Erano affari loro di Cristina Giuntini

Honor Killings

Le sciabolate dei lampeggianti falciano l’oscurità della nostra piccola strada, come luci intermittenti di un enorme albero di Natale. Solo che non è Natale, adesso: siamo solo a Novembre, e non potremmo essere più lontani dal festeggiare. Anzi: la scena che osservo dai vetri chiusi, malgrado la presenza di un buon numero pubblici ufficiali e personale medico, mi appare inquietantemente muta. Saranno i doppi vetri, mi dico, ma mi rendo subito conto di avere pensato una sciocchezza. Sono io che mi sento estraniata, e mi sembra di guardare uno di quei film muti nei quali i personaggi si muovono come automi, in modo spento, meccanico. Il pianista deve avere fatto sciopero stasera, perché nelle mie orecchie non c’è nessuna musica: solo il vuoto totale.

Sono tutte affacciate alle finestre; le più sfrontate si sporgono dai balconi. Le vedo agitarsi, commentare, sicuramente a bassa voce, per una strana, residua forma di rispetto. Posso indovinare i loro argomenti: “Ma chi l’avrebbe mai detto? Un uomo così distinto! Una così brava persona! Davvero nessuno avrebbe potuto indovinare qualcosa di anormale.” Io resto asserragliata dietro ai vetri, in preda alla nausea. Ho rabbia per il loro atteggiamento, ma anche per il mio, perché non sono migliore di loro. Perché anch’io ho girato la testa dall’altra parte, mi sono tappata le orecchie, mi sono detta che, dopotutto, erano cose normali, comuni, che chissà quante famiglie le stavano vivendo nello stesso momento. Che non avevo alcun diritto di intromettermi, che ognuno imposta la propria vita personale e familiare come più gli aggrada, che la famiglia felice delle fiabe non esiste. Mi sono detta che non dovevo ficcarci il naso, che erano “affari loro”.

D’un tratto, vedo l’attenzione crescere sui visi di tutti: guardano verso il loro portone. Lui sta uscendo, a testa bassa, in manette, circondato dagli agenti. Indossa un paio di pantaloni neri, una camicia pulita e ordinata da bravo impiegato, una cravatta, ma ha i capelli in disordine e la barba vecchia di un giorno. Viene accompagnato con decisione verso una volante e fatto salire, poi l’automobile parte a sirene spiegate. Pochi istanti dopo, dal portone viene fatta uscire una barella. Un telo verde la ricopre completamente, lasciando solo indovinare il corpo che vi è disteso sopra. Posso percepire l’orrore che mi circonda anche senza alzare gli occhi, ma il mio viso e la mia mente continuano a rimanere insensibili, come inebetiti; è solo quando vedo sfuggire, da sotto il telo, quella ciocca di capelli castani, che sento la gola chiudersi, le ginocchia piegarsi, il cuore accelerare i battiti, e devo allontanarmi dalla finestra. Non devo vedere. Non devo sentire. Non devo pensare. Ma non posso. Quella ciocca si è già impressa nella mia memoria, e adesso è lì, ferma, inamovibile, a ricordarmi che questa volta non si tratta di un telegiornale, o di uno di quegli interessantissimi programmi di approfondimento che vengono sempre relegati in seconda serata. Questa volta non è un articolo di cronaca nera, una teoria, una statistica. Questa volta è successo accanto a me, nella casa di fianco alla mia.

Questa volta è Gabriella.

Ho ancora negli occhi un’immagine di quel giorno in cui, dopo tanti anni in cui quella casa era rimasta chiusa, sbarrata, desolatamente vuota, notai una finestra aperta. Guardando meglio, mi resi conto che qualcuno, finalmente, aveva acquistato quella graziosa villetta di un giallo canarino, ormai un poco sbiadito, e stava iniziando a fare i lavori del caso. Ne fui felice, soprattutto perché il freddo di quelle stanze vuote appoggiate alle mie, in inverno, si faceva sentire, e richiedeva una spesa maggiore per il riscaldamento. Quanto a chi l’avrebbe occupata, mi bastava che non disturbasse e non facesse troppo frastuono. Sperai che i nuovi vicini non avessero bambini eccessivamente piccoli e rumorosi, e che non avessero l’abitudine di mettere in funzione la falciatrice a motore la Domenica mattina alle sette. Per il resto, tutto andava bene.

