La bambola di Franca Marsala

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Clara non era mai stata bella, anzi era un piccolo mostriciattolo. Così la definivano i cari genitori, i due fratelli maggiori e la sua adorabile nonnina. E solo perché in una famiglia di biondi era nata bruna, anzi scura come il carbone. Aveva gli occhi e i capelli color ebano, la pelle olivastra. Era alta, massiccia, con rotoli di grasso in ogni parte del corpo.

Il suo aspetto non l’aiutava a essere una persona con un po’ di autostima, e i suoi parenti l’avevano fatta diventare una complessata.

A volte si guardava allo specchio e non riusciva a trattenere le lacrime.

Frequentava l’università e faceva di tutto per non farsi notare; si infilava maglioni enormi e incolori per confondersi tra la folla, camminava a testa bassa, non parlava e non sorrideva mai a nessuno. Ovviamente non ci pensava neppure a interessarsi a un ragazzo, tanto era sicura che sarebbe stato un sentimento a senso unico.

Aveva venticinque anni, e si sentiva come se il mondo le pesasse sulle spalle. Non riusciva neppure a pensare che finiti gli studi avrebbe dovuto cercare un lavoro. I suoi le facevano notare che stava sprecando tempo e, che con la sua scarsa intelligenza, avrebbe potuto al massimo aspirare a un posto di lavapiatti. Se non altro le pagavano le tasse universitarie, e lei finiva per accettare i loro insulti.

E poi accadde l’incredibile. Clara si innamorò, non capì neppure come le capitò. Era un giorno come gli altri, era uscita senza fare colazione, come al solito. La sua famiglia era riunita a tavola davanti a tazze di caffellatte e a cornetti caldi. Aveva imparato con gli anni che non poteva unirsi a loro senza subire prese in giro di tutti i tipi. Le rinfacciavano di abbuffarsi senza ritegno, di pensare solo al cibo invece di tentare di dimagrire. Sua madre in più di un’occasione l’aveva messa forzatamente a dieta, presentandole piatti pieni di insalata e di verdure. Clara fingeva di sottostare, e appena fuori casa andava a rimpinzarsi in qualche bar.

L’aveva fatto anche quella mattina.

Ormai nel bar la conoscevano, si sedeva a un tavolino appartato, lontano dalla vetrina, caso mai passasse di lì qualcuno che la conosceva e che avrebbe potuto riferirlo alla famiglia, e il cameriere le portava il solito: pizzette e supplì.

Stava addentando la seconda pizzetta, quando si accorse che un uomo la stava fissando.

Istintivamente, perché non credeva che qualcuno potesse guardarla, si girò per accertarsi di chi fosse alle sue spalle. E con stupore non notò nessuno.

E lo sconosciuto era ancora là, con gli occhi puntati su di lei.

Si sentì arrossire, ma poi pensò che doveva essere un po’ matto. O alla ricerca di un fenomeno da baraccone.

L’uomo si alzò, e si sedette al suo tavolo.

  • Sono il dottor Dotti – si presentò. – Lei mi affascina moltissimo.
  • Mi scusi, ma io… – Clara balbettò.
  • La prego, mi faccia spiegare. Sono un chirurgo plastico. Lei non si può dire che sia bella, però io potrei farla diventare un sogno, un sogno per ogni uomo.
  • Come si permette? – Clara cercò di alzarsi, però lui la trattenne da un braccio.
  • Si sieda, mi dia retta. Scommetto che mangia qui, perché a casa sua le hanno imposto una dieta. Beh, pensi che soddisfazione se sparisse per un po’ e riapparisse completamente trasformata. Pensi all’invidia delle sue sorelle.
  • Io non ho sorelle – farfugliò la ragazza; era frastornata.
  • Beh, per dire, di sua madre allora. Io le garantisco degli ottimi risultati. Se verrà con me, nel mio studio, le mostrerò le foto dei miei pazienti, prima e dopo.
  • Sta scherzando, vero?
  • No, sono maledettamente serio.

Il tono con cui lo disse fece rabbrividire Clara. Eppure era molto tentata. Se fosse stato possibile? Se poteva farla diventare un’altra, bella e sicura di sé?

Era disposta a tutto per questo, anche a correre qualche rischio. E inoltre quell’uomo fisicamente non le incuteva paura, era piccoletto e probabilmente pesava una trentina di chili meno di lei. Sarebbe stata in grado di difendersi.

Anche se fosse stato uno svitato e avesse tentato di aggredirla. Però, se avesse voluto violentarla? Era vergine e sarebbe stata una prima volta orribile. No, non poteva andare con lui, da nessuna parte.

Stavolta riuscì a levarsi in piedi.

