Il coraggio della libertà di Roberto Colonnelli

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Una goccia di sangue cadde lentamente sul cuscino, la seguii concentrandomi su quel colore rosso vivo, carico di paura e amarezza, cercai di coglierne le più sottili venature, poi la sua mano mi colpì nuovamente, e insieme al suo schiaffo le sue parole, volgari, offensive, taglienti come lame.

Gli occhi si chiusero sprofondando in un gorgo di lacrime; lo vidi mentre stava nuovamente per colpirmi, poi il suo schiaffo si fermò a mezz’aria e mi gridò contro investendomi con quella puzza insopportabile di alcool: “…voglio saperlo…voglio sapere dove sei stata tutto questo tempo…dovevi solo pagare una bolletta e sono tre ore che manchi…”.

Mi puntava il dito contro, dava colpi violenti contro il muro, si allontanava, poi mi si avvicinava nuovamente, quasi mi copriva con il suo fisico robusto, mi scuoteva nervosamente la testa artigliandomi i capelli: “…tre ore…tre ore alla posta…c’era Francesco vero? Lo so che hai sempre avuto un debole per lui…”.

Francesco…ci eravamo conosciuti per caso ad una festa, la stesse festa nella quale avevo conosciuto Mario, mi aveva colpito per i suoi modi fini e garbati, le mani lunghe e sottili da violinista, quei riccioli scomposti che incorniciavano un viso olivastro che sapeva di selvaggio.

Non era mai accaduto niente, di tanto in tanto ci incontravamo quando ci si ritrovava tra amici, a volte ci vedevamo all’ufficio postale dove lavorava allo sportello, l’unico in quella zona dove si riusciva a parcheggiare abbastanza facilmente.

Con Mario fu tutto una storia diversa, lui era completamente diverso; mani rozze e callose per via del suo mestiere, quasi sempre trasandato, dieci anni più grande di me e con due occhi neri come il carbone e maledettamente misteriosi.

Alla fine scelsi lui, forse perché sentivo che aveva tanto bisogno di essere compreso, accudito, forse perché mio padre mi aveva abbandonata da piccola e rivivevo con lui la mancanza di non essergli potuta stare vicino, di essere quella figlia devota che ti sostiene al momento del bisogno.

Fu una storia di passione, amore e odio come direbbero in molti; Mario era spesso burbero, autoritario, non certo quella persona mite che avevo pensato di accudire e proteggere, eppure lo amavo senza riserve, anche quando iniziarono i primi spintoni, le prime frasi pesanti, i primi bicchieri di troppo.

Un altro schiaffo interruppe il corso dei miei pensieri, mi coprii il volto cercando le parole per difendermi, ma difendermi poi da cosa? Ero come un accusato preso a forza e brutalmente, interrogato in merito ad un delitto che non aveva mai commesso, del quale non era neanche a conoscenza. “…è giorno di pensioni…” gli dissi singhiozzando, “l’ufficio era pieno, funzionavano soltanto due sportelli…”.

“Due soli sportelli, vero!?”, rispose Mario sorridendo sarcasticamente, “…e guarda caso tu eri allo sportello di Francesco…Vero?”. Rimarcò l’ultima parola alzando pericolosamente il tono della voce, mentre il suo ultimo schiaffo mi colpiva violentemente sulla testa, poi si diresse verso il divano, aprì una nuova bottiglia, si versò da bere e accese la televisione, come se nulla fosse accaduto, imprecando perché non riusciva a ricordare su quale canale davano la partita di calcio.

Soltanto allora, riprendendomi pian piano dal dolore e riuscendo nuovamente ad osservare senza quel velo di pianto che mi appannava lo sguardo, notai quel segno sul suo collo, un segno che non gli avevo certo lasciato io, ma di cui non potevano esserci dubbi in merito alla sua natura, un segno che lui non aveva mai avuto che gli lasciassi, così nitido tra le sbavature di un rossetto che non aveva certo più di una notte.