Una mattina vidi una coppia parcheggiare l’auto davanti al cancello. Lui, moro con i capelli lunghetti e un accenno di barba, era un tipo distinto, in giacca e cravatta. Lei, abbigliata con semplicità, con un trucco impercettibile, portava i capelli castani raccolti in una coda bassa, e aveva un’aria malinconica. Mi salutarono con un cenno del capo, al quale risposi. Lui mi tese la mano, con un sorriso misurato. “Piacere, Guido. Sono il nuovo vicino. Mia moglie, Gabriella.” La sua voce suonò stranamente fredda, ma non vi feci caso più di tanto: dopotutto, non è sempre facile presentarsi a persone che non si sono mai viste prima, e con le quali sarà necessario avere a che fare per molti anni a venire. Risposi alla stretta con moderazione. Anche lei mi tese la mano. Notai in quegli occhi una luce timidamente curiosa, come una flebile speranza che si fosse accesa, e me ne sentii quasi disturbata: percepivo, da parte sua, come una muta richiesta, un atteggiamento che mi pareva sconveniente e invasivo, verso una persona appena conosciuta. Istintivamente, mi congedai subito con una scusa: non capivo dove quel suo sguardo volesse andare a parare, e in qualche modo sentivo che il mio piccolo mondo ne era minacciato. Rientrai in casa, chiudendomi la porta alle spalle con decisione, ma stando attenta a non sbatterla troppo, per decenza. Chiusa nel mio spazio personale mi sentivo al sicuro, ma quella sensazione di disagio non voleva abbandonarmi: perché Gabriella mi aveva guardata in quel modo? Che cosa voleva da me? Mi imposi di non pensarci.

Gabriella non lavorava, mi informò subito Gilda, l’unica casalinga fra noi vicine. La vedeva ogni giorno spalancare le finestre di casa e dedicarsi alle pulizie, con aria seria e diligente. Verso le undici la incontrava al mercato, ma Gabriella non si fermava a parlare con nessuno: visitava un paio di banchi, giusto per compare frutta e verdura, e poi si avviava nuovamente verso casa, da sola. Una volta, per essere gentile, Gilda aveva provato a chiederle il numero di cellulare per inserirla in un gruppo WhatsApp, ma lei, arrossendo, le aveva risposto che aveva solo un vecchio cellulare e lo usava esclusivamente per le emergenze. Niente smartphone? Gilda aveva scosso la testa. Al giorno d’oggi, come si sopravvive senza smartphone? “Forse non le interessa” commentai io, indifferente. “Se non è iscritta a Facebook o a Twitter, lo smartphone è una spesa inutile. Le basta il suo cellulare!” “Ma se le succede qualcosa mentre va al mercato?” “Può sempre telefonare a suo marito: mica è necessario avere WhatsApp! E poi, cosa vuoi che le succeda, in pochi minuti?” Gilda alzò le spalle, rassicurata da quella facile logica. “Comunque, beata lei che può permettersi di stare a casa!” aggiunse Loredana, con un sospiro. “Ha una gran fortuna!” commentai. Gilda annuì.

Gabriella non possedeva un’automobile: a quanto mi diceva Gilda, non usciva mai durante la giornata. In effetti, notai che lei e Guido non facevano neppure grande vita di società: la sera, l’auto di lui non si muoveva dal suo posto, e non una volta mi capitò di notare qualche coppia di amici in visita a casa loro. Tanto meglio, mi dicevo: meno problemi di parcheggio. Indubbiamente si trattava di gente bizzarra, ma erano affari loro. Non tutti, mi dissi, amano fare vita di società, e spesso è meglio non avere amici che essere circondati da persone false e approfittatrici. Io stessa ne avevo avuto esperienza, in passato: forse anche Guido e Gabriella avevano subito qualche cocente delusione. Non c’era da stupirsi, in quel caso, che si fossero chiusi a riccio su loro stessi.

