Il circolo delle donne di Valentina Lo Iacono

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Viola aspettava in sala d’attesa. Aveva visto per caso all’università, in bacheca, la pubblicità sullo studio della dottoressa Paola Mantovani, una psicologa che offriva consulenze a prezzi modici agli studenti, per aiutarli così a sostenere lo stress da esami o a superare altre difficoltà che potevano avere alla loro età. Viola si era convinta ad andare solo perché molte sue colleghe ci erano state e ne erano rimaste molto soddisfatte. Si erano sentite capite e avevano trovato una persona competente su cui sfogare le loro ansie; era quindi più sicuro andare da lei che confidarsi con un’amica ed evitare di correre il rischio che anche altri venissero a conoscenza di questioni private. Viola non era mai stata da una psicologa prima d’ora e in realtà stava per girare sui tacchi, quando una donna, di circa 45 anni, le si parò davanti. “Lei deve essere Viola. Mi spiace averLa fatta aspettare così a lungo, ma il paziente precedente mi ha tenuta più del solito”. Ormai Viola non aveva scampo e quindi entrò, come suggeritole dalla psicologa. La dottoressa si sedette, sistemò alcune carte e iniziò con le domande di rito per cercare di conoscerla meglio e poi le chiese come andasse all’università. La giovane raccontò di avere un po’ di paura ad affrontare gli esami, ma che nonostante tutto riusciva sempre con ottimi risultati. “E l’amore?”, chiese la Mantovani. Viola sviò l’argomento e le parlò del sogno che aveva fatto quella notte; nei film facevano sempre vedere come il paziente di turno, sdraiato sul lettino, cominciasse a raccontare allo psicologo del suo ultimo incubo e come insieme analizzassero il suo vero significato. Perciò tentò anche lei quella strada, pur di non dover parlare di ragazzi, il cui contatto rifuggiva da quando, qualche anno fa, successe quel fatto. Mentre Viola proseguiva a parlare, la Mantovani aveva però segnato su un blocco degli appunti come la ragazza avesse volutamente evitato l’argomento, passò ad altro. La seduta era quasi terminata e finalmente Viola sarebbe potuta uscire da quello studio per non farvi più ritorno. Ma la Mantovani disse quello che lei non avrebbe voluto udire: “Bene, Viola, il tempo per oggi è terminato. Tuttavia, mi piacerebbe che tornasse la settimana prossima. Penso che abbiamo ancora molte cose da dirci”. “Non credo proprio ce ne sia bisogno. La ringrazio davvero per il suo tempo, è stata gentilissima e mi ha aiutato. Ora posso dedicarmi con serenità allo studio”. La psicologa sorrise: “L’appuntamento per me è fissato. Non posso certo obbligarLa a ritornare, ma spero che lo farà. A Lei la scelta se venire mercoledì prossimo alle 16”. E le diede il bigliettino da visita con un foglio su cui era annotato il prossimo incontro. Viola lo prese per gentilezza, intenzionata a non tornare mai più. Salutò e uscì dallo studio.