  • Mi lasci in pace – sibilò.

L’indomani, dopo qualche tentennamento, si recò di nuovo nel bar. Era il migliore della zona e servivano le più appetitose pizzette della città.

Decise che se avesse incontrato di nuovo il medico, o presunto tale, lo avrebbe ignorato. E infatti lui spuntò ben presto. E ricominciò con la solita tiritera.

Anche stavolta lei non cedette. Il rituale si ripeté puntale giorno dopo giorno per una settimana. E all’ottavo giorno, Clara capitolò. In quel periodo, malgrado avesse cercato di non soffermarcisi, i discorsi del dottore le avevano fatto nascere delle speranze. Quell’uomo le proponeva di realizzare il più grande desiderio della sua vita: essere finalmente e semplicemente bellissima, e allora perché no?

Allo studio, completamente tappezzato da foto di pazienti, e in alcuni casi i risultati sembravano miracolosi, il dottore la fece sedere su un comodo divano e le parlò per quasi due ore degli interventi che aveva in mente per lei.

Le disse che ci avrebbe guadagnato tanta pubblicità. Mostrando al mondo il suo attuale aspetto, e il risultato finale, avrebbe potuto dimostrare la sua grandezza di chirurgo. Clara non si offese, prima perché non aveva amor proprio, poi perché lui le serviva. Ormai era determinata a ricorrere alla chirurgia estetica, non avrebbe trovato nessuno disposto a operarla gratis, e, altrimenti, non se lo sarebbe potuto permettere.

E iniziò quello che dovette definire un calvario. Certo, era felice, ma gli interventi furono lunghi e alcuni anche dolorosi. Soprattutto fu poco sopportabile il decorso post-operatorio con tutte quelle fasciature che le consentivano sì e no di respirare.

Ai suoi aveva raccontato che una collega dell’università le avrebbe offerto ospitalità per un lungo periodo nella villa di campagna, in cambio del suo aiuto nello studio. I suoi genitori non avevano obbiettato, anzi l’avevano incoraggiata ad accettare dicendole che così si sarebbe resa più indipendente e avrebbe coltivato nuove amicizie. Clara aveva il dubbio che, in realtà, volessero liberarsi di lei.

Magari quando torno, trovo la mia stanza affittata, pensò con un pizzico di amarezza. Tuttavia era troppo contenta per ciò che l’aspettava, per farsi troppe domande.

E si era rifugiata davvero in una villa, però messa a disposizione dal chirurgo.

Trascorse quasi un anno prima che tutto si compisse. Ogni giorno Clara spiava i risultati allo specchio, quelli che chiamava i suoi progressi, e ogni giorno sorrideva sempre più soddisfatta. E finalmente una mattina, rimirandosi al solito specchio, urlò di gioia.

Era diventata bellissima, una stupenda mora con un corpo da favola, uno di quei corpi perfetti che aveva visto solo sui giornali e che credeva fossero dovuti a ritocchi al computer.

Anche lei era ritoccata, si disse, però a chi importava? A lei no di sicuro.

Clara crollò sul letto, e cominciò a piangere, di gioia, ma pure di tristezza. Perché ora avrebbe perduto Carlo, ora che il suo lavoro era terminato non l’avrebbe più visto tanto spesso, anzi forse non l’avrebbe proprio più rivisto.

In quei mesi il dottore l’aveva portata in giro, fatta viaggiare con lui, mostrato i risultati a tutti: colleghi, eventuali clienti, semplici conoscenti. E ne aveva ricavato onori e lodi, e anche molte critiche, che non avevano turbato nessuno dei due.

I familiari di Clara avevano saputo così la verità, però la cosa l’aveva lasciata indifferente, sapeva che non sarebbe mai tornata da loro.

I suoi genitori l’avevano invitata a casa, l’avevano pregata quando aveva rifiutato, sapeva che lo facevano per sfruttarla, perché cominciava a guadagnare con la pubblicità e qualche ospitata in tv, infine erano giunti a minacciarla di rovinare il suo nuovo bel visino se non li avesse accontentati.

Li aveva ignorati, con Carlo si sentiva protetta, non aveva nessun timore.

Per lui, se n’era resa conto in quel periodo, era stata un ottimo investimento, invece lei se ne era innamorata.

Come evocato, il medico entrò nella stanza.

Non si scompose vedendola piangere, non si scomponeva mai per nulla, le si sedette accanto.

–     Cosa hai? – le chiese.

  • Niente, sono solo triste – gli rispose, cercando di non guardarlo, per paura che si accorgesse di quello che stava provando.
  • Io lo so – la sorprese. – Non devi preoccuparti, non ho intenzione di lasciarti.

Clara trasalì.

