I frantumi dello specchio di Michele Veschi

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“Ivi, la legge è fatta!” Esclamò Costance, una ragazza snella con degli occhi grigi vivacissimi.

Ivonne non rispose.

“Ivi, me l’ha detto il dottor Davin, avrai un processo e, molto probabile, te ne potrai andare subito!” Squillò la vivida soddisfazione della sorella minore. La ragazza proseguì, mantenendo tutto il suo entusiasmo: “Magari nemmeno te lo fanno il processo, Ivi! E’ legge di poco fa, la violenza sessuale contro le donne, c’è una giustizia Ivi, lo capisci?”

Ivonne non rispose nemmeno questa volta.

“Ivi! Si può andare in galera fino a dieci anni.” Tra le note d’entusiasmo della ragazza si poté ravvisare un lieve trasalire, dovuto alla parola che significava reclusione.

“Ma era mio marito…” Disse macilenta Ivonne.

Costance interloquì soddisfatta: “Era, Ivi. Era.”

Ivonne non disse nulla, lasciò che un sussulto parlasse per sé.

“Te lo ricordi quando eri la prima della classe, la più alta, Ivi?” proseguì con lieve imbarazzo: “non facevi altro che ripetermelo!” Costance aveva l’entusiasmo di una bambina.

“Ora sono sotto terra. E me lo merito.” Ivi rispose stanca, senza apparenti note di entusiasmo. Prese le sue gambe slanciate tra le braccia e tentò di dondolarsi. Se le sentiva di pietra e il suo sguardo era un ritratto crudele di sofferenza.

Quella reazione della sorella Costance però non se la sarebbe mai aspettata. Alzare la voce e battere i pugni al capezzale del suo letto e subito dopo era tornata la mite sorellina di cui aveva sempre avuto stima e protezione. Già protezione. Non sapeva darne a lei, come poteva prendersi cura della sorella? Non certo da un letto del reparto psichiatria o “mattatoio” come lo chiamavano le ospiti. Se erano in grado di parlare. Per fortuna l’altra ospite della stanza era stata trasferita altrove.

Ivi ce la faceva, ma le parole, ogni singola sillaba era per lei una pietra che, in orizzontale, dallo stomaco doveva rotolare fin fuori dalla bocca. Era maledettamente difficile da sdraiata. Tuttavia la presenza di Costance le creava sempre un certo sollievo.

“Vuoi darti una svegliata? Non è stata…” Ivi pensò a fatica che fin quando la sorella avesse continuato con quel tono insolente, non avrebbe ascoltato neanche una parola di quello che diceva o avrebbe detto. Eppure era quello che non diceva a farle più paura. Riattivò l’orecchio proprio quando Costance terminò l’ultima parola: tua!

Ivi sentì dei cristalli nel cuore, nell’anima e in tutte quegli organi che per lei erano diventati solo delle suppellettili, nemmeno poi tanto graziose a guardarsi. Tua, tua, tua, tua… la cantilena che gestiva  melanconico il suo cervello.

“Fra poco arriva il dottore, lui ti piace, non è vero, Ivi?” Se c’era una condotta, un banalissimo atteggiamento che Ivi, nella sorella, sopportava anche meno dell’insolenza, era proprio la civetteria. “Lei non è così…” strinse i pugni, accorgendosi che le facevano un male dell’altro mondo. “Eppure… eppure…” si disse, in un qualcosa che assomigliasse a un pensiero lineare, che era proprio per quello che si trovava lì. Si alzò di scatto e, trovandosi seduta, si diede uno slancio nel tentativo di arrivare alla guancia della sorella minore.

“Costy…” non disse altro, ritirò la mano che ancora le friggeva e la mise sulla sua fronte. Era madida di sudore.

“Avanti arriva il dottore, avanti… dammene uno anche nell’altra guancia… potrò sempre dire di essermi truccata, avanti…” se dopo quell’esortazione Costance disse altro, Ivi non lo sentì. Un’esortazione era già molto più di ciò che potesse desiderare una vittima del proprio marito. Per un attimo non ricordò nemmeno il suo nome e gli angoli della bocca le andarono verso l’alto, in un sorriso che aveva dimenticato potesse esistere. Per ora era una specie molto timida, ma era già qualcosa. Si diede una scossa come la precedente e la sua mano finì pesante nell’altra guancia di Costy.

