Ghiaccioli per i talloni di Michele Veschi

1017 - ECHOS

“Mi ha costretto mia nipote a scrivere qualcosa, di pugno dice lei. Se dev’essere di pugno perché poi me lo corregge? Però la voce deve rimanere la mia, su questo è stata irremovibile. Comunque sia abbiamo pattuito di registrarlo. Lei fa le domande e io rispondo.”

“Pasqua 2002. Vai nonno.”

“Mia nipote non mi ha interrotto perché è rispettosa e di parola… le strizzo l’occhio e lei ferma la registrazione, ma è e rimane il dodici Agosto duemiladue, il primo giorno dopo le mie dimissioni dall’ospedale, ma a me piace ricordarmi, se dovesse essere l’ultima volta, di quando siamo tutti insieme, in famiglia. Quindi Pasqua 2002 e andiamo sul sicuro. Avanti… registriamo.”

Dovrei sentirmi un eroe perché mia moglie, con occhi spalancati, racconta per l’ennesima volta a nostra nipote che mi si poteva infilzare uno spillone nei talloni e non avrei sentito nulla?

In Russia era diverso. Venni a sapere solo dopo sessant’anni e da un libro, che il nono battaglione Julia, il mio, fu quasi sterminato. Il mio camion per l’inferno non aveva il pieno di benzina, così rimasi fuori dalle grinfie di quel birbaccione di Caronte. “Si, birbaccione, va bene così e non voglio interrompermi. Continua a registrare, per favore.”

Sono salito su quello per il mio paradiso su questa lotteria di mondo che avevo venticinque anni. C’erano anche più piccoli.

Recuperavo lucidità perdendo la causa di quale fosse la realtà, nuda e maledetta di quelle terre che offrivano solo neve e sangue e qualcosa per buttarle giù nello stomaco. Ci drogavano, ma la droga più forte, quella che mi ha permesso di andare avanti e di tornare…”

“Sia chiaro, non sto dicendo di drogarsi, questo voglio…”

“Nonno, questo non centra niente. Tranquillo.”

“Beh, che volete o no, io lo dico. A quel sorriso di mia nipote non saprebbe resistere nessuno. Io, no di sicuro.”

“Dai… riprendi. Non devi dire ogni respiro. Concentrati sulla testimonianza, lì devi sentire i respiri.”

“Oh, ne sentivo, ne sentivo, non sai quanti…”

“Nonno lì, lo so che è duro, ma torna lì. Lo hai chiesto te, no? Lì.”

“Lo sai quante volte me lo ha chiesto tua nonna?”

“Vai.”

… E’ stato quello che mi ha permesso di tornare con il solo udito compromesso, era la mia famiglia. Era mia madre che persi troppo presto, pochi giorni dopo la mia nascita. Non mi sarebbe successo niente, lo disse più volte la sua voce, quei pensieri verso di lei mi hanno tenuto in vita. Mi sostenne nei giorni otturati dall’aspettare in eterno, un mostro che non si può governare, per il solo lurido motivo che il tempo non esiste, in quelle vallate tutte uguali.

Poi non vennero più ordini e non vennero più a distribuirci quelli che mi piaceva chiamare “bombardoni”. Iniziai a vedere che le vallate rimanevano lo stesso sterminate, ma il nemico da trucidare era “solo” la volontà di divorare chilometri per tornare a casa, da quella che sapevo sarebbe diventata mia moglie. Me lo disse di nuovo mia madre o, forse, l’ho solo immaginato. Comunque sia, mi disse, che le promesse si mantengono, come non si rifiutano i regali, e il mio sarebbe stato il ritorno a casa tra le braccia di quella ragazza che è diventata la nonna di mia nipote.

“Sei sicura che va bene? Si capisce che mia madre era un mio pensiero? Anche se sono sicuro che era la sua voce, non l’ho mai sentita, ma una madre…”

“Nonno… si capisce, se lo racconti bene. Senza fermarti.”

