Cronache familiari di Marco Ernst

788365091-Domesticviolence_6

Milena era sul taxi bianco fresco di autolavaggio che scorreva silenzioso grazie al motore ibrido, lasciandole il tempo e il silenzio giusti per pensare, anzi per ripensare.

Milena stava, dopo tanto, troppo tempo, ritornando a casa: una casa che l’avrebbe accolta vuota. Le bambine, infatti, erano dalla nonna e lui, la belva, la causa di tutto, era finalmente in galera.

Eppure… eppure quando si erano conosciuti una dozzina di anni prima, lui non era così, altrimenti lei non si sarebbe perdutamente innamorata di quel giovanotto bruno, muscoloso, magari un po’ brusco, ma sconfinatamente bello e desiderabile (tutte le canaglie sono belle e desiderabili).

Quel giorno lontano Milena era seduta su di una panchina del parco a leggere un libro nella pausa pranzo e lui le si era avvicinato per domandarle il suo parere sul romanzo e sull’autore: era evidentemente una scusa, dato che era ben visibile come fosse solo alle prime pagine del libro e, quindi, fosse ancora prematuro per lei come per chiunque darne un qualsivoglia giudizio.

Stava per rispondergli per le rime, come si fa con i pappagalli presuntuosi ma, non appena alzò lo sguardo dal libro e lo vide, sentì il cuore sprofondarle in fondo allo stomaco, per poi balzarle in gola: Dio, com’era bello!

Dopo un anno esatto da quel giorno al parco, Milena vestiva di bianco, con un semplice mazzolino di fiori in mano a mo’ di bouquet e le lacrime di felicità agli occhi: in meno di un altro anno di tutto ciò sarebbero rimaste solo le lacrime, ma non più di felicità.

Dopo pochi mesi dal matrimonio, infatti, lui, Vito, si dimostrò quello che veramente era: un piccolo uomo ottuso e prepotente, che pretendeva di gestire la famiglia come se fosse un suo feudo personale; cominciò ad uscire la sera, a non rientrare a pranzo o cena senza degnarsi neppure di avvertire e non accettava minimamente di essere ripreso in alcun modo per questo suo comportamento.

Ben presto arrivò così anche il primo schiaffo, seguito poi, a poca distanza di tempo, dai pugni, dai calci, le frustate con la prolunga elettrica, ma per la stupidità che caratterizza certe donne, Milena continuava comunque ad amarlo, nonostante tutto quello che lui le faceva passare e, quel che è peggio, gli trovava sempre delle giustificazioni: le responsabilità del lavoro, quelle economiche, quelle della famiglia eccetera, eccetera…; solo per quelle ragioni il suo uomo meraviglioso era così cambiato, ma presto, ne era sicura, sarebbe ritornato il  principe azzurro che le era apparso all’improvviso dal nulla.

Anche a letto, Vito si dimostrò l’animale egoista che era: pensava solo a raggiungere il proprio piacere il più presto possibile, senza curarsi di quello di lei, poi andava a lavarsi, spegneva la luce e cominciava a russare.

Per lui non esistevano i preliminari, le coccole, le piccole dolcezze e complicità, i giochi amorosi: gli bastavano pochi colpi violenti ed era tutto finito, senza fare compartecipare la sua partner, senza tante precauzione (delle quali, peraltro, non vedeva il motivo)… e fu così che Milena rimase incinta quasi subito.

Negli ultimi tre mesi di gestazione, però, il marito sembrava cambiato: non la picchiava più, se non altro per non danneggiare il bambino che doveva nascere.

Ma il bambino fu invece una bambina e lui, Vito, il maschio dominante, non perdonò mai né madre né figlia per quell’affronto: lui voleva l’erede maschio.

Non avendo accettato quella nascita per lui sbagliata, ci volle riprovare e così, dopo pochi mesi dal primo parto, Milena si era ritrovata nuovamente incinta, ma ancora una volta nacque una femminuccia che Vito non amò come non ne amava la sorella e come non ne  amava più la madre, sempre che mai l’avesse amata.