Il mercoledì successivo si ritrovò in quella stessa saletta che le sembrava ora più familiare, visto che era lì per  la seconda volta. La dottoressa era riuscita, in fin dei conti, a metterla a suo agio e aveva quindi deciso all’ultimo minuto di presentarsi all’appuntamento stabilito. Non voleva ammetterlo, ma parlare con una persona estranea le faceva bene. Sentiva che non avrebbe potuto parlare così apertamente con sua zia, anche se si era sempre presa cura di lei come una madre. Eppure fino ad allora non aveva mai raccontato a nessuno e neanche a lei cosa fosse successo la notte del suo diciassettesimo compleanno. Nessuno sapeva e anche ora, con qualche anno di più, non era ancora pronta a parlarne. Da quella notte si chiuse per sempre a riccio e tenne solo per sé lo spiacevole ricordo che l’accompagnava ancora oggi; un infausto ricordo che le aveva fatto cambiare per sempre la sua opinione sul genere maschile. Proprio per questo a 21 anni, a un’età in cui quasi tutte le ragazze non la smettono di parlare delle loro nuove storie, di futuri appuntamenti e di divertimenti vari, lei si teneva a debita distanza da qualsiasi individuo di sesso opposto. Solo così poteva essere certa che nessuno l’avrebbe più ferita: si trattava di un efficace meccanismo di autodifesa che le permetteva di sentirsi al riparo. Non avrebbe permesso a nessun altro di avvicinarsi così tanto a lei come quella notte aveva fatto Mattia.  “Buonasera Viola, speravo che sarebbe ritornata. Prego, si accomodi”. E Viola varcò di nuovo la soglia dello studio della psicologa, ripromettendosi di non accennare minimamente a cosa le avesse fatto Mattia qualche anno prima. Appena prese posto, notò che la dottoressa non era sola; stava parlando con un ragazzo. La Mantovani scorse l’agitazione di Viola e le disse: “Lui è Fabrizio, il mio assistente”. “Non rimarrà con noi, vero?” aggiunse Viola. “Altrimenti possiamo fare tranquillamente un’altra volta”. Si alzò per andarsene, ma la dottoressa la bloccò: “Non è necessario che se ne vada. Fabrizio era qui solo per riferirmi dei prossimi appuntamenti”. Così, subito dopo, l’assistente salutò e uscì dallo studio. “Bene, ora che siamo sole. Mi racconti un po’ cos’è successo dall’ultima volta che ci siamo viste”. La psicologa sorrideva e non sembrava minimamente infastidita dalla scena appena trascorsa. Eppure Viola pensò di doversi scusare: “Mi dispiace tanto della mia reazione di prima…”. “Tranquilla. Non è successo assolutamente niente. E per favore diamoci del tu. Allora com’è andato quell’esame che stavi preparando l’ultima volta?”. La seduta era ufficialmente iniziata e la ragazza iniziò a raccontare. Tuttavia non si trattava più di una psicologa e della sua paziente, ma sembrava piuttosto di osservare dall’esterno un incontro tra due amiche: Viola parlava e Paola ascoltava interessata, partecipando attivamente e chiedendo maggiori dettagli su questo o quell’altro punto; la ragazza ritrovò nella dottoressa una confidente.

Anche per quel giorno Viola e Paola avevano terminato. Il loro appuntamento settimanale era ormai diventato un sollievo per Viola che finalmente si confidava con qualcuno. Sempre di questioni accessorie, si capisce, ma non per questo quelle chiacchierate non sortivano un effetto benefico su di lei. “Allora ci vediamo la prossima settimana. Grazie ancora per avermi ascoltato”. “Viola, lo sai che non hai niente di cui ringraziarmi. Piuttosto mi farebbe piacere se la prossima settimana ti unissi al nostro gruppo di donne. È un circolo tutto al femminile con donne di tutte le età che si ascoltano a vicenda e si consigliano davanti a una tazza fumante di tè e pasticcini vari. Vieni, ti farà bene”. E anche se Viola non si sentiva davvero così disposta a partecipare a simili eventi, acconsentì e promise che vi avrebbe preso parte la settimana seguente.