  • Che significa? – disse, asciugandosi gli occhi con i pugni come una bambina.
  • Anch’io ti amo. Ho trovato la donna perfetta, e sarà mia.

Clara gli buttò le braccia al collo. Quelle che seguirono furono le tre ore più incredibili e più indimenticabili della vita della ragazza, piene di passione e promesse.

Clara era al settimo cielo. La sua vita era finalmente come l’aveva sempre sognata. Amava ed era riamata. Carlo era l’uomo più dolce, affettuoso, premuroso del mondo, la riempiva di attenzioni e di regali, di coccole e di baci.

Clara adorava le sue mani che l’avevano plasmata, e che adesso l’accarezzavano e la eccitavano. Quelle mani che continuavano a operarla. Perché dopo qualche mese gli interventi erano ripresi.

Il dottore aveva insistito per modellare ancora qualche altra parte del suo corpo, soprattutto del viso, gli zigomi, le labbra, persino le orecchie. Clara aveva ceduto subito, innamorata com’era.

Passarono un paio di anni, anni di pura felicità per lei, anche se aveva cominciato a detestare i giorni in cui viveva bendata. I viaggi erano cessati, le apparizioni in tv pure, Carlo le diceva che era geloso e che la voleva tutta per sé.

Da principio le aveva fatto molto piacere, ma iniziava a stancarsi. Avrebbe desiderato riavere un’esistenza normale – non nel mondo dello spettacolo – riprendere gli studi, laurearsi, lavorare; invece passava le sue giornate in casa ad aspettarlo, e non aveva neppure trent’anni.

Pensò che se voleva un cambiamento, avrebbe dovuto prendere l’iniziativa.

Preparò una cena, a base di caviale e di champagne, il dottore era generoso, non lesinava mai, apparecchiò la tavola con una bellissima tovaglia bianca di fiandra, e piatti di porcellana bianchi a disegni blu.

Accese anche delle candele, e le pose in centro in un paio di candelabri d’argento. Era tutto perfetto; Clara si disse che niente avrebbe potuto rovinarle la serata.

Carlo arrivò puntuale alle otto e mezzo. Restò meravigliato, ma parve contento della sorpresa. L’abbracciò e la baciò, affettuoso come al solito.

Mangiarono, parlarono e risero tanto. Si accomodarono sul divano del salotto per gustare il caffè.

  • Ti amo tanto – disse Clara stringendosi al suo uomo.
  • Sì, cara, anch’io.

Si baciarono con desiderio. Clara, però, voleva rimandare a dopo le effusioni, voleva spiegargli il suo stato d’animo, chiedergli di comprendere che, per quanto lui fosse importante, lo fosse pure il suo futuro. Lui ne avrebbe fatto parte, anzi sarebbe sicuramente rimasto la persona più importante, tuttavia non poteva continuare in quel modo, aveva bisogno di stimoli, di appassionarsi a qualcosa. E gli disse tutto, tutto quello che le passava per la testa.

Temeva che lui si arrabbiasse, il dottore, invece, si limitò a guardarla e a sorridere.

  • Non ti dispiace allora? – sorrise Clara, di rimando.
  • No, tesoro, mi dispiace eccome – Carlo sempre sorridendo si alzò. – Tu sei mia, ti possiedo, non te ne andrai.
  • Caro – provò la ragazza – non intendo andarmene, ti amo, voglio stare qui, con te, però devi capire…
  • No, sei tu che non capisci, sei mia e resterai in questa casa.

Clara si levò in piedi per protestare, lui non gliene diede il tempo. L’afferrò per le spalle e la strinse, dopo le circondò la gola con le mani.

  • Tu rimarrai qui per sempre – biascicava, mentre le toglieva il respiro. – Ti ho scelta per questo, per questo ti ho forgiata, per averti per tutto il tempo che vorrò.

La raccolse prima che Clara, ormai senza vita, crollasse sul pavimento.

La sollevò ed entrò in cucina, da lì prese le scale per la cantina. Aveva preparato tutto per quel momento, che era sicuro sarebbe arrivato, aveva fatto esperienza con sua moglie.

La depose sul tavolo grigio, e iniziò la preparazione per la tassidermia. Indossò i guanti, e cominciò a spogliare quel corpo che aveva creato. Era la perfezione, un corpo magnifico che avrebbe posseduto per sempre. Sapeva che se non avesse agito, presto sarebbe rimasto a mani vuote.

Aveva già affrontato quella situazione anni prima, gli era servita come lezione.

Con la sua nuova donna ideale, non aveva voluto correre inutili rischi. E avrebbe potuto contemplare la sua opera, ogni giorno, ogni istante della sua esistenza.

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