Allora l’ex uomo meraviglioso rinunciò definitivamente a tentare di avere l’erede maschio ed anche a fare l’amore con quella donna oramai per lui insipida ed incapace, perfino, di procreargli un successore del sesso giusto: il suo piacere adesso lo andava a cercare fuori casa.

Milena, per amore delle piccole, cercava di non contrariare mai il marito né di contraddirlo, ma le scenate erano, comunque, all’ordine del giorno. Poi, quando le bimbe arrivarono intorno ai sei – sette anni, l’ex uomo meraviglioso cominciò a picchiare anche loro: forse non con calci e pugni, ma sberle e frustate sì, non fosse altro che per il  fatto di essere femmine.

Questo no, Milena non poteva permetterglielo: era disposta al proprio sacrificio, ma non a quello delle sue creature, così un giorno cercò anche di fuggire con le figlie, ma Vito la trovò e la riportò a casa, ma facendo il giro lungo. facendola, cioé, passare prima per l’ospedale.

Un’altra volta, quando lui si azzardò a prendere a frustate con il cavo elettrico le bimbe, Milena lo denunciò: il tutto finì in una bonaria ammonizione da parte della polizia all’uomo e in un nuovo passaggio al pronto soccorso per la donna.

Fu al nono compleanno della maggiore delle due bambine, che Vito, con un pretesto, (il vero motivo era che, secondo lui, non si festeggiava altro che il mancato arrivo dell’erede maschio), si avventò sulla figlia maggiore per picchiarla: la moglie si frappose fra loro e fu così che lui perse totalmente la testa.

La donna ebbe un trauma cranico, con cinque giorni di coma, tre costole e un polso fratturati, più un numero incalcolabile di lividi, graffi, contusioni e furono le bambine a trovare il coraggio di chiamare la polizia prima che il padre completasse il suo massacro: ma questa volta, se non altro, Vito non fu rimandato a casa con un buffetto. Il processo fu per direttissima, mentre la vittima di tanta brutalità era ancora in ospedale e la condanna fu pesante: otto anni per tentato omicidio e maltrattamenti, più la perdita della patria potestà e l’interdizione perpetua ad avvicinarsi alla moglie e alle figlie.

Tutti lo sentirono, dopo la sentenza, urlare: “Prima o poi uscirò e l’ammazzo, quella troia!”.

Tutti, tranne lei che era ancora in ospedale e alla quale riferirono solo in seguito le minacce: non erano uno scherzo e quell’uomo non andava mai sottovalutato.

* * *

Le bimbe erano dalla nonna, quando Milena fu dimessa dopo quasi due mesi con cicatrici sul volto e, soprattutto, nell’anima che forse non sarebbero mai più guarite, soprattutto le seconde.

La donna non volle, per il momento, che la madre venisse a prenderla all’uscita dall’ospedale con le bambine: prima aveva qualcosa da fare: doveva fare sparire dalla loro casa ogni traccia di lui, ogni cosa che potesse ricordare a quelle creature innocenti quanto era stata infelice la prima parte della loro infanzia.

Aveva sbagliato valutazione quando si era innamorata e quando l’aveva sposato, ma giurò a se stessa che ora tutto sarebbe cambiato.

Forse per Milena era troppo tardi per ritornare ad avere una vita accettabile, anche se aveva poco più di trent’anni: si sentiva vecchia dentro, ma c’era vicino a lei chi doveva ancora cominciare a vivere.