Osservai meglio, i miei occhi divennero due fessure e questa volta non certo per il dolore; anche sulla camicia c’era del rossetto, forse non troppo evidente, ma dai tratti inconfondibili; anche lì, sulla sua camicia preferita, quella che gli avevo regalato per il suo compleanno.

Improvvisamente, quasi fossero le sequenza di un film, iniziarono a scorrermi davanti agli occhi tutti i fotogrammi della mia vita insieme a lui, e insieme alle immagini mi investirono tutte le parole spese, i sospiri, i pianti, le scenate, perfino gli odori, il suo profumo così penetrante che sostava a lungo nelle sue camicie, così forte da sentirsi anche dopo averle lavate.

Mario aveva una vera e propria mania per questo tipo di indumento, per lui esistevano soltanto le camicie, non importava di quale foggia, con quale disegno, se vistose o banalmente semplici, lui indossava soltanto camicie, e le indossavo anche io quando lui rimaneva fuori per lavoro, mi piaceva sentire addosso il suo profumo, pensare di averlo con me anche nella solitudine della sua assenza.

Spesso giravo per casa proprio indossando quella camicia, la sua preferita, ed era propria quella camicia che appariva man mano che quella sequenza mi scorreva davanti agli occhi, la stessa camicia che indossava quando si appartava furtivamente sul terrazzo a telefonare, tenendo fisso lo sguardo alla porta e girandosi di scatto quando mi vedeva arrivare.

Lo guardavo, con un cenno del capo gli chiedevo con chi stesse parlando, lui alzava le spalle sussurrandomi che era la ditta, cose di lavoro; a volte, dopo essermi allontanata, lo spiavo dalla cucina, lui riprendeva la scioltezza che aveva prima del mio arrivo, parlava disinvoltamente, si sbottonava la camicia e si accarezzava il petto annuendo a chissà quale domanda.

Quale donna non si sarebbe accorta che qualcosa non andava? Quale donna non avrebbe tentato di capire, approfondire, insospettita da un atteggiamento che non era certo quello di chi parla di lavoro con l’ufficio? Ma io non vedevo che lui, mi perdevo osservando l’atteggiarsi delle sue labbra, seguendo la sua mano che si accarezzava il petto e sentendone quasi il calore. Avevo occhi soltanto per lui, per lui e quella sua maledetta camicia, mi possedeva mente e cuore.

I fotogrammi si interruppero improvvisamente, buio in sala ma una nuova luce dentro di me, nei miei pensieri; soltanto allora me ne accorsi, soltanto allora realizzai che il mio carnefice era allo stesso tempo l’autore di quel peccato che tanto mi rinfacciava, che a tutti i costi voleva che confessassi.

Fu in quel momento che mi ripresi improvvisamente da quella sorta di visione, sentii nuovamente il suo odore su di me, odore di alcool; istintivamente mi riparai il viso con le mani aspettandomi un nuovo schiaffo, Mario invece mi passò accanto urtandomi, quasi fossi qualcosa sul pavimento che gli impediva di dirigersi verso il bagno, e andò oltre chiudendosi dietro la porta.

Sentivo che stava vomitando, un rumore fastidioso al quale ormai avevo fatto l’abitudine; sarebbe andato avanti così per qualche minuto, poi si sarebbe pian piano ripreso, sarebbe uscito dal bagno e avrebbe ripreso il suo posto in poltrona, attaccandosi nuovamente alla bottiglia e imprecando contro il televisore.

Distolsi lo sguardo, la tv accesa sembrava disegnare strani riflessi sulla pelle lucida della poltrona, impregnata del suo sudore, e proprio seguendo quei riflessi notai il suo cellulare incastrato tra il cuscino e la spalliera.

Doveva essergli scivolato quando precipitosamente aveva sentito il bisogno di andare in bagno; ormai lo conoscevo bene, avevo ancora qualche minuto a disposizione, mi avvicinai, non si era neanche curato di togliere la schermata del messaggio che stava leggendo: “Tesoro, non vedo l’ora di rivederti, è stato stupendo, già manchi… un bacio”.