“Non mi ero mai truccata così bene.” Disse canzonatoria la sorella, che si stava tenendo la guancia destra.

Si, aveva due belle fragole rosa nelle gote, che potevano anche passare per couperose. Ivi e Costance sorrisero insieme per la prima volta dopo… Dopo quando?

Erano due mesi, sessanta infiniti giorni che Ivonne Reucini erano finita sotto l’occhio vigile della cronaca nazionale. Lei era il primo caso accertato della fine della violenza sessuale contro le donne, ora dietro c’era una persona e non più una morale.

“Come si sente, Ivo…”

“La chiami pure Ivi, dottore. Mia sorella non le terrà il muso, quel bel musetto da lepre che…” di nuovo Ivonne non sentì più nulla di quello che disse la sorella. Era tornata la sciocca civettuola che non sopportava. O forse si? Quanto le era cara e quanto importante era stata per lei in quei terribili sessanta giorni fatti di soli occhi critici. “Senza Costy non ce l’avrei mai fatta…” a quel pensiero le si materializzò un volto familiare. Era il volto della madre, della loro madre, abbandonata solo per aver deciso di contestare al proprio marito, dove mettere la loro casa. Mettere… le risuonò strano e forse lo capì solo allora che sua madre era stata messa al bando per una morale incredibilmente sciocca. La sua testa era ancora rigida e non riusciva a trovare un termine che la soddisfacesse. Fece una smorfia contenuta per la presenza del dottore. Quello era il termine giusto, era proprio quello, ma non per la madre, per lei!

“Quante domande mi faranno ancora, dottore… cosa dovrò aspettarmi?” Non essendo più abituata a ragionare, Ivonne lo chiese terribilmente atona.

“Mi chiami pure Alfred…” la sua voce calda fece una pausa. Quel medico che l’aveva in cura la stava guardando attraverso i suoi occhiali sottili, che nascondevano ben poco dei suoi occhi grigi e delicati. “Mi piacciono e non devi vergognarti.” Si disse la donna mentre strinse leggermente i pugni in modo che nessuno poté notarli.

Alfred Davin se ne accorse, come se ne compiacque Costance. Il dottore si affrettò a dire: “Questo non la deve preoccupare, Ivi. Lei è già stata molto coraggiosa…” cambiò tono e Ivonne non avrebbe mai saputo come definire quel miscuglio di emozioni che provò in quell’istante. “Verranno a farle qualche altra domanda, ma noi possiamo sempre dire che dormite, non vi pare?”

Ivonne era di nuovo paralizzata. Non disse nulla.

Il dottor Davin sembrò sorvolare la reazione: “Lo sa meglio di me come vanno queste cose…”

Interloquì Costance: “Se lo dice lei, dottore, mia sorella lo capirà meglio.”

“Di nuovo civettuola…” si disse Ivonne stringendo i pugni un pochino più forte di prima. In modo del tutto istintivo e, gioco forza dei due schiaffi dati alla sorella e dell’intorpidimento dovuto alla poca attività di quei terribili sessanta giorni, il pugno sinistro le si aprì come cotto a puntino, creandole un vivido sussulto.

Guardò verso la sorella. Costy sorrideva amabile.

Anche il dottor Davin sorrideva e Ivonne se lo disse con tutta la forza che aveva in corpo: “E’ proprio un bell’uomo!” Ora era lei la civettuola, mormorò ancora tra sé.

“Ogni volta….” Alfred Davin si chiarì la voce: “Ogni volta che dei casi come il suo, e ce ne sono molti più di quanti lei possa immaginare…” Ivonne lo sentì molto più distante di quello che avrebbe desiderato in quel momento, si era fatto d’improvviso professionale, ma del resto era lì per quello. Drizzò l’orecchio, continuando ad ascoltare la calda voce del dottor Davin: “… come per magia si ritirano fuori ogni genere di date, scoprendo che…” gli tremò la voce: “… siamo molto peggio di quello che credevamo.”

