Emma e il “gigot d’agneau” di Maria Concetta Distefano

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“Din don! Si prega la gentile clientela di recarsi alle casse perché il supermercato sta per chiudere. Affrettarsi alle casse, prego!”

Mentre le luci del supermercato cominciavano a spegnersi a una a una lasciandola immersa in un gelido lucore bluastro, Emma gettò una rapida occhiata alla lista della spesa che aveva portato con sé e controllò che nel suo carrello ci fosse tutto il necessario per la cena a tema di quella sera. Ancora non riusciva a capire come aveva fatto a ridursi all’ultimo momento per quella serata così impegnativa. Vero era che aveva ancora tre ore e mezza abbondanti prima dell’arrivo degli ospiti, però voleva anche trovare il tempo per mettersi un po’ a posto: farsi una doccia, truccarsi, profumarsi e prendere un ansiolitico. Insomma, aveva passato il pomeriggio a ciondolare ansiosamente di stanza in stanza, arrovellandosi su come rendere la casa più bella e accogliente, su come apparecchiare la tavola, cosa indossare senza concludere granché. Chiedendosi di continuo se suo marito Marcello avrebbe approvato la disposizione dei cuscini sul divano, il vaso di cristallo sul tavolinetto vicino alla portafinestra, i piatti di porcellana col bordo blu e oro, i calici per il vino. Oddio! Erano quelli panciuti i bicchieri giusti per il Barbaresco o quelli panciuti in basso e svasati in alto? Marcello l’avrebbe criticata ogni oltre dire se non avesse predisposto i calici adatti al Barbaresco. Aveva fatto una ricerca su Internet con dita febbrili e la fronte imperlata di sudore e aveva infine trovato l’informazione. Così per le posate, i tovaglioli, i sottobicchieri.  Questo fino alle diciannove quando, in un attimo di ritrovata lucidità, si era resa conto che non avrebbe avuto niente da mettere in tavola, men meno quello per cui era stata lasciata a casa e non era stata portata a teatro con gli altri!

Del resto a teatro che ci sarebbe andata a fare? Di sicuro non avrebbe capito metà delle battute… cioè, come diceva sempre Marcello, le avrebbe capite solo in superficie, per quello che volevano significare letteralmente. Si sarebbe persa tutte le metafore, i simbolismi, i rimandi letterari e gli echi culturali… Beckett, poi… No, avevano fatto bene a lasciarla a casa per fare l’unica cosa che le riusciva più o meno bene: cucinare.

Per tutto il resto, era proprio come aveva cominciato a chiamarla Marcello già due mesi dopo il matrimonio, celebrato circa due anni prima: Incompiuta.

Non aveva finito l’università. Non aveva finito il corso di pittura, né quello di ceramica. Aveva smesso di andare in palestra, e non era riuscita a portare a termine la gravidanza quando, tre mesi dopo il matrimonio, era rimasta incinta! Un aborto spontaneo al terzo mese l’aveva privata di quel progetto di maternità cui pure teneva con tutto il cuore, anche se l’idea di non riuscire a tirare su un bambino, inetta com’era, l’aveva angosciata non poco!

Alle diciannove, comunque, in preda al panico, si era infilata una leggera giacchetta di lino grezzo sull’abitino di seta verde che aveva addosso già dal primo pomeriggio (non le era consentito girare per casa in comode tute sformi perché avrebbero oltraggiato il senso estetico di Marcello), aveva cambiato le leziose ciabattine da casa con dei sandali bassi di cuoio intrecciato, aveva afferrato chiavi e borsetta e si era catapultata fuori di casa per raggiungere il supermercato più vicino.

Da un po’ di tempo a quella parte Marcello e il suo giro di amici (dire che erano anche amici suoi, di Emma, sarebbe stato certamente azzardato!) – tutti professoroni universitari di questa o quella facoltà umanistica – avevano preso a fare delle cene a tema, attingendo il menu dai romanzi d’autore. Negli ultimi mesi, le mogli o compagne del gruppo si erano prodotte in vari piatti citati in questo o quel romanzo. C’erano stati Oche arrosto e mostarde alla frutta da I morti di James Joyce, Anatre arrosto con polpettine di patate da Preludio e Felicità di Katherine Mansfield, Melanzane all’amore e Torte tormento d’amore da L’amore al tempo del colera di Marquez, Beccaccini allo spiedo e Tordi in gratella da Una vita di Guy Maupassant, Timballi di maccheroni da Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e a lei, quella sera, grazie al nome che portava, era toccato in sorte il Gigot d’agneau, il Cosciotto d’agnello, da Madame Bovary di Gustave Flaubert la cui protagonista era, per l’appunto, una donna col suo stesso nome! Neanche un piatto troppo complicato, a pensarci bene! Solo, come le aveva ripetuto mille volte Marcello con il suo peggiore tono professorale, borioso e condiscendente assieme, bisognava stare molto attenti agli ingredienti – che fossero quelli giusti per riprodurre il sapore di quella ricetta del 1850! – e alla cottura, che doveva assolutamente avvenire in un recipiente da forno in terracotta.