Purtroppo per lei quel giorno arrivò più in fretta del previsto e Viola si ritrovò davanti all’ingresso del caffè per sole donne. Indugiava. “Oh scusami, non volevo spingerti, ma stavo cascando”. Una signora dall’aspetto energico le stava quasi cadendo addosso, ma lei non se la prese. “Vieni, entriamo”. E fu così che Viola e quella simpatica signora varcarono la soglia e presero posto nella grande tavolata allestita solo per loro e le altre donne del gruppo. “Ciao Adele, come stai? Va meglio ora?”, un’altra donna si avvicinò subito alla signora e cominciarono a parlare. La giovane ragazza si sentì, inizialmente, un pesce fuor d’acqua in quell’ambiente. Ciò nonostante tutte sembravano gentili e cortesi, oltre che amichevoli le une con le altre, e anche il posto scelto appariva intimo, tranquillo e confortevole. A quanto pareva tutte le donne presenti facevano parte del circolo ed erano lì per scambiare quattro chiacchiere in attesa dell’arrivo della dottoressa. Paola arrivò di lì a poco e si mischiò insieme alle altre. Nel frattempo anche Viola parlava animatamente con una nuova arrivata, di poco più grande di lei. Se qualcuno fosse passato dalla strada in cui si trovava il caffè, avrebbe visto un bel gruppetto, probabilmente intento ad aggiornarsi sui fatti di vita quotidiana. Nessuno si sarebbe potuto immaginare che dietro ognuno di quei visi si nascondessero delle storie di abusi, maltrattamenti e altri tipi di violenze, che avevano minato la fiducia negli uomini, e soprattutto in loro stesse. Ma grazie a questi incontri tutte loro trovavano il modo di reagire e la forza di denunciare i loro persecutori. Ad un certo punto Paola disse: “Bene, ragazze. È ora di dare il nostro caloroso benvenuto alle nuove arrivate: Viola e Gemma”, poi proseguì: “Chi vuole cominciare con gli aggiornamenti oggi?”. La signora energica di prima prese la parola: “Ciao a tutti, per chi ancora non mi conoscesse, mi chiamo Adele. La novità è che finalmente ho raggiunto i bambini a casa di mia madre, lasciando da solo Alfonso. Non potrà più torcermi un capello ora. Se solo tenterà di avvicinarsi alla casa o solo osasse parlare ai bambini, stavolta non mi troverà impreparata. I cani in giardino sono ben addestrati alla difesa”. Seguirono delle risatine, provocate dal modo divertente di raccontare di Adele, e una serie di incoraggiamenti riempirono la stanzetta del caffè: “Brava, Adele, hai fatto bene. Finalmente avrà quel che si merita quel farabutto. Hai fatto bene ad andartene. Stai reagendo nel modo giusto”. Ad una ad una le altre donne raccontarono di loro: c’era chi aveva denunciato per stalking il suo ex, chi si era licenziata dopo tanto tempo per sfuggire alle avances inopportune e sempre più insistenti del capo, e anche chi era finita sui giornali per aver reagito alla violenza. Tutte vicissitudini simili a quelle di Viola, in un certo senso. Così giunse il suo momento di parlare, ma la ragazza si mostrava titubante. “Coraggio” disse qualcuna. “Sappiamo come ti senti, ci siamo passate anche noi”. Paola intervenne: “Ovviamente Viola non sei costretta a parlare se ancora non te la senti. Ma sappi che siamo tutte qui per sostenerti e darti una mano”. La ragazza pensò che forse era venuto il momento di far venire allo scoperto quel terribile avvenimento e di raccontarlo ora a qualcuno. “Era il giorno del mio diciassettesimo compleanno. Mi vedevo da qualche mese con Mattia, un ragazzo molto carino che veniva in classe con me. Per festeggiare mi aveva promesso una serata speciale. I suoi genitori erano fuori città e mi aveva invitata a casa sua. Mi aveva preparato una cenetta romantica, a lume di candela, e durante la serata non la finivamo più di parlare. Stavo proprio bene lì con lui. Ad un certo punto mi ha chiesto se poteva portarmi al piano di sopra, ma mi avrebbe bendata perché voleva farmi una sorpresa. Io pensavo che non avevo nulla da temere e quindi ho acconsentito. Così mi ha guidato fino in camera sua e lì ci siamo sdraiati sul letto, e abbiamo cominciato a baciarci. Finora era sempre stato molto gentile con me e non si era mai spinto oltre i baci. Ma quella sera sembrava che non gli bastassero più e ha cominciato a toccarmi, con le sue mani che si intrufolavano dappertutto. Gli ho detto che doveva fermarsi subito, ma non mi ha ascoltata. Era fuori di sé. Continuavo a dimenarmi e ad agitarmi, ma ogni mio tentativo di liberarmi era inutile; non riuscivo a contrastarlo. Per cercare di farmi stare ferma, ad un certo punto mi ha legato le mani alla spalliera del letto, con una corda che aveva tirato fuori da qualche parte. Sembrava come se avesse pianificato tutto nei minimi dettagli. Quella sera Mattia si approfittò della mia ingenuità, lasciandomi svuotata da ogni sensazione, sentimento e volontà”. Si interruppe, accorgendosi che tutte la guardavano: era in piedi sudata ed agitatissima.  Si guardò intorno, si risedette sulla sedia e poi aggiunse: “Avevo fantasticato molte volte di quel momento e avevo anche pensato di come sarebbe stato fare l’amore con Mattia, ma certo quell’atto che aveva compiuto non poteva definirsi amore. Non era così che pensavo sarebbe andata la mia prima volta”. Quando smise di parlare, il suo volto era rigato dalle lacrime. “Non volevo che nessuno a scuola sapesse quanto fosse successo e quindi non l’ho mai raccontato a nessuno. Per questo non ho neanche mai denunciato Mattia, ma abbiamo solo cominciato a non frequentarci più e da allora l’ho sempre tenuto a distanza”. Le altre donne rimasero in silenzio. Piano piano una le versò ancora un po’ di tè, un’altra le tagliò una generosa fetta di torta al cioccolato e Adele le sussurrò: “Cara, è finita adesso”.