Che brav’uomo il dottor Davin. Si era affrettato a prenderla subito come paziente, senza che nessuno gliel’avesse affidato quel brandello di sangue che era Ivonne Reucini.

Aveva un orecchio messo davvero molto male, così almeno sembrò all’inizio. Dopo aver medicato la ferita, ci si era sollevati, accorgendosi che bastarono tre punti di sutura per riportare come natura disegna la parte posteriore dell’elice che si collega, grossomodo parallela, alla tempia.

“Fortuna che non avevi le orecchie a sventola!” A quello squillo acuto in cui era compresa tutta la vivacità e l’ironia di Costance Reucini, Ivonne sentì una fitta proprio lì, facendo una smorfia.

“E’ solo suggestione, unita ad un po’ di… risistemazione della pelle.” Il dottor Davin era come frenato, Ivonne lo capì subito, ma ciò che provò dopo aver sentito quella frase era un banalissimo irrigidimento della mandibola. Era risentita. Come si permetteva quel medico che conosceva la sua storia attraverso racconti qua e là, di giudicarla e schernirla a quel modo? Forse aveva esagerato con l’irrigidirsi, ma si era risentita a tal modo, che il dottore si vide costretto a intervenire, leggermente imbarazzato: “Credo di essermi espresso male, signora Reucini. Volevo solamente ravvisarla che non c’è nulla di cui preoccuparsi.”

Era di nuovo distante, ma non le importò.

“Allora siamo d’accordo? Quando quelli vengono a farle delle domande, Ivi dorme.”

Di nuovo Costy, pensò Ivonne. L’amabile e civettuola Costy che si prende cura della sorella disgraziata.

Ancora un pochino imbarazzato, il dottor Davin lasciò chiudere con cautela la porta dietro di sé, uscendo dalla stanza in cui riposava da sessanta giorni, Ivonne Reucini.

Il marito aveva un’altra donna. Il padre di Ivonne fece addirittura meglio: aveva un’altra famiglia, la donna non aveva mai nemmeno capito dove.

Pensò ai loro nomi. Per primo a quello della sorella e poi al suo. Per loro che erano nate in Italia fine anni sessanta… Ivonne si fermò lasciandosi a un sorriso convinto, non appena rielaborò che sessanta erano anche i giorni di permanenza al reparto psichiatria.

Guardò fugace verso la sorella, che, di nuovo, sorrideva amabile. Questa volta era anche maliziosa, si disse. “Una maliziosa che sa guardare avanti”, le venne d’istinto. “Proprio come la mamma…” Quel pensiero alla madre, la convinse a non proseguire oltre. Si sentì di nuovo pietrificata. Allo stesso modo di quando Ettore, suo marito, portò a casa, nella loro casa, quell’altra donna di cui lei non conosceva, e mai lo avrebbe saputo, il nome.

“Aveva i capelli rossi…” Ivonne allungò una mano sui suoi. Anche lei li aveva rossi. Una bella chioma di capelli di cui andava oltremodo fiera. “Piacevano anche a lui… se solo avessi potuto avere dei figli…” cercò di scrollarsi quei pensieri, quando si accorse che sua sorella stava dicendo qualcosa: “Dammi retta è per i nomi. Povera mamma, se solo poteva immaginarlo… pensare che babbo…” persino Costance, si disse Ivonne, fece un inciampo, ma si riprese subito, proseguendo: “… quel mostro è l’unica cosa che le ha lasciato fare. Decidere i nostri nomi, ma sono convinta…”

Stavolta interloquì, meccanica, Ivonne: “Lo so. Sei convinta che qualche domanda… a qualche domanda dovrei rispondere. Lo farò!” Poi mise eretti indice e medio, come facevano da piccole, per rassicurarsi dai maltrattamenti del padre.

“Due, come solo noi. Doppia forza.” Disse entusiasta Costance. Era il loro motto e non si erano mai disunite. Nemmeno dopo le sevizie da parte del padre.

Bastò un rapido gioco di sguardi, un cenno di assenso di Ivonne e Costance uscì dalla stanza della sorella.