Giunta alla cassa, Emma, in preda adesso a un vero e proprio attacco di tachicardia provocatole dalla paura di aver dimenticato qualcosa e di non avere più materialmente il tempo di preparare il cosciotto d’agnello nella maniera giusta, lanciò un’ennesima occhiata al contenuto del carrello e, visto che c’era una persona davanti a lei, ne approfittò per tornare un attimo fra gli scaffali dei latticini e prendere un altro panetto di burro in caso non fosse riuscita a fondere bene quello che aveva preso e lo avesse invece bruciato.

Era un fatto che Marcello era sempre ipercritico nei suoi confronti, e ancora di più quando c’erano i suoi dotti amici. Perché l’avesse sposata era un mistero. Forse perché era stata fra le sue allieve più giovani e belle, e una di quelle che lo guardavano con gli occhi più adoranti nonostante lui avesse quasi il doppio della sua età. Ma era ancora più misterioso il motivo per cui lei lo aveva sposato. Forse perché si era sentita lusingata dalle sue attenzioni – una come lei, che non valeva proprio niente, corteggiata da uno dei baroni della facoltà!  – e forse perché le aveva proposto presto il matrimonio togliendola, in quel modo, dall’obbligo di finire l’università e rendersi indipendente, come continuavano a dirle in famiglia, soprattutto suo padre che la chiamava, da sempre, in pratica, “mangia pane a sbafo” e l’aveva sempre considerata un’inetta, un’incapace, una “femminuccia” dalla lacrima facile e gli isterismi reiterati. La copia sputata di sua madre, una poveretta che si muoveva in punta di piedi, sedeva in punta di sedia, parlava sommessa e sottomessa. Una donna dai lividi neri sotto le camicie a manica lunga, dalle braccia artigliate dalle dita di un marito che la strattonava in malo modo quando le capitava tra i piedi, che le sibilava odio puro distillando le parole come vinacce per un grappa di qualità.

Ma… ma forse il matrimonio non era stata la soluzione giusta ai suoi problemi. Emma aveva cominciato a rendersene conto piano piano. Aveva sostituito un padre tiranno con un marito arrogante e borioso che, ormai, sembrava provare gusto solo a renderla ridicola e farla sentire inetta e inadeguata come e peggio di suo padre. Di certo non l’aveva aiutata a trovare la propria strada che, sentiva, da qualche parte dentro di lei doveva pur esserci!

Adele sentì l’altoparlante ripetere per la seconda volta l’invito a recarsi alle casse, anzi all’unica cassa ancora aperta, la numero cinque, perché il supermercato stava per chiudere.

Le sembrava di aver preso tutto quello che la signora Pervinca le fatto scrivere sulla lista. Eh, già, senza lista della spesa avrebbe dimenticato metà delle cose. Finiti i bei tempi in cui le bastava dare un’occhiata al frigo o alla riserva di detersivi e fare un appunto mentale di tutto quello che mancava senza scrivere niente! E l’anziana signora Pervinca, per la quale lavorava praticamente da sempre come badante tutto fare, non era certo in condizioni migliori delle sue quanto a memoria. Ma la signora Pervinca aveva novantacinque anni suonati e lei, Adele, “solo” settantasette. Mah… In attesa che arrivasse il suo turno alla cassa, Adele gettò un’occhiata al carrello della giovane signora elegante e snella che si era recata di corsa tra gli scaffali dei latticini e vide un bel retino di scalogni occhieggiare tra varia altra merce di ottima qualità. Ecco, gli scalogni! Vero è che sulla lista non comparivano, ma era anche vero che in casa non c’erano più. La signora Pervinca, che non digeriva più la cipolla da due anni almeno, li trovava un ottimo sostituto nei sughi e perfino nelle insalate.

