Il cappello bianco di Annarita Boschetti

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Due valigie e un borsone più pesante di lei. Lì dentro c’era la sua vita o almeno la sua vita degli ultimi quattro anni. Non avrebbe mai pensato prima che si potesse mettere
tanto di sé in così poco spazio. Chiara non sapeva nemmeno se avrebbe tenuto la maggior parte delle cose che erano lì dentro. Quei vestiti e quegli oggetti le ricordavano momenti dolorosi che avrebbe voluto dimenticare. Forse, però, non era pronta. Buttare quella roba significava buttare parte della sua esistenza. Avrebbe fatto carte false per spazzare via dalla sua mente quegli anni e invece tutto quello che aveva tra le mani in quel momento ce la teneva dentro come un contrappeso, una forza di gravità che la spingeva nelle sabbie mobili.
Taglia, taglia, taglia. Si ripeteva quando tentava di calmarsi dopo l’ennesimo litigio, dopo l’ennesima sfuriata di gelosia, dopo l’ennesimo schiaffo.
Lui. Lei gli aveva permesso di annientarle il cervello. Cercava di rattoppare la sua mente scossa da tutta quella rabbia, per non pensare al dolore del suo corpo. A tutte quelle ferite che ancora non sapeva come curare. Quella strada che nella sua anima e nella sua carne le sembrava lunghissima. L’autobus l’aveva lasciata distante dalla sua destinazione
e doveva percorrere a piedi circa mezzo chilometro per arrivare. “Signorina ha sbagliato linea, doveva prendere la 22 che la portava più vicina”. L’autista era gentile, quasi paterno. Chiara si sentì rincuorata e non le importava di dover camminare. Ogni passo la allontanava comunque dal passato e le andava bene così. Su quel marciapiede dove faticava a procedere si stava avvicinando alla sua nuova casa.
“Non si preoccupi, la casa è stata ristrutturata da poco e il prezzo è ottimo per questi tempi”. L’agente immobiliare che aveva incontrato qualche giorno prima appena arrivata in città non aveva gonfiato i pregi della casa. Era carina davvero. Un piccolo appartamento con una vista mozzafiato sulle montagne. A lei bastava. Guardare le montagne, respirare. La faceva sentire viva. Su quel marciapiede sconnesso, la sua immagine le si presentò all’improvviso, riflessa nella vetrina di un negozio di cappelli.
Su un manichino era sistemato un elegante cappello a tesa larga bianco e lei s’immaginò d’indossarlo con gli occhiali da sole in una giornata al mare e di come certe turiste straniere belle ed eleganti che tutti guardano per strada con una punta d’invidia e di ammirazione.
“CHE CAZZO FAI? MUOVITI!! PERCHE’ GUARDI LE VETRINE? Non siamo usciti per comprare cazzate. Hai detto che volevi andare a comprare il pane e ti ho accontentata ma la prossima volta ti lascio a casa e ci vado io. Sono tutte scuse!! Tu vuoi uscire per farti guardare dagli uomini TROIA!!!”. Quelle parole tornarono a bomba nel suo cervello e si sentì mancare l’aria. Come aveva fatto a sopportare anche una sola di quelle offese, uno solo dei colpi che lui le aveva inferto ripetutamente per anni? Quando lo aveva conosciuto lui era gentile e spiritoso. E bello. Si erano incontrati al bar vicino a dove lei lavorava. Sovrappensiero, aveva inavvertitamente rovesciato il latte con il quale voleva macchiare il suo caffè. Le gocce che erano rimbalzate sul bancone avevano centrato poi la manica della camicia di lui.
“Oddio mi scusi… Che sbadata!!”. Prese un fazzoletto per aiutarlo ad asciugare la camicia e quando alzò gli occhi incontrò il suo sguardo. Occhi neri, profondi come il mare. Come un baratro dove cadere e dal quale non risalire più. Lui era gentile e scherzava dicendo che quel latte era benedetto, che quella forse era stata la sua giornata fortunata. Lei arrossì e rideva imbarazzata. Quel tipo le piaceva e per farsi perdonare dell’inconveniente volle offrirgli il caffè. Lui disse che avrebbe accettato solo se lei accettava un invito a cena per la sera successiva. Era interdetta e felice allo stesso tempo. Rispose di sì senza pensarci troppo e fissarono di vedersi in centro città per le venti del giorno dopo. Alle diciannove e un quarto della sera dopo Chiara era davanti allo specchio della sua camera con una marea di vestiti sulletto. Era passato troppo tempo dall’ultima uscita con un ragazzo. Le amiche glielo dicevano sempre che doveva uscire più spesso e che doveva divertirsi di più ma da quando aveva perso il padre non aveva più tanta voglia di divertirsi e spesso aveva considerato la solitudine un’ amica indispensabile.