Gli incontri si tenevano puntualmente ogni settimana e Viola non mancava di parteciparvi. Finalmente era riuscita a togliersi un peso che la stava schiacciando; parlare con le altre donne, che avevano tutte vissute una situazione simile alla sua, era un conforto per lei. Grazie all’aiuto di Paola era riuscita ad aprirsi e aveva scoperto il potere della solidarietà femminile. Di tanto in tanto, qualcuna nuova si univa al gruppo e tutte loro si stringevano intorno a lei per farle coraggio, legarsi al suo dolore che, in fin dei conti, era una sofferenza condivisa da ognuna di loro. Insieme cercavano di superare quei momenti difficili e di andare avanti con le proprie vite, sperando un giorno di dimenticare quel triste avvenimento che le aveva segnate, anche se  sapevano benissimo che non era possibile. La ferita sarebbe sempre rimasta aperta, ma forse si poteva imparare a sentire meno dolore e a medicarla in modo che facesse meno male. Proprio per questo motivo, Viola si iscrisse a un corso di autodifesa insieme alla sua nuova amica Gemma, che era entrata a far parte del circolo delle donne il suo stesso giorno. Anche lei aveva subito delle violenze da parte di un ragazzo, che aveva giudicato male e troppo presto, di cui si era follemente innamorata e che non esitò a sposare  nel giro di poco tempo; e fu proprio il matrimonio che fece emergere la sua natura irascibile, dalle conseguenze negative per Gemma. Anche l’amica di Viola condivideva quindi un po’ la sua stessa sorte, ma fu costretta a sopportare per molto più tempo di lei, prima di uscire finalmente da quell’incubo. Nonostante tutto, all’interno del circolo delle donne stavano riuscendo ad andare avanti e a guardare al futuro con altri occhi, con la consapevolezza di essere più forti di quanto avrebbero creduto. Ora si trovavano a percorrere parte del loro cammino insieme, e insieme alle altre donne si scambiavano opinioni, consigli e si gettavano alle spalle i momenti peggiori, o almeno ci provavano. Finalmente avevano capito di non essere sole e non passava giorno in cui non apprezzassero il valore dell’amicizia: era proprio vero, l’unione fa la forza; il circolo delle donne ne era la prova vivente: insieme erano tutte più forti e non avrebbero permesso che qualsiasi altra avversità le piegasse.