Tornò dopo dieci minuti in compagnia del dottor Davin: “Eccoti uno dal nome strano come il nostro…” azzardò la sorelliba, come la chiamava Ivonne per via di un richiamo, quando da bambina aveva avuto un forte raffreddore.

Il dottore sembrò un po’ precipitoso: “Mi fido di sua sorella, ma vorrei sentirlo dalle sue labbra.”

Ivonne arrossì un poco, ma nemmeno si scompose più di tanto. “Basta mia sorella.” Si disse divertita, dopo che Costance aveva fatto un paio di passi indietro e, trovandosi dietro il dottore, stava alludendo.

“E’ una mia idea, dottore.” Cui allegò un sorriso preciso.

Il dottor Davin annuì senza dir nulla. Poi attaccò qualche parola che a Ivonne sembrò persino più fuori luogo del suo stesso nome in quella cittadina lucana così piccola: “A che ora preferirebbe, Ivonne?”

La donna non reagì. Non sapeva come continuare, non sapeva.

Ci pensò Costance: “Decida lei, dottore.” Aggraziò un sorriso che secondo Ivonne sarebbe andato oltre il malizioso, se solo l’alta moralità di sua sorella non l’avrebbe impedito.

Alfred Davin annuì. Estrasse una specie d’agenda, ci scrisse sopra qualcosa di rapido e riportò lo sguardo sulla donna: “Alle venti dopo cena, le può andar bene?”

“Di solito a quell’ora spegnete le luci.” Disse pensierosa Costance.

“Vorrà dire che faremo uno strappo alla regola, così magari, pochi minuti dopo, sua sorella potrà riposare.”

Costance non capì bene il motivo, ma per un istante si sentì rabbrividire davanti a quel sorriso adulatore. Tuttavia rispose automatica: “Lei è davvero una persona molto gentile, dottor Davin.”

“Allora siamo d’accordo. Così nemmeno le altre ospiti avranno modo di agitarsi. Dieci minuti e poi tutti a nanna.”

Costance fece un paio di passi indietro, ma non poté spiegare a sguardi quello che aveva provato alla sorella, perché il dottore si girò di scatto, andandole quasi contro. “Dovete scusarmi, ma devo rifare quella telefonata.” Si rivolse alla minore, considerato che quando la sorelliba era andata a chiamarlo, il dottor Davin era in effetti al telefono. Costance sorrise e lo stesso fece Ivonne, prima che il medico uscì dalla stanza dove la maggiore sostava da sessanta lunghi giorni.

“Cosa gli dirai?” Disse semplice Costance.

“La verità. Che mio marito mi picchiava, che mio marito non mi considerava…”

Costance interloquì: “Questo è meglio se lo lasci perdere…, se no te li metti di nuovo tutti contro. ” Lo disse severa e Ivonne ne fu colpita, ma aveva di nuovo la mandibola rigida, perché non le piaceva venire interrotta.

“Come ti pare.” Fece una mezza smorfia che riuscì a far sorridere la sorelliba e proseguì: “che mio marito aveva un’altra donna e la portò dentro casa, che ho sentito con queste orecchie i cigolii e che ho sopportato per mesi, fin quando non mi ha sbattuto in faccia che lei era…” le si spezzò la voce: “che lei era…”

L’aiutò Costance, stringendole la mano: “Che lei era incinta e dovevi lasciare la casa per sempre.” il tono si fece crescente: “che eri in mezzo a una strada per sempre. Che ti sfregiò l’orecchio ed è andata bene che lo hai tamponato cercando di riappiccicarlo, che…” ora severa: “quanti te ne ha fatti quella sera, e Dio solo sa da quanto andava avanti, di tagliuzzi, come li ha chiamati?”

“Falla finita Costy.” Ivonne alzò la voce, ma la sorella non era per fermarsi: “Che hai provato a reagire e la pistola che aveva in tasca ha fatto fuoco, portandogli via per sempre…” fece un gesto netto verso le parti intime. Sospirò e riprese, più moderata: “Si, può essere una buona idea, cose del genere come la verità hanno un buon odore.”