Non mi scomposi più di tanto neppure quando, passando accanto alle loro finestre, vidi Guido strappare il cellulare di mano a Gabriella e iniziare a esaminarlo: un leggero eccesso di gelosia, o forse gli serviva un numero ed era nervoso. Affari loro. Del resto, cos’era tutta quella storia della privacy? Privacy fra marito e moglie? L’unico scopo che potesse avere era quello di favorire eventuali tradimenti. Se si condivide tutto, non ha senso nascondere all’altro con chi si sta comunicando, no? E se Gabriella era a posto con la sua coscienza, non doveva avere niente da temere. Se poi non lo era… beh, una sfuriata se l’era andata a cercare.

Una sera li sentii litigare. O, meglio, fu la voce di Guido che si fece sentire. “Puttana! Ti ammazzo!” Rimasi a bocca aperta. Un uomo educato, tutto d’un pezzo, che si abbandonava a espressioni del genere? Incerta sul da farsi, esitai, ma dopo alcuni minuti le grida cessarono. Mi tranquillizzai: uno scatto di nervosismo, mi dissi. Del resto, la rabbia tira sempre fuori la parte peggiore di noi, e ci abbassa al livello degli animali. L’importante è sfogarla nel giro di poco, e tornare poi quelli di prima. Il silenzio che sentivo dall’altra parte del muro mi confermava che era tutto a posto. Rinfrancata, accesi il televisore.

Il giorno dopo restai a casa dal lavoro: avevo qualche linea di febbre. Mi soprese il suono del campanello, e mi meravigliai nel trovarmi davanti, invece del postino o di un venditore ambulante, proprio Gabriella. “Scusa…” mi chiese con un debole sorriso, “non avresti per caso un poco di caffè decaffeinato? Ho scordato di comprarlo, e Guido s’inquieta se non lo trova…” Abbassò gli occhi, con aria imbarazzata. Mi fece un poco di tenerezza: non doveva vergognarsi, di mariti esigenti è pieno il mondo. “Certo” risposi, “vuoi entrare un attimo?” “No, no” fece, guardandosi nervosamente attorno. “Scusa, ho fretta…” Iniziò a torcersi le mani e a mordersi le labbra, visibilmente a disagio. Le porsi il caffè. “Ma tuo marito…” “Sai come sono gli uomini, bambini viziati.” tagliò corto, sempre più nervosa. Fu allora che notai il livido sulla sua spalla. Lei colse il mio sguardo. “Questi sportelli sempre aperti, ci si sbatte contro… Fastidioso, vero? Ciao” e sparì in un attimo, lasciandomi allarmata e dubbiosa.

Cercai di scacciare il pensiero, ma la vista di quel livido non mi usciva dagli occhi. Inevitabilmente, la mia mente lo legò al litigio che avevo involontariamente ascoltato la sera prima. Possibile che fosse stato Guido? Ma no, Gabriella aveva detto di essersi fatta male sbattendo contro uno sportello. Eppure… Ripensai agli articoli che avevo letto, ai programmi che avevo visto. Non era forse vero che, di solito, la vittima tendeva a inventare scuse per difendere il suo carnefice, anche negando l’evidenza? “Succede nelle migliori famiglie, si litiga” commentò Gilda, quando tirai fuori l’argomento. “E non si chiama mica la polizia solo perché due alzano la voce!” incalzò Loredana. “Giusto, sono affari loro!” “E poi guarda” aggiunse Gilda, indicandomi un ragazzo carino che stava uscendo da casa di Gabriella, salutandola con due baci sulle guance. “Mi sa che la nostra Gabriella non è una santarellina!” “Magari il marito ha le sue buone ragioni, se le tira uno schiaffo ogni tanto…” Rimasi un poco interdetta, nel vedere un ragazzo dai capelli neri, giovane e sorridente, salire in auto e allontanarsi. Possibile che Gabriella tradisse Guido? Non mi sembrava davvero il tipo. Eppure… Ma, se anche fosse stato così, Guido sarebbe stato forse legittimato a picchiarla? Non ne ero convinta, ma sorvolai. Non mollai, però, la presa: “L’ha chiamata puttana, ha urlato che l’avrebbe ammazzata!” “Eh! Si dicono tante cose, quando si litiga! Non l’avrai preso sul serio?” “Ma figurati, se dovesse essere vero tutto quello che urlo dietro a Mario quando mi prendono i cinque minuti, a quest’ora sarei in galera!” “Una cosa sono gli sfoghi, la concitazione del litigio, un’altra è la realtà del loro rapporto!” Argomento chiuso, per Gilda e Loredana.