Era questo ciò su cui Viola rifletteva quella mattina, mentre era al bar dell’università, intenta a studiare, ma anche a fare un suo resoconto personale sui primi mesi di quegli incontri. Si trovava in mezzo a tante persone e ciò la rassicurava, in più non c’era quel silenzio artificiale che vigeva in biblioteca ed è per questo che preferiva fermarsi lì a rileggere gli appunti della lezione. Non le era comunque sfuggito che c’erano dei ragazzi, qualche tavolino più in là, e che tra questi uno la guardava incessantemente. Non ci volle molto che quello stesso ragazzo si allontanò dagli altri e si avvicinò al suo tavolino. Anche se la cosa non le piaceva affatto, restò insolitamente tranquilla e alzò lo sguardo solo quando sentì: “Ciao, io sono Andrea. Mi spiace disturbarti, ma ti ho già vista alla lezione di diritto costituzionale e mi chiedevo se potresti prestarmi i tuoi appunti”. “Tu non li hai presi oggi?” gli disse Viola. “Purtroppo oggi ho saltato la lezione, e mi tocca chiedere gli appunti a te. Posso copiarli anche ora stesso e ridarteli subito”. Almeno Andrea stava cercando di far capire che quella non era semplicemente una scusa per parlare con lei. “Va bene, ma ti prego fai in fretta. Tra poco c’è l’esame e devo studiare”. “Certo, ecco, guarda. Mi metto subito al lavoro…ma non mi hai ancora detto il tuo nome?”, tutto sommato Andrea sembrava simpatico, quindi gli rispose “Mi chiamo Viola”, “Piacere di conoscerti, Viola. Allora mi metto a ricopiare e te li ridò subito”. Si allontanò per poi ritornare con il suo quaderno e cominciare a ricopiare diligentemente quanto gli mancava. La scrittura era chiara e lineare; traspariva un certo metodo nella sistemazione generale dei suoi appunti, notò Viola. Poi distolse lo sguardo e riprese la lettura di un libro. Tutti e due erano assorti in ciò che stavano facendo e sembravano non prestare più la minima attenzione l’uno all’altro. Improvvisamente Andrea si fermò, alzò lo sguardo e le porse di nuovo gli appunti, ringraziandola. “Grazie mille. Mi piacerebbe sdebitarmi con un caffè”. Solitamente avrebbe rifuggito una situazione simile e, se è per questo, si sarebbe subito allontanata non appena Andrea si fosse avvicinato al suo tavolo. Ma ora era diversa e pensava che forse si poteva cercare di dare un po’ più di fiducia al genere maschile. Non tutti erano uguali, non tutti volevano probabilmente farle del male e poi si trattava solo di un caffè. Mantenendo la calma, rispose: “Sì, si potrebbe fare”. Andrea sorrise e Viola ricambiò. Era ancora molto lontana dal fidarsi di lui, ma decise per una volta di fare un piccolo passo e cercare di conoscere chi le stava di fronte. Non avrebbe mai dimenticato quello che le aveva fatto Mattia, ma non voleva più farsi condizionare dal fantasma di quella notte. Solo così sarebbe stata davvero libera e avrebbe dato prova di essere lei la più forte. Non voleva arrendersi e smettere di combattere. Grazie a tutto l’appoggio ricevuto dalle altre donne, aveva deciso di scacciare un po’ della sua paura e di dare qualche possibilità in più agli altri ragazzi. Perché come Paola diceva sempre: “Non puoi non camminare per evitare di inciampare. Se lo fai, gliel’avrai data vinta e tu non vuoi questo, vero?”.

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. maria ha detto:

    Carino e purtroppo attualissimo

    Piace a 1 persona

  2. Anna ha detto:

    Racconto fluido e scorrevole.Si coglie tutta l’ importanza dell’amicizia e della solidarietà femminile, per affrontare e superare le ” ferite dell’ anima” che, purtroppo, alcune donne subiscono nella loro vita.

    Piace a 1 persona

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