“Grazie per essere passata quella sera. Per averlo denunciato.” Ivonne sorrise e le scintillarono gli occhi lavanda quando la sorella strinse la presa.

“Notte sorelliba.” Disse convinta.

“Doppia forza.” Rispose Costance.

Era solo pomeriggio, ma a quel saluto non avrebbero rinunciato per nulla al mondo.

Le diciannove arrivarono prima di quanto Ivonne pensasse. Costance non era ancora arrivata. Guardò verso il letto di fianco che era vuoto e si sentì abbrancare da un po’ di solitudine. Sentì bussare: era il dottor Davin. “Come si sente, Ivonne?”

Non le piaceva come era risuonato il suo nome, ma lasciò dietro di sé un sorriso educato, verso quell’uomo così gentile.

Il dottor Davin si avvicinò: sembrava stanco. A pochi passi dal letto sembrò come impacciato. Ivonne non disse nulla, in automatico tirò su le ginocchia. Il dottor Davin era paonazzo. L’ospite  non disse nulla. Alzò la testa, sfilò il cuscino e le mani tremule andarono a portarlo a fatica nel basso ventre. “Ivonne…”

Il suo nome, con quella voce quasi animalesca, le piaceva anche meno, tuttavia disse: “Vuole dirmi qualcosa, dottore?” quello che le uscì non poteva chiamarsi sorriso.

Il dottore scosse pesante la testa e si allentò la cravatta. “Ivonne…”

Ivonne pensò che se gli avesse permesso di fargli capire il suo terrore, per lei sarebbe stata la soluzione peggiore. “Dieci minuti e a nanna.” Sorrise un pochino più convinta, guardandosi bene dal socchiudere gli occhi.

Alfred Davin sembrò quietarsi. Sospirava ancora, ma non era lontano dal suo naturale colorito roseo. “Ivonne…” Gemette, deglutendo a fatica.

Ivonne sentì il pensiero opprimerla. Cercò per quanto possibile di sembrare a suo agio. Avrebbe voluto chiedergli se si sentiva bene, ma sapeva che avrebbe ricevuto tutto lo strazio di quell’uomo e non si sentiva pronta. Forse era la soluzione migliore?

Strinse i pugni e glielo chiese, con tutto il tatto di cui disponeva.

“Ho fatto… io non ero in me, io…”

“Non può aver fatto qualcosa di peggiore di me?” Arrampicandosi lungo la laringe, la sua era diventata una domanda.

“Ho ucciso un uomo! Ivonne ho ucciso un uomo!” Il dottore aveva tutto lo strazio delle sue parole ricalcate nell’espressione.

Ivonne non sapeva cosa dire. Ivonne non sapeva.

“Ho ucciso un uomo!” Sospirò, avvicinandosi un passo, poi due: “Ho ucciso suo…”

Pur pietrificata Ivonne si sentì smaniosa d’intervenire, altrimenti sentiva che le avrebbero ceduto i nervi per sempre. Fece un urlo strozzato: “Mio?”

“Suo marito, Ivonne! Ho ucciso suo marito!” Deflagrò il dottor Davin.

“Tutto qui?”

“Molto bene, due di coppia, allora sei pronta per le domande.” Entrò Costance e prese per mano il dottor Alfred Davin. La rapidità era stata tale che non permise commenti né espressioni alla donna dai lunghi capelli rossi.

“Mi perdonerà mai, Ivonne?” Le chiese l’uomo di scienza, incredulo di aver accettato un piano del genere.

“Dottore…” fece Ivonne.

Il medico fece per suggerirle di proseguire, ma Costance intervenne, rivolgendosi all’uomo: “Davvero credi che mia sorella non sospettasse nulla? E’ stata brava, non è vero?”

“B-b-bra-bravissima.”

“Su Alfred!” Costance si avvicinò l’uomo e lo baciò. Poi una detonazione.

“Erano in due a saperlo. A volte è meglio stare peggio.” Disse glaciale Alfred Davin.

“Ora sa quello che deve fare per non fare la stessa fine di sua sorella!” Proseguì feroce l’uomo.

Ivonne era di nuovo sotto terra. E sentiva di meritarselo.

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