Che fare? Se avesse fatto come la signora davanti a lei e fosse corsa indietro verso la parte posteriore del locale ad afferrare un retino al volo? Escluso. Il supermercato aveva già cominciato a spegnere le luci e poi, diciamocela tutta, non si vedeva proprio a percorrere i cento metri abbondanti che la separavano dalla “frutta e verdura” in poco tempo e a luci smorzate… Una volta, tanto tempo prima, sì, ma erano altri tempi, e altre gambe…

E se invece avesse solo allungato una mano e preso gli scalogni dal carrello davanti al suo? Non sarebbe stato un furto, no? In fondo la signora elegante non li aveva ancora pagati! E di sicuro li aveva presi per… sbaglio, ecco. Che ci facevano dei proletarissimi scalogni in mezzo a quei prodotti sofisticati di cui era pieno il carrello? Insomma, tra formaggi francesi del banco gastronomia e vini da non meno di 18 euro a bottiglia, salse e salsine esotiche, gli scalogni non potevano che essere uno sbaglio!

Adele si convinse di non star facendo niente di male e, dopo una piccola occhiata circolare per accertarsi che la signora elegante non stesse tornando e che la commessa alla cassa non la stesse osservando, si avvicinò al carrello davanti come per controllare il proprio da una diversa prospettiva e, zac!, afferrò il retino di scalogni che poi badò a sotterrare sotto il sacchetto con le mele e quello con i limoni.

Il cuore le batteva forte in petto. Pensò di rimettere tutto a posto ma… niente: troppo tardi. La signora elegante stava arrivando e sarebbe stato oltremodo imbarazzante spiegare la situazione ad una perfetta sconosciuta che aveva, fra l’altro, un’aria oltremodo glaciale e distante. Forse addirittura un po’ “spersa”. Cioè, pensò ancora Adele, non era certo una signora alla mano, una di quelle che lei era abituata a vedere al supermercato e che, se anche perfette sconosciute, ti ci trovi a chiacchierare sciolta di cose così… i prezzi sempre più cari, la qualità del cibo, la salute degli anziani, i nipotini, il tempo e le mezze stagioni che non ci sono più…

Decise di non stare a pensarci troppo ma fu colta da un vago senso di disagio, quasi un presagio di sofferenza, quando appoggiò il retino di scalogni sul nastro trasportatore della cassa e la signora elegante era già scomparsa, come vaporizzata, ecco, oltre le porte a vetri del supermercato.

In casa dell’anziana signora Pervinca le mattinate seguivano ritmi molto precisi. Appena sveglia, di solito verso le sei del mattino, Adele si accertava che la signora Pervinca avesse passato una buona nottata – se avesse avuto bisogno di lei avrebbe suonato la campanella d’argento che teneva sul comodino – e poi scendeva in cucina per preparare un caffè d’orzo per Pervinca e un tè per sé.  Dopo le bevande calde provvedeva a lavare e vestire la signora per la giornata e infine, seduta in soggiorno, vicino alla grande porta finestra che dava sul giardino, leggeva il giornale alla signora cominciando dai necrologi, passando per la cronaca e approdando infine alla prima pagina e alla politica.

Dopo, provvedeva a sbrigare qualche faccenda di casa, preparava un pranzo leggero, metteva a letto la signora per un sonnellino pomeridiano e così di seguito, fra una piccola incombenza e l’altra, fino a sera e ad un po’ di tv.

Quasi tutti gli amici della signora Pervinca erano morti da un pezzo, e i pochissimi rimasti vivevano in case di cura o eleganti pensionati per anziani. Pervinca non aveva voluto optare per nessuna delle due soluzioni e, finché fosse stata lucida, sebbene pieni di piccoli acciacchi e quasi del tutto cieca, voleva continuare a vivere in casa sua con la fedelissima artritica Adele. Anche lei parte della generosa ”eredità” dei suoi genitori i quali avevano preso in casa Adele quando quella aveva solo quindici anni e, orfana di entrambi i genitori, viveva allora in un orfanotrofio gestito da suore.

Nessuna delle due si era mai sposata. Ma sembravano felici a modo loro. In sereno perfetto equilibrio fra le cose del passato e le cose che il futuro, sempre più corto, poteva ancora riservare.