Nei giorni seguenti, le liti si intensificarono, sia come frequenza che come gravità. Io restavo sul filo del rasoio, indecisa se intervenire o lasciare che fossero “affari loro”. Ma questa sera, qualcosa nel tono di Guido, mentre urlava “Stavolta ti ammazzo sul serio!”, mi ha dato una scossa. Non so cosa ho percepito nel tono della sua voce: so solo che è stato come ricevere uno schiaffo in pieno viso. Questa sera qualcosa dentro di me si è rotto, e ho finalmente trovato la forza di afferrare il telefono, comporre il numero della Polizia e chiedere aiuto.

Troppo tardi. Una volta di troppo. Ho atteso una volta di troppo, e ora sono qui, divorata dai miei sensi di colpa e dalla mia incapacità di capire quello che stava veramente succedendo.

Sono tornata davanti alla finestra, anche se ormai la strada è deserta e le altre sono rientrate tutte in casa. Anche Gilda, anche Loredana, che adesso, lo so, staranno sicuramente parlottando al telefono, inventandosi autogiustificazioni. D’altronde, che avrebbero potuto fare, loro? Gli affari di famiglia sono affari di famiglia, tra moglie e marito non mettere il dito… E se poi Guido si fosse vendicato su loro due? No, no, è stato giusto così, erano affari loro…

Getto un ultimo sguardo in strada, scostando appena la tenda e stringendo i denti per non cedere al pianto, e d’improvviso lo vedo: è il ragazzo carino che veniva a fare visita a Gabriella. E’ seduto in terra davanti alla sua casa, con il viso disperato, bagnato di lacrime. D’istinto mi precipito

fuori dalla porta: non mi importa se mi respingerà, se mi dirà di farmi gli affari miei. Questi sono affari miei, anch’io ne sono coinvolta. Voglio dirgli che sono colpevole, che non ho attenuanti, che Gabriella è morta per colpa mia e della mia assurda indifferenza, anche se alimentata da quella di chi avrebbe dovuto, invece, sostenermi e aiutarmi.

Mi avvicino in silenzio. Alza lo sguardo su di me, inizia a parlarmi come se mi conoscesse da sempre. “Lui non voleva che ci vedessimo, ne’ che ci sentissimo. Le aveva fatto terra bruciata intorno… Lei mi diceva, non ti preoccupare, sono fisime, passeranno, sto bene, e riusciva anche a sorridere… Io pensavo, va bene, in ogni famiglia si litiga, è normale, succede, sono affari loro…” Si nasconde il volto fra le mani. Io non riesco a parlare: non so cosa dire, cosa fare, come comunicare con lui. Lui che, con questa famiglia, non c’entrava niente, ma che, sicuramente, ha amato Gabriella più di quanto non abbia mai fatto suo marito. “Avrei potuto intervenire, e non l’ho fatto. Non ho voluto ammettere che potesse succedere a lei. Non ho saputo salvare mia sorella.”

Resto senza fiato. Sua sorella! Mi sento invadere dalla vergogna: eravamo talmente prese dal trovare una giustificazione alla nostra indifferenza e alla nostra codardia, che non ci è venuto in mente che quel ragazzo che la andava a trovare ogni giorno potesse averne un motivo innocente. Quel ragazzo che ora è qui davanti a me, distrutto. Quel ragazzo che era suo fratello, e che non ha saputo salvarla da un orco legalizzato, che non ha saputo ribellarsi a quello che era legittimamente suo marito. Quel ragazzo che, come me, ha pensato che fossero “affari loro”.

Mi siedo accanto a lui, e lo abbraccio. E’ il momento di tacere. Poi, verrà quello di parlare. Per Gabriella è troppo tardi: per qualcun’altra potrebbe non esserlo, se grideremo al mondo che no, non erano e non sono “affari loro”.

Sono affari nostri. Di tutti noi.

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