La sola che non faceva domande alle quali non aveva voglia di rispondere o battute che non la facevano ridere.
Le venti, la piazza, il portico vicino alla sua pasticceria preferita. Chiara era appoggiata ad una colonna e stringeva nervosamente la borsetta. C’era un gran via vai di gente e lei si sentiva a disagio ad essere lì da sola. Le voci si accavallavano tra discorsi e schiamazzi. I bar all’aperto erano pieni di gente e l’aria era ancora calda in quel tramonto ormai dormiente.
Venti e quindici. Chiara si stava spazientendo. Voleva andarsene.
“Ciao.. Scusa il ritardo. Sei bellissima”.
Chiara non ricorda molto di quella sera. La sua memoria si offusca e in quella nebbia rivede una cena a lume di candela in uno dei vicoli vicino alla piazza, una passeggiata al chiaro di luna in cui lui l’aveva baciata all’improvviso, prendendola per i fianchi e attirandola a sé, con un impeto che l’aveva disorientata ma al quale non si era opposta. Una forza che aveva fatto crescere dentro di lei un desiderio che non sentiva da tempo. Il resto fu una notte che sembrò lunghissima e corta allo stesso tempo in cui Chiara aveva abbassato la guardia con uno sconosciuto, facendolo entrare in casa sua, dandogli cuore e corpo.
Come aveva potuto mettere la propria vita in mano a qualcuno che fino al giorno prima non sapeva nemmeno chi fosse?
Forse solo adesso che era riuscita ad andare via comprendeval’allucinazione che aveva vissuto.
Aveva disperatamente bisogno di dare fiducia a qualcuno e questo qualcuno era il primo che l’aveva guardata dritta negli occhi, quasi sfidandola e abbattendo una barriera che lei credeva inamovibile. Se lui era stato così bravo da buttaregiù il muro allora era una persona che la capiva. Che errore..
Il risveglio da quell’idillio falso e mendace arrivò presto. Dopo un mese, forse. In quel periodo lui si era praticamente trasferito a casa sua. Dopo pochi giorni aveva già portato
alcuni cambi di vestito. Dopo qualche settimana aveva già invaso tutti gli spazi. Bagno, armadio, dispensa, frigorifero.
Addirittura la libreria. I libri di Chiara erano stati rimpiazzati in larga parte da quelli di lui. “Almeno leggerai qualcosa di nuovo – fu la scusa di fronte a qualche timida rimostranza di lei – tutta questa letteratura sudamericana da comunisti oramai è sorpassata”.
La buttò sul ridere e sorrise anche lei ma dentro sentiva qualcosa di strano. Una sensazione opposta e contraria a quello che lei voleva sentire. Felicità, spensieratezza e tutte quelle sensazioni che si provano quando si è innamorati. Non ascoltò
quel tarlo. Tagli, taglia, taglia.
Ripensando a quel periodo, un brivido freddo le percorse la schiena. Sei mesi di convivenza. Gli orari di Chiara erano cambiati. Dopo il lavoro lui aveva piacere a trovarla a casa e lei lo accontentò. I pochi aperitivi e le poche uscite con le amiche furono azzerati. Tutte le volte che lei diceva che sarebbe uscita senza di lui, doveva affrontare la sua faccia intristita. E lei non voleva farlo stare male. Così usciva solo con lui. Un rapporto esclusivo, come gemelli siamesi legati dalla carne. Nessun confine fisico e nessun confine mentale. Ognuno doveva essere parte dell’altro. Ma non era lui ad annullarsi. Lui decideva su tutto. Cosa fare, dove andare, cosa mangiare, con chi uscire ( raramente e sol amici di lui ) e addirittura come lei si doveva vestire. Lui dominava dall’alto e lei lo assecondava su tutto.
Oggi, mentre continua a fatica a percorrere il marciapiede carica dei suoi fardelli, le torna in mente il primo schiaffo. Un tremito la fa sobbalzare. Le sembra di rivivere quella sensazione e cerca di ricordare il motivo. Si sforza di ricordare ma non riesce. Negazione?
Voglia di dimenticare? No. Nulla di tutto questo. Semplicemente il motivo era banale. Spostando dal tavolo alcuni libri e cartelline contenenti fogli del lavoro di lui, una di queste le era scivolata di mano ed i fogli si erano sparpagliati sul pavimento. Svelta si era
chinata per raccogliere i documenti ma lui era sopraggiunto e vedendo la scena era esploso in una rabbia che per Chiara, fino a quel momento, era sconosciuta. “Ma che cazzo hai combinato!!!!”. L’urlo la fece sobbalzare e non fece in tempo a sollevare del tutto il mento che sentì un urto violento che le fece bruciare il viso girandoglielo con