“Valle a dire qualcosa… riprendi, va.”

Feci una specie di patto: come si fanno tra bambini. Incrociai il mignolo con quella che era l’ombra o l’anima che dir si voglia di mia madre, così non potei più tirarmi indietro. Un matrimonio che mi aspettava e la ritrovata poca lucidità che rimetteva in sesto le mie gambe gelate, mentre, più che probabile, avevo già perso parte della mia sensibilità ai talloni.

Di nuovo la voce, questa volta la mia, che si era affacciata, la mia vera voce di speranza che giaceva da troppo tempo e mi disse che non avrei mai sofferto di calli. Sorrisi, quel sorriso per cui mia nipote va pazza e quel sorriso che metto sempre più volentieri in tutte le mie, le nostre foto di famiglia, considerato che potrebbero essere le ultime. Non si sa mai: intanto cerco di non dimenticarmi di come si sorride.

“All’epoca pensai…”

“Come se fossi lì, nonno.”

“Con mia nipote non serve a niente il broncio. E’ dritta quanto il nonno (mi ha sorriso come faceva quand’era piccolina, lo dico a bassa voce se no chi la sente!). Riprendiamo. Un’altra volta.”

Prima o poi mi seppelliranno, ma non ora, non senza un nome in un posto in cui mi hanno sbattuto a forza e con tutto il lerciume che mi porterò addosso forse per sempre. Quel che è peggio è avergli visto prendere vita, come una vita propria davanti a me.

“Andiamo avanti.”

“Io non ho fermato.”

Iniziai a camminare e feci un cerchio su me stesso. Da quel cerchio sono partito a pensare che ero di nuovo io stesso a poter decidere quello che mi sarebbe capitato. A dover decidere. Iniziai lì per sparire da un territorio che non mi aveva fatto nulla, ma che io non avevo mai desiderato, pur ammesso il mio desiderio di giocare tra la neve come tutti i bambini di questo mondo. Non da prigioniero, però.

Tentennai per il solo motivo che non ero ancora troppo abituato a non ricevere ordini. Attesi, forse un paio di ore (chi può saperlo?) a pensare se tornare indietro o meno, poi il miraggio e non ebbi più dubbi.

Ero fradicio, ma ad attendermi si era materializzata (con il binocolo da ricognizione) una figura non proprio longilinea, quella che ribattezzai la mia mamma russa.

Non seppi mai il suo nome, ma sono certo che a spingermi fin là, sia stata la mia madre biologica, Ginevra. Povera mamma sarebbe stata tanto felice di vedermi crescere. E io dovevo crescere.

Feci per sputare quella cortina di gelo che mi decimava da troppo tempo le papille gustative e cercai di tirare uno sberleffo all’aria, gemendo una sorta di bofonchio che nelle mie migliori intenzioni era un “Ginevroska” in onore a quella che vidi, sempre con il binocolo, essere una donna che tendeva alla pinguedine. Affrettai quello che restava delle mie forze e cercai di non fermarmi per non congelare del tutto. Non ero più solo in quelle terre sporche di sangue che ora sembravano volgermi un timido inchino di benvenuto. La signora aveva una mano che guardava l’orizzonte, ma gli occhi andavano ben oltre. Quegli occhi azzurri (ora era molto più vicina) che non poterono non ricordarmi mia madre, accennati solo dai racconti di mio padre, prima di finire in lacrime congelate per l’ennesima volta. Avevo più forza e, del tutto inconsciamente, credo, la trasmisi anche a quella povera donna che, spero di sbagliarmi, cercava suo figlio in quelle terre, per lei di casa, divenute tutt’un tratto inospitali e distaccate.

La donna tremava, ma era decisa. Le sue mani mi indicarono dove potermi prendere una boccata di vera aria non ancora intrisa di certi intrugli di cui solo l’uomo può essere capace. Entrai. Mi accorsi quasi subito che la signora “Ginevroska” non era più alle mie spalle. La casa ronzava di solitudine, ma era una casa.