La donna scese dal taxi, pagò la corsa e rimase immobile per alcuni minuti a guardare quella villetta sulla quale aveva costruito tanti sogni e tante speranze: la sua vita sentimentale probabilmente era finita senza mai essere incominciata ma, se non altro, c’era ancora tempo perché una vita serena l’avessero le sue piccoline; estrasse dal borsellino la chiave di casa, girò sul retro, la infilò nella porta della cucina ed entrò ma, forse, se avesse usato l’ingresso principale, si sarebbe accorta che era chiuso con una sola mandata…

* * *

La madre di Milena aveva vissuto e sofferto con la figlia quella decina d’anni d’inferno; poi aveva lottato con lei quando questa si trovava in ospedale, sospesa fra la vita e la morte e si era divisa fra la casa, la clinica e il tribunale dove il suo costituirsi parte civile aveva impedito all’ex genero di patteggiare la pena e di cavarsela con una condanna più lieve.

La povera donna si rimproverava di non aver potuto o voluto fare nulla prima di allora per la figlia e le nipoti, ma adesso era lei che si era impadronita della situazione ed aveva anche già contattato un avvocato affinché avviasse al più presto la pratica per la separazione, prima e poi per il divorzio.

Ora, però, aveva disobbedito al volere della sua unica figlia: sapeva che, perché la sua guarigione fosse completa, lei avrebbe avuto bisogno al più presto delle sue bambine vicine, perché da otra in poi sarebbero state solo loro la sua famiglia e così, quando sentì la chiave girare nella toppa della porta di servizio (Milena non aveva ancora perso l’abitudine di entrare da lì, visto che l’ingresso principale era da sempre riservato al maschio padrone), intimando alle bambine di stare in silenzio, cominciò a scendere le scale in punta di piedi, piedi nudi, tenendo le nipoti per le manine frementi di eccitazione.

* * *

La prima cosa che Milena fece fu di mettere la caffettiera sul fuoco: aveva proprio voglia di un caffè vero, non quella brodaglia senza anima e corpo dell’ospedale, anche se sapeva che il primo caffè dopo tanto tempo  con la moka in disuso non esce mai molto buono.

La seconda, come sempre, fu di accendere il suo piccolo televisore da quattordici pollici, ancora di quelli con decoder separato, che tante volte l’aveva fatta sognare con le soap e il loro mondo patinato: ma in quel momento c’era il telegiornale:

Ecco le fotografie dei tre evasidiceva lo speakerricordiamo a tutti i cittadini che questi uomini sono armati e pericolosi…”.

E il servizio continuava: “I tre uomini, due omicidi e un terzo condannato per violenza domestica e tentato omicidio, sono evasi in modo rocambolesco durante il loro trasporto dal tribunale al carcere grazie ad un fortuito incidente stradale che ha causato il cappottamento del furgone cellulare. L’autista è rimasto ferito, mentre pare che i tre evasi non abbiano riportato danni, ma colleghiamoci col nostro inviato sul luogo dell’incidente e dell’evasione”.

Milena non volle sentire né vedere altro e in quell’istante si sentì morire: la foto di mezzo fra le tre che campeggiavano dietro la giornalista che stava leggendo la notizia era quella di lui, dell’innominabile bestia che aveva rovinato la vita di tutte le donne, piccole e grandi,, della famiglia: di certo era evaso solo per mantenere la sua minaccia di vendetta verso la moglie rea di non essersi rassegnata al suo ruolo di sacco da allenamento.

Questa volta, però, le cose erano cambiate e lei non gli avrebbe più permesso di farle dell’altro male, né a lei, né soprattutto alle sua creature: non avrebbe proprio più fatto del male a nessuno in questo mondo perché adesso lei era preparata, perché adesso lei era finalmente consapevole e non credeva più né alle favole, né ai principi azzurri e fu in quel momento che Milena sentì uno scricchiolio sulle scale.

* * *

Lo scalino di legno a metà scala cigolò sotto il peso dei tre corpi stretti come un tutt’uno e nonna e nipoti si fermarono alcuni secondi su quello stesso gradino, trattenendo il fiato e soffocando un risolino d’imbarazzo per quel piccolo rumore che avrebbe potuto rovinare la sorpresa.