violenza. Si ritrovò riversa sul pavimento incredula e dolorante. “NON HO FATTO NIENTE DI MALE – gli urlò – PERCHE’, PERCHE’?????”. Lui sembrava dispiaciuto. Pentito. “Scusa.. Non so che cosa mi sia preso… Mi dispiace tanto amore. Fammi vedere che cosa ti sei fatta”. La prese per mano mentre lei piangeva e la portò in bagno. La medicò il taglio che aveva sullo zigomo, fatto dall’anello di lui. Lei stette zitta. Non riusciva ad elaborare l’accaduto. Il suo cervello si rifiutava di ripensare alla scena di pochi istanti prima. Le sembrava di essere nell’ovatta. Sentiva la voce di lui che continuava a scusarsi ma era come se fosse distante e lei fosse rinchiusa nella parte più interna del suo corpo. La notte non chiuse occhio.
Cercava di rincuorarsi ma sentiva un peso nello stomaco che non riusciva ad eliminare. Verso le sei lui si svegliò. Non disse niente ed in un momento era sopra di lei. La spogliò. E lei non fece niente per fermarlo. Non perché non volesse ma perché aveva paura.
Lui entrò dentro di lei e lei sentiva il suo respiro nell’orecchio diventare sempre più forte finché non esplose in un orgasmo in cui lei era solo un oggetto di masturbazione inerme.
Quella mattina quando vide la sua immagine riflessa nello specchio vomitò. Occhiaie nere, zigomo tumefatto e l’ombra di una ragazza che non era lei. Non poteva essere lei. Si fece la doccia, tirò fuori vestiti puliti e cercò di coprire i segni che aveva sul viso. Quelli
dell’anima non poteva ma, essendo invisibili all’occhio, sperava che nessuno li notasse.
Stella, la sua collega, invece li notò. Tutti. “Chiara che succede? Tutto bene?”. Lei si affrettò a trovare una scusa credibile. “Sì sì tutto bene sono andata a sbattere contro lo spigolo del mobile di cucina – disse ridendo nervosamente – ci sarò passata accanto chissà quante volte ma a questo giro avevo davvero la testa tra le nuvole”.
Lo sguardo della collega le pesava come se la trafiggesse peggio di una lama affilata. “Ok… se vuoi parlare sono qui…”. Chiara, però, non voleva lasciare margini. “Ti ringrazio ma non è successo nulla, tranquilla, sono solo sbadata!!”. La sera, quando tornò a casa, trovò un mazzo di rose rosse sul tavolo e lui si era messo ai fornelli per prepararle una cenetta.
Tutto per farsi perdonare. E lei perdonò.
Dopo non molto tempo lui non si scomodò più a comprare i fiori e preparare cene. Affinò semplicemente la tecnica.
Lasciava i segni in quelle zone del corpo in cui non cadeva l’occhio. Per Chiara non esistevano più magliescollate o gonne. Coperta all’inverosimile anche d’estate.
Quell’abbigliamento non passò inosservato. Sentiva molti bisbigli alle sue spalle e occhiate furtive che erano vere e proprie squadrature da capo a piedi. Una volta era in bagno e due sue colleghe entrarono. Lei era accucciata sopra il water ad osservare due lividi che aveva sopra il collo del piede. Erano un “ricordo” della sera prima. Il motivo era le cena poco soddisfacente che lei aveva preparato. Chiara aveva la febbre e a malapena riusciva a stare in piedi mentre lui, invece di aiutarla, se ne stava sul divano a guardare la televisione. “Sei proprio una donna che non vale niente – disse freddo e cattivo mentre rigirava la forchetta nella pasta – questa roba fa schifo. Non sai fare niente, nemmeno scopare”. Quelle parole erano la sintesi di tutta l’umiliazione che aveva
vissuto in quegli anni. Ma quanti anni erano? Il tempo si era rarefatto non se lo ricordava nemmeno più.
Lei all’improvviso sentì di nuovo la propria voce, quella vera. “Ora basta non ne posso più!!!”. La voce uscì dallo stomaco e lui, prima spiazzato e poi inferocito, le tirò il tavolo da fumo del soggiorno sulle gambe mentre lei se ne stava andando in camera. Da lì i lividi gonfi che aveva quella mattina. “Ma hai visto Chiara in che condizioni è?”. Diceva una mentre probabilmente si stava ritoccando la cipria. “Sembra l’ombra di se stessa – diceva l’altra – è dimagrita da sembrare quasi anoressica. Hai visto che è sempre coperta? Ha freddo perché è troppo magra potrebbe essere…”. “Sembra una scopa secca”.
Sghignazzò l’altra. Si misero a ridere quelle due stronze e lei non ci vide più. Spalancò la porta e vide la loro espressione che da divertita soffocò nell’imbarazzo più totale rattrappendole come carta pesta. “Buongiorno”. Disse lei guardandole negli occhi. Punto verso il lavandino, passando in mezzo alle due, come se non esistessero. Si lavò le mani e si sistemò i capelli e quando arrivò sulla porta di uscita della toilette si girò
a guardarle. Voleva dire qualcosa ma si rese conto che ogni parola sarebbe stata inutile. Le guardò con disprezzo e una punta di compassione e si chiuse la porta alle spalle. Quella situazione, però, le fece scattare un campanello. Non poteva più vivere così. Erano passati i mesi, erano passati gli anni e Chiara si era chiusa in quella gabbia dalle barriere