E quella mattina, il futuro, fatto di sensi di colpa abissali, rapido deperimento fisico e pianti notturni di lì all’eternità, si presentò ad Adele dalla pagina della cronaca locale, dove campeggiavano le foto di un bell’uomo di mezza età e della giovane signora elegante dal cui carrello lei aveva sottratto il retino di scalogni la sera prima…

SFIORATA TRAGEDIA OMICIDA NELL’AMBIENTE “BENE” DELLA NOSTRA CITTA’.

E’ stato trasportato ieri sera tardi, poco dopo la mezzanotte, al pronto soccorso dell’ospedale delle Molinette, il noto docente universitario professore Marcello Ferrini che è stato accoltellato più volte dalla giovane moglie, Emma Ferrini, pare in preda ad un vero e proprio raptus omicida. Le lesioni, non gravi e giudicate guaribili in meno di un mese, sono state inferte con un coltello da cucina alla fine di una cena con amici a casa dei due coniugi, quando gli ospiti erano appena andati via. 

Già durante la cena gli ospiti, quasi tutti colleghi del docente, avevano avvertito una tensione crescente fra i padroni di casa. Tale tensione pare fosse dovuta al fatto che nella “ricetta d’autore”, piatto forte del pasto, mancasse un ingrediente fondamentale. I colleghi del docente, ancora tutti sotto shock per l’accaduto, hanno infatti dichiarato che da un po’ di tempo a quella parte avevano preso l’abitudine di preparare a turno ricette d’autore per ricreare l’atmosfera “culinaria” che si respira nei grandi capolavori della letteratura italiana e straniera, utilizzando solo ed esclusivamente gli ingredienti citati in tali ricette. Ieri sera era toccato alla giovane moglie del professore Ferrini preparare il “gigot d’agnello” (un ‘cosciotto d’agnello’, N.d.R.) gustato nel celebre romanzo di Flaubert Madame Bovary, la cui protagonista si chiama infatti Emma come la giovane signora moglie del professore accoltellato. Ma la signora Ferrini pare avesse dimenticato di usare lo scalogno e che per questo il professore avesse continuato a chiamare la moglie “Incompiuta”, proprio come la pietanza portata in tavola, e avesse continuato a deriderla durante l’intera durata della cena.

Da qui, dicono gli amici costernati, è forse nato un diverbio che è degenerato e che, lasciati i due coniugi soli, ha scatenato le furie omicide della signora Ferrini la quale ha prima accoltellato il marito e ha poi chiamato un’ambulanza.

Al momento, la giovane signora è anch’essa ricoverata in ospedale sotto un forte shock emotivo. A detta di qualcuno degli infermieri dell’ospedale pare che al momento del ricovero la signora non la smettesse di pronunciare frasi scollegate, ripetendo continuamente: “Inetta… ha ragione lui… non sono neanche stata in grado di ammazzarlo… sono proprio un’incompiuta… ho lasciato il lavoro a metà… e io non sono certo Beethoven, Schubert, Michelangelo… ”.

 

25 commenti Aggiungi il tuo

  1. Pervi Sundqvist ha detto:

    Un inaspettato colpo di scena , che solo chi sa entrare nell’ animo delle persone poteva immaginare. Anche i personaggi sono magnificamente caratterizzati.

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  2. Stefania Serio ha detto:

    Wow! Un racconto che ti tiene incollata fino alla fine! Complimenti all’autrice!

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  3. azzurropillin ha detto:

    Molto bello, soprattutto il passaggio in cui Adele decide di sottrarre lo scalogno dal carrello di Emma!

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  4. Maurizio Merlo ha detto:

    Un luminoso esempio di come la letteratura possa far riflettere sulla condizione umana e le sue cause.

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  5. maria ha detto:

    godibilissimo racconto.Illuminante, sotto molti aspetti, di certe realtà familiari..

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  6. Catia Boetti ha detto:

    Piacevolissimo racconto che fa riflettere. Sembra di leggere un racconto di Fruttero e Lucentini. Splendide le protagoniste, Emma e Adele, campionesse di pazienza entrambe.

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  7. Janna Carru ha detto:

    Di grande originalità, non trascura di descrivere col cuore, il tema della violenza psicologica sulle donne.
    Cercare l’approvazione e temere la critica di chi è considerato superiore, stare in disparte fino ad annullare se stesse.
    Poi basta un niente… uno scalogno!
    Mi è piaciuto molto.

