e due lasciando che l’illusione facesse la sua parte, per lei e la stranezza di quello zucchero filato desiderato ma purtroppo solo immaginato, a me la speranza di aver sognato tutto e di svegliarmi lì a poco senza quel fardello tra le braccia che solo io ormai credevo avesse le sembianze di un bambino. L’angelo se ne andò senza rumore e nella morte riacquistò tutto il suo candore, innocenza e dignità, se ne andò con quegli occhi color cielo ancora aperti che se ci guardavi dentro attentamente intravvedevi quello zucchero filato che anche se solo immaginato fu l’ultima speranza di conquista di quella vita che non fu mai vissuta…

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Emme Debi ha detto:

    L’ha ribloggato su Perleinversie ha commentato:
    Lì, dove piccole creature sprofondono ogni giorno di più, folgorati dal destino troppo pesante, dimenticati dal mondo esterno. Lì, dove il tempo passa e svanisce, hai sperato di cambiare aria, di mutare quella sofferenza che viene imposta in beatitudine. Rischiarare quel luogo fatto di dolore e indifferenza, con quella luce, quella dolcezza, quell’ affetto affinché tutto potesse sembrare migliore, meno triste, meno grigio, meno opprimente. Piccolo angelo, finalmente la vita ti sorride!

    Una scrittura che mi ha emozionata tantissimo.Complimenti!

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  2. Lucio ha detto:

    Che non venga conteggiato come commento logicamente ma una parte del racconto si ripete due volte, sarà di sicuro colpa della mia dabbenaggine mediatica, questa è solo una precisazione per chi legge..

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  3. Voti utili ai fini del concorso 2

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