invisibili. Sentiva che doveva liberarsi. In quel momento. Ora.
Chiese un permesso e si recò a casa alla velocita della luce. Prese due valigie e ci mise dentro tutto quello che poteva, anche alcuni dei suoi libri preferiti. Sapeva che la maggior parte delle cose sarebbe rimasta lì ma ormai aveva poca importanza. Aveva deciso e da quella decisione non sarebbe tornata indietro. Lasciò sul tavolo le chiavi di casa e quelle dell’auto che aveva comprato con lui. Non voleva con sé niente di materiale che glielo ricordasse.
I segni della pelle e quelli che le aveva impresso nell’anima erano sufficienti. Cicatrici, lividi, offese, umiliazioni e molestie l’avrebbero accompagnata sempre. Le avrebbero ricordato quello che aveva subito per quattro anni e quello che non doveva più subire da parte di nessuno. “Stella sono Chiara ,sono andata via da casa. Non so dove andare, mi puoi aiutare?”.
Stella l’accolse in casa sua. Ascoltò il suo racconto. Le parole le uscivano con la forza dell’acqua sotterranea che trova sfogo sulla terra per la prima volta. Non le nascose niente di quegli anni.
Aveva bisogno di liberarsi. Stella l’ascoltò in silenzio.
L’accarezzò, pianse con lei ed il giorno dopo l’accompagnò ad un centro antiviolenza e da un avvocato. L’aiutò a sbrigare tutte le pratiche e le stette sempre accanto, ospitandola durante tutto quel periodo di transizione. Lui, all’inizio, la chiamò insistentemente. La minacciò ripetutamente. Alla fine arrivò un’ordinanza restrittiva nei suoi confronti e si dileguò.
Probabilmente cercava di ricostruirsi un’immagine decorosa.
Per farlo tempo addietro aveva anche chiamato la madre di Chiara, raccontandole un sacco di bugie su di lei. L’aveva descritta come un’egoista e cercò di far credere che lei aveva altre storie e per quel motivo l’aveva lasciato. La madre di Chiara non gli credette e gli disse che lo avrebbe denunciato anche lei per quelle calunnie. Lui non la richiamò.
Probabilmente era in giro a cercare un’altra preda e Chiara al solo pensiero sentiva la nausea salire. Un’altra donna che rischiava di passare quello che aveva passato lei.
E chissà quante prima di lei avevano già subito.. Tra poco sarebbe iniziato il processo e sarebbe andata a testimoniare, l’avrebbe guardato in faccia senza paura. Non era sola.
Il coraggio di denunciarlo le aveva fatto riscoprire una rete di affetto che non credeva ci fosse più. Lei esisteva. In quei cambiamenti entrò anche il lavoro. Si era aperta una posizione molto importante in una filiale dell’azienda in un’altra città e le fu proposto quel posto. Lei accettò e così nel giro di poche settimane iniziò un’altra vita. La vita che era lì su quel marciapiede, dove si era fermata con le sue valigie, di fronte ad un civico. Era la sua nuova casa. Prese dalla tasca le chiavi ed entrò. Era buia. Andò subito ad aprire le finestre ed annusò l’odore di pulito. Era venuta una ditta di pulizie dopo il trasloco degli ultimi inquilini e c’era ancora odore di fresco.
Portò le valigie in camera e si sistemò come meglio poteva.
Doveva comprare un sacco di cose. Fece una rapida lista mentale dei generi di prima necessità che doveva acquistare. Prese carta e penna ma si bloccò. Doveva assolutamente fare una cosa che le era venuta in mente. Prese le chiavi ed uscì di corsa facendo la strada a ritroso. Giunse trafelata e sudata davanti al negozio che aveva appena riaperto per l’orario pomeridiano.
“Desidera?”. La signora bionda dietro al bancone aveva un tono gentile e pacato. “Buonasera, vorrei provare il cappello bianco che è in vetrina”. La signora le sorrise annuendo ed andò a prenderlo. Mentre lei lo indossava di fronte allo specchio esclamò. “Ma sa che sembra una di quelle belle turiste straniere che si vedono passare?”. Era quello che Chiara si era immaginata prima e sorrise. Lei, però, non voleva essere ammirata per forza.
Voleva piacersi. E con quel cappello si piaceva. Vedeva una donna diversa che portava i segni della vita ma non se ne vergognava ed anche se qualcuno si girava per strada a guardarla con quel cappello appariscente non avrebbe avuto più paura di mostrare la sua faccia.
Lei esisteva comunque.
Ora lo sapeva. Pagò, ringraziò la signora ed uscì dal negozio. Il sole splendeva in alto e c’era una luce incredibile. Tirò fuori dalla busta il cappello e se lo mise in testa. Quello era il primo pezzo della sua nuova vita.