Non ebbi nemmeno il tempo di preoccuparmi che la donna riapparve quasi subito, anche se per un attimo pensai di essermi addormentato in piedi e sentii crescere in me il desiderio di chiederle che giorno fosse. Non feci in tempo e non per la differenza di lingua. La signora “Ginevroska” si era presentata con una pila di abiti in mano e non esitò a farmi capire che erano diretti a me, a quello che fino a qualche istante prima era considerato un relitto. Come poteva, una sconosciuta, offrirmi abiti nuovi, civili, che magari erano appartenuti al suo figliolo? Quello stesso essere umano che io non conoscevo affatto e che magari avevo aiutato a finire all’ombra desolata del proprio sangue? La signora non ammise repliche e fece molto di più. Con la sua insistenza mi trovai quella pila di abiti in mano e, come il più fedele dei pulcini, a seguirla verso la via che mi stava indicando con insistenza, voltandosi ogni qualvolta avesse appena terminato la volta precedente. Tremava di paura, ma era decisa.

Non osservai nulla, non ne ebbi il tempo né la volontà. La mia inerzia era seguire quella donna piuttosto robusta senza chiedere. Mi sentivo alquanto tranquillo, come non osavo credere da diversi mesi, forse anni. Ad un certo punto ebbi la fitta che la mia Rina…

“Nonno devi dirlo chi è Rina, tu lo sai che è nonna, ma chi ti ascolta…”

“Anche stavolta cosa posso dire… lasciamo… però hai fermato?”

“Vai.”

“Riprendiamo.”

“… che la mia Rina, mia moglie, non stesse più aspettandomi per farmi avere il privilegio di diventare mia moglie.”

“Mi sono ingarbugliato, ferma.”

“Nonno… Vai.”

Ecco perché riuscivo solo a seguire quella donna senza voltarmi a guardare dove avevo appena messo i miei piedi gelati.

Aggrottai le sopracciglia in un disperato bisogno di farlo, proprio l’attimo prima che la donna si fermò. Credo di aver capito subito che si trattava di una specie di garage o qualcosa di simile. Era largo e spoglio per quanto era stretto il corridoio per arrivarci. Le sue braccia forti insistevano perché io scoprissi cosa ci fosse sotto quel telone e, per un attimo, tornai ad avere paura. Se ne avevo! Mi convinsi troppo presto che ci fossero dei nemici che da lì non potevano certo mancarmi. L’altra idea però la surclassò: c’era una tavola a due piani dove mi sarei strafogato senza nemmeno chiedere il permesso, oppure l’ultimo dei dinosauri che potevo spolparmi da solo.

“Quello ho…”

“Nonno…”

Ero forse egoista, ma non credo m’importasse poi molto. L’idea del pollo enorme cercò di farmi sorridere, salvo poi ritornare nella realtà, grazie all’insistenza della mia benefattrice. Con le forze rimaste mi avvicinai al telone e mi sforzai di pensare che il super pollo stesse riposando, se ancora non aveva emesso nessun rumore.

Ci misi un attimo in più, perché mi voltai verso quella povera donna così in pena per qualcuno che, forse, avrebbe dovuto aspettare per sempre. Di nuovo quegli occhi azzurri che richiamavano comprensione e volontà di mettermi fretta: diedi il primo strattone. Sentii una fitta alla spalla destra, e d’istinto, la guardai: c’era ancora e non era affatto poco. Diedi un altro strattone e il telo che sovrastava quello che per me era ancora un mistero, iniziò a cedere. E io iniziai a capire. Al terzo, poi al quarto e l’ultimo, il quinto, dopo che avevo cambiato spalla, non mi concedeva più nessun dubbio: un camion. Potevo scappare e non m’interessai più di polli giganti o chissà cos’altro. Ero libero di tornare a casa, nel tempo che solo io potevo decidere di impiegarci.