Iniziai a scorrere i suoi messaggi in preda alla frenesia, quello che avevo letto era soltanto l’ultimo di una lunga lista, tutte donne diverse, nomi diversi, alcuni addirittura con tanto di indirizzo, altri ancora che lo esortavano a prendersi una meritata pausa da quella sua noiosa ragazza, altri ancora che elogiavano le sue esaltanti prestazioni, fu come ricevere al cuore un pugno dietro l’altro e i lividi arrivarono fino all’anima.

Da quanto andavano avanti quelle storie? Mesi e mesi di sms così espliciti che non aveva avuto neanche l’accortezza di cancellare, tanta era la sua considerazione nei miei confronti; altro che una mia paranoia come mi ripeteva quando io, del tutto ignara, soltanto per stuzzicarlo, lo provocavo rinfacciandogli un’amante. Che stupida, che sciocca sono stata per tutto questo tempo, accecata da questo mio folle amore per lui… così innamorata da non aver coraggio di ribellarmi alle violenze, così innamorata da accontentarmi di un amore violento incapace di essere amore.

Il rumore dell’acqua nel lavandino si interruppe di colpo, ritornai sull’ultimo messaggio, rimisi il cellulare al suo posto e mi trascinai nuovamente verso il divano.

Mario apparve sulla porta del bagno con il viso stravolto, gli occhi persi nel vuoto; mi passò nuovamente accanto senza neanche accorgersi della mia presenza e sprofondò nella poltrona in maniera così violenta che il cellulare volò, lo prese da terra, lo fissò, poi guardò verso di me e facendo una smorfia lo rimise in tasca, quindi alzò il volume del televisore e ricadde nel limbo dell’incoscienza.

Con fatica mi alzai dal divano, dove immancabilmente mi spingeva sempre quando mi alzava le mani; lo guardai ancora una volta, lui era completamente assorto dal televisore, trionfante per aver finalmente trovato il canale giusto.

Mi trascinai non senza una certa fatica in bagno; ogni parte del mio viso urlava dolore, bruciava, mi sentivo gonfia, la testa girava e un dolore acuto continuava a persistere nel punto in cui mi aveva colpita per l’ultima volta.

L’ultima volta…certo…quella sarebbe stata l’ultima volta…doveva esserlo. Iniziai a medicare le ferite sobbalzando ogni qualvolta l’alcool e la garza entravano in contatto con la pelle; stillavano ancora gocce di sangue, ma alla fine riuscii a fermarle, le parti offese iniziavano già a diventare ecchimosi, misi velocemente una pomata, mi osservai allo specchio…quella non ero più io ma dovevo necessariamente ritrovarmi…salvarmi. Basta! Basta! Urlai a me stessa. Dovevo riprendermi la dignità, perché nessuno uomo ha diritto di ucciderci dentro, nessun uomo ha diritto di trascinarci all’inferno perché tutti abbiamo diritto e bisogno di un amore che sia fatto d’amore e non di lividi.

Uscii sbattendo la porta, quasi come un gesto liberatorio, lui tanto non avrebbe sentito, e in effetti non sentì, nessun urlo mi venne dietro, nessun richiamo, quell’ultima sottile speranza di sentirmi chiamata si infranse e morì dentro il suo grido di esultanza per la squadra che aveva fatto goal.

Guidai nervosamente senza meta, mi osservavo intorno, osservavo tutto ma non vedevo niente, almeno fino a quando non mi ritrovai a costeggiare il parcheggio dell’ufficio postale notando Francesco che si dirigeva verso la sua auto finito il turno del mattino.

Parcheggiai accanto alla sua ford grigia facendo fischiare nervosamente le gomme; lui sobbalzò, poi si abbassò per vedere chi fosse quel pazzo automobilista, mi riconobbe, sorrise come faceva sempre.

“Denise…ma che combini…”

La sua frase si interruppe a metà quando mi osservò in viso assumendo un’espressione di stupore mista a rabbia: “Ma che ti è successo…”, abbassò gli occhi sospirando “..è stato Mario, vero?”.

Abbassai gli occhi senza rispondere, ma era come se lo avessi fatto.