23 commenti Aggiungi il tuo

  1. Gabricille ha detto:

    Bellissimo..come sempre sei bravissima

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  2. Peter ha detto:

    Brava Annarita, mi è piaciuto molto!

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  3. Federica Ruozi ha detto:

    Meraviglioso, l’ho letto e riletto e penso lo rileggero’ ancora tante volte!

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  4. SILVIA ha detto:

    Bellissimo e realistico racconto. Un cappello può essere simbolo di un punto di partenza, il riuscire nuovamente a fare qualcosa per se stessa. Complimenti!

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  5. mariarpia ha detto:

    Drammaticamente bello ed emozionante. L’ho letto tutto d’un fiato e mi ha lasciato un “graffio”.

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  6. Stefano Neri ha detto:

    Il racconto mi è molto piaciuto e ne sono rimasto particolarmente colpito.

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  7. Gianluca ha detto:

    Complimenti!!!

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  8. Elisa ha detto:

    Un racconto molto verosimile purtroppo. Molto scorrevole, fa venire voglia di arrivare in fondo… Io personalmente l’ho “bevuto”.
    Complimenti Annarita

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  9. Sossio ha detto:

    Bellissimo, complimenti!!

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  10. Tamara ha detto:

    Bello e intenso. Brava Annarita! Non ci deludi mai!!

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  11. Massimiliano ha detto:

    Bello Annarita. Solo avrei descritto un po’ di più i pensieri e gli stati d’animo

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  12. Pamela ha detto:

    Le parole nella mia testa era immagini nitide ed espressive!!..brava Anna!!!

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  13. Pamela ha detto:

    Le parole nella mia testa era immagini nitide ed espressive!!..brava Anna!!!

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  14. Valeria ha detto:

    Bellissimo!! Complimenti Annarita, così semplice e scorrevole che sembra di vedere un film!

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  15. Fede Lenzi ha detto:

    Grandissima Annarita! Non sapevo che scrivevi, e decisamente bene!! Davvero brava!!!

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  16. Elena ha detto:

    Semplice verità e cruda realtà resa con una diretta ed espressiva sincerità…. brava!!

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  17. Alice ha detto:

    Bello, ben scritto, rende bene l’idea del tunnel della violenza e dell’oppressione fisica e mentale.

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  18. Sandra ha detto:

    Bellissimo! Complimenti Annarita😘

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  19. Antonio ha detto:

    Complimenti bellissima storia di rinascita……. vorrei vedere più donne con un cappello bianco …..

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  20. Noemi ha detto:

    Meraviglioso! Dico solo questo!

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  21. Giulietta ha detto:

    Bellissimo! Bello intenso e ben scritto! Complimenti brava come sempre!

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  22. Chiara ha detto:

    Bravissima!!

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