Mi voltai verso la donna. I suoi occhi azzurri sembravano anche più lucenti e anche più intenti a mettermi in guardia. Il camion era su delle assi di legno e dovevo salirci da solo. Penso perché altrimenti avrebbe lasciato delle tracce, mah… non lo chiesi. Esitai forse di una misura per il tempo, una misura che non hanno nemmeno ancora scoperto. Mi arrampicai su quelle assi ben oltre le agilità di un qualsiasi felino e, non appena potei raggiungere il posto di guida, diedi una nuova occhiata a quella povera donna che stava già salutando quel ragazzo che nemmeno conosceva. Sali con me “Ginevroska”. Sali con me e ti porto a casa. Quando mi bloccai: la sua casa era lì e c’era suo figlio, o suo marito, o tutti due, o altri figli che magari io per qualsiasi scherzo appurato di fisionomia, gli ricordavo. Non poteva partire e d’improvviso mi ritrovai solo, quando aprii la porta del camion per farle capire le mie intenzioni. Non capivo più nulla. Ma volevo tornare e dovevo crescere.

La richiusi. Un nuovo sorriso uscito da non si sa dove mi ricordò che non mi ero ancora cambiato, non appena appoggiai i vestiti al posto del passeggero. Avevo fatto tutto con una mano!

“Non guardarmi così: è vero!”

“Io non ti sto guardando così.”

“Andiamo avanti, va.”

 Non scesi dal camion e non sarei sceso per nessun motivo. Mi cambiai in un attimo, sentendo di nuovo la spalla che fece uno strano cigolio, ma non era nulla, mi dissi. Avevo il camion.

Le chiavi erano già pronte, come se la poveretta voleva partire lei stessa, ma quella era la sua casa. La guardai un’altra volta e, di nuovo, ricevetti in dono quegli splendidi occhi azzurri che per l’ennesima volta non ammisero repliche. Quella donna voleva piangere un addio che, se non altro, poteva vedere. Talloni permettendo dovevo partire e in fretta.

“Adesso cosa c’è per guardarmi in quel modo?”

“Niente, niente. Tu a venticinque anni e in quella tragedia pensavi così?”

“Quella era la normalità. Oramai, per me, oramai…”

“D’accordo ho capito. Vai avanti e scusami, nonno.”

Restai stupito, quando vidi davvero il volante che era dalla stessa parte di come me lo ricordavo nella mia Italia, la mia patria distante che portava in grembo colei che sarebbe diventata mia moglie. D’un tratto ero di nuovo sicuro che lei mi stesse ancora aspettando. Misi in moto senza esitazione. Il rombo era il più bello che potessi immaginare e vidi la donna aprirmi in tutta fretta il portellone di quello che sembrava un garage: avevo strada libera, qualcosa me lo sarei inventato e non m’importava come.

Fuori da quelle mura che avevo tanto desiderato per troppo tempo, mi sentii di nuovo solo. Durò un lampo. Il motore del camion era a pieno e la velocità non era certo quella che poteva considerarsi da crociera (per quanto si potesse accelerare tra la neve!). Pensai anche che il rischio di farmi vedere era maggiore lì che da altre parti, ma quel camion non sarebbe scivolato lontano da me per nessun motivo al mondo. Calzai sul pedale dell’acceleratore e davanti a me c’era solo bianco. Tutto bianco e qualche lampo seguito da una serie di detonazioni che non presagivano nulla di buono. Fin quando vidi una specie di sagoma, troppo lontana per decifrarla. Si fece più grande e non avevo dubbi: era un uomo, poi un altro, ancora uno, fino a che non riuscii più a contarli. Non potevo fermarmi, se non per i primi che misi con me in cabina, e non avevo certo il tempo di stringere a tutti le mani. Potevano essere chiunque. Qualcuno, sfinito, si attaccò nella disperazione al retro (avesse avuto un rimorchio!) e lo specchietto che mi permetteva di vederli lo benedissi innumerevoli volte. Fin quando finii per maledirlo, per il contrario. Un occhio a guardare la strada (se potevamo chiamarla a quel modo) tutta troppo uguale e l’altro verso lo specchietto retrovisore, quel maledetto che mi permetteva di vedere qualche corpo troppo straziato che non si permetteva di reggere e cadere per sempre in quella neve che maledissi almeno quanto lo stesso specchietto. Non avevo più lacrime.