Mi fece salire in macchina, andammo a casa sua, preparò velocemente qualcosa da mangiare e passò tutto il pomeriggio ascoltando il fiume in piena delle mie parole, dei miei racconti, della rabbia e dell’amarezza che mi bruciavano dentro.

Dopo cena smisi di parlare di me stessa, riuscii anche a trovare qualcuno di quei sorrisi che avevo dimenticato da qualche parte dentro di me, riprese a montare però la rabbia, quel senso di rivalsa che non ti permette mai di ragionare lucidamente, ma che di certo, in quella situazione, era più che giustificato, anzi, necessario.

“Hai dove dormire stanotte?”

Era una domanda o un invito? Non sapevo come interpretarlo, non volevo interpretarlo; Francesco era lì, di fronte a me, con tutto quello che avevo sempre cercato in Mario e che non ero mai riuscita a trovare, con tutto quello che pensavo di aver visto in Mario e che, giorno dopo giorno, si era rivelato soltanto il mio bisogno di vedere, il bisogno di costruire il mio castello incantato senza prima appurare se alla base ci fosse solida roccia o un’insidiosa palude.

“No, potrei andare da mia madre ma non voglio, non voglio che mi guardi dicendomi che aveva sempre avuto ragione…”, poggiai la mia testa sul suo petto: “…non voglio restare sola”.

Francesco era sempre stato pazzo di me, lo avevo sempre saputo ma non ero mai andata oltre, avevo lasciato che Mario invadesse completamente la mia vita senza neanche immaginare cosa sarebbe accaduto poi.

Quella notte Francesco mi dimostrò tutta la passione che aveva accumulato in quegli anni, ogni suo sogno, ogni desiderio, ogni pensiero speso nei miei confronti mi investirono come un’onda carica di passione mentre io rispondevo con tutta la rabbia accumulata nel tempo, con l’impazienza di chi ha finalmente l’occasione di tornare indietro e rivivere pienamente ogni emozione perduta.

Al mattino andai da mia madre; lo lasciai mentre si annodava di fretta la cravatta per tentare di recuperare il ritardo in ufficio, un lungo e profondo bacio suggellò la promessa che ci saremmo sentiti nel pomeriggio.

Quando a fine turno rientrò mi trovò sul portone, mentre fumavo nervosamente una sigaretta.

“Denise…tutto bene?”

Ancora una volta il suo sorriso mi investì, ma questa volta non vacillai.

“Sì” risposi sorridendo a mia volta.

“Sali? Cosa vuoi fare questo pomeriggio?”

“No Francesco, scusami”

Mi guardò sorpreso scuotendo la testa

“E’ stato bello, sapevo che sarebbe stato così, me devo andare”

“Andare? Andare dove?! E ieri notte?”

“Non lo so, so soltanto che devo andare. Ieri è stato bello, lo volevo, lo volevi anche tu, ma ho ancora dentro il segno delle catene”

“Io non sono Mario, lo sai!”

“Lo so, il buffo di questa storia è che non ho mai tradito Mario, non è mai accaduto, ma in fondo non esistono storie che siano diverse l’una dall’altra…lui credeva che lo tradissi, io non lo facevo ma lui tradiva me, e ieri io che pensavo di essere del tutto innocente ho tradito te…”

“Ma che dici Denise? Quello che dici non ha senso”

“ Sì che ha senso… e lo sai anche tu, ti ho illuso di un qualcosa che non c’è, che non sento, per bisogno di asciugare le lacrime e i lividi di un travagliato amore senza senso e per bisogno di un abbraccio, di sentire come è essere amati con passione da un amore vero“

Mi guardava confuso, non riusciva a capire, ma io sapevo bene cosa era accaduto, sapevo bene cosa stava accadendo. Lo baciai con affetto sulla guancia e rimase lì ad osservarmi mentre mi confondevo con la folla.

Adesso ero libera, veramente libera, avevo dovuto tradire per spezzare quelle catene e, anche se i segni che erano rimasti mi avrebbero ricordato per sempre quei giorni, adesso potevo camminare a testa alta, assolta da un peccato che non avevo mai commesso ma che avevo dovuto commettere per ritrovare la libertà.

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