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  8. Roberta Andreato ha detto:

    La canzone Combattente di Fiorella Mannoia sarebbe la colonna sonora perfetta per questo bellissimo ed intrigante racconto.
    Vorresti non finisse mai ed al contempo non vedi l’ora di vedere come va a finire

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  9. principotta ha detto:

    Che brava! Raffinata nei dettagli e trama intrigante! Mentre si legge si attende una ribellione finale; mi chiedevo ” Come uscirne? ” Hai trovato un bel turning point

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  10. Maria Grazia ha detto:

    Piacevolissimo racconto, originale ma che fotografa comunque una realtà familiare che non si vorrebbe che si verificasse mai!

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  11. Raffaella Poggi ha detto:

    Racconto molto bello, divertente. Davvero piacevole. Brava!

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  12. Adriana Donati ha detto:

    Bello, avvincente, mi è piaciuto molto!

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  13. Valeria ha detto:

    Un piacevole mix di letteratura, cucina e noir per ricordarci che sulla pelle delle donne non si scherza

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  14. Stefania ha detto:

    Complimenti all’autrice!
    E nella realtà della vita ancora troppi ” Marcello “! . 👍😊

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  15. Emanuele ha detto:

    Un racconto bellissimo che fa capire come la violenza sulle donne travalica le classi sociali e può annoiarsi ovunque.
    Molto “visivo”. Si legge come se si stesse vedendo un film.
    Bravissima l’autrice.

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  16. Emanuele ha detto:

    Un racconto bellissimo che fa capire come la violenza sulle donne travalica le classi sociali e può annidarsi ovunque.
    Molto “visivo”. Si legge come se si stesse vedendo un film.
    Bravissima l’autrice.

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  17. Cinzia De Grandis ha detto:

    Una storia scritta col cuore e con la testa. Molto ben articolata e che rende partecipi dell’angoscia di Emma. Una storia che rende possibile l’identificazione ora in uno ora in un altro personaggio perché l’autrice – bravissima – ha saputo cogliere l’umano sentire delle protagoniste coinvolte.

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  18. Maria Finotti ha detto:

    Non c’e fine alla violenza. Anche quella psicologica piu’ subdola, che lascia ferite non visibili. Meraviglioso racconto. Grandissima autrice.

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  19. Marinella ha detto:

    Bellissimo racconto che riesce a miscelare la storia di due donne, la cucina, la letteratura… tutto é descritto così bene che sembra di vedere un film o essere a teatro. Il fil rouge di tutto il racconto é peró la violenza psicologica sulle donne di cui molte donne sono vittima. Finale inaspettato. Complimenti all’autrice.

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  20. linda donati ha detto:

    Bravissima, Maria Concetta; attuale, purtroppo angosciante, nella sua riuscita, dettagliato, crescente di tensione, comunque sorprendente nella comparsa di Adele e dell’importanza del suo sfortunato ruolo. Confesso che avrei preferito Emma portasse a termine solo l’ultima impresa! Complimenti

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  21. Luigi Colomba ha detto:

    Complimenti per questo racconto che dà a noi uomini molti spunti di riflessione.

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  22. Donacarr ha detto:

    Eccezionale il ritratto di questa donna,continuamente dileggiata e oltraggiata da un uomo troppo tronfio e pieno di sè,fino all’inverosimile . Il racconto,purtroppo, rispecchia una realtà troppo diffusa e subdola. Complimenti all’autrice per lo spessore della trama!!!

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  23. Elisa ha detto:

    Il difetto atribuito a Emma da suo marito in realtà gli ha salvato la vita … ho trovato il racconto originale molto belli i riferimenti letterari purtroppo penso che descriva la realtà di molte famiglie

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  24. Paola ha detto:

    Un racconto davvero ben scritto,da leggere tutto d ‘un fiato. I personaggi sono dipinti con cura e le loro vicende creano empatia immediata. C è sempre un ironia melanconica di fondo che colora e rende più intenso il racconto . Il colpo di scena è davvero stupefacente. Mi ha ricordato i racconti di Oscar Wilde e anche a tratti i racconti di Edgar Allan Poe dove ci sono eventi fatali e determinanti come questi.
    Brava Maria Concetta aspetto il prossimo racconto.

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  25. Paola Pupilli ha detto:

    Secondo me la fine è affrettata ed irrealistica: non credo che in così poco tempo anche il migliore giornalista avrebbe potuto procurarsi il dettaglio dello scalogno. A mio parere sono invece veramente belli e ben costruiti tutta la parte precedente e l’incontro, mancato nella realtà ma realizzato nel vissuto, di due esistenze che sono state schiacciate dalla mancanza di una famiglia e che la società non ha saputo aiutare.

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