Andare oltre, sarebbe chiedere troppo ai miei desideri di trovare altre lacrime. Posso solo raccontare queste righe di un rinnegato, mentre le mie ginocchia tengono a cavalluccio mia nipote Serena. Il matrimonio tutto benissimo, anche se quella parte di patto, per cui lo stesso giorno del mio matrimonio avrei avuto febbre e un ginocchio gonfio, che mia madre Ginevra, la mia madre biologica, aveva stipulato dandomi salva la vita, non devo averla sentita. Colpa dell’udito compromesso tra la neve che mi produce sempre un pianto secco o che avessi chiamato madre troppe volte una benedizione come “Ginevroska”? Nel dubbio, presi a chiamarla Julia, così il mio battaglione vive ancora.

“Quanto parlava bene nonno, cocca di nonna.” Nonna fece una pausa, una pausa che sentiva il suo cuore, il suo soltanto. “Pensare che gli ho insegnato io a leggere e scrivere, lui aveva la seconda elementare… dopo, pensa…”, fece due occhi tanto: “… dopo scriveva le lettere per gli altri, quelli in guerra, quelli che erano in guerra come lui.” Le scese una lacrima che mi sembrò pesantissima.

Annuii e basta, cosa potevo dire.

Nonno ci aveva lasciato quattro giorni dopo aver registrato quella testimonianza che io ho modificato per far piacere alla nonna (comunque l’ha letto benissimo, povero nonno), ma sono certo che lei lo sappia. Lo capiscono i suoi occhi, lo capiscono le sinergie che aveva con nonno, non le importa sapere altro e forse non le importa nemmeno chi era quella donna che ha contribuito a riportarglielo a casa. Le persone di allora non si credevano eroi, ma solo costretti ad andare avanti. Non è granché, eppure ci andavano.

Ora nonna è in ospedale e la situazione non è certo delle migliori. Mi sembra che le abbia fatto piacere e spero che il dolore, anche solo per un attimo, sia diventato un alleato e l’abbia lasciata in pace.

“Vieni da nonna, cocca.” Me lo disse come una bambina.

“Nonno ha fatto la guerra anche…” mi si spezzava il cuore a vedere quanto si sforzasse di ricordare i luoghi dove il nonno era stato spedito. Le si spezzò la voce e fece una smorfia: “Il gatto come sta?”

“Bene. Ti cerca, nonna.” Non sapevo cosa dirle, ma credo di averle risposto in modo abbastanza convincente.

Guardò dall’altra parte, verso destra dove c’era la porta d’ingresso della stanza, fece un sorriso, tornò verso di me, che le stavo di fianco, con quei suoi occhi marroni e acquosi resi ancor più grandi dalle spesse lenti. Dall’altra parte, dove non c’era nessuno, fece un altro sorriso, chiamando Firmina, che era la mia bisnonna, poi si rivolse di fronte a sé, sibilando un Gino, il suo eroe, il suo uomo tornato da lei oltre settant’anni fa.

Quattro giorni dopo si spense. Sollevata.

Rigirai tra le dita più volte (attenta a non sciuparlo) il tesserino che ogni anno gli spedivano gli alpini: Nono battaglione Julia. Il suo reggimento.

 

Mio nonno ha combattuto anche in Albania e Francia orientale, sono convinta che nonna non avesse voluto dirmelo perché non voleva infastidirmi, ma le sarebbe piaciuto ascoltare, di nuovo, la voce del suo eroe. Di suo marito.

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