* * *

Mio Dio!”  disse Milena fra sé e sé e sbiancò in volto udendo quel rumore e quasi le cedettero le ginocchia, cosa che non poteva permettersi: di certo era lui che era già lì, l’aveva aspettata, forse vista arrivare dal piano di sopra ed ora stava scendendo le scale per incontrarla, per mantenere la sua promessa e minaccia, ed allora la donna aprì lo stipetto in alto della cucina, quello fuori dalla portata delle bambine; in fondo a questo, dietro a vari barattoli di farine e altro, vi era nascosta, in un barattolo uguale agli altri, la piccola pistola calibro 22 che le aveva procurato tempo addietro un amico, dopo il suo primo ricovero in ospedale; lei non la voleva, non vedeva il bisogno di tenere un’arma in casa, soprattutto data la presenza delle bambine, ma questi aveva insistito: “Hai il diritto ed il dovere di non permettergli più di toccarti e di toccare le tue figlie” le aveva quasi intimato il collega e suo unico amico ed allora lei aveva accettato l’arma e aveva ascoltato le sue istruzioni e raccomandazioni sull’uso. Già, stavoltalui non avrebbe mai più fatto del male né a lei, né alle piccole, definitivamente, quello era sicuro e quello era stato il suo giuramento ed intendeva mantenerlo, mantenerlo ad ogni costo.

Premette alla cieca il tasto in alto a destra del telecomando, per spegnere il televisore al quale aveva in precedenza già tolto il sonoro al primo cigolio della scala, (aveva bisogno del massimo silenzio per individuare i movimenti, la posizione e la vicinanza del cacciatore che, anche se ancora non lo sapeva, stava per diventare preda e non voleva che, da sotto la porta, trapelassero neppure i lampi bluastri della televisione) e si mise ad aspettare, appoggiata contro lo stipite, con la pistola pronta a non consentirgli di fare la prima mossa: solo così poteva sperare di prevalere su di lui.

* * *

L’altra donna, prima madre e poi nonna ridiventata madre per necessità, ma precocemente invecchiata a causa delle tristi vicende della figlia, sempre tenendo le bimbe per mano, giunse in fondo alla scala e, piano, piano, allungò la mano verso la maniglia della porta della cucina: dietro era in agguato la morte sotto forma di un tragico destino.

* * *

La maniglia si abbassò lentamente e contemporaneamente le nocche della mano di Milena che impugnava l’arma sbiancarono sotto la pressione dei muscoli tesi allo spasmo e contratti quasi che l’arma pesasse un quintale e la donna ebbe un mancamento di un secondo, pensando a quello che stava per fare, ma sapeva che lo doveva fare.

La pistola tremava a ritmo con la sua mano e con il battito del suo cuore impazzito, ma da quella distanza non aveva importanza: non poteva sbagliare e dopo che fosse quello che doveva essere.  Si girò un attimo per dare un’ultima occhiata al locale, l’unico veramente suo perché i maschi dominatori non entrano in cucina, roba da donne, quasi non avesse dovuto rivederlo mai più: la sua bella cucina componibile, gli elettrodomestici da incasso, i vasi di ceramica ordinati sulla mensola, il piccolo televisore, per troppe ore suo unico compagno fedele.

* * *

La maniglia terminò la sua breve escursione, la porta si aprì e, saltellando, urlando e ridendo, nonna e bambine piombarono nella cucina inondata di sole:

 “Mamma, sei incorreggibile – l’accolse la figlia – ma in fondo hai fatto bene, proprio una bella sorpresa!”.

La pistola giaceva, oramai inutile, sul fondo del secchio della spazzatura fra i fondi vecchi del caffè; dietro le spalle della donna sul televisore, che non era stato spento ma sintonizzato erroneamente, quanto provvidenzialmente sul “televideo” campeggiava la scritta gialla e bianca:

ULTIMA ORA. SUBITO RIPRESI I TRE PERICOLOSI EVASI

Almeno per una volta il destino aveva avuto pietà.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Maria Concetta Distefano ha detto:

    Mi è piaciuto moltissimo il finale. Molto visivo, per così dire. Cinematografico.
    Bello davvero.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...